ROSSOPORPORA DI LUGLIO 2011 - 'IL CONSULENTE RE ONLINE'

 

La difesa del lavoro e della famiglia nelle parole del card. Bagnasco. I cardinali Bertone, Tauran, Koch, Turkson e Ravasi sulla prossima 'Giornata di Assisi'. I cardinali Schoenborn e Marx rievocano Otto d'Asburgo. Morti i cardinali Swiatek e Noè

 

Da troppo tempo i giorni si susseguono offrendoci notizie che ci spingono sempre più , realisticamente e al netto della speranza che sorregge ogni cristiano, al pessimismo. Un breve elenco: il riemergere della grande tragedia africana – causata sì dalla siccità, ma anche dalla mancanza di infrastrutture adeguate - nel Corno d’Africa; l’esplosione di una lucida e letale follia in un giovane norvegese estremista di destra, iscritto a una loggia massonica; le macerie lasciate dalla politica italiana (contrassegnata in non pochi casi dal vuoto culturale, dalla diffusa corruzione, perfino dalla contiguità alla criminalità), da cui talvolta spunta ancora qualche atto responsabile (vedi l’approvazione della legge sul fine vita o la bocciatura della legge ingiusta e potenzialmente liberticida che voleva fare degli omosessuali una categoria a protezione speciale); le macerie lasciate dall’economia italiana, dove si deve capire che non basta sventolare qualche Master e passare da una poltrona all’altra dopo essersi assicurati buonuscite indecenti per dirsi manager competenti; il moltiplicarsi di atti di violenza, dallo stupro di una bambina di cinque anni a quello di una giovane disabile, che fanno rabbrividire e sono frutto anche di un clima culturale insano, veicolato da molti massmedia, televisivi in primo luogo; l’irrisione crescente verso la religione (vedi il recente spot blasfemo di Italia 1, l’attuale pubblicità di Sky, apparentemente più garbata, in verità molto offensiva); si sentiva poi la mancava del sì della corte suprema degli Stati Uniti ai videogiochi violenti per minorenni. Non basta, perché – come ha rilevato e continua a rilevare Avvenire e ha mirabilmente sintetizzato Famiglia cristiana in una recente copertina (Il conto della crisi lo pagano le famiglie fino all’ultimo euro) – siamo in presenza in Italia (ma non solo) di una iniqua manovra economica che colpisce brutalmente alla radice l’elemento fondamentale della società, appunto la famiglia. Un elemento peraltro già indebolito da tempo per la crescente disoccupazione e per l’ormai diffusissima precarietà (una parola che si vuole associare a progresso e invece è della stessa mala genia di flessibilità, razionalizzazione, ottimizzazione e simili).

Sul tema la Chiesa italiana si è già espressa tante volte con forza. In questa sede vogliamo però riportare alcune recenti dichiarazioni del cardinale Angelo Bagnasco, rilasciate il 15 luglio a Genova a margine della presentazione di un protocollo d’intesa tra l’ospedale pediatrico Gaslini e la Polizia di Stato. Interpellato a proposito della manovra finanziaria, ha detto il presidente della Cei: “Ricordo, come tutti sappiamo, che la famiglia deve essere comunque potenziata, difesa, perché è la base della società civile”. E, per potenziare la famiglia, “innanzi tutto ci vuole il lavoro”. In caso contrario “senza lavoro o con un lavoro molto incerto, non c’è possibilità neppure per formarsi una famiglia. Penso soprattutto ai giovani”. Pochi giorni prima, il 24 giugno, per la festa di san Giovanni Battista, patrono di Genova, il porporato aveva ammonito che “la famiglia è la cellula fondamentale, irrinunciabile, che garantisce la solidità e l’autenticità di una società, ma innanzitutto dell’umanità di ciascuno”. Poche parole, ma pesanti anche nella chiusa, sulla quale invitiamo a una riflessione profonda.

Il 27 ottobre sarà celebrato ad Assisi il venticinquesimo anniversario della “Giornata di preghiera per la pace nel mondo”, un incontro mondiale promosso da Giovanni Paolo II  e che allora suscitò grande interesse. Fu seguito il 23 gennaio 1994 – sempre ad Assisi – dalla “Giornata mondiale di preghiera per la pace nei Balcani” e il 24 gennaio 2002 dalla “Giornata di preghiera per la pace nel mondo”. Dall’inizio di luglio stanno comparendo ne L’Osservatore Romano ampie riflessioni cardinalizie (e non solo) sull’argomento. Ad aprirle il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, sotto il titolo Da Assisi 1986 ad Assisi 2011: il significato di un cammino e accanto a una foto certamente non casuale: essa ritrae l’allora cardinale Ratzinger e papa Wojtyla che, sul treno per Assisi, si stringono forte la mano. E’ una foto mirata a contrastare le polemiche di chi critica la riedizione di Assisi 1986 (anche un gruppo di intellettuali cattolici italiani, tra i quali Roberto de Mattei), adducendo gravi perplessità ratzingeriane in quell’occasione. 

Le riflessioni del cardinale Bertone (L’Osservatore Romano del 3 luglio) contengono una risposta alle critiche. “Ciò che a prima vista catalizzò l’attenzione e l’immaginazione di molti – scrive il segretario di Stato riferendosi ad Assisi 1986 – fu il vedere, forse per la prima volta nella storia, tanti esponenti delle principali religioni radunati insieme”. Volendo approfondire, “si poteva cogliere con chiarezza le intenzioni profonde che avevano guidato il grande Pontefice Giovanni Paolo II: in primo luogo mettere in luce la dimensione intrinsecamente spirituale della pace, di fronte a un clima culturale che tendeva a relegare nella marginalità il fenomeno religioso”. Poi “il radunarsi di leader di religioni diverse poneva ciascuno di essi di fronte alla responsabilità che le proprie credenze religiose si traducessero, sul piano personale e comunitario, nel senso di una effettiva costruzione della pace”.

Inoltre “l’incontro del 1986 valorizzò tre elementi spirituali presenti, seppure in forme diverse, in quasi tutte le tradizioni religiose: la preghiera, il pellegrinaggio, il digiuno”. Il segretario emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede contesta poi con forza che l’incontro fosse una concessione al relativismo religioso: “Quest’ultimo punto era di capitale importanza – osserva – Il relativismo o il sincretismo, infatti, finiscono per distruggere, anziché valorizzare, la specificità dell’esperienza religiosa. Su questo aspetto si è tornati più volte in seguito, anche a motivo di interpretazioni superficiali, che non sono mancate, di quel primo incontro di Assisi”. Qui il porporato settantaseienne cita Benedetto XVI: La convergenza dei diversi non deve dare l’impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla. Il ritorno ad Assisi ha una spiegazione semplice e concreta: “Il mondo cambia, ma permangono le aspirazioni del cuore dell’uomo e, oggi più che mai, la dimensione religiosa si rivela essere un elemento imprescindibile per la difesa e la promozione della pace”.

Dopo il cardinal Bertone la parola è passata (4-5 luglio) al cardinale Jean-Louis Tauran, che tra l’altro – sotto il titolo Religioni in dialogo oltre gli stereotipi – ha spiegato che cosa significhi dialogare: “Il dialogo non è una conversazione tra responsabili religiosi o credenti di varie religioni; non è una trattativa di tipo diplomatico; non è terreno di marchandage e, meno ancora, di compromessi; non è motivato da interessi politici o sociali; non cerca né di sottolineare le differenze né di cancellarle; non mira a creare una religione globale, accettata da tutti; non è promosso per sola iniziativa personale né come hobby; non indulge alla tentazione dell’ambiguirà dei concetti e delle parole”. Posti tali ‘paletti’, che cos’è allora il dialogo? “Il dialogo vero – annota il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – è invece uno spazio per la testimonianza reciproca tra credenti appartenenti a religioni diverse, per conoscere di più e meglio la religione dell’altro e i comportamenti etici che ne scaturiscono. Ciò permette, allo stesso tempo, di correggere immagini errate e superare preconcetti e stereotipi su persone e comunità”.

Il 7 luglio ecco le riflessioni del cardinale Kurt Koch, poste sotto il titolo Ad Assisi un pellegrinaggio della verità e della pace. Tra l’altro vi si legge: “Una simile Giornata  di preghiera non deve naturalmente essere fraintesa come un atto sincretistico. Piuttosto ogni religione è invitata a rivolgere a Dio quella preghiera che corrisponde alla sua credenza specifica.” E più oltre, in conclusione: “Come cristiani non veniamo certamente meno al rispetto dovuto alle altre religioni, ma al contrario lo cementiamo, se, soprattutto nel mondo di oggi in cui violenza e terrore sono usati anche in nome della religione, professiamo quel Dio che ha posto di fronte alla violenza la sua sofferenza e ha vinto sulla croce non con la violenza, ma con l’amore. Pertanto la croce di Gesù non è di ostacolo al dialogo interreligioso; piuttosto essa indica il cammino decisivo che soprattutto ebrei e cristiani, ma anche musulmani e seguaci di altre religioni dovrebbero accogliere in una profonda riconciliazione interiore, diventando così fermento di pace e di giustizia nel mondo”.

Il giorno dopo, sempre ne L’Osservatore Romano, appaiono le considerazioni del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, sotto il titolo E’ in gioco il futuro dell’umanità. Rileva tra l’altro il presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: “La violenza in nome di Dio trova facilmente il suo radicamento in un contesto di cecità religiosa. Una forma di violenza particolarmente preoccupante è quella del fenomeno del terrorismo”. Tuttavia “oggi esistono altre forme subdole di violenza che sono una grave minaccia per la vita e l’avvenire dell’umanità. Basti pensare alla violenza contro il diritto alla vita, quale è diffusa e promossa da una mentalità antinatalista mediante più vie: contraccezione, aborto, legislazioni contrarie alla nascita, sterilizzazioni promosse nei Paesi poveri ad opera di alcune organizzazioni non governative, controllo costrittivo delle nascite, eutanasia”. E’ importante perciò “che le comunità religiose – in nome del Dio fonte, autore e fine ultimo della vita – uniscano i loro sforzi per denunciare una tale mentalità a tutti i livelli e per impegnarsi nella promozione e nella difesa della vita dal suo concepimento fino alla morte naturale. E’ in gioco il futuro della nostra umanità”.

Il 9 luglio interviene il cardinale Gianfranco Ravasi, sotto il titolo Chi fa domande è sui sentieri della verità, per parlare di una presenza ad Assisi “voluta con convinzione e sostenuta da Benedetto XVI “, quella di “un piccolo gruppo di cinque persone, pellegrini un po’ particolari e inediti nella città di san Francesco”. Chi sono costoro, che renderanno “per certi versi originale l’incontro rispetto ai precedenti voluti dal beato Giovanni Paolo II”? “Figure della cultura, della scienza, della filosofia che non appartengono a nessuna espressione religiosa codificata, anzi incarnano – sia pure con profili diversi – la moltitudine di coloro che non professano nessun credo e che, tuttavia, hanno una visione etica e umanistica dell’essere e dell’esistere”. Un invito suscettibile di essere fecondo, annota il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, perché “anche chi non si professa credente, ma è in cammino con la sua ragione, la sua arte, le sue energie intellettuali e umane nel grande orizzonte dell’essere, ha il suo dono da offrire al fedele”. Del resto “si tratta di quella convinzione che animava già i Padri della Chiesa che non esitavano a mettersi in ascolto della voce della cultura pagana classica, consapevoli che persino in essa si annidavano i bagliori del Verbo, i suoi semi fecondi di verità”.

Il 4 luglio è morto Otto d’Asburgo, ultimo principe ereditario dell’impero austro-ungarico (aveva rinunciato ai suoi diritti dinastici nel 1961). Nato nel 1912, aveva 98 anni . Era il figlio primogenito di Carlo I (successore nel 1916 di Francesco Giuseppe e beatificato da Giovanni Paolo II nel 2004). Aveva il passaporto di Austria, Ungheria e Germania. Parlamentare europeo per la CSU bavarese dal 1979 al 1999, si battè sempre per un’Europa unita nel pluralismo delle etnie. I suoi funerali sono durati dodici giorni, poiché il feretro ha sostato in alcuni luoghi a lui molto cari: dapprima a Pöcking in Baviera (dove risiedeva), poi a Monaco (dove un Requiem è stato presieduto dal cardinale arcivescovo Reinhard Marx – presente anche l’arcivescovo emerito cardinale Friedrich Wetter), in seguito al santuario di Mariazell (in Stiria – santuario asburgico per eccellenza ), infine a Vienna, nel duomo di Santo Stefano, con il Requiem presieduto il 16 luglio dal cardinale Christoph Schönborn. Al rito è seguita la tumulazione nella cripta dei Cappuccini, come tradizione per gli Asburgo dal 1633. Grande folla dappertutto, solennità e nostalgia: forse per l’ultima volta nel duomo di Santo Stefano è stato eseguito l’inno imperiale, musicato da Haydn. Prima dell’avvio della processione verso la chiesa dei Cappuccini si è cantato, in latino, il Salve Regina.

In questa sede riferiamo qualche passo di quanto detto su Otto d’Asburgo dal cardinale Schönborn, che ai funerali ha rappresentato papa Benedetto XVI come legato pontificio. Già il 4 luglio l’arcivescovo di Vienna ha definito il defunto come “certamente uno dei grandi europeisti, uno dei grandi architetti del pensiero e dell’integrazione europea insieme con Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi”. La morte di Otto d’Asburgo “è per l’Austria un momento storico” e le giova “riflettere con la preghiera e la riconoscenza dovuta a questo grande Asburgo”. Fin nel profondo “Otto d’Asburgo era pervaso dalla sua fede cattolica, occupandosi di continuo di rispondere alle grandi domande poste dalla società”. Il sessantaseienne porporato ha aggiunto di aver sempre percepito “con dolore la mancanza per lungo tempo in Austria di un ringraziamento adeguato a una Casa, quella d’Asburgo, che tanto ha dato al Paese”.

Il cardinale Schönborn ha ribadito quest’ultima osservazione nel quotidiano Heute dell’8 luglio: “Ora i giornali sono pieni di parole di apprezzamento per Otto d’Asburgo. Non è sempre stato così. La riconoscenza è una virtù che non è automatica. Qui è al giusto posto. Sia per la persona del defunto che per la famiglia cui apparteneva: la casa d’Asburgo”. Il fatto è che “noi austriaci tendiamo ad avere un rapporto oscillante con la nostra storia, ciò che si è palesato chiaramente nel nostro caso. Per 700 anni la Casa d’Asburgo ha determinato la storia dell’Austria, ha incarnato la grandezza dell’Austria, ha lasciato la sua impronta nel ‘carattere’ austriaco. Però a noi la cosa suona un po’ male. Perché? Altri Paesi hanno rapporti molto più distesi con la loro storia. Penso a Francia o Gran Bretagna”.

Veniamo all’omelia durante il Requiem nel duomo viennese di Santo Stefano, nel corso della quale il cardinale Schönborn ha ricordato momenti importanti nella vita del piccolo Otto: “Dappertutto in questi giorni si vede la fotografia commovente del bambino di quattro anni, vestito di bianco, tra i suoi genitori ai funerali dell’imperatore Francesco Giuseppe. A sei anni, poi, la monarchia finì e con essa il mondo in cui egli avrebbe potuto giocare un grande ruolo”. L’arcivescovo di Vienna ha detto di ammirare in particolare due atteggiamenti di Otto d’Asburgo: “Da una parte la capacità di lasciarsi coinvolgere, ben vivo e senza timidezze, in situazioni del tutto nuove; dall’altra il coraggio e la determinazione di mantenersi fedele a ciò che gli suggerivano i doveri delle sue origini. (…) In verità Otto d’Asburgo – secondo me – è un esempio luminoso di una fedeltà incrollabile, durata una vita,  a una sua propria vocazione ben chiara”. E’ così che “Otto d’Asburgo ha preso in carico pienamente la sua vocazione, nella fede di Cristo, che egli aveva visto vivere con una rara profondità dai suoi genitori”. (…) E ha mostrato come si possa dal passato, senza tradirlo, creare il futuro. Nei rapporti con la storia noi austriaci dobbiamo imparare molto da lui. E l’imparare fin qui non è mai stato una vergogna”.

L’attivismo europeista di Otto d’Asburgo si fondava soprattutto su quanto da lui detto una volta: “Un giorno di guerra costa molto di più di uno di pace”. Qui il cardinale Schönborn ha chiosato: “Penso alla catastrofe della Prima Guerra mondiale. Nei lunghi e per molti versi positivi anni del regno di Francesco Giuseppe non ci fu un errore più grave e più ricco di conseguenze di quello di approvare la guerra e di dichiararla. Ciò ha condotto al macello più insensato, cui anche gli sforzi del padre del defunto, il beato imperatore Carlo, non poterono porre una fine”. Inoltre non si può dimenticare che “le due peggiori ideologie assassine, che l’umanità ha conosciuto, erano frutti amari e avvelenati di questa guerra”. Si è chiesto allora il porporato: in questo senso non possiamo intendere la vita così attiva di Otto d’Asburgo “anche come uno sforzo incessante di ribaltare la disgrazia che la Prima Guerra mondiale ha prodotto in Europa e nell’umanità? Otto d’Asburgo con tutta la passione del suo cuore, della sua grande intelligenza e del suo coraggio ha fatto molto per la pace in Europa”.

E qui il ricordo di un ultimo episodio molto significativo proprio in questo senso: “Il 22 maggio 2004 si svolse il Mitteleuropäische Katholikentag. I convenuti erano più di centomila da 8 Paesi, polacchi e cechi, slovacchi e ungheresi, croati e sloveni, bosniaci e austriaci. Il tempo era piovoso, la temperatura polare. C’erano anche Otto d’Asburgo e sua moglie Regina (…) Dopo la santa messa chiesi all’allora novantaduenne se non avesse patito il freddo. La sua risposta, con un indimenticabile lampo di gioia? No, proprio per questo, per questo giorno d’incontro europeo, noi abbiamo vissuto!”

Come si diceva, anche il cardinale Reinhard Marx ha onorato il defunto presiedendo un solenne Requiem nella chiesa teatina di Monaco di Baviera. “Otto d’Asburgo ha voluto che la voce del Vangelo resti udibile nel nostro continente; non perché la Chiesa sopravviva, ma perché noi non dimentichiamo da dove veniamo”, ha detto inizialmente il porporato cinquantasettenne. Il defunto ha poi sempre attirato l’attenzione sulla vocazione dell’Europa e dell’Occidente verso il mondo, una vocazione “che non è solo mirata al guadagno di denaro, ma di carattere spirituale”. Anche il cardinale Marx ha poi richiamato lo stretto legame del nome ‘Asburgo’ con la storia politica e sociale d’Europa. Folla e onori militari pure nella capitale bavarese, dove il Rabbino capo emerito di Monaco e dell’Alta Baviera ha recitato una preghiera funebre, Al Molah Rachamim, per il defunto.

Il 21 luglio è morto il novantaseienne cardinale Kazimierz  Świątek, arcivescovo emerito di Minsk. La sua è stata una vita che ha richiesto una grande fede. Deportato a tre anni di età in Siberia -insieme con la madre, un fratello e una sorella - dal 1922 visse in Polonia con la madre, essendo il padre morto nel 1920 nella difesa di Vilnius contro i bolscevichi. Sacerdote nel 1939, cappellano militare dell’esercito polacco, fu imprigionato nel 1941 dai sovietici a Brest e condannato a morte. I disordini legati all’arrivo dei tedeschi gli permisero di liberarsi. A fine 1944, con il ritorno dell’Armata Rossa, fu di nuovo arrestato e imprigionato a Minsk, poi condannato a dieci anni di lavori forzati e deportato al gulag di Marvinsk. Nel 1947 fu trasferito a quello di Vorkuta, oltre il Circolo polare artico. Fu liberato nel 1954  e divenne parroco della cattedrale di Pinsk (città oggi bielorussa di circa 130mila abitanti a sud-ovest di Minsk), dove svolse il suo ministero tra le intuibili mille difficoltà. Caduto il Muro, nel 1990 fu ricevuto in udienza da papa Wojtyla, che lo definì uomo della leggenda. Nominato arcivescovo di Minsk nel 1991, tre anni dopo fu creato cardinale. Restò ordinario di Minsk fino a quasi 92 anni. L’anno scorso si era fratturato una gamba, con un malaugurato bis a marzo di quest’anno. Da aprile non era più cosciente. I funerali si sono svolti nella cattedrale di Pinsk e sono stati presieduti dal cardinale Stanislaw Dziwisz, che ha definito il defunto un “testimone intrepido”. L’omelia è stata pronunciata dal metropolita di Minsk (suo successore), l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz.

 

Può essere interessante rievocare due passi di un discorso, riprodotto da Avvenire dell’11 novembre 2003, che il cardinale Świątek  aveva pronunciato a Kiev qualche giorno prima. Così suonava l’esordio: Ai tempi di Stalin tutto il territorio dell’Unione Sovietica non era altro se non un immenso gulag, uno sterminato recinto di filo spinato, dove migliaia di reclusi nei lager morivano per le disumane condizioni di vita e di lavoro. Continuava il porporato: Dopo essere stato due volte nelle prigioni sovietiche e due mesi nella cella dei condannati a morte, venni mandato al lager dei lavori forzati a regime speciale. Dapprima nella taiga siberiana, successivamente nella tundra del lontano Nord. Sono stato tenuto in un estremo isolamento e ciò non mi ha permesso né di incontrare alcun sacerdote cattolico né di amministrare il sacramento della confessione. Soltanto negli ultimi due anni di lager sono riuscito ad avere l’ostia e il vino per celebrare di nascosto la santa messa. Come calice usavo una tazza di ceramica, mentre tenevo l’ostia consacrata da portare ai cattolici in una scatola di fiammiferi. Ricordo una messa di Pasqua celebrata con alcuni prigionieri cattolici in un locale di lavanderia tra nuvole di vapore. Di tutta la mia vita sacerdotale fu la Pasqua più cara.

 

Ecco invece un episodio del dopo-caduta del Muro: Dopo il 1991, fatto arcivescovo, mi sono messo a percorrere lo sterminato territorio della Bielorussia, qualche volta facendo oltre mille chilometri al giorno, scoprendo innumerevoli testimonianze di fede. In una parrocchia mi venne incontro un giovane sacerdote venuto dalla Polonia. La chiesa era in un edificio semidistrutto, senza tetto né porte. Davanti alla facciata c’era un gruppo di una ventina di donne. Mi si avvicinarono di corsa e con il mio massimo stupore si buttarono per terra ai miei piedi. Io ne ero sconvolto: per la prima volta nella loro vita incontravano un vescovo cattolico proprio davanti alla loro chiesa distrutta. Quindi sono tornate al punto dov’erano prima e con le voci tremanti hanno intonato un canto mariano. Potevo io vescovo trattenere le lacrime vedendo questa testimonianza di fedeltà verso Dio e verso la Chiesa? Poi ho chiesto al giovane sacerdote che cosa gli aveva fatto abbandonare la sua terra per venire in questo luogo desolato:”Padre, appartengo alla categoria dei pazzi di Dio”, fu la sua risposta. L’ho abbracciato, baciato e gli ho sussurrato all’orecchio: “Allora, caro padre, sia pazzo fino in fondo”. E lo fu! Ha già rialzato dalle rovine tre chiese che non sono ancora riuscito a riconsacrare.

Domenica 24 luglio in mattinata si è spento il cardinale Virgilio Noè, “grande liturgista sulla scia del Concilio”, come titola l’Avvenire di martedì 26. Ottantanovenne, è stato sicuramente (passiamo all’occhiello de L’Osservatore Romano) “uno dei protagonisti della riforma liturgica ispirata dal Concilio Vaticano II”. Qualche anno fa lo incontrammo per un’intervista a Il Consulente RE allora cartaceo: ci raccontò tanti episodi della sua vita ‘liturgica’, dai contatti soprattutto con i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ad alcune curiosità legate al Giubileo del Duemila, alle cerimonie papali in tutto il mondo e nella Basilica di San Pietro, di cui era stato arciprete: purtroppo, tornati in ufficio, ci accorgemmo che sul registratore erano state incise solo le nostre domande. Le sue risposte erano state date con voce tanto fievole, che ci sarebbe voluto un registratore molto più potente per riascoltarle… un’intervista proprio bella, interessante, piena di aneddoti, ma ormai virtuale, dato che poco dopo il cardinale cadde sul sagrato di san Pietro e poi… più non osammo ribussare alla porta di piazza della Città Leonina 1! Tra parentesi nello stesso palazzo dove risiedeva il cardinale Ratzinger: del resto, nell’omelia per i funerali, celebrati in San Pietro martedì 26 luglio, il cardinale Angelo Sodano ha rilevato tra l’altro che “il nostro amato Pontefice ha avuto una lunga consuetudine di vita con il compianto cardinale, nutrendo per lui sentimenti di profonda stima ed amicizia”.    

L’ampia biografia apparsa su L’Osservatore Romano di martedì 26 luglio così inizia con un elogio inusuale nei termini: “ Il Maestro. Con molta probabilità verrà ricordato così il cardinale Virgilio Noè, e non solo per aver guidato a lungo l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, dal 9 gennaio 1970 al 6 marzo 1982, accanto ai papi Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Egli è stato il primo ad aver interpretato in modo nuovo il suo incarico, tanto da essere considerato da molti come uno dei protagonisti dell’attuazione della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II”. Come sappiamo tale riforma e soprattutto la sua attuazione hanno suscitato e continuano a suscitare non poche polemiche, rinfocolatesi proprio negli ultimi mesi; perciò il cardinale Noè, proprio per il ruolo avuto nell’applicazione della riforma anche nelle cerimonie papali, non faceva – come si suol dire – il pieno di consensi dappertutto. Ma è il rischio che corrono tutti gli innovatori.

Pavese, nato a Zelata di Bereguardo, si è sempre occupato molto di liturgia, già da quando fu ordinato sacerdote (nel 1944) e poi come presidente della commissione liturgica diocesana, di cui era l’anima. Chiamato a Roma nel 1964 come segretario del Centro di azione liturgica (Cal), legato alla Conferenza episcopale italiana (Cei), diventa cinque anni dopo sottosegretario della nuova Congregazione per il Culto divino. Nel 1970 Paolo VI lo vuole come Maestro delle Cerimonie Pontificie. Racconta lo stesso cardinale Noè: un giorno mi disse che “un cerimoniere deve restare sempre padrone di se stesso e fare da scudo al Papa, perché la santa Messa deve essere celebrata degnamente, per la gloria di Dio e del suo popolo”. Nel 2002, festeggiandolo per i suoi ottant’anni, Giovanni Paolo II gli scrisse: “Non posso non riandare col pensiero al primo giorno del mio pontificato e al ricordo che ho di Lei, al mio fianco, quale Maestro delle Cerimonie pontificie. Come non rinnovarLe l’espressione della mia gratitudine per il contributo da Lei dato al degno svolgimento di ogni celebrazione liturgica? Riconoscendo in tale sua spiccata sensibilità, insieme spirituale e pratica, la sapiente applicazione di una delle opportune direttive del Concilio Vaticano II, La nominai segretario della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti”.

Vescovo nel 1982, nel 1991 cardinale e arciprete della Basilica di San Pietro (inoltre: Vicario di Sua Santità per la Città del Vaticano, presidente della Fabbrica di San Pietro), il porporato pavese aveva lasciato le sue cariche nel 2002. E’ stato, come già ricordato, arciprete della Basilica di San Pietro durante il Giubileo del Duemila e ha tra l’altro promosso il restauro della facciata, inaugurato nell’autunno del 1999 con un indimenticabile spettacolo di fuochi d’artificio. Il porporato verrà sepolto nella cappella dei canonici vaticani nel cimitero romano del Verano.

Con la morte dei cardinali Świątek e Noè il Collegio cardinalizio conta ora 195 membri, di cui 114 elettori.