FRANCESCO: AMAZZONIA NEL 2007? CHE NOIA! - LIBANO E VISITA DI PAROLIN - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 4 settembre 2020

 

Giovedì 3 settembre, nel discorso a braccio rivolto a un gruppo di laici francesi impegnati per la “Laudato si’ “, Jorge Mario Bergoglio ha rievocato con vivacità la genesi dell’enciclica – Oggi, venerdì 4 settembre, è giornata di preghiera e digiuno per il Libano: il cardinale Parolin nel Paese dei Cedri a nome del Papa. L’arrivo a Beirut il 3 pomeriggio, visita molto intensa. Il Vaticano studierà con attenzione la proposta di neutraltà per il Libano del patriarca Béchara Raï. 

 

PAPA BERGOGLIO E LA GENESI ASSAI INSOLITA DELLA LAUDATO SI'

Giovedì 3 settembre - dopo il card. Sarah, il presidente della Corte penale internazionale e due nunzi apostolici – in tarda mattinata papa Francesco ha ricevuto in udienza un gruppo di laici che collaborano con la Conferenza episcopale francese sui temi della Laudato si’. Come spesso gli capita, consegnato il discorso scritto, ne ha improvvisato uno a braccio, meno paludato e più personale, con riferimento particolare alla genesi dell’enciclica della ‘conversione ecologica’ (copyright Lev). Ve ne offriamo alcuni passi non certo privi di interesse e utili ad incrementare la conoscenza dei comportamenti papali… I neretti sono nostri.

.Vorrei incominciare con un pezzo di storia. Nel 2007 c’è stata la Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano in Brasile, ad Aparecida. Io ero nel gruppo dei redattori del documento finale, e arrivavano proposte sull’Amazzonia. Io dicevo: “Ma questi brasiliani, come stufano con questa Amazzonia! Cosa c’entra l’Amazzonia con l’evangelizzazione?”. Questo ero io nel 2007. Poi, nel 2015 è uscita la Laudato si’. Io ho avuto un percorso di conversione, di comprensione del problema ecologico. Prima non capivo nulla!

. Quando sono andato a Strasburgo, all’Unione Europea, (NdR: 25 novembre 2014, visita al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa) il presidente Hollande ha inviato, per ricevermi, il Ministro dell’ambiente, Ségolène Royal. Abbiamo parlato in aeroporto… All’inizio poco, perché c’era già il programma, ma dopo, alla fine, prima di partire, abbiamo dovuto aspettare un po’ di tempo e abbiamo parlato di più. E la Signora Ségolène Royal mi ha detto questo: “E’ vero che Lei sta scrivendo qualcosa sull’ecologia? - c’était vrai! - Per favore, la pubblichi prima dell’incontro di Parigi!”. (NdR: dicembre 2015)

. Io ho chiamato l’equipe che la stava facendo – perché voi sappiate che questa non l’ho scritto io di mio pugno, è stata un’équipe di scienziati, un’équipe di teologi e tutti insieme abbiamo fatto questa riflessione –, chiamai questa équipe e dissi: “Questo deve uscire prima dell’incontro di Parigi” – “Ma perché?” – “Per fare pressione”.

. Da Aparecida a Laudato si’ per me stato un cammino interiore. Quando ho incominciato a pensare a questa Enciclica, chiamai gli scienziati – un bel gruppo – e ho detto loro: “Ditemi le cose che sono chiare e che sono provate e non ipotesi, le realtà”. E loro hanno portato queste cose che voi oggi leggete lì (NdR: oggettivamente ce ne sono anche di indigeste dal punto di vista dei fatti reali). Poi, chiamai un gruppo di filosofi e teologi [e dissi loro]: “Io vorrei fare una riflessione su questo. Lavorate voi e dialogate con me”. E loro hanno fatto il primo lavoro, poi sono intervenuto io. E, alla fine, la redazione finale l’ho fatta io. Questa è l’origine.

 

PIUME E ‘BUEN VIVIR’

. Poi è venuto il Sinodo sull’Amazzonia. Quando sono andato in Amazzonia, ho trovato tanta gente lì. Sono andato a Puerto Maldonado, nell’Amazzonia peruviana. Ho parlato con la gente, con tante culture indigene differenti. Poi ho pranzato con 14 capi loro, tutti con le piume, vestiti come da tradizione. Parlavano con un linguaggio di saggezza e di intelligenza molto alto! Non solo di intelligenza, ma di saggezza. E poi domandai: “E lei cosa fa?” – “Io sono professore all’università”. Un indigeno che lì portava le piume, ma all’università andava in borghese. “E lei signora?” – “Io sono la responsabile del ministero dell’educazione di tutta questa regione”. E così, uno dopo l’altro. E poi una ragazza: “Io sono studentessa di scienze politiche”. E qui ho visto che era necessario eliminare l’immagine degli indigeni che noi vediamo soltanto con le frecce. Ho scoperto, fianco a fianco, la saggezza dei popoli indigeni, anche la saggezza del “buon vivere”, come lo chiamano loro. Il “buon vivere” non è la dolce vita, no, nel dolce far niente, no. Il buon vivere è vivere in armonia con il creato. E questa saggezza del buon vivere noi l’abbiamo persa. I popoli originari ci portano questa porta aperta. E alcuni vecchi dei popoli originari dell’Ovest del Canada, si lamentano che i loro nipoti vanno in città e prendono le cose moderne e dimenticano le radici. E questo dimenticare le radici è un dramma non solo degli aborigeni, ma della cultura contemporanea.

. L’armonia umana non tollera i patti di compromesso. Sì, la politica umana – che è un’altra arte e necessaria – la politica umana si fa così, con dei compromessi perché può mandare avanti tutti. Ma l’armonia no. Se tu non hai radici l’albero non andrà avanti. C’è un poeta argentino, Francisco Luis Bernárdez – è morto già, è uno dei nostri grandi poeti – che dice: “Todo lo que el árbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado”. Se l’armonia umana dà dei frutti è perché ha delle radici.

 

LIBANO: L’APPELLO PAPALE DEL 2 SETTEMBRE, CUI E’ SEGUITA LA VISITA DI SOLIDARIETA’ A BEIRUT DEL CARDINALE PAROLIN (CHE STUDIERA' CON ATTENZIONE LA PROPOSTA DI NEUTRALITA' PER IL LIBANO LANCIATA DAL PATRIARCA BECHARA RAI)

 

Mercoledì 2 settembre, in occasione dell’Udienza generale nel cortile di San Damaso, papa Francesco ha lanciato un appello per il Libano, inserendolo prima dei saluti in italiano. Nell’appello il pontefice ha invitato “tutti a vivere una giornata universale di preghiera e digiuno per il Libano”, fissandola per venerdì 4 settembre. Per lo stesso giorno ha espresso l’intenzione di inviare nel Paese dei Cedri come suo rappresentante ( “per esprimere la mia vicinanza e solidarietà”) il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin.

Nell’appello – preceduto dal bacio papale alla bandiera libanese (sorretta al suo fianco dal sacerdote maronita padre Georges Breidy) – Francesco ha rievocato tra l’altro alcuni passi di quanto scritto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica del 7 settembre 1989, in tempi in cui nel Paese infuriava il conflitto tra occupanti siriani e esercito libanese guidato proprio dall’odierno presidente Aoun:  “Di fronte ai ripetuti drammi, che ciascuno degli abitanti di questa terra conosce, noi prendiamo coscienza dell’estremo pericolo che minaccia l’esistenza stessa del Paese. Il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine”. E più oltre, riferendosi all’indizione di una giornata di ‘preghiera universale per la pace nel Libano’, osservava il papa polacco: “Mandando ad effetto questa iniziativa spirituale, la Chiesa desidera manifestare al mondo che il Libano è qualcosa di più di un Paese: è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l'Oriente come per l'Occidente!” . Così concludendo (quest’ultimo passo non è stato ripreso nell’appello di papa Francesco): “La scomparsa del Libano diverrebbe senza alcun dubbio uno dei più grandi rimorsi del mondo. La sua salvaguardia è uno dei compiti più urgenti e più nobili che il mondo contemporaneo deve assumersi”.

Da parte sua nell’appello di mercoledì 2 settembre papa Francesco domandavaai politici e ai leader religiosi di impegnarsi con sincerità e trasparenza nell’opera di ricostruzione, lasciando cadere gli interessi di parte e guardando al bene comune e al futuro della nazione”, rinnovando “altresì l’invito alla Comunità internazionale a sostenere il Paese per aiutarlo ad uscire dalla grave crisi, senza essere coinvolto nelle tensioni regionali”. (NdR: qui si nota un velato accenno alla proposta insistita del cardinale patriarca Béchara Raï in favore di uno statuto di neutralità per il Libano – vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/967-libano-le-ragioni-del-patriarca-rai-polonia-1920-vistola-decisiva.html ). Il Papa si rivolgeva poi agli abitanti della capitale: “In modo particolare mi rivolgo agli abitanti di Beirut, duramente provati dall’esplosione: riprendete coraggio, fratelli! La fede e la preghiera siano la vostra forza. Non abbandonate le vostre case e la vostra eredità, non fate cadere il sogno di quelli che hanno creduto nell’avvenire di un Paese bello e prospero”. E così concludeva: “Adesso vi chiedo di affidare a Maria, Nostra Signora di Harissa, le nostre angosce e speranze. Sia Lei a sostenere quanti piangono i loro cari e infondere coraggio a tutti quelli che hanno perso le loro case e con esse parte della loro vita. Che interceda presso il Signore Gesù, affinché la Terra dei Cedri rifiorisca ed effonda il profumo del vivere insieme in tutta la Regione del Medio Oriente”.

 

PIETRO PAROLIN IN LIBANO GIOVEDI’ 3 E VENERDI’ 4 SETTEMBRE: INCONTRO A SAN GIORGIO, MESSA AL SANTUARIO DI HARISSA, VISITA AL PRESIDENTE AOUN E ALLE AREE SINISTRATE DI BEIRUT

Facendo seguito alle parole del Papa, il cardinale Parolin è atterrato all’aeroporto di Beirut già giovedì pomeriggio 3 settembre, raggiungendo poi la cattedrale maronita di San Giorgio (danneggiata dall’esplosione del 4 agosto), dove ha incontrato diversi leader cristiani e musulmani: “Il Libano non è solo. Noi vi affianchiamo nel silenzio e nella solidarietà per esprimervi il nostro affetto”, ha rilevato il Segretario di Stato vaticano, aggiungendo che “il Libano ha bisogno del mondo, ma il mondo ha bisogno del Libano in termini di solidarietà e di libertà. Insieme ricostruiremo Beirut”. Poi una riflessione: “La nostra sofferenza può aiutarci a purificare le nostre intenzioni e a rafforzare la nostra determinazione a vivere insieme in pace e dignità, a lottare per un migliore governo che favorisca la responsabilità, la trasparenza e la responsabilità. Insieme possiamo sconfiggere la violenza e ogni forma di autoritarismo, promuovendo una cittadinanza inclusiva basata sul rispetto dei diritti e dei doveri fondamentali”.  Occorre infine “insistere con tutti i leader politici libanesi, quelli dei partiti tradizionali come anche dei movimenti di nuova formazione, per promuovere con sincerità e concretezza i talenti dei giovani e le loro aspirazioni di pace e di un futuro migliore”.

Pietro Parolin ha visitato in seguito le cattedrali greco-cattolica e greco-ortodossa, piazza dell’Etoile e la moschea Muhammad el-Amine, tutte pesantemente danneggiate, con vetrate e lampadari in frantumi. A margine della visita in moschea il cardinale ha detto che “il Pontefice vuole visitare il Libano, è pronto se le condizioni lo consentiranno”.

 

L’OMELIA AL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL LIBANO

Nell’omelia serale della santa messa solenne - celebrata ad Harissa nei giardini del celebre Santuario di Nostra Signora del Libano con una folta presenza giovanile– il Segretario di Stato ha ribadito che il Libano non è solo e rifiorirà: qui, rievocando Isaia, si è augurato che il Libano si trasformi presto in frutteto e poi in foresta. I libanesi sono oggi “esausti e sconfortati”, sopraffatti dalla “crisi economica, sociale e politica che ancora soffia nel Paese”, oltre che insidiati dal coronavirus e impoveriti ulteriormente dalla tragedia del 4 agosto, che ha causato a oggi circa 200 morti, settemila feriti e trecentomila sfollati. Tuttavia i libanesi sono invitati a seguire l’esempio dell’apostolo Pietro” che, stanco e disperato per non aver pescato nulla, torna a gettare le reti seguendo l’invito di Gesù, riuscendo questa volta a riempire le reti di pesci”. Dunque “la Parola di Dio ha cambiato la realtà di Pietro. La Parola di Dio invita i libanesi ad andare avanti con dignità. La realtà cambierà. Dio accompagni i libanesi”. Certamente “la rinascita, non solo fisica, del Libano” richiede  “un nuovo approccio alla gestione della res publica” sotto il segno “della trasparenza e della responsabilità collettiva al servizio del bene comune”. A tale proposito il cardinale Parolin ha ricordato lo spirito proverbiale di adattamento dei libanesi , cui “sono allergici” i giovani che associano tale spirito, “dopo l’esplosione del porto, a impunità”. Però i giovani vanno lodati: hanno lavorato in migliaia “nel pulire, rimuovere macerie, riabilitare case, scuole, ospedali della capitale. I giovani sono segno di speranza e sanno conquistare la saggezza degli anziani senza paura di sognare un domani migliore”.

 

L’INCONTRO CON IL PRESIDENTE AOUN

Stamattina, venerdì 4 novembre, il numero due vaticano ha fatto visita al presidente Michel Aoun, già incontrato altre volte (la prima il 16 marzo 2017, in Vaticano e poi presso il Collegio maronita, qualche mese dopo l’elezione dello stesso Aoun alla testa dello Stato libanese). Durante il colloquio il cardinale Parolin, a nome del Papa, ha insistito sulla necessità di preservare l’identità libanese e sull’urgenza di impegnarsi in un dialogo aperto e sincero con l’intera società nazionale, con i giovani in prima fila. Aoun dal canto suo, dopo aver ringraziato papa Francesco per il forte sostegno dato al Paese dei Cedri, ha assicurato che verrà fatta giustizia in relazione alle esplosioni del 4 agosto nel porto di Beirut.

 

IL VATICANO STUDIERA’ CON ATTENZIONE LA PROPOSTA PER UN LIBANO NEUTRALE DEL PATRIARCA RAI

Parolin ha raggiunto poi la sede patriarcale di Bkerké per un nuovo incontro con il patriarca Raï: “Abbiamo preso conoscenza dell’iniziativa del patriarca maronita riguardante la neutralità e la studieremo con attenzione”, ha dichiarato il Segretario di Stato.

Successivamente, prima di raggiungere l’aeroporto internazionale, il cardinale Parolin ha percorso diversi quartieri devastati, incontrando parenti delle vittime, visitando l’ospedale Notre Dame du Rosaire (dove ha celebrato una messa), la scuola del Sacro Cuore, l’ospedale di Geitaoui, il quartiere detto della Quarantena (marinara) - dove un folto gruppo di abitanti l’ha accolto portando rose bianche - una caserma di pompieri.

Da evidenziare che il porporato ha letto pubblicamente, al porto, un breve messaggio di papa Francesco, in cui il Pontefice trae spunto dai versetti del profeta Geremia: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura per concedervi un futuro pieno di speranza”. La storia anche recente del Libano non induce all’ottimismo… Esorta però il Papa: "Signore, crediamo che vigili sulla tua Parola, per realizzarla e speriamo, contro ogni speranza o disgrazia. Ti ringraziamo per il tuo amore che si è espresso tramite la solidarietà di molti. Ti affidiamo il Libano, con il suo popolo, le sue guide religiose e politiche ed i suoi giovani, affinché esso realizzi la sua vocazione di ‘Messaggio di pace e di fraternità’ alla quale l’hai chiamato”. Il Segretario di Stato, deposta una corona di fiori, si è raccolto in preghiera davanti al panorama delle macerie, uno “scenario apocalittico”. .

Già sin d’ora si può dire che la visita di solidarietà del cardinale Parolin si è inserita tra quelle più importanti registrate in quest’ultimo mese a Beirut, insieme con quelle di Macron (la Francia non vuole rinunciare a una sorta di ‘protettorato’ sul suo ultimo bastione mediorientale) e di David Schenker (segretario di Stato aggiunto statunitense). Con un di più sostanziale: Parolin ha toccato con mano anche le conseguenze della tragedia nella realtà quotidiana di Beirut, con un popolo che grida la sua indignazione e la sua disperazione.

Un’indignazione e una disperazione di cui continua a farsi eco il patriarca maronita Béchara Raï, che - anche nelle interviste rilasciate nelle scorse ore – ha insistito sulla gravità complessiva della situazione (con il 60% della popolazione che vive sotto il livello di povertà secondo i dati ONU), ha ringraziato per gli aiuti che giungono da tutto il mondo (ma ha anche osservato che i libanesi vogliono essere autosufficienti), ha lanciato un altro monito ai politici perché siano responsabili e non irresponsabili come finora, ha incoraggiato i giovani a continuare a farsi sentire nella loro volontà di cambiamento, ha ribadito che si sta lavorando per un progetto di ‘neutralità attiva’ riconosciuta al Libano (una proposta lanciata dal patriarca stesso a inizio luglio e poi sviluppata nel memorandum pubblicizzato il 17 agosto, proposta apprezzata come s’è detto dal cardinale Parolin), è tornato sul grave problema costituto dalla presenza in Libano di oltre un milione e mezzo di rifugiati siriani (che si aggiungono ai 500mila palestinesi): occorre disgiungere, ha detto, la soluzione politica della guerra in Siria dal ritorno dei rifugiati nella madrepatria.