INTERVISTA AL NUNZIO SILVANO MARIA TOMASI SU DURBAN II - di GIUSEPPE RUSCONI - www.rossoporpora.org - 'IL CONSULENTE RE' DI GIUGNO 2009

 

A colloquio con l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi a proposito della contestata Conferenza di Durban II su razzismo, xenofobia e relativa intolleranza, convocata dall’ONU a otto anni dalla prima riunione in Sudafrica. La necessità di una presenza. Islamofobia e antisemitismo, ma non cristianofobia,  negli interventi del Segretario generale dell’ONU e del Rappresentante del Consiglio d’Europa. Poca sensibilità in Occidente per i cristiani perseguitati. Il valore del Documento finale (in cui appare anche la cristianofobia) e la sua perfettibilità.

Dal 20 al 24 aprile 2009 si è svolta a Ginevra sotto l’egida dell’ONU la Conferenza internazionale detta di Durban II, organizzata “per l’esame  dei progressi e la valutazione della messa in atto” della Dichiarazione del 2001 approvata nella città sudafricana. Durban I aveva suscitato molte polemiche: le critiche, aspre, riguardavano soprattutto quel sentire giudicato da molti non solo anti-israeliano ma anche antisemita, che si ritrovava chiaro e netto perlomeno nello spirito della Dichiarazione, essendo prima emerso negli interventi di alcuni tra gli illustri partecipanti arabi e musulmani. Per quel che riguarda le polemiche, esse hanno coinvolto anche la Conferenza ginevrina, cui non hanno partecipato dieci Stati - tra cui Stati Uniti, Israele e Italia - dissenzienti rispetto alla bozza del documento finale (ritenuta sostanzialmente anti-israeliana e antisemita). Il lunedì 20, poi, l’intervento del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha rinfocolato i contrasti, tanto che i delegati di 23 Stati dell’Unione europea hanno abbandonato la sala per protesta (rientrando comunque tutti, salvo il rappresentante ceco). Il giorno successivo la Conferenza ha approvato per acclamazione il documento finale, in anticipo rispetto ai tempi previsti. Su Durban II, i suoi contenuti, le polemiche connesse abbiamo ritenuto utile ascoltare da Ginevra la voce dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, il nunzio apostolico che dal 2003 è l’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio dell’ONU e Istituzioni specializzate a Ginevra. Il sessantottenne diplomatico vicentino nelle sue risposte ha difeso l’esito della Conferenza, spiegando anche perché ritiene un passo avanti importante il documento finale, pur perfettibile. Il religioso scalabriniano, condannate nuovamente certe affermazioni del presidente iraniano, ha evidenziato la lettura sensazionalistica che molti mass-media hanno dato della Conferenza, rilevando inoltre una scarsa sensibilità (almeno per il momento) del mondo occidentale alla violazione dei diritti umani dei cristiani. Del resto la cristianofobia è stata ignorata anche nel discorso del Segretario generale dell’ONU. Certo per monsignor Tomasi il documento finale mette nero su bianco tante affermazioni lodevoli e tuttavia, riconosce, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.  E lì la responsabilità è di ogni Stato e anche di ciascuno di noi, nel suo piccolo.  

 

Monsignor Tomasi, con quale spirito – mentre montavano le polemiche - Lei ha vissuto gli ultimi giorni precedenti la Conferenza cosiddetta di Durban II, convocata come aggiornamento della prima svoltasi a Durban nel 2001? Come ha operato? 

 

La necessità di combattere il razzismo in tutte le sue manifestazioni è ritornata sul tavolo delle Nazioni Unite con forza.  Gruppi religiosi sono perseguitati o discriminati per la loro fede; gruppi razziali, per il colore della loro pelle; immigrati e richiedenti asilo, per il disturbo che recano con le loro diversità. La crisi economica ha poi acuito il senso di paura dell’altro e della competitività che può creare.  Come cristiani non si poteva evadere dal clima di incertezza e a volte di rabbia in cui si sono venuti a trovare molti Paesi.  Quando le Nazioni Unite decisero di organizzare una conferenza internazionale per confrontarsi sui fenomeni di xenofobia, pregiudizio, intolleranza, partendo dalle conclusioni  della conferenza di Durban del 2001 incentrata  appunto sul razzismo, ho visto l’opportunità di riaffermare la dottrina sociale della Chiesa. Nel ricordo di certi estremismi vissuti a Durban, l’esame di quella conferenza  che veniva fatto a Ginevra ha naturalmente sollevato subito delle esitazioni e dei rigetti, che la prima bozza del documento finale  a cui si era arrivati qui in qualche modo confermava.  La vigilia della conferenza di esame non è stata senza tensioni e schieramenti polemici. I media stessi, vitali per combattere il razzismo, in questo momento hanno fatto  un servizio poco accurato su come si svolgevano ed evolvevano le   trattative. Tuttavia l’obiettivo chiave su cui la maggioranza degli Stati puntava, la lotta al razzismo, rimaneva chiaro, per cui abbiamo continuato a lavorare per il suo raggiungimento senza perdere la bussola.

 

La Conferenza è stata caratterizzata il 21 aprile dall’intervento del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che non ha parlato dell’Olocausto per metterlo in dubbio (come emergeva dal testo scritto), ma ha pur sempre detto che “gli Alleati, dopo la Seconda Guerra mondiale, hanno mandato emigranti per istituire un governo totalmente razzista nella Palestina occupata”. 23 diplomatici europei hanno lasciato la sala per protesta, Lei – Osservatore permanente della Santa Sede – no. Quali i motivi che L’hanno spinta a restare? 

 

La novità della Conferenza Durban II  è stato l’accordo raggiunto di modificare il testo finale della conferenza eliminando tutti i paragrafi che potevano offendere  o creare dei compromessi inaccettabili con i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. I media non hanno colto quest’aspetto sostanziale, ma meno adatto a creare titoli sensazionali. L’intervento del Presidente iraniano ha toccato temi  a lui familiari e usato un linguaggio non certo rispondente alla ricerca di convivenza pacifica. Attaccando la tradizione occidentale e Israele, pur non negandone il diritto ad esistere e non negando l’Olocausto,  ha provocato una reazione molto universale di condanna. Con alcuni Paesi europei e tutti gli altri dei vari continenti, la Delegazione della Santa Sede è rimasta in sala, dove ha condannato senza ambiguità le affermazioni estremiste che erano state espresse. Il gesto ha voluto affermare l’importanza dell’accordo raggiunto da tutti i Paesi e non metterlo a rischio, trascendere una politica di blocchi  in continuo antagonismo, sostenere i Paesi africani, vittime storiche del razzismo in modo particolare, che vedevano nella Conferenza un simbolo di solidarietà con le loro sofferenze passate e presenti dalla schiavitù all’estrema povertà. Non ultimo è stato l’argomento di mantenere il fulcro dell’attenzione sul razzismo stesso in modo da combattere ogni forma di antisemitismo, islamofobia e cristianofobia ed tutte le altre ingiuste discriminazioni.

 

Nel Suo intervento del 22 aprile 2009, oltre a deplorare e rigettare il fatto che la Conferenza sia stata “purtroppo utilizzata per esprimere posizioni politiche estremiste e offensive”, ha rilevato che il razzismo nel mondo “persiste”, ha citato tra l’altro i cristiani arrestati o uccisi per il loro credo, ha denunciato la “tentazione ancora latente dell’eugenetica”, ha detto che “purtroppo la discriminazione non risparmia le comunità religiose, un fatto che preoccupa sempre più la comunità internazionale”. Quali di queste preoccupazioni trovano espressione nel documento finale della Conferenza? In che modo?

 

La lotta al razzismo è un impegno in evoluzione. Il documento finale della Durban II è un momento di un processo in cui sta impegnata la comunità internazionale. Non è perfetto, è perfettibile. Manca, per esempio, un riferimento, oltre che alla tratta transoceanica degli schiavi, che c’è,  a quella attraverso il Sahara e verso i Paesi arabi, che fu ancor più numerosa.  Manca pure una condanna di certi esperimenti genetici che possono portare alla selezione razziale e di categorie ‘superiori’ di esseri umani. Mi ha colpito il fatto che sia il Segretario Generale dell’ONU che il Rappresentante del Consiglio d’Europa  abbiano menzionato nei loro interventi l’islamofobia e l’antisemitismo, ma non la cristanofobia, mentre lo fa il documento finale della Conferenza.  La sensibilità del mondo occidentale alla violazione dei diritti umani di credenti cristiani non mi pare ancora molto sviluppata anche se il gruppo più numeroso di persone discriminate per la loro fede sono proprio i cristiani, circa 200 milioni, secondo rapporti recenti. D’altra parte, il documento finale  deplora la crescita nel mondo di incidenti di intolleranza e violenza  religiose e la stigmatizzazione di persone perché credenti.  Per di più, propone leggi nazionali e meccanismi internazionali atti a combattere ogni forma di razzismo.

 

Appare a dire la verità un po’ singolare che il documento finale, che consta di 143 articoli, sia stato approvato per acclamazione già il giorno dopo l’intervento del presidente iraniano dai 182 Paesi membri presenti a Ginevra. Come si possono  spiegare l’ apparente fretta nell’approvare il documento e l’acclamazione (da parte tra l’altro di molti Stati che hanno comportamenti non esemplari sotto il profilo della lotta al razzismo, alla xenofobia, all’intolleranza)?

 

Il furore mediatico provocato dall’intervento del Presidente iraniano rischiava di distrarre  la Conferenza dal suo obiettivo e di aprire la porta a polemiche distruttive.  Per tagliare la testa al toro, ci si accordò ad approvare il documento finale , risultato di lunghi e laboriosi negoziati.  Mi pare comunque  che il consenso dato al documento finale all’unanimità dagli Stati presenti non sia stato una risposta emotiva, ma un sicuro passo in avanti nelle volontà della comunità internazionale contro ogni intolleranza e discriminazione. Certo, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Si vedrà quale volontà politica ci sia nell’attuare le decisioni prese e nell’eliminare le contraddizioni che esistono in tutti gli Stati tra i valori proclamati e la loro applicazione nella quotidianità. Per questo abbiamo detto che le leggi non bastano e che occorre aprire il cuore e riconoscere nell’altro, più che un compagno di viaggio, il fratello in cammino verso lo stesso Padre.    

 

Il documento finale riafferma all’articolo 1 i termini della Dichiarazione e del Programma d’azione di Durban 2001: un atto proprio del tutto dovuto, dato che a Durban i toni antisemiti non erano mancati… e si erano riflessi in qualche modo nell’articolo 63?

 

Come Lei dice, le Conferenze di esame dell’ONU partono dalle conclusioni e raccomandazioni della conferenza originale. Durban I aveva avuto un vasto consenso, anche se c’erano stati momenti difficili fuori della conferenza e specificamente diretti contro Israele. Nel documento finale di Durban II non si ritrovano  riferimenti anti-israeliani.  Ogni forma di discriminazione e incitamento all’odio va direttamente contro il messaggio centrale che la Conferenza ha voluto dare.

 

Il documento di Durban II non è stato approvato da chi alla Conferenza non ha partecipato. Che cosa conteneva di inaccettabile?

 

Alla sessione finale della Durban II fu annunciato che la Germania, Paese che non partecipava alla conferenza, dava comunque la sua approvazione al documento conclusivo. Si auspica che così facciano anche gli altri Paesi che furono assenti. Infatti le obbiezioni iniziali al documento provenivano dal primo testo elaborato  che conteneva articoli contradditori con il suo scopo. Non erano affermati chiaramente principi come quello della libertà di espressione,  il riconoscimento della tragedia dell’Olocausto, e solo Israele era additato come potere di occupazione, tutti elementi che sono stati corretti nel documento finale, che è stato molto ridotto in lunghezza e reso piu’ universale nel suo approccio e nelle indicazioni che offre.

 

Nel documento finale di Durban II all’articolo 12 “si deplorano la recrudescenza mondiale e il numero dei casi d’intolleranza e di violenze razziali o religiose, particolarmente di islamofobia, di antisemitismo, di cristianofobia e di antiarabismo”: la citazione è una novità, anche se per l’islamofobia ci chiediamo dove in realtà si manifesti se non come reazione…

 

Ho già accennato al fenomeno crescente di discriminazione per motivi religiosi. Aggiungerei che ci sono a volte forme più sofisticate di discriminazione in Paesi sviluppati dove può capitare che il non adeguamento alla cultura  dominante laicista blocchi carriere  e piena partecipazione nella gestione della cosa pubblica.  Certo è che anche nei mesi recenti casi cruenti di discriminazione contro cristiani sono avvenuti in contesti di maggioranze religiose diverse.  Per quanto riguarda la presenza dell’Islam nel mondo occidentale,  le implicazioni sono estremamente complesse, anche se poco dibattute, e coinvolgono una serie di variabili  come immigrazione, integrazione, demografia, missionarietà, pluralismo, che portano il discorso lontano.  

 

Nello stesso articolo 12 si completa la frase precedente, rilevando che tali ‘fobie’ si manifestano in particolare verso persone attraverso stereotipi  e una stigmatizzazione fondata sulla loro religione o convinzione. Qui penso che sia nata una discussione assai nutrita sulla questione della ‘diffamazione delle religioni’. Ce ne può indicare i termini?

 

In tutto il contesto delle Nazioni Unite , e non solo nel caso della Durban II, come pure nell’ambito culturale accademico e dei media,  la discussione del rapporto tra diffamazione delle religioni, libertà di religione e libertà di espressione è quanto mai all’ordine del giorno. Il Santo Padre non perde occasione per ricordare come la libertà religiosa sia alla base di ogni diritto umano. In breve, direi che dalla rivoluzione americana e da quella francese abbiamo ereditato in Occidente un forte senso del diritto individuale, che  spesso si rinchiude nell’individuo, ma che in qualche modo si rifà alla tradizione cristiana che vede i diritti umani inerenti alla persona, immagine di Dio. Nella tradizione islamica la legge di Dio è fonte di diritto per cui la comunità la deve attuare e l’individuo adattarvisi.  Una terza via viene dal riconoscere alla ragione umana la capacità di scoprire la legge naturale nel cuore di ogni persona e di partire da questa per relazionarsi agli altri e rendere possibile la convivenza nella diversità e con libertà per tutti di ricercare la verità. Si tratta di una riflessione sempre più urgente nel progressivo pluralismo delle società moderne e del loro rapporto con il ruolo pubblico della religione.   

 

Il documento finale è fatto di 143 articoli con i quali si mette in guardia da razzismo, xenofobia e intolleranza associata. E’ un testo che  - salvo passi particolari come quello citato dell’articolo 12 - appare spesso come ridondante, declamatorio: neppure è un testo particolarmente ottimista, poiché già all’articolo 4 rileva che, rispetto a Durban I, “permangono numerosi settori in cui non è stato ottenuto nessun risultato o in cui si impongono altri miglioramenti”.  Sorge spontanea la domanda: ma c’era bisogno di 143 articoli per dire che il razzismo non può mai essere accettato? A che servono in sostanza documenti (e Conferenze internazionali) del genere se la loro efficacia appare molto scarsa? Lo sappiamo: la diplomazia ha le sue leggi… e tuttavia…

 

Passi l’espressione, ma non mi pare sia questione di diplomazia il doversi confrontare regolarmente con  questioni esistenziali che ci toccano da vicino come persone e che impattano decisivamente il vivere sociale.  E’ un esercizio costante di approfondimento, di esame di coscienza , di ripresa del cammino. Le circostanze della storia evolvono e l’adattamento richiesto impone un ripensamento per mantenere efficaci quei valori evangelici che sono alla radice del nostro agire. Le Nazioni Unite producono tanti buoni documenti e direttive che poi la volontà politica dei Paesi e l’interesse di individui  devono tradurre in azione. Si può fare un parallelo con i documenti ecclesiali che regolarmente ci richiamano temi di fondo della vita cristiana, tenendo in conto i segni dei tempi.  Siamo quotidianamente inondati di informazioni frivole e serie. Occorre scegliere, ma soprattutto passare dal dire al fare.

 

Monsignor Tomasi, Lei è un religioso scalabriniano. E’ stato tra l’altro segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, nunzio apostolico in Etiopia e in Eritrea, dal 2003 è a Ginevra da Osservatore permanente presso l’ONU. Come sente di concretizzare il carisma scalabriniano in quest’ultimo servizio?

 

 Centro mondiale di organismi internazionali che vanno dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra è anche la sede dell’Alto Commissario per i Rifugiati (ACNUR), di cui la Santa Sede è membro, e dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM).  Le problematiche della mobilità umana sono sempre nell’agenda degli incontri e delle discussioni. Del resto le grandi questioni sociali sono interconnesse. Non si può, per esempio, parlare dei paesi in via di sviluppo senza considerare le migrazioni, la povertà e l’emarginazione delle economie che costringono ad emigrare o l’impatto delle rimesse dei migranti. Non si può parlare di protezione senza includere le vittime del traffico di persone umane  o delle migliaia che annegano tentando su carrettoni di fortuna di passare  dal Nordafrica all’Europa , dalla Somalia allo Yemen, da Haiti alla Florida. La sollecitudine della Chiesa non si ferma alla porta delle Nazioni Unite, ma si fa anche lì voce per gli sradicati del mondo.  Per me quindi il carisma della mia comunità religiosa si è allargato  ad altre urgenze attendendo le quali si contribuisce ad una migliore comprensione e ad un più efficace sostegno delle masse di gente coinvolte oggi nella mobilità umana.