ROSSOPORPORA DI SETTEMBRE 2001 di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE'

Il cardinale François-Xavier Van Thuan e la globalizzazione nell'ottica della Dottrina sociale della Chiesa

 

L’ultimo numero (il 14) del quadrimestrale “Nuntium” – rivista della Pontificia Università Lateranense – è dedicato a un tema di indubbia rilevanza, quello della “New economy dopo il boom”. Particolarmente interessante tra gli altri è l’intervento del cardinale François-Xavier Van Thuan, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace”, che così esordisce: “La nuova economia interpella fortemente la Dottrina sociale della Chiesa per i molti elementi di novità che essa contiene e le forti ambiguità di cui è portatrice”. Ovvero, come rileva Giovanni Paolo II (13.5.2000), “se la mondializzazione dell’economia e lo sviluppo delle nuove tecniche offrono reali possibilità di progresso, allo stesso tempo moltiplicano le situazioni di disoccupazione, di emarginazione e di estrema precarietà del lavoro”. Per il cardinale vietnamita, di cui qui si offrirà qualche considerazione (non esaustiva) contenuta nell’intervento, “la nuova economia si caratterizza soprattutto per la sua leggerezza, resa possibile dall’informatica”. E’ però essenziale ribadire che “all’origine della tecnica c’è l’uomo, che, dotato di intelligenza, è anche libero”. Quindi “le invenzioni tecniche non sono che espressioni irresistibili, ancorché riduttive, della ricerca umana della libertà”. Del resto “nella nuova economia globalizzata, dove le regole e le tradizioni sembrano venir meno, l’assunzione di responsabilità da parte del soggetto diventa ancor più fondamentale che nel passato”. E’ vero che “lo scollamento tra finanza ed economia reale e la virtualizzazione dei processi economici possono attenuare il senso di responsabilità degli operatori (inducendoli a non considerare l’impatto delle loro scelte operative su individui, famiglie, società intere)”; tuttavia è auspicabile che si dia all’operatore una formazione completa, fortemente ancorata ai valori della persona umana. A proposito della finanza etica, il cardinale Van Thuan osserva poi che “tutta la finanza – ossia la finanza in quanto tale – deve riscoprire la propria eticità e la finanza etica può fare molto per stimolare un’autentica etica della finanza”. Il porporato rileva anche che “alcuni teorici della nuova economia sembrano accettare una certa disoccupazione strutturale come inevitabile prezzo da pagare per l’innovazione”: la Dottrina sociale della Chiesa, invece, “insiste sul lavoro come dovere ma anche diritto e fonte di diritti”, così che “non considera obsoleto l’ideale regolativi della piena occupazione”. Ancora: “L’idea del giusto salario proposto fin dalle origini dalla Dottrina sociale si scontra oggi con una concorrenza mondiale fra lavoratori e richiede una sua rimodulazione in rapporto alle diverse società e culture”.

Se si pensa però che la nuova economia è pur sempre “un modo per regolare il soddisfacimento dei bisogni umani  in situazione di scarsità di beni, si riscontrano molti punti di contatto con la Dottrina sociale”. La quale “in molte sottolineature ha anticipato la nuova economia”. Ad esempio “la visione soggettiva del lavoro prospettata soprattutto nella “Sollicitudo rei socialis” trova ampie conferme nell’importanza assegnata alla soggettività e alla creatività nella nuova economia, permettendo di contrastare il possibile strapotere dell’apparato tecnologico”. Considerando poi che il lavoro “è sempre un lavorare con gli altri e per gli altri”, la Dottrina sociale non misconosce certo la collaborazione in rete, caratteristica della nuova economia. Insomma “le due realtà sono in grado di dialogare e la Dottrina sociale può offrire spunti di orientamento su temi che, in fondo, anche la nuova economia sente come proprie esigenze”.

Tra i protagonisti del dibattito sulla globalizzazione e sul vertice di Genova il cardinale Dionigi Tettamanzi ha rilasciato diverse dichiarazioni e interviste per illustrare la dottrina della Chiesa in materia e motivare l’appoggio dato al cartello di associazioni cattoliche che ha organizzato il convegno del 7-8 luglio e alla veglia missionaria e interreligiosa di preghiera, digiuno, silenzio nella chiesa di Sant’Antonio a Boccadasse il 20-22 luglio. In un’intervista a Repubblica (5 luglio) il porporato ricordava il “primo rischio” del G 8: “Che consideriamo i popoli poveri come dei soggetti passivi, destinatari di qualche umiliante tentativo di elemosina, di qualche briciola caduta dalla mensa di Epulone e che, quindi, non li stiamo a sentire a sufficienza”. Più oltre osservava l’arcivescovo di Genova che “è vero che gli Otto Grandi si autoconvocano e non rappresentano tutti, ma è anche vero che il loro incontro è importantissimo per tutti”. Dopo aver ribadito la necessità del dialogo tra le parti, il cardinale ammoniva in particolare “il mondo finanziario, il mondo tecnologico” a voler ascoltare le richieste del popolo di Seattle: “Sono loro che hanno più responsabilità nella globalizzazione senza regole”. Durante il convegno del 7-8 luglio, il porporato aveva indicato tre vie di responsabilità per alleviare i mali del mondo: “Quella del volontariato, destinato alla costruzione del villaggio globale; quella della partecipazione coraggiosa alla vita politica, come forma privilegiata di carità sociale; quella della testimonianza personale di vita, vita sobria, fatta di condivisione delle situazioni più varie di povertà”. In quell’occasione il cardinale Tettamanzi aveva evidenziato anche la “funzione sociale della proprietà privata: la destinazione universale dei beni è uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa”. A pochi giorni dal vertice, il presule dichiarava a Avvenire(15 luglio) che “mi pare di poter dire che, forse, mai prima di un G 8 si era avuta la percezione di un dibattito così esteso e approfondito (…) Per certi versi si potrebbe già dire che il vertice ha ben prodotto prima ancora di incominciare”. L’arcivescovo di Genova palesava poi la sua impressione che la politica “volesse fare sul serio , non solo nel preparare con decoro l’accoglienza degli ospiti del G 8, ma anche e con pari energia nel voler individuare e raccogliere le provocazioni, talora espresse anche in modo esagitato, dalle tante associazioni di volontariato, per impostare a dovere delle risposte che vanno date davanti alla storia”. Il cardinale Tettamanzi invitava i convenuti a non fare gesti che non fossero pacifici: “Azioni violente non potrebbero che delegittimare chi le compie e vanificare i risultati raggiunti e quelli raggiungibili. Purtroppo però la violenza ha fautori e professionisti che sanno infiltrarsi e mimetizzarsi, con il risultato di coprire con una patina di violenza le rivendicazioni pacifiche cui si associano”. Ai manifestanti pacifici il porporato chiedeva “di sapersi visibilmente distinguere dai violenti”; auspicava infine che un giorno si potesse parlare positivamente di “uno spirito di Genova” nell’affrontare i problemi dell’umanità. Poi sono venuti i giorni degli scontri, di una vera e propria guerra inscenata e pianificata da gruppi di professionisti della violenza con l’aggiunta di fanatici e disperati. In preda all’esasperazione alcuni tutori dell’ordine hanno purtroppo trasceso in modo inaccettabile, infierendo su non pochi fermati. In un’intervista apparsa sul ‘Corriere della Sera” del 23 luglio il cardinale Tettamanzi ha ribadito che “esserci” per un cristiano “non solo ne valeva la pena, ma era un preciso dovere”, perché “il cristiano deve essere dappertutto”. Sulle polemiche riguardanti i propri comportamenti “troppo sbilanciati” (venute anche da CL), il porporato ha osservato che “chi parla, si espone sempre al rischio di essere male interpretato. Le mie affermazioni sono state lette a metà e chi mi presenta come un semplice antiglobalizzatore non ha ascoltato le mie parole e non ha letto i miei scritti”. In un’intervista del giorno dopo a  Avvenire, l’arcivescovo di Genova ha esordito dicendo che “è stato, è ancora, il tempo del dolore, dell’amarezza”. Ma anche quello “della riflessione, dell’assunzione di una responsabilità più profonda e più diffusa”. E’ vero che “le ferite sono tante, e le più gravi sono quelle dello spirito. Come pastore mi trovo a rimarginarle”. Genova “ha patito una furia cieca, ma ha reagito immediatamente, in modo positivo e ordinato”. Il G 8, “nell’insieme – e rispetto a quelli passati – ha maggiormente concentrato l’attenzione sul dramma della povertà nel mondo. Si è fatto qualche passo avanti concreto, per esempio con la costituzione del Fondo contro le malattie, ma è anche vero che le iniziative dei leader potevano essere di più, e più sostanziose”. Ai contestatori il cardinale ha ricordato “che non si possono dettare condizioni al mondo intero, per giunta ricorrendo alla violenza”. Di più: “Non basta escludere la violenza, anche la protesta pacifica deve compiere lo sforzo preliminare di comprendere realmente i problemi, di leggerli in profondità”. Insomma “questo popolo variegato ha bisogno di ritrovare al suo interno chiarezza, lontano da ogni ambiguità”. Ciò anche perché “ci vuole una grande forza morale per essere insieme credibili ed efficaci, per arrivare in modo convincente e senza traumi dolorosi a chi detiene il potere”.  

Tra i porporati che si sono espressi in vista di Genova troviamo il cardinale Angelo Sodano. In un’intervista a Telepace alla vigilia del vertice il Segretario di Stato vaticano, dopo aver detto di “attese molto concrete” in particolare per “povertà, salute, ambiente”, aggiungeva che “bisogna però evitare l’errore di attendere il rinnovamento del mondo da un breve incontro di Capi di Stato o di Governo”.  Il presule parlava poi del “terremoto antiglobalista” come di un “messaggio di speranza, un segno che nel mondo si sentono ancora i valori della solidarietà”. Il problema è “vedere bene quale globalizzazione si voglia”. Citato il confratello Tettamanzi per il “bel titolo al suo recente libro ‘Globalizzazione una sfida’ “, il cardinale Sodano affermava che “i cristiani non si spaventano della globalizzazione”, anche perché “il cristianesimo stesso è una religione globalizzante”. E ricordava che “i convenuti a Genova sono uomini politici liberamente scelti dai loro popoli, personalità che rappresentano Nazioni con grandi culture”. Così concludendo: “Voglio sperare che nessuna macchia nera venga a rovinare tale incontro. Incontrarsi, conoscersi e parlarsi fa parte della nostra civiltà”. Al cardinale Tettamanzi ha inviato una lettera di compiacimento (di cui hanno parlato ampiamente l’ “Avvenire” del 17 luglio e l’ “Osservatore Romano” – a firma del vescovo Giampaolo Crepaldi – del 20 luglio) il cardinale François-Xavier Van Thuan. Nello scritto il porporato vietnamita, riferendosi soprattutto al raduno cattolico del 7-8 luglio, rilevava l’impegno dei partecipanti per la difesa della dignità umana anche in modi non conformi allo spirito del tempo, discutendo dell’argomento “sotto un Crocifisso e all’interno di quattro chiese” e “terminando la giornata  di riflessione con una veglia di preghiera”. Più oltre il cardinale ricordava che quanto si era analizzato a Genova “richiama fortemente il mandato ricevuto” da “Justitia et Pax”; anche il manifestare separatamente da parte delle associazioni cattoliche è servito per evidenziare il loro essere “espressione della società civile non omologabile alle altre”. Infine riferiva il presule della gioia provata nel sentir parlare i cattolici riuniti a Genova di “responsabilità”, caratteristica del cristiano che è chiamato a esercitare la solidarietà come virtù. Il 28 giugno c’era stato l’appello del cardinale James Francis Stafford: “Non sono certo – aveva detto – della determinazione dei politici del Primo Mondo di avere un dialogo con il Terzo Mondo, e per questo è importante che questi leader ascoltino i ragazzi che fanno presenti le loro aspettative sul diritto a una casa, a un lavoro, a un futuro”. Il Presidente del Pontificio Consiglio per i laici aveva però avvertito che “l’unica possibilità di dialogare è che queste manifestazioni siano pacifiche”. Anche il cardinale Carlo Maria Martini, appoggiando la manifestazione cattolica del 7-8 luglio, osservava che “bisogna salvare i valori difesi nel raduno, ma senza violenza”. Da Napoli rilevava il cardinale Michele Giordano che la globalizzazione “non può essere un nuovo tipo di colonialismo, ma deve invece rispettare la diversità delle culture e la promozione di ogni essere umano”. Interessanti le riflessioni del cardinale Paul Poupard, apparse su “ABC” del 9 giugno: “La globalizzazione economica e culturale è un fenomeno molto complesso da decifrare. La contestazione radicale alla globalizzazione è paradossalmente un prodotto della globalizzazione stessa, poiché ha saputo amalgamare gruppi tanto eterogenei come gli indigeni americani, i movimenti anarchici, le sette orientali, i disoccupati e i senza terra, tutto grazie al motore primo della globalizzazione, cioè Internet.” Quale il rischio maggiore della globalizzazione? “Un’omogeneizzazione dissennata per pochi, ciò che comporterebbe una minaccia per la libertà”. Per il cardinale Oscar Andrès Rodriguez Maradiaga “globalizzare gli strumenti è lecito, a meno che questi strumenti non si sostituiscano ai valori”. Il cardinale Silvano Piovanelli è intervenuto prima e dopo il vertice del G 8. Sotto il titolo “Diremo no, come Gandhi” l’arcivescovo emerito di Firenze scriveva a giugno tra l’altro: “Il cosiddetto ‘Popolo di Seattle’ contesta la globalizzazione selvaggia e senza regole che è attualmente in atto e che impone un modello di sviluppo radicalmente centrato sul consumismo”. E, “se il G 8 vuole imporre un mondo unico, dove domina l’unica ideologia del denaro e dei corpi, allora, per fedeltà al Vangelo, ci mettiamo dalla parte delle ‘tute bianche’ e diciamo: No al G 8!” Con un’aggiunta essenziale: “Diciamo no senza violenza, senza contrapposizioni frontali, senza integralismi”.  Lo stesso porporato, in un articolo apparso nel Corriere della Sera del 27 luglio, ha esordito dicendo di provare “tristezza e vergogna”. Vergogna: “cosa penseranno quei poveri che sono la ragione della nostra protesta? E i volontari, a cominciare dai missionari – preti, religiosi, laici – che, quelli sì, combattono, condividendola, la povertà e camminano con gli ultimi della terra?”. Vergogna: “Ognuno per la sua parte, perché non siamo riusciti, neppure da parte di tutti i gruppi cattolici, a individuare e isolare questi violenti”.  

“E’ più facile essere santi che essere mediocri, anche in politica”, ha rilevato il cardinale Carlo Maria Martini nel messaggio inviato a fine giugno ai partecipanti all’incontro di Camaldoli, promosso per la quarta volta dal Regno dei dehoniani. Un’asserzione che l’arcivescovo di  Milano ha spiegato così: “La mediocrità è fonte di frustrazione perché impone continui compromessi e rende la vita amara”. Invece “il guardare in alto, verso la misura intensa della carità che si impegna a costruire una società libera e solidale, allarga gli orizzonti e permette di affrontare difficoltà e resistenze con uno sguardo che va oltre la contingenza”. Ai convegnisti, in genere cattolici vicini al centro-sinistra, il porporato ha ricordato che “oggi una delle difficoltà nel nostro ambito europeo è data da un certo pluralismo di valori e da una forma di secolarismo che non accetta il riferimento a modelli di vita imposti o proposti da grandi tradizioni culturali e/o religiose”. Occorrerebbe perciò “ripensare e riproporre le motivazioni e i valori che fanno del Vangelo un grande manuale di umanità”. Sempre il cardinale Martini, in un’intervista al Corriere della Sera (24 luglio), ricorda Indro Montanelli, sulla cui vita osserva tra l’altro: “Almeno dal mio punto di vista personale c’è una morale o un comportamento laico che ha molto di cristiano e di autentico, anche se non contiene la risposta completa alle aspirazioni umane”. Ancora: “Non aveva paura di guardare in faccia la realtà, qualsiasi realtà, però temeva le sofferenze, i dolori della morte. Il che spiega anche certe sue prese di posizione degli ultimi anni”. Leggi: il sì all’eutanasia. Del fondatore del ‘Giornale’ – l ‘impresa della sua vita, che ha dato coraggio in tempi bui a milioni di italiani – parla su Avvenire (24 luglio) il cardinale Ersilio Tonini, riconoscendo che Montanelli “non era uno di quegli atei che si vantano della loro indipendenza. Stimava molto questo Papa, stimava l’operato della Chiesa in questo momento storico”. Per il porporato il grande giornalista di Fucecchio “è stato un punto di riferimento, uno fuori dal coro, schietto anche a costo di contraddire se stesso”.

In un’intervista apparsa il 14 giugno sul settimanale dell’arcidiocesi di Madrid Alfa y Omega il cardinale Paul Poupard annota tra l’altro che “la famiglia e la scuola hanno perso il monopolio educativo a beneficio di concorrenti incontrollabili”. Infatti “oggi un ragazzo può perdersi navigando in acque perigliose, quelle di Internet”. Un tempo, se qualcuno avesse perso la retta via, “c’era chi cercava di rimetterlo sul giusto sentiero”; con Internet, dove non ci sono limitazioni, nulla di tutto questo. In che cosa consiste allora la sfida odierna? “Aiutare i ragazzi a discernere, a saper vedere, a saper valutare”.   In una pagina dell’ Osservatore Romano del 13 giugno il cardinale Walter Kasper ha esaminato dall’ottica ecumenica il ‘difficile’ viaggio del Papa in Grecia sulle orme di San Paolo (4-5 maggio 2001), in una realtà storicamente poco favorevole. Ne ha ricavato alcune conclusioni, che cerchiamo di riassumere. Primo: “Importante è semplicemente il fatto che la visita potesse effettuarsi e che abbia effettivamente avuto luogo”. Secondo: la prima visita di un Papa in Grecia “è stata una pietra miliare sul cammino (…) verso la piena comunione ecclesiale”. Il cammino sarà ancora “lungo”, perché “la comunione ecclesiale tra le Chiese di Roma e di Grecia è attualmente tutt’altro che perfetta”, come si “è dolorosamente avvertito ad Atene” (anche durante la preparazione dell’incontro, leggi ‘veto’ al cardinale Ignace Moussa I Daoud). Del resto “non è stato possibile – scrive il cardinale Kasper – “avere una preghiera comune in pubblico e tanto meno una comune celebrazione eucaristica”. Terzo: il pellegrinaggio papale si è svolto nel segno del programma giubilare, “un programma riformatore di vasta portata” ed “ecumenico, l’unico programma ecumenico possibile”, legato anche a “un pellegrinaggio in cui sono coinvolti anche i comuni grandi testimoni della fede dei secoli trascorsi”. In tal senso “Atene è un luogo privilegiato per un simile incontro con la tradizione”. Quarto: sono note le controversie nei rapporti tra Roma e la Grecia. “Negare che errori siano stati commessi anche dall’altra parte sarebbe dar prova di ignoranza storica” – sostiene il presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani – Tuttavia “”quando si tratta di conversione, ci dobbiamo battere il nostro petto e non quello degli altri”. Purificare la memoria “non significa dimenticanza a buon mercato, ma convincimento che noi, come cristiani (…) possiamo guadagnarci un nuovo avvenire”. Perché da “una brutta memoria può nascere una memoria riconciliata”. Quinto: un fatto positivo si è rivelata la dichiarazione congiunta rivolta all’Europa, “che evidenzia l’importante patrimonio comune di Oriente ed Occidente, ma indica anche la consapevolezza di una comune responsabilità e di una comune missione”. Insomma “in considerazione delle enormi sfide presenti e future le Chiese non possono più permettersi una mentalità retriva ed egocentrica”. Sesto: ristabilire l’unità non significa “né assorbire né fondersi”, ma “incontrarsi nella verità e nell’amore”. Il che comporta la fine del “metodo dell’uniatismo che non ha più nessuna validità oggi e non l’avrà in futuro”.  

Il giorno di S. Pietro e Paolo è morto il cardinale Silvio Oddi, prefetto emerito della Congregazione per il clero che aveva diretto dal 1979 al 1986. Il porporato piacentino, nato nel 1910, era entrato nel 1936 nel servizio diplomatico della Santa Sede ed era stato tra l’altro inviato nel 1949 a Belgrado, dopo lo ‘strappo’ di Tito e, da Giovanni XXIII a Cuba, subito dopo lo sbarco fallito nella Baia dei Porci. In un’intervista a Sette, così il porporato (non certo annoverabile nello schieramento cosiddetto progressista) commentava l’annunciata visita di Castro in Vaticano nel novembre del 1996: “Cosa vuole, oggi il Papa riceve tutti. E poi in fondo Castro non è poi così bestia. Da piccolo mandava lettere ai Re magi, ha fatto la rivoluzione con un rosario al collo, ha portato in spalla una statua del Santissimo durante una processione”. Però “questi qui non vengono per fede in Vaticano, ma per fame”. Del cardinale Oddi, che ha anche definito Giovanni XXIII come “il più grande conservatore che io abbia mai conosciuto”, si ricorda anche la lotta – inutile – contro la decisione di Giovanni Paolo II di revocare il diritto di entrata in Conclave agli ultraottantenni.