PENSIERO UNICO: GLI SVIZZERI SI METTONO LA MUSERUOLA LGBT - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 17 febbraio 2020

 

Il pensiero unico avanza nel mondo, comprimendo gli spazi di libertà d’espressione. Un significativo esempio europeo nell’ultimo mese, da quando ‘Rossoporpora’ è stata costretta a una pausa forzata. Con il voto del 9 febbraio l’elettorato svizzero si è voluto mettere la museruola lgbt. A breve il ‘matrimonio per tutti’, poi una serie di ‘conquiste progressiste’ riguardanti i temi della vita e della famiglia. E chi è pubblicamente contrario rischierà di trovare un giudice molto occhiuto…

Incominciamo oggi un breve riepilogo di alcuni fatti accaduti dal 9 gennaio, da quando cioè la goletta di ‘Rossoporpora’ è stata costretta a rientrare in porto per una revisione meccanica indifferibile del suo capitano e mozzo tuttofare.

Partiamo dall’ esempio svizzero, che bene rende la portata devastante del tentativo di imporre un pensiero unico in materia di vita, famiglia, educazione, comprimendo di conseguenza gli spazi di libertà d’espressione in tali ambiti. Come è ormai tristemente assodato,  anche in Italia l’offensiva è in pieno svolgimento. Basti pensare a ciò che è successo al Liceo Laura Bassi di Bologna per ‘festeggiare’ il giorno di San Valentino: indizione dell’assemblea degli studenti su “quanto è importante parlare di amore e sessualità nel 2020: miti da sfatare, tabù generali e tanta disinformazione”. A partire dalle nove e per l’intera mattinata possibilità di scegliere tra corsi e attività diverse: “Drag Queens, dalla teoria al preservativo, identità di genere e identità sessuale, Gay sex education, Pride,  Affettività e sessualità, Sessismo nelle scuole, ecc…” (con l’obbligo di partecipare ad almeno uno degli appuntamenti). Tra i relatori i rappresentanti del centro sociale Cassero in veste lgbtiq+center . Si parlava di totalitarismo? Eccoli lì, i nipotini dei nonni novecenteschi…

Veniamo a quanto successo in Svizzera. L’ultima riflessione di www.rossoporpora.org prima della pausa era dedicata al referendum in materia di ‘omofobia’ e ‘transfobia’ indetto per il 9 febbraio (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/923-svizzera-voto-su-norma-anti-omofobia-no-a-censura-opinioni.html ). In sintesi l’elettorato elvetico doveva decidere se approvare l’estensione dell’articolo 261 bis del Codice penale – relativo alle discriminazioni razziali, etniche, religiose – alle discriminazioni fondate sull’ “orientamento sessuale”. Personalmente l’estensione ci era sembrata inutile (già molti articoli del Codice sanzionano gli atti di violenza di vario genere contro la persona) e pericolosa per la libertà d’espressione (a causa dell’interpretazione non univoca della stessa che la Magistratura avrebbe potuto dare).

Massiccia la propaganda per il ‘sì’, chiesto dal Governo, dal Parlamento, dalla sinistra e dal centro (cui si rifanno anche quasi tutti i media): il ‘no’ era sostenuto solo dall’Unione democratica di Centro (maggior partito svizzero con circa il 25% dei voti) e dalla piccola formazione dell’Unione democratica federale (destra protestante. Nel comitato nazionale per il ‘no’ anche il leghista ticinese Lorenzo Quadri.

 

L’ESITO DEL VOTO

Le (facili) previsioni sono state sostanzialmente rispettate, anche se il ‘no’ ha dato prova di riuscire a trascinare quasi il 40% dei votanti.

I voti favorevoli sono risultati 1.413.607 (63,08%), quelli contrari 827.360 (36,92%). La partecipazione nazionale si è attestata al 41,2% (un livello piuttosto modesto anche per gli standard elvetici).

La Svizzera di lingua francese (“romanda”) ha approvato la proposta in maniera massiccia: vedi il Canton Vaud (Losanna) con l’80,2%, Ginevra (76,3%), Giura (73,8%), Neuchâtel (73,7%). I cantoni misti (francese – tedesco) hanno pure sostenuto la modifica: Friburgo con il 68,4%, Vallese con il 62,7%. Il canton Berna è pure misto tedesco-francese, ma con una grande prevalenza alemannica e dunque lo poniamo tra i cantoni svizzero-tedeschi. Il cantone trilingue dei Grigioni (tedesco-italiano-romancio) ha detto sì con il 58,6%.

La Svizzera tedesca invece si è divisa nettamente: le città sono risultate favorevoli, ma molti comuni (soprattutto della fascia centro-orientale) hanno respinto la norma. Se il semicantone di Basilea-città ha dato il 71,9% di ‘sì’, la percentuale dei favorevoli è calata al 63,5% nel canton Zurigo, al 59, 6% nel cantone Lucerna, al 59,4% nel canton Berna. Ancora meno i ‘sì’ ad esempio nei cantoni di Argovia (56,4%), Sciaffusa e San Gallo (55,2%), Turgovia (51,5%), Nidwaldo (51,3%), Appenzello esterno (51,1%), Obwaldo (50,8%). Prevalenza dei ‘no’ nei cantoni Svitto (51,7%), Uri (51,1%) e nel semicantone di Appenzello interno (54, 1%). Sono i cantoni della cosiddetta “Svizzera primitiva”, in cui la difesa della libertà d’espressione è ancora ben radicata.

Nel canton Ticino i favorevoli hanno raggiunto il 66,8%, con una partecipazione molto modesta del 38,9%. Del risultato si sono significativamente compiaciuti i siti lgbt online italiani.  Si vede che alla maggior parte dei ticinesi preme poco delle possibili restrizioni alla libertà d’espressione derivate dall’approvazione della norma. Del resto… già il 14 maggio 2018 ci eravamo occupati del primo Gay Pride a Lugano nell’articolo dal titolo “Svizzera/Ticino: Un bel cantone dalla ga(y)etta pelle?” (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/781-svizzera-ticino-un-bel-cantone-dalla-ga-y-etta-pelle.html) …

Dal punto di vista confessionale, si noterà una massiccia prevalenza di ‘sì’ nelle zone francofone storicamente protestanti (come Vaud, Ginevra, Neuchâtel). Per quanto riguarda le zone storicamente cattoliche vi ritroviamo una varietà di atteggiamenti. Al 73,8% del francofono Giura e al 66,8 dell’italofono Ticino, si contrappongono i risultati attorno al 50% della Svizzera centrale e orientale (con una prevalenza numerica di comuni contrari). Come avevamo riferito, se le confessioni protestanti si sono palesemente divise, la Chiesa cattolica ufficialmente (Conferenza dei vescovi svizzeri) non ha preso posizione (va segnalato però il vescovo ausiliare di Coira Marian Eleganti che si è segnalato pubblicamente – e dunque va ancora più apprezzato - per il ‘no’).

 

CHE COSA SUCCEDERA’ ADESSO?

Che cosa succederà adesso? La norma dovrebbe entrare in vigore il primo luglio 2020 e si prevede che la nota lobby eserciterà da subito la collaudata vigilanza arcobaleno. Si potrà ancora dire pubblicamente (senza essere perseguiti) frasi come le seguenti: “Il matrimonio vero è solo tra uomo e donna, possibilmente teso alla procreazione”, “Non esistono figli di coppie omosessuali, ma figli dell’ uno o l’altro dei partner?, “Non è equo che lo Stato ponga sullo stesso piano chi contribuisce alla sua sopravvivenza grazie alla procreazione (famiglia uomo-donna) e chi invece- per limiti posti dalla natura- non potrà mai farlo (se non con la turpe pratica dell’utero in affitto o con insensate adozioni)”, “E’ necessario, se possibile – per ragioni di ordine naturale - che i figli abbiano un padre e una madre”. “La diffusione del gender fluid provocherà molto probabilmente gravi danni sociali, i cui costi morali e materiali dovranno essere sopportati dallo Stato, cioè da tutti i cittadini?”. Ecc…ecc…

Alcune considerazioni post-voto suonano molto poco rassicuranti.

Nella consueta conferenza-stampa di commento dei risultati, la consigliera federale Karin Keller-Sutter (liberale-radicale, ministro della Giustizia) si è detta fiduciosa che i tribunali applicheranno in maniera moderata le nuove disposizioni. In maniera moderata? Che significa di preciso… che ci potrebbero essere applicazioni non moderate?

Nel commento del 9 febbraio sul maggior giornale ‘progressista’ svizzero, il Tages Anzeiger di Zurigo, osserva tra l’altro l’editorialista Claudia Blumer: “E’ giusto: nonostante la nuova norma le opinioni dovrebbero essere espresse ancora liberamente. Però nei dibattiti parlamentari alcuni politici dovranno fare più attenzione alle loro parole, sebbene godano in tale veste dell’immunità “. E brava la Blumer così sincera!

Come previsto, all’approvazione della nuova norma seguiranno altre gloriose imprese ‘progressiste’. La già citata Blumer scrive: “Prossimamente il Consiglio nazionale (Camera dei deputati) dibatterà sul ‘matrimonio per tutti’. E qui leggiamo alcune dichiarazioni di Petra Gössi, presidente dei liberali-radicali: “Il ‘matrimonio per tutti sarà discusso a breve in Parlamento, merntre altre proposte nell’ambito della fecondazione artificiale non sono ancora così mature”. Per il presidente del (cosiddetto) partito democristiano Gerhard Pfister, “se si vuole si potrebbe ancora provare un’estensione della norma anti-discriminazioni ai transessuali”, come proposto dai socialisti. Per la prima volta poi il (cosiddetto) partito democristiano sostieme anche il matrimonio per tutti. Qui il presidente dell’Unione democratica di centro Albert Rösti ha richiamato invece i valori cristiani e Pfister ha ribattuto che anche dal punto di vista di tali valori il matrimonio per tutti è ben difendibile. Per favore regalate al presidente democristiano – palesemente poco acculturato - una copia del catechismo della Chiesa cattolica!

Tra le associazioni si distinguono Terre des hommes Svizzera, che ha espresso soddisfazione per il risultato e l’immancabile Amnesty International. Quest’associazione molto (ma molto) controversa da una parte si è dichiarata contenta del voto (“Passo importante verso una protezione estesa dei diritti della comunità lgbt”), dall’altra ha chiesto protezione giuridica anche per ciò che riguarda l’identità di genere. Si  sono subito levate voci anche per la “registrazione sistematica dei crimini d’odio nelle statistiche”, per l’adozione di bambini da parte delle coppie gay, per l’accesso alle banche del seme per le coppie lesbiche, quando saranno “sposate” (dopo l’approvazione del matrimonio per tutti). Ormai la diga è rotta e si può ben prevedere che tra qualche anno – considerati i guasti sociali provocati dalle novità ‘progressiste’- la maggior parte degli svizzeri si sarà pentita di certe decisioni insensate. Ma allora fare retromarcia diventerà un’impresa ardua.