BOLOGNA: CAMPANELLO D’ALLARME PER IL MONDO CATTOLICO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 27 maggio 2013

 

Domenica 26 maggio si è votato a Bologna per il referendum, con valore consultivo, sulla questione del finanziamento comunale della scuola materna paritaria. Sono andati a votare 85934 cittadini, pari al 28,71% dell’intero corpo elettorale: 50571, il 59%, hanno votato per la soppressione del contributo comunale alla scuola materna paritaria (in gran parte cattolica), 35160 per il suo mantenimento.

 

 

Il risultato di Bologna, pur non vincolante, darà probabilmente fiato a rivendicazioni analoghe su piano nazionale.

Per il mondo cattolico italiano lo scorso fine settimana non è stato particolarmente favorevole. Già sabato a Genova, ai funerali del controverso don Andrea Gallo, non pochi partecipanti alle esequie (soprattutto tra la sinistra radicale in piazza) avevano interrotto l’omelia del cardinale Bagnasco (che aveva accennato anche al cardinale Siri e ai suoi rapporti con don Gallo) con fischi e cantando ‘O bella ciao’. Non un gran bel vedere e sentire. Domenica poi è arrivato il risultato (negativo) di Bologna, cui il mondo cattolico aveva attribuito grande importanza (vedi ad esempio le tante pagine di ‘Avvenire’ dedicate all’argomento).

Su che cosa si doveva pronunciare in particolare l’elettore bolognese? Il controverso quesito del referendum promosso dal “Comitato Articolo 33” (anti-scuola paritaria soprattutto cattolica) suonava così: “Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali - che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata -ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia? A: utilizzarle per le scuole comunali e statali. B: utilizzarle per le scuole paritarie private”. Il quesito di per sé suonava già non conforme alla legge vigente (62/2000, presidente del Consiglio D’Alema – ministro Berlinguer), che prevede un sistema pubblico nazionale di istruzione formato di scuole statali, scuole paritarie e scuole di enti locali. In Emilia-Romagna già dal 1995 (presidente della Regione Pier Luigi Bersani) era stato riconosciuto il sistema scolastico integrato.

Il Comune di Bologna investe 127 milioni annui per la scuola pubblica, corrispondenti a circa un quarto del bilancio. Di tale somma 35 milioni vanno per le scuole dell’infanzia comunali, uno per le scuole dell’infanzia statali e uno (ovvero lo 0,8% del totale di 127 milioni) è destinato alle 27 scuole paritarie convenzionate dell’infanzia (25 cattoliche) con i loro 1736 bambini nell’anno scolastico 2012/13. Ognuno di questi bambini costa allo Stato circa 600 euro (a fronte dei circa 6900 euro di ogni allievo delle scuole materne comunali). Se il Consiglio comunale bolognese dovesse decidere di seguire le indicazioni del referendum consultivo, il Comune potrebbe accogliere nelle sue scuole solo 145 dei 1736 bambini. Questione di soldi a disposizione. Gli altri resterebbero a casa o dovrebbero trovare altre soluzioni. In campagna elettorale aveva dichiarato a “L’Avvenire” il sindaco pd Virginio Merola: il quesito referendario “mette a rischio l’intero sistema scolastico di Bologna che, lo ripeto per l’ennesima volta, è un sistema pubblico a tutti gli effetti. Dire che la scuola pubblica è solo quella statale o quella fatta dal Comune non è vero. Bisogna che la città sappia reagire perché si sta giocando sulla pelle dei bolognesi e sul fatto che 17000 bambini della nostra città che frequentano le scuole paritarie private rischiano di restare a casa”. Ma molti bolognesi non hanno voluto ascoltare le parole del sindaco.

Il comitato referendario era sostenuto dalla sinistra estrema, dal Movimento 5 Stelle, dalla Fiom, da nomi noti come quello di Stefano Rodotà e di uomini e donne dello spettacolo. Contro il referendum era schierato quasi integralmente il centro-destra insieme con il centro e l’apparato del Pd (pure con Romano Prodi), grandi sindacati compresi. Nello stesso schieramento anche la Chiesa bolognese. Più di sette bolognesi su dieci sono restati a casa, non riuscendo a comprendere l’importanza della posta in palio o travolti dal vento dell’ “antipolitica”. La soppressione del contributo alle scuole paritarie dell’infanzia è stata votata dal 17% dell’intero corpo elettorale, una percentuale che – pur apparentemente ridotta – non può non preoccupare. Perché le si è contrapposto solo l’11% dello stesso corpo elettorale. Davanti a tali percentuali ci si chiede quale sia oggi la capacità di mobilitazione del mondo cattolico su temi così delicati e importanti per il futuro della società (per non parlare dei moderati in genere). E si guarda perciò con innegabile preoccupazione a probabili nuovi appuntamenti referendari in diverse parti d’Italia, proposti dalla ringalluzzita sinistra radicale di Vendola-Rodotà.