UN POMERIGGIO CON LILIANA CAVANI, CRISTIANA CAPOTONDI E VINCENZO PAGLIA - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 28 maggio 2021

 

Lunedì 24 maggio il Terni Film Festival ‘Popoli e religioni’ ha fatto tappa per la prima volta al Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II – Tema: ‘Francesco (d’Assisi) e Chiara  (Lubich)  sullo schermo’ – Ospiti: la regista Liliana Cavani, l’attrice Cristiana Capotondi e l’arcivescovo Vincenzo Paglia –Anche un revival trasteverino e… non ci si è annoiati - Monsignor Paglia sogna un Sinodo di registi e di attori.

Correva l’Anno del Signore 1991. Roma, Santa Maria in Trastevere. Lì domina un parroco effervescente per sua natura: don Vincenzo Paglia, che è anche assistente spirituale della Comunità di Sant’Egidio. Capita che il don talentuoso chiami una troupe della RAI per alcune riprese sulle attività della parrocchia: vengono coinvolti anche gli scout con lupetti e coccinelle. Tra queste ultime ce n’è una che si chiama Cristiana (di famiglia mista cattolico-ebraica). Chiede il microfono e non lo lascia più: “Un’attrice nata” dice il regista al don. Che lo riferisce al padre della ragazza. Il quale lo comunica alla figlia. La quale – di per sé già nota in famiglia per l’allestimento fin dalla più tenera età di spettacoli vari, con o senza microfono – gli risponde: “Vedi, papà, quella è la mia strada”. E così avvenne.  

Trent’anni dopo. Roma, Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia: puntata in trasferta del Terni Film Festival ‘Popoli e religioni’. Il don (che il Festival l’ha fondato nel 2005 da vescovo di Terni-Narni-Amelia) è diventato arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Gran Cancelliere dell’Istituto. Anche Cristiana (Capotondi) s’è fatta grande. Eclettica, mirabile concentrato cinematografico di candore e di malizia, ha girato diversi film di successo (pensiamo ad esempio a “La notte prima degli esami”) e anche di impegno sociale dopo le prime particine in RAI e i primi spot del Mulino Bianco e del gelato Maxibon. Ma il sodalizio è restato: “Con don Vincenzo, una sorta di mio ‘direttore spirituale’, c’è una storia molto lunga. E si può ben dire che è grazie a lui che ho intrapreso la strada del cinema”. Quel che è sicuro, ha annotato da parte sua il don, è che “a Cristiana ho  fatto catechismo”.

Facile allora immaginare don Vincenzo  sprizzante felicità da ogni poro consegnare il premio per la miglior attrice del Festival (un Angelo dello scultore Fernando Dominioni) proprio nelle mani di Cristiana, anche lei euforica per quella che in effetti è stata una sorpresa ben custodita dal direttore artistico Arnaldo Casali.

Naturalmente la gioiosa emozione dell’amarcord trasteverino ha riguardato solo un momento di un pomeriggio ricco di spunti e riflessioni.  Era una ‘prima’ la trasferta romana, con il coinvolgimento dell’Istituto Giovanni Paolo II. E’ un Istituto, come è noto, che ha subito negli ultimi anni cambiamenti profondi e molto controversi: del resto è atteso per settembre l’arrivo del neo-preside mons. Philippe Bordeyne, un cattobaleno francese. (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1005-nota-lobby-al-lavoro-c-e-chi-reagisce-anche-in-vaticano.html ).

Ma lunedì 24 maggio si è parlato d’altro. Il tema era “Francesco e Chiara sullo schermo”: Francesco ovvero san Francesco, Chiara come Chiara Lubich (c’è stato anche qualche riferimento a santa Chiara, una figura suscettibile di essere molto approfondita). Le relatrici? Liliana Cavani, regista di ben tre film sul Poverello di Assisi e la già citata Cristiana Capotondi, interprete di successo della recente fiction RAI sulla maestrina di Trento fondatrice del Movimento dei Focolari.

 

LILIANA CAVANI, ATEA MA NON MANGIAPRETI, INCANTATA DALLA VITA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI DI PAUL SABATIER

Per l’ottantottenne regista tre film su san Francesco: il primo nel 1966 con protagonista Lou Castel, il secondo nel 1989 con Mickey Rourke e il terzo nel 2014 con Mateusz Kosiulkiewicz.

Concentriamoci soprattutto sul primo. Liliana Cavani ha premesso di aver ricevuto un’educazione atea, socialista, “ma non da mangiapreti”. A casa sua si preferiva ignorare l’esistenza della Chiesa. Di Francesco Liliana Cavani non sapeva nulla… ma nel 1966, in vista del 4 ottobre (festa del Santo), Angelo Guglielmi della RAI le chiese di elaborare un piccolo documentario con un attore che recitasse il Cantico delle Creature. Per un caso fortunato in quei giorni la regista si ritrovò a leggere un libro che qualcuno le aveva donato: la Vie de Saint François del pastore calvinista francese e studioso del Medioevo Paul Sabatier, uscita nel 1893 (la cui traduzione in russo fu curata da Lev Tolstoj).   

Per Liliana Cavani fu una vera scoperta, di quelle che contano nella vita: ne restò incantata e propose a Guglielmi di fare addirittura un film. Alla fine i soldi si trovarono e il film parti, con l’attore francese Lou Castel – “che aveva una faccia straordinaria” - come protagonista (“Oggi è molto povero, ha donato tutto agli amici”). Lou Castel era l’interprete giusto, perché “per fare Francesco non basta essere un attore, devi aver dentro di te qualcosa di indefinibile che ti possiede”.

Nel “Francesco” del 1966 Liliana Cavani immaginò “di essere una cronista dell’epoca e di cogliere quanto succedeva al momento”. Quel Francesco era una sorta di “presessantottino”, un ribelle. Il film ebbe successo, tra alcune polemiche (“Un deputato missino fece un’interpellanza parlamentare”). Fu trasmesso in tv grazie al presidente del Centro Cattolico Cinematografico, monsignor Angelicchio, che fece lo stesso anche con “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini.

Liliana Cavani continuò ad approfondire la figura di san Francesco, scoprendone sempre nuovi aspetti, in una ricerca delle fonti in continuo divenire. Ecco così nel 1989 uscì un secondo “Francesco”, cui prestò voce e volto Mickey Rourke: un santo visto soprattutto attraverso gli scritti dei suoi compagni più vicini. Ne uscì rafforzata la figura di un mistico, in continuo e lacerante colloquio con Dio di cui è innamorato e da cui ha ricevuto le stimmate.

Ma la ricerca della regista continuò. E nel 2014 – lo stimolo fu dato da una richiesta dell’editore Einaudi di scrivere un libro sull’attualità del Poverello - produsse il terzo “Francesco”, stavolta per la tv, protagonista Mateusz Kosciukiewicz. Nella miniserie in due puntate trasmessa da Rai Uno in evidenza un santo che fonda la sua azione in particolare sulla fratellanza universale: non a caso Liliana Cavani recuperò per l’occasione il famoso incontro di Damietta con il Sultano. Dove Francesco, nella versione del film, ascolta la recita dei 99 nomi coranici di Allah: è possibile che sia stato da essi ispirato nella stesura delle Lodi di Dio Altissimo (forse a dare l’idea a Liliana Cavani fu una suggestione del già citato Arnaldo Casali, che del resto mercoledì scorso ha messo molta carne al fuoco da stimolante moderatore dell’incontro presso l’Istituto Giovanni Paolo II).

Altri registi certo si sono cimentati con il personaggio del Poverello di Assisi: tra i più noti Roberto Rossellini (“Francesco, giullare di Dio”, 1950) e  Franco Zeffirelli (“Fratello sole, sorella luna”, 1972). Tuttavia i film della Cavani - ha ribadito la stessa regista – hanno poco o niente in comune con il resto della produzione in materia. Quello di Rossellini presenta Francesco come un ‘santino’, stereotipato e romantico (ne parlò una volta con il regista a Venezia); l’altro di Zeffirelli dà una visione del tutto diversa da quella della Cavani (non ebbe l’occasione di parlarne con lui).

Per Liliana Cavani san Francesco è talmente attualeche si fa fatica a comprenderlo”. Il suo esempio di vita è valido ancora oggi e ci può aiutare a capire il senso della nostra esistenza. Lungimirante uomo di pace, di fratellanza, di buona comunicazione, contro l’accumulo dei beni terreni, per l’amore universale e il rispetto di tutti. Uomo insomma della ‘rivoluzione evangelica’, testimoniata con il suo agire. Non è un caso che papa Bergoglio abbia scelto tale nome per imprimere una svolta alla Chiesa con il suo pontificato.

 

CRISTIANA CAPOTONDI: CHIARA LUBICH, UN ESEMPIO PER IL MONDO

La quarantenne attrice trasteverina (ci ha tenuto a sottolineare l’origine) è stata protagonista della fiction “Chiara Lubich: l’amore vince sempre”: ed è in tale veste che è stata invitata e anche premiata (vedi sopra): “Ho cercato di avvicinarmi a questa donna piena di forza con molta umiltà” – ha annotato – “consapevole comunque che la spiritualità è molto difficile da trasporre sullo schermo”. Chiara Lubich aveva quella “determinazione” derivata dalla volontà di portare amore e accoglienza (costruendo il primo piccolo ‘focolare’) laddove era necessario: nella Trento sconvolta dai bombardamenti alleati del 1943-44.  Un grande esempio non solo per l’Italia ma per il mondo. L’esperienza è stata molto bella e anche molto arricchente dal punto di vista umano. Chiara Lubich scelse di non sposarsi per consacrarsi totalmente al Signore, una scelta non certo facile e da tutti condivisa in quel momento (vedi anche https://www.rossoporpora.org/rubriche/italia/998-lupus-a-riposo-lubich-capotondi-san-patrignano-e-ricordi-svizzeri.html )

Tornando all’amarcord, Cristiana Capotondi ha ricordato il nutrimento spirituale fornito ogni sera a lei e a sua sorella Chiara dal papà: si sedeva tra i due letti e leggeva alle pargolette brani del Vangelo (quello illustrato per i bambini), dell’Antico e del Nuovo Testamento, anche su san Francesco e santa Chiara, a un’età in cui le coetanee sognavano con “Hånsel e Gretel”.

Certo l’attrice ha respirato aria di spiritualità in famiglia: “Penso di aver preso il meglio dal cattolicesimo e dall’ebraismo… figlia di un matrimonio misto, sono un po’ relativista, non so che cosa ci sarà dopo la vita, ma (ha detto) va bene così”. In questi anni si adopera molto per il sociale da una parte, per stimolare la riflessione su temi umani esistenziali dall’altra.

Mercoledì per l’occasione è stato anche proiettato un cortometraggio (7’) del 2014 della stessa Capotondi intitolato “Sulla poltrona del Papa”, un omaggio a Jorge Mario Bergoglio a un anno dall’elezione derivato da un episodio accaduto durante l’incontro con le famiglie: nell’occasione un bambino si sedette sulla poltrona papale sul sagrato di San Pietro. Ne è venuto uno stimolo a raccontare per immagini la realtà del bambino (e quella delle adozioni): un colombiano adottato con suo fratello da una famiglia abruzzese che non riusciva ad avere figli.

Su Cristiana Capotondi (e sulle sue origini ebraico-cristiane) ricordiamo l’ampia intervista che le facemmo per “Il Consulente RE” il 14 giugno 2006 (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/63-intervista-all-attrice-cristiana-capotondi.html ).

 

MONS. PAGLIA SOGNA UN SINODO DI REGISTI E DI ATTORI CHE PARLINO TRA LORO DI UN MONDO NUOVO

Accompagnando la consegna del Premio del Terni Film Festival a Cristiana Capotondi, mons. Vincenzo Paglia ha rievocato “l’intuizione” che ebbe nel 2005 e che lo portò a fondare tale manifestazione culturale: “Il cinema può dare un grande contributo al dialogo tra i popoli”. Non c’è poi dubbio alcuno sul fatto che la trasferta romana della manifestazione (incentrata su “Popoli e religioni”) era in qualche modo dovuta, perché “san Francesco, quando voleva incontrare il Papa, veniva a Trastevere, quartiere del porto e delle nazioni, alloggiando nel lebbrosario”. Il cinema, ha continuato mons. Paglia, “ha in sé una grande, grandissima missione, quella di trasformare la vita di ognuno”. Anche per questo, ha evidenziato il prelato, “sogno un Sinodo di registi e di attori che parlino tra loro di un mondo nuovo. Perché il tempo che abbiamo davanti è un tempo di creazione”.

 

IL FESTIVAL CONTINUA FINO AL 30 MAGGIO

La XVI edizione del Festival - che fino al 30 maggio si svolge a Terni (con puntata l’ultimo giorno a Vacone in Sabina) -  è in realtà già incominciata online a novembre 2020 e si sta completando in questa settimana in forma ibrida, online ma anche in presenza. Un segnale forte che viene da Terni e indica chiaramente la volontà di non arrendersi a paura, rassegnazione e pigrizia indotte dal Cinavirus, un morbo contro le cui conseguenze sociali anche il cinema deve reagire con forza, non lasciandosi scoraggiare da una ripresa dell’attività delle sale cinematografiche poverissima di spettatori in presenza.

Il pomeriggio romano è stato animato pure dallo storico del Medioevo e francescanista Marco Bartoli, autore tra l’altro di un recente volume su “Santa innocenza. I bambini nel Medio Evo” (con prefazione di Franco Cardini), che ha offerto un’intrigante riflessione sul rapporto tra Francesco e l’infanzia, richiamandosi alla famosa messa solenne fatta celebrare nel 1224 in una stalla di Greccio, tra un bue e un asino.

Presente anche l’attore comico Francesco Salvi, che nel 2010 interpretò Francesco ne “Il giullare di Assisi” di Arnaldo Casali (che ha molto approfondito l’umorismo del Poverello) e in questi giorni l’ha reinterpretato nel recital “Da Piediluco a Marrakesch (su testi dello stesso autore).

Tanti i film (provenienti da ogni parte del mondo) in programma a Terni e tanti anche gli ospiti a incominciare dai registi Krzysztof Zanussi e Alessandro D’Alatri. La prossima edizione del Festival “Popoli e religioni” è prevista già per questo autunno sempre a Terni.

P.S. Nella galleria fotografica che segue (quattro foto) le prime tre immagini sono state gentilmente fornite dal Terni Film Festival.