PADRE SELIM DACCACHE SUL LIBANO - 'IL CONSULENTE RE' DI GIUGNO 2008

 

Nelle riflessioni inviateci dal gesuita libanese padre Salim Daccache (rettore del collegio di Notre-Dame de Jamhour) gli aspetti positivi e quelli problematici dell’accordo firmato a Doha, nel Qatar, il 21 maggio – Doppia, importante vittoria per Hezbollah, ma anche perdita di consensi nel Paese per il “partito di Dio” filoiraniano - L'elezione il 25 maggio di Michel Sleiman a nuovo Capo dello Stato

 

I deputati libanesi hanno eletto domenica 25 maggio 2008 il nuovo capo dello Stato, il generale Michel Sleiman, comandante in capo dell’esercito libanese. Si è concretizzata così la prima tappa di una riconciliazione incerta in un Paese travagliato da diciotto mesi di crisi politica, da attentati, da violenze sanguinose. L’elezione del generale Sleiman è la conseguenza della firma mercoledì 21 maggio a Doha di un accordo negoziato dal Qatar, che dà all’opposizione – guidata da Hezbollah – il diritto di veto nel prossimo governo e ridisegna le circoscrizioni elettorali diciotto mesi prima delle elezioni legislative del 2009. Stipulato dopo il colpo di mano di Hezbollah a inizio maggio – compiuto sotto il gli occhi di un esercito libanese che ha lasciato fare senza troppo intervenire per la paura di una deflagrazione al suo interno – l’accordo lascia in sospeso importanti questioni di fondo, a incominciare da quella del disarmo del “partito di Dio”, di Hezbollah. L’elezione del capo dello Stato, giunta dopo sei mesi di sede vacante, tenta il rilancio delle istituzioni paralizzate dal novembre 2006. Ma il generale Sleiman ha già detto che non potrà garantire da solo la sicurezza del Paese: tutte le parti politiche dovranno contribuirvi.

Dal dicembre 2007 la maggioranza antisiriana (sostenuta dall’Occidente e dall’Arabia Saudita) e l’opposizione (alleata di Iran e Siria) erano d’accordo sul nome del nuovo presidente, ma le lotte di potere ne avevano impedito l’elezione. Comandante dell’esercito dal 1998, il cinquantanovenne generale Sleiman appare come un uomo di consenso, dato che è restato al di fuori delle rivalità politiche e confessionali. Durante un incontro con i rettori dei grandi istituti scolastici, si è dimostrato ben realista e pragmatico, volendo impegnare tutte le parti per raggiungere un accordo avanzato sulle questioni più spinose. Amico dei siriani (che l’avevano appoggiato come nuovo comandante dell’esercito), tessitore di buone relazioni con sauditi ed egiziani, rispettato e amato dall’esercito in cui si ritrovano tutte le confessioni e religioni, insistendo sulla necessità di rapporti amichevoli con i Paesi che compongono la Forza internazionale nel sud del Paese (che fanno da cuscinetto tra Israele e Libano), gli è riuscito di ottenere appoggi un po’ ovunque.

Se ancora un comandante dell’esercito è eletto capo dello Stato, questo è il segno che la classe dirigente politica libanese e soprattutto cristiano-maronita ha fallito e non riesce più a rinnovarsi: in effetti la corruzione dilaga e ognuno vuole la sua parte di torta, tanto che si è pronti a ogni concessione per raggiungere i propri obiettivi. Il nuovo capo dello Stato, se tutto andrà come previsto, dovrebbe ricevere sostegno nei ranghi cristiani, facendo ombra così alla popolarità di un altro generale, il leader della corrente patriottica libera Michel Aoun e anche quella di alcuni capi cristiani facenti parte dell’attuale maggioranza.

L’accordo di Doha ha sollevato una ventata ottimistica in Libano. Tuttavia, se attenua le tensioni, non è stato stipulato che al prezzo di un passo indietro del governo Siniora nei confronti di Hezbollah: l’accordo in realtà apre un periodo di incertezza perché modifica i rapporti di forza in seno al potere. L’accordo rappresenta “un importante successo per tutti i Libanesi” grida Hezbollah, ma è la Siria che – attraverso il “partito di Dio” ritorna dentro la politica libanese ed è l’Iran che manu militari conferma la sua presenza in Libano e sulle rive del Mediterraneo; secondo alcuni osservatori la questione nucleare iraniana incomincia ormai nel Paese dei cedri. E’ con le armi che l’opposizione ha vinto riguardo alla sua rivendicazione principale, il diritto di veto (“minoranza di blocco” in seno al governo); di tale diritto essa potrà usufruire per imporre la sua volontà nelle questioni più importanti, come quelle relative alla sicurezza dello Stato e per marginalizzare il ruolo del Tribunale internazionale incaricato di giudicare gli assassini di Hariri, l’ex-primo ministro assassinato nel 2005. Sarà ormai difficilissimo, se non impossibile, estradare anche un solo accusato dal Libano all’Olanda¸ visto che l’aeroporto di Beirut è in mano alle guardie komeiniste della Rivoluzione.

Hezbollah esce dall’accordo vincitore anche per un altro verso, poiché la questione del suo disarmo non è stata discussa e sarà difficilissimo ottenerla: la sola possibilità sarebbe di integrare la milizia nei ranghi dell’esercito, ma la milizia resterebbe autonoma se non gestita direttamente dal vertice del ‘partito di Dio’ e però finanziata dallo Stato libanese.

Tuttavia Hezbollah perde la percezione che aveva di lui una larga parte del popolo libanese e arabo come partito intoccabile della Resistenza, considerato come l’accordo di Doha parli di Hezbollah come organizzazione armata. Poi le violenze recenti, che hanno fatto 65 morti nel Paese e che sono state teleguidate da Hezbollah, hanno preso l’aspetto pericoloso di scontri tra sciiti e sunni8ti, in un contesto di logica confessionale esasperata. Più che mai i musulmani sono divisi in due blocchi: i sunniti dalla parte della maggioranza, gli sciiti all’opposizione. I cristiani, anch’essi divisi, sono presenti in tutti e due i blocchi. Questi aspetti problematici della situazione fanno presagire una riconciliazione difficile. Il colpo di mano di Hezbollah, che – a dispetto dei suoi impegni – ha usato le armi contro dei libanesi, ha lasciato “una ferita molto profonda”, come rilevano gli specialisti del confessionalismo libanese.

In conclusione possiamo dire che l’accordo di Doha costituisce un’uscita realistica dalla crisi: per concretizzarlo il nuovo capo dello Stato dovrà intavolare colloqui a tutto campo tra le diverse fazioni, così da estendere la legalità sull’intero territorio libanese, un segno che l’accordo apre la porta per un buon ritorno alla normalità. Inoltre il Libano ha bisogno di una situazione realmente tranquilla per incominciare a uscire dalla crisi securitaria, economica e sociale in cui si trova, invito alla fuga per non poche tra le sue migliori risorse umane. Una pace pur relativa farà affluire investimenti arabi e libanesi all’estero per ridar fiato all’economia del Paese. In definitiva è stato elaborato un programma per la stabilità e per la pace, una via che necessariamente dovrà implicare la sottomissione di tutte le parti in causa alle leggi dello Stato. Per condurre con profitto questa operazione e proteggersi contro le ire del regime di Damasco e i tentativi di Teheran di fare man bassa nel Paese. il Libano continuerà ad avere bisogno dell’appoggio arabo e degli interventi ben ponderati delle potenze occidentali.