CHIESA DI POPOLO NELLA PROLUSIONE DEL CARD. BAGNASCO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 maggio 2013

 

E’ ormai tradizione che le prolusioni del cardinale Bagnasco in sede Cei siano ricche di stimoli per la riflessione (non solo dei cattolici). Anche quella di ieri, 20 maggio, in apertura della 65.ma Assemblea generale della Cei, non ha fatto eccezione.

 

Tra i temi principali il radicamento della Chiesa in Italia attraverso le opere della fede, il disagio sociale sempre più diffuso, la piaga dilagante del conformismo intellettuale, l’avanzata di un individualismo libertario che comporta guasti sociali gravissimi nell’ambito della vita quotidiana (dall’imperversare del gioco d’azzardo all’umiliazione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna).

Il radicamento della Chiesa italiana. Ha evidenziato il presidente della Conferenza episcopale italiana che la Chiesa in Italia ha “una storia di capillare diffusione e di radicamento” che le ha permesso di raggiungere “le genti (…) in città, borghi e villaggi, mari, monti e colline”. Ma il radicamento non è solo geografico: si estende “fino ai confini dell’esistenza umana nei diversi ambiti di vita – dalla casa al lavoro, dal tempo libero alla vita pubblica – come nelle situazioni esistenziali dell’amore, della gioia e del dolore”. E’ comprovato che “ovunque si è cercato di offrire una presenza amica che rendesse visibile la mano provvidente di Dio nel mondo, in particolare per i deboli e per i poveri”. Una presenza che “diventasse pungolo fraterno per la città degli uomini affinché edifichi una società accogliente e giusta”. E’ verro che, “specialmente in certi tornanti della storia del nostro Paese, la Chiesa è stata una risposta pronta e certa – a volte l’unica – ai bisogni più diversi e più urgenti che chiedevano non solo tutte le risorse possibili del momento, ma la fantasia della carità e capacità organizzativa, non di rado avanzando i tempi e intuendo bisogni”.

Il disagio sociale sempre più diffuso. Per il cardinale Bagnasco “Noi vescovi , a contatto con la gente, abbiamo il dovere di dar voce alle preoccupazioni crescenti e al disagio sociale diffuso, alla moltitudine di giovani che non trovano lavoro, a quanti – anche avanti negli anni ma senza possibilità di pensione – l’hanno perso, a quanti sono in ambascia per l’incertezza del domani, a coloro che oggi sono scesi al livello della povertà e a volte dell’angoscia”. Annota qui il porporato genovese che certamente ci sono “diverse cose importanti da fare per il bene comune”, ma “ce n’è una” prioritaria, che si palesa come “la lama più dolorosa nella carne della gente, quella che chiede interventi immediati ed efficaci perché ogni giorno è in gioco il giorno dopo”. E’ la piaga della mancanza di lavoro: e il lavoro “è un elemento fondamentale per la dignità di una persona”, come ribadiva recentemente anche papa Francesco.

La piaga dilagante del conformismo intellettuale. “C’è la necessità – ha sottolineato il presidente della Cei – di uscire dai luoghi comuni del pensare e dell’agire”, perché “il conformismo diffuso non aiuta a giudicare le cose con la propria testa”. Bisogna essere “anticonformisti”, “non per smania di apparire originali, ma per essere rispettosi della realtà, liberi dal ‘così fan tutti’ “. Certo “l’andare controcorrente non è facile”, perché richiede “anche un’ascesi morale fatta di coraggio per resistere alle pressioni del pensiero unico che non accetta di essere contraddetto”.

 

L’avanzata di un individualismo libertario che comporta guasti sociali gravissimi. “Dobbiamo riconoscere che, per guardare a un futuro migliore – ha annotato il settantenne porporato, da poco riconfermato per altri cinque anni alla guida dei vescovi italiani – è necessaria anche una sorta di bonifica culturale al fine di discernere le categorie concettuali e morali che descrivono o deformano l’alfabeto dell’umano”. C’è un “pensiero unico” - cui danno man forte “risorse e strumenti – che “quando non riconosce la sacralità della persona” indica l’ingresso in una fase di “decadenza” della civiltà. Certamente in una certa “cultura individualistica non vi è il rispetto della persona, ma la volontà di distruggere l’uomo nella sua dignità, di delegittimarlo nelle sue manifestazioni personali e sociali, per farne un soggetto smarrito e incerto, prigioniero di se stesso, facile preda di chi è più forte e scaltro”. E’ così – ha proseguito nella sua forte denuncia il cardinale Bagnasco – che “snaturato della sua dignità sacra, l’uomo viene sottomesso all’economia”.

Se “i valori spirituali e morali sono così spesso denigrati o derisi come merce vecchia da buttare in soffitta”, c’è forse da meravigliarsi per il dilagare del gioco d’azzardo (“che divora giovani, anziani e famiglie”), della “smania mortale di sfide e di brivido estremo”, della “ricorrente violenza sulle donne”? O forse questo non è “il frutto della conclamata libertà individuale senza limiti e regole, sufficiente a se stessa, trasformata in libertarismo etico”? In tal senso è sempre più necessaria “una grande alleanza educativa che proponga il gusto della verità e del bene”. Dentro tale orizzonte è anche giusto che “si riconosca concretamente il diritto dei genitori a educare i fogli secondo le proprie convinzioni”. Qui il cardinale Bagnasco ha annunciato, “a Dio piacendo”, un grande “raduno di popolo” nel 2014 per sostenere la scuola paritaria cattolica, la cui sopravvivenza è minacciata dalla crisi e “dalla persistente latitanza dello Stato”.

L’individualismo libertario colpisce duramente la famiglia, “bene universale”: “demolirla è un crimine”, perché la famiglia affonda le sue radici nell’essere dell’uomo e della donna e i figli sono soggetti di diritto da cui nessuno può prescindere”. Perciò - ha affermato con chiarezza (così che intenda anche chi non dovrebbe essere sordo e invece dimostra di esserlo) il presidente della Cei – “la famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali già garantiti dall’ordinamento”.

Erano questi alcuni passi significativi della prolusione del cardinale Bagnasco, caratterizzata all’inizio anche da un ringraziamento caloroso a papa Benedetto XVI per “gli otto anni di luminoso ponrìtificato” (dall’assemblea dei vescovi è venuto un applauso molto sentito).