COSI’ SCRISSE IL VESCOVO LIBANORI – MESSE CORAM POPULO DAL 18 MAGGIO - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 maggio 2020

 

Padre Daniele Libanori  è uno degli ausiliari della diocesi di Roma. Non è certo un illetterato e lo prova anche la lettera scritta il 19 marzo ai parroci del suo settore (poi condivisa dal cardinale Vicario e da ‘La Civiltà Cattolica) con sue riflessioni pastorali sull’attualità. Nel testo però anche pensieri rivelatori del suo atteggiamento verso i fedeli critici. Il 28 aprile Libanori ha raddoppiato. E confermato che non ama il dissenso. a siamo a Roma o a Pechino?

Mentre scriviamo abbiamo davanti agli occhi il testo del Protocollo – a firma congiunta Conte, Lamorgese, Bassetti , con il ‘visto, si approva’ del noto e competente in materia ‘Comitato tecnico-scientifico’– in cui si regola la riattivazione delle messe coram populo (e di altre celebrazioni) dal 18 maggio 2020: positiva certo tale riattivazione (oggettivamente fondamentale), ma il testo a prima vista contiene anche molto di grottesco, con lo Stato che si impiccia occhiutamente di procedure organizzative per le quali sarebbe competente – secondo il Concordato - la Chiesa… a meno che essa non sia ormai diventata di tipo ‘patriottico’ sino-italico. O, a scelta, di tipo luterano (Chiese di Stato dell’Europa germanica o scandinava).

Notiamo tra l’altro in una prima lettura i dettagli riguardanti la distribuzione della Comunione, il divieto di assembramento in sacrestia, l’igienizzazione delle stesse dopo ogni celebrazione, la non opportunità di disporre di sussidi per la messa e per i canti (idea: si potranno fare monouso…ovvero: ognuno si porta a casa la propria copia?). Poi: c’era bisogno di un Protocollo statale molto speciale, minuziosissimo, in 27 punti, molto più stringente di quelli per i luoghi di lavoro, quasi che dentro le chiese trovassero riparo schiere di potenziali untori e/o pericolosissimi dissenzienti da tenere a bada?

A proposito della data del 18 maggio: ci ha trafitto un pensiero… quello che il digiuno rituale islamico del mese di Ramadan si concluderà il 23 maggio… chissà che ciò non abbia spinto la trimurti citata ad anticipare la riattivazione delle messe coram populo…

In sostanza, dopo una lettura sia pur sommaria, si ha l’impressione dolorosa che con la firma di tale Protocollo la Cei si sia consegnata mani e piedi allo Stato italiano: stracciato de facto il Concordato, la Conferenza episcopale italiana (diremmo la Chiesa cattolica in Italia) sembra subire un’umiliazione -dopo quelle incassate il 26 aprile da Conte e il 28 aprile da Bergoglio - da cui potranno derivare in un futuro anche prossimo conseguenze molto pesanti (non solo economicamente) sull’effettiva garanzia e sulla concreta tutela della libertas Ecclesiae nella Penisola.  Speriamo che questa nostra impressione possa essere modificata dopo una più attenta considerazione del testo,  ma l’intuito (che però non è infallibile) ci suggerisce un moderato pessimismo in materia.

 

DANIELE LIBANORI, VESCOVO AUSILIARE DI ROMA: LE PROTESTE DI CATTOLICI CONTRO LE RESTRIZIONI DELL’ESERCIZIO DELLA LIBERTA’ DI CULTO? LA LORO FEDE E’ IDEOLOGICA, IMMATURA, DA PURIFICARE.

 

Chi è Daniele Libanori? Gesuita, è vescovo ausiliare di Roma dal 23 novembre 2017 (ordinazione il 13 gennaio 2018). Da un anno è responsabile per il settore Centro e delegato per il clero e per i seminari. Nato nel 1953 a Ostellato (Ferrara), sacerdote dal 1977, vice-parroco, parroco, rettore del Seminario diocesano, nel 1991 è stato accolto nella Compagnia di Gesù. Licenziato in Teologia dell’Evangelizzazione (Bologna), dottore in Teologia della Vita cristiana (Napoli), ha prestato servizio presso la cappellania dell’Università de L’Aquila, la comunità di Napoli (san Luigi), la cappellania de ‘La Sapienza’ di Roma. Dal 2003 al 2016 è stato rettore della Chiesa del Gesù, sempre a Roma; dal settembre del 2017 è rettore della chiesa di San Giuseppe Falegname al Foro Romano. E’ anche esorcista.

Insomma, a guardare il curriculum, non si può dire che padre Libanori sia un illetterato. Dimostra di possedere uno spessore culturale superiore alla media anche nella lunga e articolata Lettera inviata ai parroci del suo settore il giorno di san Giuseppe, condivisa il 26 marzo dal cardinale Vicario Angelo De Donatis (e allegata a un suo scritto ai sacerdoti fidei donum) e pubblicata dall’organo bergogliano per eccellenza La Civiltà Cattolica del 18 aprile (quaderno 4076, pagg. 163-176) sotto il titolo “La fede al tempo di Covid-19”.

Sono riflessioni (“pensieri in libertà offerti in comunicazione spirituale”) che hanno ottenuto l’imprimatur in pompa magna del Turiferaio Prezzemolo Antonio Spadaro: e ciò induce a leggerle con attenzione particolare.

Infatti...la lettera è certo apprezzabile per parti non minori… ma, a un certo punto, ecco che cosa scrive padre Libanori a proposito di esercizio della libertà di culto (in particolare riguardo alle proteste per le restrizioni di tale esercizio):  

Molti lamentano che tra le restrizioni imposte dalla situazione presente vi sia anche la chiusura delle Chiese (NdR: a dire il vero nel 19 marzo della lettera sono aperte tutte le chiese parrocchiali di Roma e anche alcune ‘di missione’). (…)Bisogna riconoscere che non spetta alla Chiesa, ma allo Stato legiferare in ordine alla salute pubblica (NdR:… ma non è questo il punto!) Dinanzi a un problema della cui gravità non tutti sono ancora pienamente persuasi è questo e questo soltanto il piano sul quale si devono assumere decisioni circa l’accesso ai luoghi di culto, senza richiamare principi che hanno tanto di ideologico (NdR: ahi, ahi… dove vuole andare a parare il vescovo Libanori?). In un tempo di emergenza come quello presente la fede e la devozione devono trovare vie nuove. La chiesa aperta potrà anche essere un segno di conforto, ma se di ‘segno’ si tratta, basta che sia aperta la Cattedrale, che è la Chiesa madre della Comunità diocesana (NdR: ma una chiesa è solo un ‘segno’???). La Chiesa vera, quella fatta di uomini, ringraziando Dio, può vivere anche senza chiese, come è accaduto per i primi secoli e come ancora accade in molte parti del mondo (NdR: certo, ad esempio nella Cina comunista, sempre che non si appartenga alla Chiesa ‘patriottica’ di regime).

Ma il meglio ha da venì… Leggiamo insieme:

Qui è necessario porci onestamente e con molto rispetto una questione di non poca importanza per noi pastori: se cioè la protesta, anche vibrata, contro la chiusura delle Chiese sia animata dalla fede o non piuttosto da una religiosità da purificare (NdR: oh oh… i critici per Libanori devono essere dei dozzinali – insomma degli ignorantoni – da purificare. Proprio da purificare… nella storia c’è qualcun altro che ha ritenuto doverosa la purificazione di alcuni soggetti ribelli…). Attenzione a non lasciarsi catturare dal falso zelo (NdR: zelo? falso? Vedi parentesi precedente).

Bontà sua, Daniele Libanori concede poi: Quasi sempre la richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa.

Tuttavia “nella richiesta troppo insistente dell’Eucaristia non di rado c’è una fede sincera ... ma non matura” (NdR: purificare, falso zelo, non matura… insomma: i critici sono da rieducare… chissà se si vorranno seguire esempi passati o presenti anche oggi in alcune parti del mondo? A caso, nella Cina comunista, il sogno di Spadaro e affini).

Che bravo, padre Libanori, vescovo ausiliare ‘purificatore’ della diocesi del Papa! E tuttavia, con una comunicazione/ingiunzione del 28 aprile il gesuita ferrarese ha voluto (o dovuto?) superare se stesso.

 

MA A FINE APRILE PADRE LIBANORI SI SUPERA…

Ricorderete la vicenda penosa e grottesca andata in scena tra domenica sera 26 aprile e martedì 28 aprile, con protagonisti l’inquilino devoto di Palazzo Chigi (niente messe coram populo), la presidenza della Conferenza episcopale italiana (reazione rabbiosa e toni duri), lo sponsor contiano di Santa Marta (bacchettata alla Cei), di nuovo la presidenza della Cei tornata mite pecorella. Per gli sviluppi odierni, torna all’inizio dell’articolo.

Ebbene… il vescovo Libanori in quelle ore non ha poltrito… la sua mano ha incominciato a premere sui tasti dei social  stilando un comunicato rivolto ai parroci del settore Centro, poi allargato da zelanti turiferari a tutti i parroci di Roma.  Quale il testo, diramato anche tramite Whats App? “Sono stato informato che vi sono dei giornalisti che chiedono ai parroci un parere sulla questione delle messe che ha visto in disaccordo governo e conferenza episcopale. E’ opportuno non rilasciare dichiarazioni ma rimandare all’Ufficio comunicazioni del vicariato. Sarebbe infatti imbarazzante vedere sfruttate le dichiarazioni dei sacerdoti per dividere la Chiesa su fronti opposti. Pregherei per favore di diramare ai parroci e agli altri sacerdoti questa indicazione”.

Capito? Acculturato sì, il vescovo Libanori, ma con un debole: la vocazione al funzionario di Partito molto infastidito dal dissenso. E anche dalla verità dei fatti (quelli sgraditi). Roba da Ministero della cultura popolare. Eppure “i giornalisti devono dire la verità a ogni costo”. Chi ha pronunciato questa frase il 23 settembre 2019 ricevendo i giornalisti dell’Ucsi? Lui, proprio Jorge Mario Bergoglio. Che fa allora il vescovo Libanori? Dissente dal Papa? E in quanto tale va ‘silenziato’? Perché, secondo tale logica perversa, chi tende a reprimere il dissenso, rischia a sua volta - quando capita - di essere represso lui stesso…

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