ROSSOPORPORA DI GIUGNO 2009 - 'IL CONSULENTE RE'

 

Lo sconcerto del cardinale Francis George, presidente dei vescovi statunitensi, per la laurea assegnata a Obama dall'Università di Notre Dame nell'Indiana. I cardinali Toppo e Gracias sulle elezioni indiane. I cardinali Rouco Varela e Canizares Llovera contro la Spagna zapaterica. I cardinali Bagnasco, Caffarra, Ruini e Martini sul tristissimo caso di Eluana Englaro. Crescenzio Sepe e la Chiese del Sud. Il card. Bagnasco ricorda il suo predecessore Giuseppe Siri. Il card. Martini e don Verzè

 

 

Hanno scosso il capo in molti quando s’è saputo dell’attribuzione di una laurea honoris causa al presidente degli Stati Uniti Barack Obama da parte dell’Università cattolica di Notre Dame nell’Indiana. Obama il 17 maggio è stato l’oratore principale della cerimonia per la consegna delle lauree. Nella stessa occasione Mary Anne Glendon (oggi presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali) avrebbe dovuto ricevere il premio tradizionale riservato a un intellettuale cattolico “che abbia promosso gli ideali della Chiesa e arricchito il patrimonio dell’umanità”: si è rifiutata, come ha spiegato in una ‘lettera aperta’ inviata al rettore padre John Jenkins, in cui gli ha ricordato che l’alto onore concesso a Obama violava le norme stabilite dai vescovi statunitensi nel 2004. Perché? Esse vietano di “onorare persone le cui azioni siano in conflitto con i principi morali della Chiesa”. E’ indubbio che l’abortista Obama fin qui si è distinto per aver sbloccato sia i fondi per le Ong attive nella cosiddetta ‘pianificazione familiare’ nei Paesi in via di sviluppo che i finanziamenti destinati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Mary Anne Glendon non è stata la sola a protestare per l’invito al presidente, certo ideato per motivi molto terreni e poco celesti: il (supposto) prestigio, la grande risonanza massmediatica, l’apparire come cattolici ‘adulti’. Infatti centinaia di migliaia di cattolici hanno fatto pervenire all’Università la loro disapprovazione, così come almeno una settantina di vescovi. Tra loro il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale statunitense. A fine marzo, in un Convegno sulla Dignitatis personae, il porporato ha dedicato parte del suo intervento alla questione “Notre Dame”: “E’ chiaro che Notre Dame ha mostrato di non capire che cosa significhi essere cattolici, quando ha inoltrato l’invito a Obama”, ha detto il settantaduenne arcivescovo di Chicago, che ha anche invitato i cattolici “in estremo imbarazzo” a “chiamare, scrivere e-mail, esprimere il loro sentire” sulla questione. Ciò che in molti hanno fatto. Non è bastato, come non è bastato manifestare fuori dall’Università (decine gli arresti!), ma perlomeno si è capito che una parte almeno dei cattolici statunitensi non si è fin qui secolarizzata tanto da accettare esibizioni disinvolte sul palcoscenico relativista caro ai maitres-à-penser vecchi o nuovi di zecca che pontificano in tanti Paesi (anche, naturalmente, al di qua dell’Oceano).     

Dal 16 aprile al 13 maggio si sono svolte le elezioni politiche indiane. Netta la vittoria della coalizione guidata dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi: al momento in cui scriviamo ha ottenuto alla Camera dei deputati circa 260 seggi, poco meno della maggioranza assoluta (ne aveva 179). Pesante la sconfitta dei nazionalisti hindu, calati da 174 a 158 deputati. “Io ho sempre pensato che il popolo indiano avesse un grande senso di democrazia – ha rilevato il 19 maggio il cardinale Telesforo Placidus Toppo ai microfoni di Radio Vaticana – “Dobbiamo avere fiducia nel popolo indiano perché l’India è la più grande democrazia del mondo e funziona”. Certo resta precaria la situazione dei cristiani nell’Orissa… : “Sulla situazione in Orissa il primo ministro indiano, Masnmohan Singh (NdR: riconfermato) aveva detto che le violenze compiute lo scorso anno da gruppi di fondamentalisti erano una vergogna nazionale”. Oggi , ha proseguito con ottimismo il sessantanovenne arcivescovo di Ranchi, la situazione “non è ancora molto soddisfacente”, ma “c’è da segnalare che anche il primo ministro dell’Orissa ha lasciato il partito nazionalista. Questo è un buon segno: la situazione sta gradualmente migliorando e adesso vediamo cosa riuscirà a fare questo Governo”. Cui la Chiesa “chiede sicurezza per le minoranze”. Ovvero: “I cristiani devono tornare nelle loro case e, se non ritornano, nel’Orissa il problema rimane”. Anche il confratello cardinale Oswald Gracias ha commentato favorevolmente l’esito delle elezioni (vedi AsiaNews del 16 maggio): “Sono orgoglioso del mio Paese” – ha osservato il sessantaquattrenne arcivescovo di Bombay, per il quale i risultati danno “un chiaro mandato a favore della libertà di religione” e dicono che l’India “può crescere e prosperare solo rispettando l’intuizione dei padri fondatori che si trova nella Costituzione”. Ora il Governo dovrebbe concentrarsi prioritariamente ad esempio su “educazione, salute, politiche specifiche rivolte alle bambine e alle donne”, astenendosi “da misure populiste” e “sviluppando invece politiche a lungo termine per i poveri che contribuiranno al bene comune della popolazione e a risollevare le sorti dei più bisognosi”. Ha qui affermato il presule indiano: “I nostri poveri delle campagne, le bambine e le donne, i tribali e i dalit (NdR: fuori casta) hanno bisogno di assistenza sanitaria di base e di poter accedere all’educazione”. Bisogna avviare perciò “una rivoluzione sociale”, che “contribuirà ad accrescere l’autorità morale dell’India all’interno della comunità internazionale”.  

Come è noto, al di là di qualche occasionale cordialità di facciata, i rapporti tra il Governo spagnolo e larga parte del mondo cattolico restano tesi. Zapatero e i suoi perseguono, diremmo quasi scientificamente, nel loro progetto di costruire un homo hispanicus a-cristiano; in questi mesi diversi progetti legislativi in tal senso si sono rimessi in moto (il 14 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato la nuova legge sull’aborto, basata sul “diritto a scegliere liberamente la maternità” a partire dai 16 anni) anche per deviare l’attenzione degli spagnoli dalla grave crisi economica in cui versa il Paese. Aprendo il 20 aprile la 93.ma assemblea generale della Conferenza episcopale, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela nella sua prolusione ha toccato il tema del “Dono della vita e diritto di tutti a vivere”, rilevando subito che “uno dei campi della vita sociale in cui una ri-evangelizzazione è urgente è quello della coscienza relativa al dono inestimabile della vita per ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale”. E’ nel Novecento che “ampi settori sociali hanno incominciato a considerare pubblicamente che l’eliminazione dei nascituri non sarebbe un’azione di per sé condannabile”; tale mentalità si è poi trasposta nelle legislazioni che hanno così smesso di proteggere in modo adeguato il diritto alla vita”. Il presidente della Conferenza episcopale spagnola ha osservato che nel Paese la situazione per quanto riguarda l’aborto è peggiorata dopo la depenalizzazione del 1983 tanto a livello legislativo che nella pratica quotidiana. Ma la democrazia “non può funzionare come semplice gioco di maggioranza e minoranza indipendentemente dall’etica, ovvero dal riconoscimento e del rispetto effettivo dei diritti fondamentali”. Il fatto è, ha ricordato il settantaduenne porporato, che “quando la crisi della coscienza morale nella società riguarda un bene tanto decisivo come la vita umana e il diritto a viverla, non c’è da stupirsi che tale crisi possa estendersi ad altri aspetti dell’esistenza di persone e società”. Il cardinale Rouco Varela ha toccato anche il tema dell’ Educacion para la Ciudadanìa (vedi anche l’intervista al cardinale Grocholewski ne “Il Consulente RE” 5/2008 o quella all’arcivescovo Amato nel numero seguente): “Si violano i diritti di genitori e scuole quando si impone legalmente a tutti una determinata visione antropologica e morale. Così facendo non si favorisce la generazione e lo sviluppo della sostanza morale prepolitica che sarebbe in grado di rinvigorire le istituzioni sciali e politiche”. Lo stesso arcivescovo di Madrid il 5 maggio, in un’intervista alla battagliera Radio Cope, ha definito come “incomprensibile” l’ammissione nei lavori della Camera dei deputati di una mozione di censura contro le parole del Papa in materia di Aids durante il viaggio in Africa. Sul medesimo argomento (vedi l’agenzia ZENIT) il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto divino, in una lettera ai fedeli di Toledo -di cui è ancora amministratore apostolico- ha parlato di un atto che “non rappresenta la Spagna né la grandissima maggioranza dei votanti di tutti i partiti”, “comporta un danno grave alle istituzioni”, “è ignominioso verso un uomo di Dio, un uomo buono e giusto, massimo difensore dell’uomo, della sua dignità dei suoi diritti fondamentali, promotore come pochi della cultura della pace e della civiltà dell’amore verso tutti gli uomini, senza nessuna discriminazione”. Di un’ampia intervista allo stesso porporato (apparsa in 30Giorni 2/2009) riportiamo una risposta riguardante ancora la Spagna e le critiche ad atti del Governo Zapatero: “Come vescovo – ha detto il porporato sessantatreenne – ho un dovere particolare nei confronti dei fedeli e di tutti gli spagnoli. Ho il dovere di difendere i diritti dei più deboli, come sono i non nati; ho il dovere di difendere il matrimonio così come è voluto dalla legge naturale; ho il dovere di difendere la libertà religiosa, la libertà dei genitori di educare i figli in base ai propri principi, la libertà della Chiesa. (…) Senza la libertà una società non ha futuro. Il pericolo oggi è che questa libertà venga annullata”.

In un’intervista al settimanale Tempi (14/2009) il cardinale Angelo Bagnasco fa tra l’altro un bilancio del tristissimo ‘caso Eluana’, in cui una persona è stata sacrificata sull’altare dell’ideologia anti-umana concretizzata dagli interessati fautori dell’eutanasia (che hanno goduto di complicità a ogni livello… i Ponzi Pilati non sono mancati!). “Rimane un grande dolore – ha rilevato il presidente della Cei – Perché è successo quel che si sperava non accadesse mai nel nostro Paese. Il dolore non dovrebbe passare. Non dovrebbe passare in fretta, non dovrebbe passare mai”. Il sessantaseienne porporato ha poi evidenziato che “le circostanze, determinate dalla Cassazione e dalla magistratura in genere, come a tutti è noto, hanno indotto ad auspicare una legge che preveda che non si possa interrompere l’idratazione e l’alimentazione, in modo che non debbano più accadere tragedie come quella di Eluana”. Tale legge non dovrà permettere “che ci siano scorciatoie come quella dell’eutanasia, o di altra natura, che non portano il bene della persona”. Nel contempo “tutta la società deve coinvolgersi in un impegno ulteriore, in un supplemento di amore, di sacrificio, di cura, di presa in carico, che costituisce il criterio per giudicare la civiltà di una comunità umana”. 

Sempre a proposito del ‘caso Eluana’ e del suo tragico voluto epilogo, il cardinale Carlo Caffarra si è rivolto ai suoi fedeli (ma anche ai non credenti) dalle colonne di Avvenire-Bologna Sette del 15 febbraio. “La prima cosa da fare – ha esordito il porporato settantunenne – è di chiamare le cose col loro nome”, perché “fare chiarezza è la prima necessità nel percorso della vita”. Diciamolo chiaramente: “E’ stata uccisa una persona umana innocente, e per giunta con l’autorizzazione di un tribunale umano”. Sarebbe errato “lasciarsi confondere dalle pur legittime discussioni sulla Costituzione, sulle competenze degli organi costituzionali, e da cose di questo genere”. Non possiamo invece dimenticare che “prima che cittadini di uno Stato, siamo uomini e donne partecipi della stessa umanità. Prima della legge scritta sulle Carte costituzionali e nei codici, c’è la legge scritta nel cuore umano”. Ed “essa insegna che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale; lo è anche quando la morte fosse causata da semplice omissione di un atto che invece avrebbe potuto tenerlo in vita”. Con la stessa, meritoria chiarezza il cardinale Caffarra rileva che “è stato messo in essere il primo tentativo di delegittimare nella coscienza del nostro popolo la pietas e l’operosità della carità cristiana, di offuscarne la splendente bellezza”. E’ stata una “notte tragica quella in cui Eluana Englaro fu tolta alle Suore Misericordine”. In quell’occasione “l’essere umano fragile è stato tolto alla carità cristiana per consegnarlo nella sua impotenza all’arbitrio della decisione altri”. In questa vicenda “le vere eroine csono state loro, le Suore Misericordine”. Insieme con tutte quelle suore che “nelle nostre Case della carità continuano ad affermare non con le parole, ma con la vita, l’unica vera libertà: la libertà di amare, la libertà di donare”.

A sua volta, in un’intervista al Corriere della Sera del 7 marzo (il giorno dopo il decreto salva-Eluana del Governo e la non-firma da parte del Presidente della Repubblica), il cardinale Camillo Ruini aveva detto: “Lasciar morire Eluana o più esattamente – per chiamare le cose con il loro nome – farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l’uccisione di un essere umano. Un omicidio”. A proposito del decreto governativo e dell’atteggiamento presidenziale, l’odierno presidente del Progetto culturale della Cei aveva tra l’altro osservato (premesso di non conoscere al momento dell’intervista il testo del decreto e della lettera del Capo dello Stato): “Conosco le obiezioni secondo le quali questo decreto sarebbe una prevaricazione nei rapporti tra i poteri dello Stato. Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte. A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana”. In ogni caso “ritengo che lo Stato abbia il diritto, e aggiungerei il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino”. Sulla legittimità del decreto governativo era intervenuto in quei giorni convulsi anche il cardinale Renato Raffaele Martino: “Quel decreto era perfettamente in armonia con la Costituzione, proprio perché la Repubblica nelle sue leggi tutela la vita umana fino alla fine naturale. Che cosa vuol dire adesso? Che la Repubblica non la tutela più?”

Il 12 e 13 febbraio Napoli ha ospitato un grande convegno intitolato “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili”, un incontro promosso e fortemente voluto dal cardinale Crescenzio Sepe a vent’anni dal documento della Cei sul cattolicesimo nel Mezzogiorno d’Italia. Quattrocento i delegati (una settantina i vescovi) che hanno partecipato attivamente – portando esperienze e proposte – al convegno, aperto dalla relazione dell’arcivescovo di Napoli. Sono note le condizioni in cui versa oggi il Sud nel suo complesso e nelle sue individualità regionali Mezzogiorno: “A distanza di vent’anni – ha osservato il porporato sessantaseienne - le cose non vanno molto meglio, anzi oggi è problematico perfino pensare di argomentare sulla questione meridionale”. Tuttavia “le Chiese del sud non possono e non vogliono rassegnarsi, in nome del Vangelo che grida giustizia, pace e libertà”. Noi, ha proseguito orgogliosamente il cardinale Sepe, “apparteniamo all’Italia, apparteniamo all’unica Chiesa italiana, ma siamo Chiesa del Sud, siamo popolo della Campania, della Sicilia, della Puglia, della Calabria, della Basilicata che vuole far sentire la propria presenza, che vuole alleviare i dolori di una popolazione mortificata dai pregiudizi esterni e avvelenata dalle violenze interne”. Niente paura nell’accettare le sfide, nessuna intenzione di disimpegnarsi, neppure accettazione di “devastanti catastrofismi che sono la matrice di fuga dalla realtà e, quindi, dalla speranza”. Perciò “Non rubateci la speranza! Dio ce l’ha data; Dio l’ha posta nei nostri cuori: guai a chi pensa di togliercela!”. Certo, rispetto a vent’anni fa, oggi “siamo chiamati a uno sforzo maggiore, ad un’assunzione più netta e decisa di responsabilità”. Dobbiamo in sintesi “partire dal Sud per riscattare il Sud”: allora dobbiamo “correggere lo strabismo che ci ha portato a guardare altrove, sperando e credendo che l’unica possibilità di salvezza potesse arrivare solo dai ricchi Nord del mondo, ritenendo che quei modelli fossero i soli da seguire”. Occorre invece che noi guardiamo “nella direzione più congeniale all’identità e alla specificità dei nostri popoli”, riscoprendo la stessa parola Sud e “liberandola dalle negatività che le sono state gettate addosso”, di modo che Sud divenga una “parola nuova, significativa per dare speranza ed esemplarità a una terra dove il nostro vissuto può diventare patrimonio e risorsa per il Paese e per il mondo intero”. E’ un appello che è indirizzato in particolare ai giovani, “i primi a pagare i prezzi che la mancanza di lavoro, la sopraffazione della violenza organizzata, la rete di clientele (…) ha imposto in modo sistematico e talvolta crudele”: ebbene i giovani “sono chiamati ad essere le vere sentinelle della rinascita del Mezzogiorno”.

Sono usciti da poco i testi (ricontrollati dagli autori) delle conversazioni su temi d’attualità - non solo ecclesiali - tra il cardinale Carlo Maria Martini e l’eclettico don Luigi Maria Verzé: il titolo del libro è “Siamo tutti nella stessa barca” e la casa editrice è il “San Raffaele”. Tra le riflessioni del porporato gesuita, in risposta a ‘provocazioni’ di don Verzé, ce ne sono alcune che meritano di essere citate in questa rubrica cardinalizia. Ad esempio, a proposito di vicinanza (o lontananza) della Chiesa dal mondo contemporaneo, osserva l’ottantatreenne arcivescovo emerito di Milano: “Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo la Chiesa appare un po’ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d’accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità”. Tuttavia (don Verzé aveva citato il Brasile come esempio di rapida scristianizzazione) “non credo che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari”. In realtà “la Chiesa vive anche là su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. E’ questa a ricchezza delle nostre comunità”. Altra ‘provocazione’ di don Verzé sulla negazione dei sacramenti ai divorziati risposati… qui il cardinale Martini così risponde, a quel che appare polemicamente: “Io mi sono rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso però, con tanti altri (NdR: un’incisa di non poco conto), che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati”. Certo “non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza”. Però “ci sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole”. Per i quali “ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni”. Del resto, rileva il presule, “ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi”. Insomma, ribadisce il porporato, “sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi (NdR: vedi vescovi lefebvriani) benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente (Ndr: un avverbio significativo) la meritano”. Questi però “sono problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo”, ma “bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via d’uscita”. Sulla questione del celibato, osserva il cardinale Martini, che “è delicatissima”. E aggiunge: “Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa, è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti”. E’ facile prevedere che, quando la Chiesa affronterà questo “grave” problema, “avrà davanti anni davvero difficili”.

Il 2 maggio 1989 moriva il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987 (vedi anche alle pagg. 40-41). Nell’omelia della santa messa del ventesimo anniversario, celebrata nella cattedrale di San Lorenzo il 6 maggio, il cardinale Angelo Bagnasco ha evidenziato che la presenza del predecessore “è ancora viva e cara nel cuore della diocesi e della città”; soprattutto tale presenza l’odierno arcivescovo la sente “nel cuore dei lavoratori degli stabilimenti e delle aziende a tutti i livelli”. E’ innegabile che “la memoria della sua attenzione per i problemi del lavoro e per il bene della città è vivissima: attenzione che si traduceva in interventi puntuali perché nulla si perdesse del patrimonio imprenditoriale e portuale di Genova, o in mediazioni richieste tra le parti sociali in vertenze difficili e note. C’è da sottolineare che il cardinale Siri “in anni di forti contrapposizioni e diffidenze verso il clero, non ha avuto timore di varcare le soglie di ogni ambiente per portare il Vangelo e celebrare le messe pasquali”. Il sessantaseienne presidente della Cei non può a tale proposito “dimenticare, nei giorni in cui la salma rimase esposta nella sua cattedrale, la folla di operai in tuta, braccia conserte, in piedi e in silenzio: sembrava che volessero vegliare, quasi trattenere il loro vescovo che forse sentivano padre più di quanto apparisse solitamente. Incarnavano la presenza del popolo, della gente semplice, avvezza al lavoro duro, a far quadrare i conti del mese”. Qui una riflessione interessante del cardinal Bagnasco su tale “folla di operai”: “Non se se andassero in chiesa ogni domenica, ma di certo lo riconoscevano come un punto di riferimento, di sicurezza; sentivano che di lui ci si poteva fidare al di là di ogni bandiera, perché capivano che lui, figlio di povera gente, li comprendeva e li amava. I vicoli del centro storico (…) lo conoscevano bene: lui e chi regolarmente mandava per distribuire aiuti ai più poveri”.