INTERVISTA AL CARDINALE WALTER KASPER DOPO LA VISITA DI BENEDETTO XVI ALLA SINAGOGA DI ROMA - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI GENNAIO 2010 

 

Domenica 17 gennaio papa Benedetto XVI ha varcato la soglia della Sinagoga (Tempio Maggiore) di Roma. Una visita molto attesa nel giornata di riflessione ebraico-cristiana e a 217 anni dal Mo’èd di piombo: quel giorno del 1793 il popolo romano assalì il ghetto – dopo aver ucciso il diplomatico francese Hugo de Basville – ritenendo gli ebrei simpatizzanti della Révolution, incendiò le porte, ma improvvisamente il cielo si oscurò e aprì le sue cataratte così da spegnere incendio e furore popolare.

La visita è stata preceduta e accompagnata da polemiche di vario tipo soprattutto in campo ebraico; è però innegabile che Benedetto XVI è stato accolto assai cordialmente da larga parte della Comunità romana ed anche molto applaudito in alcuni momenti del suo discorso. In precedenza avevano parlato il presidente della Comunità romana Riccardo Pacifici (con un discorso franco e accorato), il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Nel Tempio era presente anche una delegazione musulmana. Per un commento alla giornata abbiamo intervistato il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e della Commmissione per i rapporti con l’ebraismo – due compiti non facili che il porporato tedesco assolve con grande serenità, cercando di sdrammatizzare gli eventi laddove è possibile e di infondere speranza, pur non tacendo le difficoltà – e il Rabbino-capo Riccardo Di Segni (vedi la seconda intervista sull’argomento). Incominciamo con il cardinale Kasper…

 

Eminenza, a quasi 24 anni di distanza dalla visita storica di Giovanni Paolo II, qual è il significato profondo della visita di Benedetto XVI?

La caratteristica più importante di questa visita del Papa nella Sinagoga di Roma è stata la visita stessa, da intendersi come continuazione della storica visita di Papa Giovanni Paolo II 24 anni fa. In questo senso, la visita di Giovanni Paolo II non è rimasta un evento singolare e straordinario, ma ha iniziato una tradizione. Con la sua visita, Papa Benedetto XVI ha confermato la svolta conciliare ed il miglioramento postconciliare nei rapporti della Chiesa cattolica con il Giudaismo; con la visita la svolta è divenuta una realtà sperimentata e vissuta, il che avrà certamente conseguenze positive e costruttive per i futuri rapporti con la Comunità ebraica di Roma.

Secondo Lei quella vena antigiudaica propria negli atteggiamenti di una parte dei cattolici nel passato è scomparsa del tutto?

L’atteggiamento antigiudaico, che non va confuso con l’antisemitismo, risale ai primi secoli della Chiesa ed ha una lunghissima tradizione. Tali atteggiamenti e mentalità non possono essere superati da un giorno all’altro. Tuttavia, la palese dichiarazione del Papa, che nel suo discorso, in continuità con il Concilio, ha rifiutato nuovamente e senza mezzi termini ogni antigiudaismo ed ogni antisemitismo, aiuterà molto lo sviluppo futuro tra Chiesa e Giudaismo.

La visita di papa Benedetto XVI è stata preceduta dalle polemiche di una parte dell’ebraismo per la firma da parte dell’attuale Pontefice del decreto sull’eroicità delle virtù di Pio XII. Tali polemiche, da cui è scaturita una ‘nota’ della Sala Stampa della Santa Sede, hanno rischiato di mettere in forse la visita?

Non ci credo. I responsabili delle due parti, ed in primo luogo lo stesso Papa, non hanno mai messo in forse la visita. Il dialogo non si interrompe quando ci sono difficoltà, anzi quando ci sono problemi e polemiche è meglio intensificarlo per costruire un’atmosfera di fiducia in cui i problemi possono essere discussi in maniera ragionevole, costruttiva e pacifica.

Eminenza, Pio XII è stato ringraziato calorosamente da molti ebrei per la protezione offerta soprattutto nel periodo dell’occupazione nazista almeno fino alla morte, nel 1958. Pochi anni dopo, con la rappresentazione del dramma di Hochhut, invece il clima nella comunità ebraica è cambiato e ormai da decenni si fa sentire da non pochi la critica per i ‘silenzi’ del Papa nella Seconda Guerra mondiale. E’ accaduto anche in Sinagoga…

La questione “Pio XII e la Shoah” è molto complessa. Ci sono fatti e aspetti oggettivi storici che, secondo la mia conoscenza storica, parlano piuttosto in favore di Papa Pio XII; ma ci sono anche valutazioni, difficilissime da farsi nella situazione attuale e del tutto diversa da allora, soprattutto quasi 70 anni dopo questi eventi tragici e dolorosi. Sulle valutazioni si discuterà probabilmente fino alla fine del mondo. Solo Dio potrà dire l’ultima parola. Si comprende tuttavia che da parte delle vittime prevalgano sentimenti di dolore e di lutto, a differenza di una presa di posizione oggettiva, ma più distanziata, degli storici. Perciò bisogna continuare un dialogo paziente e rispettoso.

Il decreto sull’eroicità delle virtù di Pio XII non vuole dare o precludere una valutazione strettamente storica, ma dà una valutazione morale e spirituale, che dice che questo Papa nella totalità della sua vita ha fatto la volontà di Dio, lui personalmente con i suoi specifici doni umani e nella situazione del tutto straordinaria che nella sua coscienza ha potuto comprendere. Ciò non esclude che altri in una situazione simile avrebbero forse visto anche altre possibilità di azione. Ma chi può mai giudicare?

Quanto è pesato nella visita l’argomento ‘Terrasanta’, Terra di Gesù dilaniata da persistenti, gravi contrasti?

L’argomento “Terrasanta” preoccupa fortemente il Papa e la Santa Sede, nel senso sia della ricerca della pace che per la situazione dei cristiani. Ma in un solo discorso non si possono affrontare tutte le questioni complesse. Così il Papa durante la sua visita nella Sinagoga non ha fatto diretto accenno a questo argomento, come lo aveva fatto durante la sua visita in Terrasanta solo alcuni mesi fa, ma di certo se ne parlerà durante l’Assemblea  Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre di quest’anno.

Eminenza, da presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Lei ha già vissuto diversi momenti importanti nella storia dei rapporti interconfessionali e interreligiosi. Quale valutazione finale dà della visita papale di domenica 17 gennaio?

Penso che la visita sia stata un grande ed importante evento con forti momenti di emozione emersi nel luogo della razzia del 16 ottobre 1943, dall’incontro con i sopravvissuti dell’Olocausto e con il già Rabbino Capo Emilio Toaff, per i discorsi del Presidente e del Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma. Per quanto ho potuto seguire, l’eco internazionale sull’evento è stata prevalentemente positiva. Certamente, la visita non ha risolto e non poteva risolvere tutti i problemi, ma sono convinto che ha contribuito alla soluzione; essa ha rafforzato i legami già esistenti, ha dato una nuova spinta ai nostri dialoghi e ci ha trasmesso la speranza che anche dopo una storia difficile e complessa sia possibile costruire rapporti di amicizia e di vicinanza. Personalmente ne sono stato contento.