FOLLIE ITALICHE E DELL’UE: UN NUOVO ’68? - PAPA FRANCESCO E I ROM - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 30 novembre 2021

 

Qualche considerazione sul diffondersi di vere e proprie follie antropologiche che si cerca di ‘normalizzare’ attraverso l’uso di un linguaggio ad hoc. Questa mattina, martedì 30 novembre 2021, la Commissione europea ha ritirato (temporaneamente) il documento sulla comunicazione inclusiva, i cui contenuti antropologicamente folli erano stati rivelati lunedì 29: dure le critiche espresse anche dal Segretario di Stato cardinale Parolin. L’occasione della partita ‘Fratelli tutti’ di Formello per riproporre alcuni passi dei discorsi sui rom pronunciati in questi anni da papa Francesco

 

Sempre più spesso si è costretti a porsi una domanda preoccupata: proveniente  da Oltreoceano sta forse irrompendo nella società europea e dunque anche italiana il vento folle di un nuovo Sessantotto? E’ evidente che il clima di incertezza e di smarrimento esistenziali creati dalla situazione sanitaria e dalle misure ad essa connesse offrono un’occasione insperata a chi da tempo lavora per una rivoluzione antropologica mondiale. Lo ha rilevato compiaciuto lo stesso speculatore ‘filantropo’ George Soros in un’intervista dell’11 maggio 2020 a Project Syndicate: “Già prima che scoppiasse la pandemia mi ero reso conto che ci trovavamo in un momento rivoluzionario in cui ciò che sarebbe stato impossibile o addirittura inconcepibile in tempi normali non solo era divenuto possibile, ma forse anche assolutamente necessario”.  E a Repubblica del 12 agosto 2020 ha ribadito il medesimo concetto: “È una situazione rivoluzionaria con sviluppi imprevedibili. Quel che sembra impossibile nella normalità non solo diventa possibile, ma si verifica” (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/984-italia-e-scuola-assalto-alla-polonia-rsi-dibattito-su-francesco.html ).

Non passa ormai giorno senza che i media e i social  diano notizia di iniziative e fatti che solo pochi anni fa sarebbero stati giudicati “impossibili” e semmai definiti come “roba da pazzi”. Oggi invece il tristo ‘politicamente corretto’ dominante li fa passare da pagine e schermi come eventi che rientrano in una ormai comprovata ‘normalità’.  

Qualche esempio eloquente dal Belpaese. C’è l’istituto scolastico in cui, a metà novembre, si è deciso di fare (riprendiamo dal comunicato ufficiale) “un decisivo passo avanti nelle questioni di genere e del concetto ‘fluido’ nelle comunicazioni interne, esterne, individuali o collettive. Non useremo più sostantivi e aggettivi connotativi sessualmente, ma l’asterisco. Studente diventerà student* e iscritti sarà iscritt*, solo per fare alcuni esempi”. E a giustificazione di tale follia si legge: “Le generazioni che frequentano adesso le superiori sono molto più avanti, sono sensibili al tema e hanno risposto in modo estremamente positivo. Noi abbiamo semplicemente formalizzato in un regolamento quello che vivono nella quotidianità di ogni giorno. Questioni come queste sono vissute in modo problematico dagli adulti, non dai giovani”. Parole certo profetiche, come dimostra il fatto che un gruppo di studenti ha contestato la decisione appendendo un grande striscione: L’asterisco è bruttura che uccide italiano e cultura (successivamente un sinistro ‘illuminato’ è passato all’azione educativa colpendo in pieno volto un ‘reazionario’ che distribuiva volantini sull’iniziativa di protesta).

Dal comunicato degli occupanti di una serie di istituti veniamo a sapere che si commette quello che è indiscutibilmente il reato dell’occupazione anche “per una scuola femminista, che lotti contro discriminazioni e violenze, antisessista, antirazzista e non eteronormata”. Follia studiata che troverà d’accordo associazioni antropologicamente sovversive come Black lives matter (ispiratrice ad esempio della penosa e indegna buffonata dell’inginocchiarsi prima delle partite) o Non una di meno (che sguazza a suo agio nella confusione giovanile e riesce a ‘catturare’ non poche adolescenti valorialmente fragili con le allettanti melodie dei suoi ‘flauti magici’, inneggianti ai nuovi e presunti diritti di libertà).

In un articolo su una manifestazione dominata dal colore fucsia - apparso sul noto megafono cartaceo e online che è maestro in campagne di linciaggio mediatico - abbiamo poi scoperto: “A colpire è l’orda di giovanissim (schwa): studentesse e studenti dall’estetica artistica e dall’aria divertita reclamano una didattica non patriarcale e intonano cori, ballano sotto il camion che guida il corteo, bevono birra, si godono un giorno di gita dai loro licei occupati”. Da notare dunque lo sdoganamento dell’uso del o della schwa appioppato a giovanissim e il ritratto tanto compiaciuto quanto significativo dell’orda.

Potremmo continuare con tanti altri esempi che odorano di Sessantotto, compresi quelli – ormai numerosi anche nel Belpaese – di aggressione, dileggio ed emarginazione di chi osa dissentire da tali sviluppi inquietanti, che già hanno prodotto danni psichici (e non solo) incommensurabili mezzo secolo fa e di cui nei decenni abbiamo patito le conseguenze.   

E’ chiaro poi che chi si balocca con l’idea di resuscitare in qualche modo e con aggiornamenti contenutistici il Sessantotto sa di potersi esporre avendo coperte le spalle da chi sta più in alto. Perché la follia è non solo coccolata, ma promossa in mille modi da diversi rappresentanti delle ‘istituzioni’. C’è ad esempio chi, da ministro con delega alla politica della droga, si batte con atteggiamento tanto irresponsabile quanto folle “contro il proibizionismo delle droghe leggere”, demolendo così gli sforzi per dissuadere i giovani dal consumo di tali veleni, tra l’altro definite in maniera truffaldina appunto come ‘leggere’.

E a Bruxelles tra le molte follie già prodotte dagli euroburocrati l’ultima – rivelata su Il Giornale’ dal brillante e combattivo Francesco Giubilei (Giubilei Regnani editore, Cesena) – riguarda le nuove linee-guida della Commissione europea per una “Comunicazione inclusiva”.  E’ un testo di 32 pagine – destinato in primo luogo a tutti i dipendenti – in cui la Commissione rivendica il suo ruolo esemplare nel perseguire un linguaggio mirato al rispetto di ogni persona umana. Intenzione certo lodevole, di contrasto a quell’imbarbarimento dello stesso linguaggio che si registra da anni un po’ dappertutto e dovuto anche (oltre che a un diffuso regresso culturale) all’avvelenamento – in atto da anni – indotto da trasmissioni radiofoniche e televisive (anche dei media di Stato) e da social che fomentano i peggiori istinti.

Tuttavia molti codici di buon comportamento lessicale (ripetiamo: in sé apprezzabili per certi versi) nella realtà non sono altro che un fondamentale cavallo di Troia per il progresso della sovversione antropologica. Che- è utile ribadirlo - mostra sempre più spesso il suo volto totalitario (presentandosi magari con tratti suadenti a beneficio delle ‘anime belle’), negatrice nei fatti della libertà di espressione.  

Il documento, in inglese, della Commissione non fa eccezione. Nelle 14 righe della prefazione di Helena Dalli (Commissario europeo all’uguaglianza) e nelle due pagine dell’introduzione è tutto un inno alla necessità di un linguaggio inclusivo da utilizzare nelle comunicazioni “interne ed esterne” di Bruxelles, con un primo assaggio di punti irrinunciabili da concretizzare. Seguono sette capitoletti dedicati a ambiti diversi (genere, lgbtiq, racial&ethnic background, culture/stili di vita/credenze, disabilità, età, un ultimo per l’accesso all’online). A pagina 7 uno schemino riassuntivo delle domande che ci si deve porre quando si prepara un materiale comunicativo. Ad esempio, per quanto riguarda le immagini, bisogna chiedersi: “Sono sicuro di non rappresentare con stereotipi le tematiche riguardanti il gender, l’età, l’etnia e altri ambiti?”. Ogni capitoletto ha una breve introduzione seguita da esempi pratici sul lessico da evitare e quello sostitutivo.

Due esempi tra i tanti nel capitolo dedicato al genere: vietato scrivere “Il fuoco è l’invenzione più grande dell’uomo”, da sostituire con “dell’umanità”. Oppure: businessman e policemen sono da sostituire con businessperson e police officer. Ancora: “Si faccia attenzione a non menzionare sempre lo stesso sesso al primo posto nell’ordine del discorso”. Nel capitolo Lgbtiq, oltre a presentare la bandiera della categoria da pubblicizzare, si prescrive di rappresentare sempre, quando si parla di famiglia, l’intero universo di quelle che noi chiamiamo ‘configurazioni affettive’ e che la Commissione designa invece come “famiglie”.  Ancora: non si deve offrire come opzione nei moduli dedicati solo il maschile e femminile, ma anche “altro” e “preferisco non dirlo”. A pagina 19 troviamo l’ambito delle culture/stili di vita/credenze: e qui non poteva mancare nell’Europa post-cristiana (anzi sempre più anti-cristiana) l’ordine di evitare espressioni come “Il periodo di Natale può essere stressante” a beneficio diIl periodo delle vacanze può essere stressante”. Ancora:  quando si racconta un esempio bisogna evitare di attribuire ai protagonisti solo “nomi tipici di una religione” (leggi : cristianesimo e anche ebraismo). E allora no a “Maria e Giovanni sono una coppia internazionale” e sì a “Malika e Julio sono una coppia internazionale”.   Ma qui ci fermiamo… non si riesce più a vedere il fondo!  O forse sì: basta scrivere “colonizzazione di Marte”, viva invece l’ “invio di umani su Marte”. Questo è vero progresso!

CONTRORDINE COMPAGNI! RITIRATO STAMATTINA, 30 NOVEMBRE, IL DOCUMENTO DOPO LE DURE CRITICHE NON SOLO DI POLONIA E UNGHERIA, MA ANCHE DELLA VOX SPAGNOLA E DEL CENTRODESTRA ITALIANO.PURE DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO PIETRO PAROLIN, CHE COSI' HA TRA L'ALTRO DICHIARATO: "CHI VA CONTRO LA REALTA', SI METTE IN SERIO PERICOLO. (...) DISTRUGGERE LA DIFFERENZA E DISTRUGGERE LE RADICI VUOL DIRE PROPRIO DISTRUGGERE LA PERSONA".

La Commissione europea, confrontata con la bufera montante, ha scelto di fare retromarcia. Ha dichiarato Helena Dalli, commissario all'uguaglianza, che "il documento non è maturo e non va incontro ai nostri standard qualitativi. Quindi lo ritiro e lavoreremo ancora su di esso". Domanda: ma la Dalli (che deve avere una faccia tosta incommensurabile) non è la stessa che ha firmato la prefazione del documento inneggiante alla svolta antropologica? Oppure siamo davanti a un caso di sdoppiamento della personalità? A questo punto, però, niente trionfalismi. L'umiliante retromarcia della Dalli, della Commissione (e della nota lobby) va considerata solo come un ritiro tattico. Calmate le acque, il documento verrà con tutta probabilità riproposto con minimi cambiamenti. Attenti dunque a non abbassare la guardia!

 

FRANCESCO E I ROM: UN APPROCCIO VARIEGATO

A seguito dell’articolo del 23 novembre sulla partita di calcio promossa da papa Francesco nel centro sportivo della Lazio a Formello tra una rappresentativa vaticana un po’ inconsueta e la ‘nazionale’ dei rom croati (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/papa-francesco/1047-francesco-fratelli-tutti-i-rom-e-la-lazio-se-da-da-fa.html ) alcuni lettori ci hanno chiesto lumi sull’atteggiamento di papa Bergoglio verso l’etnia di lingua romanì originaria dell’India settentrionale e stanziata da secoli soprattutto in Europa. Li accontentiamo volentieri, riproducendo una serie di affermazioni in materia fatte dal pontefice argentino. Come si noterà non sono univoche, come potrebbe pensare chi si abbevera all’immagine mediatica veicolata da Francesco, ma in primo luogo dai suoi turiferari da scrivania. Non è una sorpresa, considerato come anche su altre tematiche ‘delicate’ (vedi quella dell’immigrazione clandestina voluta dagli schiavisti e favorita dagli irresponsabili ‘buonisti’) Francesco evidenzi accenti diversi a seconda dei casi, dei momenti e dell’uditorio.

Ricordiamo che i rom sono il gruppo numericamente più consistente del popolo romanì, che comprende anche tra l’altro i gitani andalusi e i sinti piemontesi e lombardi. Spesso i popoli romanì nel loro insieme sono conosciuti come ‘zingari’, un termine però che agli stessi non piace per la sua connotazione generalmente negativa (e ne sa qualcosa anche papa Francesco, per l’uso di ‘zingari’ in un incontro del 2014).  

  .1.  5 giugno 2014, Vaticano, sala Clementina, incontro con i direttori della pastorale dei rom: Spesso gli zingari si trovano ai margini della società, e a volte sono visti con ostilità e sospetto – io ricordo tante volte, qui a Roma, quando salivano sul bus alcuni zingari, l'autista diceva: “Attenti ai portafogli”! Questo è disprezzo. Forse sarà vero, ma è disprezzo...; sono scarsamente coinvolti nelle dinamiche politiche, economiche e sociali del territorio. (NdR: sembra eccessivo parlare di ‘disprezzo’. “Attenti ai portafogli” è un avvertimento che deriva da una constatazione di cui hanno fatto dolorosa esperienza – almeno una volta - molti utenti dei mezzi pubblici. E’ evidente che, quando un gruppo di ‘zingarelle’ sale su un bus o entra nel vagone della metropolitana, la reazione spontanea è  quella di ritrarsi e tenersi stretto il portafogli o il borsello). Continua papa Francesco e stavolta non evita certi argomenti: Sappiamo che è una realtà complessa, ma certo anche il popolo zingaro è chiamato a contribuire al bene comune, e questo è possibile con adeguati itinerari di corresponsabilità, nell’osservanza dei doveri e nella promozione dei diritti di ciascuno.(…)

2.. 26 ottobre 2015, Vaticano, Aula Paolo VI, incontro con i partecipanti al pellegrinaggio del popolo gitano, organizzato dall’allora Pontificio Consiglio per la pastorale di migranti e itineranti (card. Antonio Maria Vegliò presidente) in collaborazione con la Fondazione  Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana, con l’Ufficio “Migrantes” della Diocesi di Roma e con la Comunità di Sant’Egidio (1): Cari amici gitani, o Del si tumentsa! (“il Signore sia con voi!”), Molti di voi vengono da lontano e hanno fatto un lungo viaggio per arrivare qui. Siate benvenuti! Vi ringrazio per aver voluto commemorare insieme lo storico incontro del beato Paolo VI con il popolo nomade. Sono passati cinquant’anni da quando egli venne a farvi visita nell’accampamento di Pomezia. (…) Da quel giorno fino ad oggi, siamo stati testimoni di grandi cambiamenti sia nel campo dell’evangelizzazione sia in quello della promozione umana, sociale e culturale della vostra comunità. (…) Conosco le difficoltà del vostro popolo. Visitando alcune parrocchie romane, nelle periferie della città, ho avuto modo di sentire i vostri problemi, le vostre inquietudini, e ho constatato che interpellano non soltanto la Chiesa, ma anche le autorità locali. Ho potuto vedere le condizioni precarie in cui vivono molti di voi, dovute alla trascuratezza e alla mancanza di lavoro e dei necessari mezzi di sussistenza. Ciò contrasta col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa, a un lavoro dignitoso, all’istruzione e all’assistenza sanitaria. L’ordine morale e quello sociale impongono che ogni essere umano possa godere dei diritti fondamentali e debba rispondere ai propri doveri. (…)

3.    26 ottobre 2015, Vaticano, Aula Paolo VI (2): Vorrei che anche per il vostro popolo si desse inizio a una nuova storia, a una rinnovata storia. Che si volti pagina! È arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo e della xenofobia sta più vicino (…) . Esorto voi per primi, nelle città di oggi in cui si respira tanto individualismo, ad impegnarvi a costruire periferie più umane, legami di fraternità e condivisione; avete questa responsabilità, è anche compito vostro. E potete farlo se siete anzitutto buoni cristiani, evitando tutto ciò che non è degno di questo nome: falsità, truffe, imbrogli, liti. (…) Cari amici, non date ai mezzi di comunicazione e all’opinione pubblica occasioni per parlare male di voi. Voi stessi siete i protagonisti del vostro presente e del vostro futuro.  Come tutti i cittadini, potete contribuire al benessere e al progresso della società rispettandone le leggi, adempiendo ai vostri doveri e integrandovi anche attraverso l’emancipazione delle nuove generazioni.

4. 26 ottobre 2015, Vaticano, Aula Paolo VI (3): Vedo qui in Aula molti giovani e molti bambini: sono il futuro del vostro popolo ma anche della società in cui vivono. I bambini sono il vostro tesoro più prezioso. La vostra cultura oggi è in fase di mutazione, lo sviluppo tecnologico rende i vostri ragazzi sempre più consapevoli delle proprie potenzialità e della loro dignità, e loro stessi sentono la necessità di lavorare per la promozione umana personale e del vostro popolo. Questo esige che sia loro assicurata un’adeguata scolarizzazione. E questo dovete chiederlo: è un diritto! (…) È noto che lo scarso livello di scolarizzazione di molti dei vostri giovani rappresenta oggi il principale ostacolo per l’accesso al mondo del lavoro. I vostri figli hanno il diritto di andare a scuola, non impediteglielo! I vostri figli hanno il diritto di andare a scuola! È importante che la spinta verso una maggiore istruzione parta dalla famiglia, parta dai genitori, parta dai nonni; è compito degli adulti assicurarsi che i ragazzi frequentino la scuola. (NdR: è un appello veramente forte con cui papa Francesco cerca di intaccare la resistenza granitica di non pochi genitori rom – almeno in Italia – verso una frequenza scolastica regolare dei figli).

5.  9 maggio 2019, Vaticano, Sala Regia, incontro di preghiera con il popolo rom e sinti: Voi potete avere un pericolo… – tutti abbiamo sempre un pericolo – una debolezza, diciamo così, la debolezza forse di lasciar crescere il rancore. Si capisce, è umano. Ma vi chiedo, per favore, il cuore più grande, più largo ancora: niente rancore. E andare avanti con la dignità: la dignità della famiglia, la dignità del lavoro, la dignità di guadagnarsi il pane di ogni giorno – è questo che ti fa andare avanti – e la dignità della preghiera. Sempre guardando avanti. E quando viene il rancore, lascia perdere, poi la storia ci farà giustizia. Perché il rancore fa ammalare tutto: fa ammalare il cuore, la testa, tutto. (…)

6. 2 giugno 2019, Blaj (Romania), incontro con la comunità rom: Nel cuore porto però un peso. È il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male. Vorrei chiedere perdono per questo. Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori

7. 2 giugno 2019, Blaj (Romania), incontro con la comunità rom: Cari fratelli e sorelle, voi come popolo avete un ruolo da protagonista da assumere e non dovete avere paura di condividere e offrire quelle specifiche caratteristiche che vi costituiscono e che segnano il vostro cammino, e delle quali abbiamo tanto bisogno: il valore della vita e della famiglia in senso allargato (cugini, zii, …); la solidarietà, l’ospitalità, l’aiuto, il sostegno e la difesa dei più deboli all’interno della loro comunità; la valorizzazione e il rispetto degli anziani – questo è un grande valore che voi avete –; il senso religioso della vita, la spontaneità e la gioia di vivere. Non private le società in cui vi trovate di questi doni e disponetevi anche a ricevere tutte le cose buone che gli altri vi possano offrire e apportare).

8.   14 settembre 2021, viaggio apostolico in Slovacchia, Kosice, quartiere Lunik IX, incontro con la comunità rom: Voi nutrite un grande amore per la famiglia, e guardate alla Chiesa a partire da questa esperienza. Sì, la Chiesa è casa, è casa vostra. Perciò – vorrei dirvi con il cuore – siete benvenuti, sentitevi sempre di casa nella Chiesa e non abbiate mai paura di abitarci. Nessuno tenga fuori voi o qualcun altro dalla Chiesa!

9. 22 settembre 2021, Vaticano, Aula Nervi, udienza generale: Ho visto (NdR: nel viaggio apostolico in Slovacchia) speranza in tante persone che, silenziosamente, si occupano e si preoccupano del prossimo. (…). Penso alla comunità Rom e a quanti si impegnano con loro per un cammino di fraternità e di inclusione. È stato commovente condividere la festa della comunità Rom: una festa semplice, che sapeva di Vangelo. I Rom sono dei fratelli nostri: dobbiamo accoglierli, dobbiamo essere vicini come fanno i Padri salesiani lì a Bratislava, vicinissimi ai Rom. 

10. 20 novembre 2021, Vaticano, Sala Clementina, udienza ai partecipanti alla partita di calcio tra la ‘squadra del Papa –Fratelli tuttie quella dei rom croati: Ho accolto con gioia la proposta della World Rom Organization di giocare una partita di calcio qui, a Roma, con una ‘squadra del Papa’, che non sono i cardinali: cioè una formazione del Vaticano. In effetti, la squadra con la quale – e non ‘contro’ la quale – giocherete domani rappresenta uno stile di passione sportiva vissuta con solidarietà e gratuità, con spirito amatoriale e inclusivo. Giocherete insieme a qualche Guardia Svizzera, a sacerdoti che lavorano in uffici della Curia romana, a dipendenti vaticani e ad alcuni loro figli. (…) Cari amici Rom, conosco bene la vostra storia, la vostra realtà, le vostre paure e le vostre speranze. (…) Per questo, l’evento sportivo a cui voi darete vita ha un grande significato: indica che la via per la convivenza pacifica è l’integrazione. E la base è l’educazione dei bambini. Cari amici Rom, so che in Croazia date vita a tante iniziative sportive di inclusione, per aiutare la reciproca conoscenza e amicizia. È un segno di speranza! Perché i grandi sogni dei bambini non possono infrangersi contro le nostre barriere. I bambini, tutti i bambini, hanno il diritto di crescere insieme, senza ostacoli e senza discriminazioni. E lo sport è un luogo d’incontro e di uguaglianza, e può costruire comunità attraverso ponti di amicizia. Vi ringrazio di questa visita! Vi auguro una buona partita. Non importa chi farà più gol, perché il gol decisivo lo fate insieme, il gol che fa vincere la speranza e che dà un calcio all’esclusione. Grazie a tutti!