LA SEGRETERIA DI STATO NON DIMENTICHI LIBANO E SPAGNA– di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 ottobre 2020

 

Presa dal turbinio delle vicende interne e dall’urgenza di ‘dossier’ come quello dei rapporti con la Cina e della questione caucasica, la Segreteria di Stato rischia di porre un’attenzione minore a due ‘dossier’ delicati come quelli riguardanti il Libano (con la proposta di neutralità del patriarca Raï) e la Spagna (con la decisione del governo rosso-rosso di stravolgere il volto del Valle de los Caidos, trasformandolo in luogo pedagogico, di “memoria democratica”).

 

Per non dimenticare: oggi 7 ottobre è la festa della Madonna della Madonna del Rosario, originariamente istituita da papa Pio V come festa della Madonna della Vittoria, grato per la protezione data da Maria alla flotta della Lega Santa che il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto aveva sconfitto quella ottomana. Il nome odierno fu posto dal successore di Pio V, Gregorio XIII. 

 

 

LIBANO: APPROFONDIMENTO DELLA PROPOSTA DEL CARDINALE PATRIARCA BECHARA RAI PER UN LIBANO NEUTRALE

Dal Libano continuano a giungere notizie poco rassicuranti sulla tenuta del Paese. Dopo le dimissioni il 10 agosto del governo del sunnita Hassan Diab a causa  delle forti proteste popolari a seguito della grave esplosione nel porto di Beirut di cinque giorni prima, anche il primo ministro incaricato, il diplomatico sunnita Mustapha Adib, ha gettato la spugna il 26 settembre, ritenendosi impossibilitato a formare un governo di ‘tecnici’ riformatori: sul fallimento ha pesato in particolare la determinazione degli sciiti di Hezbollah e di Amal nel rivendicare il preziosissimo ministero delle finanze. Inutili fin qui gli appelli, anche gli ultimi, del cardinale patriarca Béchara Raï perché la classe politica superi le divisioni al fine di cercare di garantire un avvenire al Paese dei Cedri.

In tal senso certo non appare di peso secondario la proposta del patriarca maronita (resa nota il 17 agosto 2020) perché al Libano sia riconosciuta internazionalmente una ‘neutralità attiva’. Ne ha preso conoscenza approfondita il cardinale Pietro Parolin nella sua visita del 3-4 settembre a Beirut (vedi  https://www.rossoporpora.org/rubriche/papa-francesco/970-francesco-amazzonia-nel-2007-che-noia-libano-e-visita-di-parolin.html )

Ora la proposta è esaminata in Segreteria di Stato, che grazie alla sua capillare rete diplomatica cercherà di far sì che essa sia concretizzata. Cosa naturalmente tutt’altro che facile.

E’ evidente che una riforma in profondità del sistema politico libanese non avrebbe un gran senso se il Paese non fosse riconosciuto neutrale e continuasse a restare inviluppato nella contesa mediorientale tra sunniti e sciiti, terreno di scontro per procura tra grandi e medie potenze.

Non solo: si può pensare che il riconoscimento del Libano quale Stato neutrale non possa prescindere dal disarmo di quegli attori del dibattito politico libanese che invece hanno costituito vere e proprie milizie concorrenti dell’esercito nazionale. In concreto: bisogna che Hezbollah accetti il suo disarmo. Al momento, realisticamente, tale possibilità è difficilmente attuabile.

La diplomazia vaticana però non si scoraggi e, pur molto impegnata in altri ‘dossier’ di primaria importanza come quello cinese e quello caucasico, non lasci cadere la proposta lungimirante del patriarca Raï.

Del resto dal Libano almeno una notizia tanto buona quanto sorprendente (ma nel Medio Oriente molto si sta muovendo) è giunta il 30 settembre: il presidente Aoun (cristiano) e il presidente del Parlamento (Berri, sciita) hanno dato il loro consenso all’avvio di negoziati con Israele – promossi dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’ONU – per la definizione dei confini marittimi e terrestri (“fattorie di Shebaa”, circa un chilometro quadrato) dei due Stati, tecnicamente ancora in guerra tra loro. I negoziati dovrebbero essere avviati a metà ottobre e riguarderanno in particolare 860 chilometri quadrati di mare ricchi di idrocarburi. Se si dovesse addivenire a un accordo, sia il Libano che Israele potrebbero sfruttare i giacimenti di gas nell’area oggi controversa.

 

SPAGNA: IL DESTINO DEL VALLE DE LOS CAIDOS DOPO LA DECISIONE DEL GOVERNO SPAGNOLO DI TRASFORMARLO IN CIMITERO CIVILE E LUOGO PEDAGOGICO DI “MEMORIA DEMOCRATICA”

Dopo che il governo rosso-rosso di Psoe e Podemos ha annunciato il 15 settembre l’approvazione di un avamprogetto di revisione della Legge zapaterica sulla memoria storica, si è prevedibilmente acceso (anche nella Spagna flagellata dal Cinavirus e dalle sue pesantissime conseguenze in ambito sociale, economico, psichico) un aspro dibattito sul destino laicista che si vorrebbe riservare al Valle de los Caidos e ai benedettini che ne custodiscono la sacralità di mausoleo di riconciliazione nazionale voluto dal generale Franco: lì sono sepolti insieme decine di migliaia di combattenti azzurri e rossi  (https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/976-card-becciu-utero-in-affitto-spagna-revisione-legge-memoria.html ).  

La Santa Sede è direttamente coinvolta nella questione. Da una parte il governo spagnolo rosso-rosso fin qui ha privilegiato i contatti in materia religiosa con il Vaticano rispetto a quelli con la conferenza episcopale spagnola (ritenuta ‘infida’).

Dall’altra il Vaticano è conscio che i recenti sviluppi della vicenda, indubbiamente delicata, toccano profondamente una parte consistente dei cattolici spagnoli, ultima tappa di una progressione laicista che resuscita i fantasmi tragici della Repubblica spagnola degli Anni Trenta con le sue persecuzioni. E, come è noto (ma deve sempre essere ripetuto per gli opportunisti politicamente corretti del nostro tempo),  la conseguenza di un laicismo fanatico fu l’Alzamiento del 18 luglio 1936, grazie al quale la Chiesa spagnola poté evitare l’annientamento. Un fatto, non un’opinione.

Quali margini di manovra ha nel caso la Santa Sede per riuscire a evitare che il Valle de los Caidos divenga un cimitero civile e una meta pedagogica di “memoria democratica” per illustrare “i crimini del franchismo” (l’impudenza faziosa del governo rosso-rosso, erede delle persecuzioni anticattoliche degli Anni Trenta, qui raggiunge il suo apice)? Non molto ampi, ma esistono.

Dapprima si può prospettare (ma la questione va approfondita) l’eventuale lesione del Concordato del 1979 ispano-vaticano. Poi c’è il fatto che il Valle de los Caidos è Basilica pontificia minore. Pontificia (titolo assegnato da Giovanni XXIII nel 1960)… e dunque qui c’è altra materia da approfondire: può un governo sopprimere una Basilica pontificia senza provocare una forte reazione della Santa Sede?

Non solo: nel Valle de los Caidos, in terra sacra, sono sepolti numerosi beati della Guerra civile spagnola. Può un governo decretare che il cimitero diventa civile? Ancora: può un governo imporre la cacciata dei benedettini (guidati dall’intrepido e battagliero abate Santiago Cantera), membri di un ordine che dipende dalla Santa Sede? Inoltre: moralmente può la Santa Sede ignorare la gravità della ferita inferta da tali decisioni laiciste a tanti cattolici spagnoli? E, se la Santa Sede – come si dice a Roma – dovesse ‘abbozzare’, non stimolerebbe il governo spagnolo a proseguire sulla strada anticattolica intrapresa, con un succedersi di altre nefandezze? Per restare anche solo al Valle de los Caidos la prima potrebbe essere l’abbattimento della grande croce (150 metri di altezza con le sculture degli evangelisti e dei loro simboli e delle virtù cardinali): un pugno nell’occhio per i nipotini ideologici dei rossi degli Anni Trenta.  

Per il cardinale Parolin e per la Segreteria di Stato della Santa Sede non manca la materia per approfondire il dossier, per riflettere e per cercare risposte dignitose e vie legali che possano ‘salvare’ almeno parzialmente – occorre essere realisti - nella sua attuale configurazione il Valle de los Caidos. Anche in questo caso – come in quello del Libano – sottovalutare tale dossier sarebbe ingiustificato. Molto doloroso per tanti cattolici. E pure pericoloso, pensando al futuro anche prossimo della Spagna. Sulla quale planano le ombre minacciose degli Anni Trenta del secolo scorso.