CORONAVIRUS/PARITARIE IN PARLAMENTO: ORA O … MAI PIU’ – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 5 maggio 2020

 

Il titolo può apparire esagerato, ma in realtà per molte scuole paritarie – l’altra gamba del sistema nazionale italiano di istruzione - i prossimi giorni appaiono decisivi: o il Parlamento approverà gli emendamenti presentati per cercare di fronteggiare l’insostenibilità della situazione finanziaria conseguente alle pesanti restrizioni governative in funzione anti-covid-19 oppure un terzo degli istituti a settembre dovrà cesserà il servizio. Con effetti pesantissimi anche sulle scuole pubbliche statali.   

 

Il sistema scolastico italiano si regge su due gambe: quella della scuola pubblica statale e quella della scuola pubblica paritaria. Quest’ultima, riconosciuta nel suo status di scuola pubblica con la legge 62/2000 (ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer), consta di circa 12mila sedi (in costante diminuzione negli ultimi anni); è frequentata da 860mila alunni e vi prestano servizio circa 140mila tra docenti e operatori scolastici. Due terzi degli istituti sono di impronta cattolica (soprattutto a livello di scuola materna e primaria).

E’ una scuola, quella cattolica in Italia, che ha origini antiche, come del resto annotavamo ne “L’impegno – Come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno” (Rubbettino Editore, 2013, vedi anche in questo stesso sito  https://www.rossoporpora.org/l-impegno/l-impegno-il-libro.html ): “Le scuole medievali parrocchiali, vescovili, benedettine. Poi quelle domenicane, le altre di dottrina cristiana. Con la Controriforma le scuole dei Gesuiti, degli Scolopi, dei Cappuccini, dei Barnabiti, dei Somaschi… Più recentemente ecco le Scuole salesiane, dei Fratelli delle scuole cristiane, dei Maristi, delle orsoline, delle Maestre Pie e di tante altre congregazioni… poi dei nuovi movimenti ecclesiali sviluppatisi nella seconda metà del Novecento. Insomma da sempre la Chiesa considera l’educazione come uno dei fattori decisivi per una ‘vita buona’.”

Una presenza, quella della scuola cattolica, che ha spesso suscitato fastidio e ostilità nei laicisti inclini a considerarla nemica della laicità dello Stato e a ritenerla “per ricchi” (ciò che non corrisponde alla realtà delle cose). Osservava nel 1998 (nel mezzo del dibattito che poi avrebbe portato al felice esito – almeno sulla carta – della Legge 62/2000), in una ‘Nota’ che resta attualissima,  il cardinale Carlo Maria Martini: “Oggi assistiamo spesso a un esacerbarsi degli animi, a un crescendo di pregiudizi contro la scuola cattolica e a una sorta di spontanea e insuperabile avversione verso ogni proposta di provvedimenti tesi a sostenere anche le scuole pubbliche non statali (…) La Chiesa, col suo agire, difende una concezione pluralistica dello Stato, fondata sul principio della sussidiarietà. Tale concezione sarebbe ferita se prevalesse, di fatto, un monopolio assoluto dello Stato in campo scolastico. Se la scuola cattolica sarà costretta a chiudere, ne scapiteranno quei principi democratici che sono meglio promossi in un sistema integrato, come mostra l’esempio di tanti Paesi europei”.

Ecco… rischiamo di arrivarci presto. Perché, se in questi giorni il Parlamento non dovesse approvare con voto forzatamente trasversale almeno alcuni degli emendamenti presentati da diverse forze politiche (dalla Lega a Fratelli d’Italia a Forza Italia fino ad aree della maggioranza dentro Italia viva e Partito democratico) al Decreto Scuola e al Decreto Liquidità all’esame di Senato e Camera, si calcola che un terzo delle scuole paritarie, in larga maggioranza cattoliche, non potrebbe riaprire il portone a settembre. Con conseguenze pesantissime sulla scuola pubblica statale, che dovrebbe accogliere trecentomila allievi e migliaia di docenti restati senza lavoro. Ma a sua volta la scuola pubblica statale da sempre è alle prese con difficoltà pesanti di ordine anche economico, aggravate dall’emergenza coronavirus e dai gravi problemi didattici, organizzativi, amministrativi, edilizi conseguenti. Come potrebbe la scuola pubblica statale accogliere realisticamente senza traumi tale massa di nuovi alunni, assicurando nel contempo il pane anche ai loro docenti?

 

UNA SITUAZIONE DRAMMATICA

La situazione odierna è drammatica per molte scuole paritarie, che pure continuano a fornire servizi fondati sulle modalità della didattica online. Il fatto è che, a causa della gravissima crisi economica generalizzata derivata dal blocco prolungato di tutta una serie di attività produttive (solo ora il blocco incomincia molto gradualmente ad allentarsi), sono tanti i genitori che non riescono più a pagare le rette. Ma, se i gestori non possono disporre delle rette, come possono pagare i dipendenti, oltre che le utenze e i mutui (accesi negli ultimi anni per l’indebitamento crescente)? Come possono allora restare aperte a breve o medio termine le scuole che (e sono la grande maggioranza) che non chiedano rette di almeno 8000 euro l’anno (queste sì che sono scuole per genitori in grado probabilmente di pagarle anche oggi)?

E’ evidente che lo Stato deve aiutare oggi più che mai le scuole paritarie, della cui attività ha sempre beneficiato. Ricordiamo che l’insieme delle scuole paritarie fa risparmiare allo stesso Stato una cifra che ne “L’impegno” avevamo valutato in quattro miliardi e mezzo l’anno (altri anche di più). Non possiamo dimenticare che ogni allievo di scuola pubblica paritaria costa allo Stato in media (cifre Ocse) circa 600 euro l’anno, meno di un quattordicesimo di quello (oltre gli 8.000 euro, sempre cifre Ocse) che allo Stato costa un allievo della scuola pubblica statale.

Fin qui i vari Decreti emanati dall’odierno inquilino di Palazzo Chigi e dal suo governo hanno sempre mostrato sovrana indifferenza per gli appelli disperati lanciati dalle scuole paritarie, un atteggiamento che noi definiremmo irresponsabile e frutto soprattutto di una carenza storico-culturale mai registrata in tali dimensioni nella storia della Repubblica. Né miglior sorte è toccata a bambini e famiglie, come ha evidenziato più volte anche il coordinatore nazionale di ‘Family Day -Difendiamo i nostri figli” Massimo Gandolfini, che ha parlato di un “governo incapace di indicare soluzioni” e anche ignorante “del valore e del contributo fondamentale che la Chiesa e la famiglia offrono alla tenuta del tessuto sociale italiano”.

I gestori religiosi (rappresentati da Cism/Conferenza italiana dei superiori maggiori e Usmi/Unione superiore maggiori d’Italia) di molte scuole pubbliche paritarie cattoliche hanno reagito, in data 28 aprile, all’ultimo Decreto ‘Cura Italia’ del 26 aprile. Cism e Usmi si dichiarano “deluse di non essere state ascoltate”. Ed evidenziano: “Ci abbiamo creduto fino alla fine che il Decreto ‘Cura Italia’ di aprile potesse includere, per un atto di giustizia e di civiltà, gli emendamenti a sostegno delle scuole pubbliche paritarie”. Ancora: “Ci abbiamo creduto fino alla fine che il Decreto ‘Cura Italia’ di aprile potesse rappresentare una reale attenzione alla famiglia (…) tentando di armonizzare per tutti il divario tra lavoro, famiglia e scuola, andando oltre quell’ideologia che, nonostante le incoraggianti parole di molti politici, resta come una muraglia cinese che preclude di considerare la scuola pubblica paritaria come coessenziale al sistema scolastico del nostro Paese”.

Fanno poi notare Cism e Usmi che “la chiusura delle scuole paritarie non è una scelta culturale degna di un Paese civile perché l’impoverimento dell’offerta formativa e la limitazione della libertà delle famiglie priva il Paese di quella sussidiarietà che è premessa ad ogni forma di integrazione sociale; inoltre, questa opzione avrà un impatto negativo sulle scuole pubbliche statali perché comporterà un peggioramento del servizio e un aumento dei costi per la collettività che, probabilmente, si tradurranno in nuove tasse o in minori risorse disponibili per la scuola statale”. Si calcola che, se un terzo delle scuole paritarie dovesse chiudere già per settembre, gli aggravi per le casse dello Stato potrebbero raggiungere almeno 2,5 miliardi di euro (che ricadrebbero poi sulle spalle di tutti i contribuenti) .  

Cism e Usmi prospettano infine un’idea interessante - derivata dalla considerazione della problematicità per tutti della situazione causate dall’instaurarsi dell’emergenza coronavirus – frutto di un’offerta di sinergie con la scuola pubblica statale: “La detraibilità dalle tasse sugli immobili per quegli Istituti che, in una sorta di patto civico ed educativo, metteranno a disposizione della scuola pubblica statale, previo accordo tra le parti, parte dei propri immobili per poter garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche con le nuove regole del distanziamento sociale, in una contiguità istituzionale tra scuola pubblica e privata”.

 

GLI EMENDAMENTI ALL’ESAME DEL PARLAMENTO: IL PIU IMPORTANTE DI TUTTI RIGUARDA LA DETRAIBILITA’ FISCALE DELLE RETTE VERSATE IN TEMPI DI CORONAVIRUS

Quali gli emendamenti riguardanti le scuole paritarie richiesti? Sono sostanzialmente di cinque tipi.  

Oggettivamente il più importante è quello inoltrato dall’opposizione di centro-destra e riguarda la detraibilità fiscale per le famiglie e già per l’anno in scorso dell’ammontare delle rette pagate durante il periodo della sospensione della didattica in presenza a causa dell’emergenza sanitaria originata dal coronavirus. L’ammontare della detraibilità sarebbe fissato secondo i canoni del ‘costo standard di sostenibilità per allievo’ fissato dal Ministero dell’economia e delle finanze. Si tratterebbe dunque di aiutare le scuole paritarie, consentendo che le famiglie abbiano a disposizione una liquidità maggiore che permetta loro anche di pagare almeno parzialmente le rette.

Si spera vivamente, come sottolinea suor Anna Monia Alfieri - nota appassionata ed esperta di politica scolastica (de facto una delle anime più attive del fronte pro-paritarie) – che anche parte della maggioranza si unisca all’istanza dell’opposizione perché questo emendamento (“fondamentale” per suor Anna Monia) venga approvato. Altri emendamenti di vario colore concernono contributi per la didattica a distanza anche per le paritarie, al fine di permettere alle famiglie numerose e a quelle più povere di poter usufruire della nuova modalità tecnologica (sarebbe drammatico se, a causa delle misure imposte per l’emergenza sanitaria, i poveri diventassero ancora più poveri e così si approfondisse ulteriormente il divario sociale esistente). Altri emendamenti riguardano il comparto tra 0 e 6 anni (per rispondere meglio ai bisogni dei più piccoli e delle loro famiglie), i contributi per scontare le rette, la sospensione dei tributi dovuti dalle scuole paritarie nel periodo dell’emergenza coronavirus.  

In sintesi una riflessione riassuntiva e conclusiva, a firma di suor Anna Monia Alfieri e Carlo Amenta, contenuta in un dossier sulla questione, prodotto in collaborazione con l’Istituto Bruno Leoni di Torino: “(…) La crisi economica derivante dalla pandemia rischia di provocare la fuga delle famiglie dalle scuole paritarie a quelle pubbliche, per evidenti minori costi da affrontare. Questo sarebbe un problema non solo per le scuole paritarie come parte integrante del sistema scolastico, ma anche considerando che, specie in questo momento di scarsità di risorse del sistema scolastico pubblico, le scuole paritarie potrebbero fornire, con i loro spazi e le loro risorse, un forte aiuto e supporto in ottica sussidiaria. Meno scuole pubbliche paritarie non vuol dire solo più studenti che passano alle scuole pubbliche statali, con i problemi di ordine sanitario e economico già visti. Ma vuol dire anche sottrarre il principale fornitore sussidiario del servizio scolastico che, proprio ora, potrebbe rivelarsi quanto mai prezioso."

Ora tocca a chi siede in Parlamento: si metta una mano sulla coscienza e non contribuisca (con un voto negativo sugli emendamenti) a strappare all’Italia una parte importante delle sue radici e dunque della sua identità storica. Sempre valida e di questi tempi ancor più da valorizzare nel nome della coesione sociale del Paese. Per non comprometterne gravemente il futuro.