INTERVISTA AL CARDINALE CRESCENZIO SEPE - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI MARZO 2010

 

A fine febbraio la Cei ha pubblicizzato un documento molto atteso: Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno.

 

Preparata in particolare dal Convegno di un anno fa su Chiesa nel Sud, Chiese del Sud, svoltosi a Napoli, l’ampia riflessione della Conferenza episcopale nazionale fa il punto sulle odierne condizioni del Mezzogiorno, ne evidenzia le ombre e le luci, indica la strada da percorrere per una rinascita di terre che ancora a metà dell’Ottocento erano non certo le ultime in Europa (vedi ad esempio la medaglia ricevuta – per lo sviluppo industriale -  all’Expo universale di Parigi del 1855 dal Regno delle Due Sicilie).

 

Abbiamo chiesto al cardinale Crescenzio Sepe,  uno dei motori principali  del documento, di rispondere ad alcune domande su considerazioni ivi contenute e sulla sua intensa attività sociale come arcivescovo di Napoli. Il porporato - nato a Carinaro (Caserta) il 2 giugno del 1943, organizzatore per eccellenza del Giubileo del 2000,  prefetto di Propaganda fide dal 2001 al 2006, poi arcivescovo di Napoli (ingresso il primo luglio dello stesso anno) – nell’intervista che segue ribadisce tra l’altro che “la questione meridionale non è affatto superata”, che la Chiesa non si è arresa e non si arrende alla criminalità organizzata (tantomeno le è contigua), che occorre fare quanto necessario per bloccare o limitare l’emigrazione dei giovani, che la sfida educativa si può vincere anche nel Sud. Nella seconda parte il cardinale parla dei fatti di Rosarno e traccia un bilancio di alcune sue iniziative a Napoli; la consegna dei coltelli, l’adozione ‘a distanza’ di bambini indigenti della città, il progetto Microcredito. “Il Consulente RE” ha dato spesso voce alle considerazioni del cardinale Sepe (vedi ad esempio  le interviste per l’ingresso a Napoli – 7/06- e per la visita del Papa – 9/07); anche questa volta il porporato non è venuto meno alla sua grande disponibilità malgrado i tanti impegni. 

 

 

Eminenza, per qualcuno il recente documento dei vescovi italiani “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” è la registrazione nuda e cruda di una sconfitta e nel contempo un invito concreto a una speranza possibile. Lei è d’accordo con tale opinione?

 

L’azione di evangelizzazione della Chiesa, per esplicare pienamente la sua azione salvifica e di promozione umana, deve necessariamente essere contestualizzata e incarnata nella realtà sociale nella quale si opera, all’interno, comunque, di una visione unitaria sia ecclesiale che comunitaria. Vanno visti in questi termini, pertanto, il documento dei Vescovi del 1989, l’iniziativa delle Chiese del Sud riunite a Napoli lo scorso anno e il recente documento dell’Episcopato italiano. Tutto va inteso non come una denuncia, che rischierebbe di restare improduttiva di effetti sul piano del cambiamento, ma innanzitutto come un invito a prendere coscienza del permanere di una condizione di disagio delle popolazioni del Mezzogiorno; inoltre, come appello ad operare sinergicamente per rimuovere gli ostacoli e favorire la crescita complessiva della società meridionale in un’ottica nazionale di sviluppo; infine, la dichiarata disponibilità della Chiesa a cooperare concretamente ed efficacemente, lanciando una sfida educativa capace di trasformare le coscienze e i comportamenti con una lotta ferma alla corruzione, alle illegalità, alla violenza e prepotenza, alle mafie.

 

Ripercorriamo con Lei alcuni passi importanti del documento. Il primo riguarda i  motivi che hanno originato il documento stesso. Ad esempio “la constatazione del perdurare del problema meridionale, anche se non nelle medesime forme e proporzioni del passato”. Ci può spiegare quel ‘forme’ e quel ‘proporzioni’?

 

Ho appena sottolineato che la questione meridionale non è affatto superata; forse lo è sul piano terminologico, mentre dal punto di vista politico risulta dimenticata, se non rimossa. Ma certamente resta tale, e in tutta la sua serietà, dal punto di vista sostanziale. Voglio dire che, innegabilmente, passi avanti ci sono stati e che risorse finanziarie sono pure arrivate, ma è mancato un disegno complessivo per cui si è avuto uno sviluppo parziale e incompiuto caratterizzato da singole e slegate realizzazioni piuttosto che da interventi organici e integrati. Si è operato cioè a macchia di leopardo e senza un preciso e armonico progetto che tenesse conto delle specifiche risorse e vocazioni territoriali, valorizzando progetti e capacità locali. Conseguentemente, permangono tanti Sud con differenti problemi e prospettive, come più volte ho segnalato.

 

A proposito di mutamenti politici: nel documento si rileva che “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. La domanda: meglio prima? Oppure la responsabilità non è della forma ma della persona?

 

Ritengo che le riforme cui Lei ha fatto riferimento rappresentino comunque una innovazione positiva, perché hanno fatto crescere la partecipazione dei cittadini e, quindi, hanno rafforzato la democrazia sostanziale. Al di là di questa considerazione, però, credo che la risposta stia all’interno della domanda da Lei posta, perché, nel bene e nel male, l’uomo, con il suo agire, resta centrale rispetto al suo destino e all’immagine dell’intera comunità. Questo spiega perché i Vescovi hanno attribuito alla dimensione  educativa un ruolo primario nella crescita del Mezzogiorno.

 

Il Sud e la donna: “Molte sono le barriere ancora da superare, sia sul versante culturale che su quello sociale – si legge nel documento – Sussistono infatti visioni inaccettabili come quelle alla base di un certo familismo o di una svalutazione della maternità”. Che cosa significa in concreto tale affermazione?

 

Bisogna riconoscere che resiste ancora una cultura maschilista che comunque tende ad attenuarsi grazie ad una moderna visione da parte del mondo giovanile e ad una impostazione sostanzialmente matriarcale che si va registrando nelle famiglie. Molto, comunque, c’è ancora da fare per una presenza paritaria della donna nel mondo del lavoro, delle istituzioni e della politica. Anche rispetto a questa realtà il progetto educativo della Chiesa italiana potrà esplicare un’azione positiva e importante.

 

Il Sud e il federalismo: “La prospettiva – si osserva ancora nel documento – di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia”. Analizzando i risultati di indagini recenti, ad esempio della Banca d’Italia, emerge che in questi ultimi anni – in cui l’Italia è già più federale’ di un tempo - il Nord del Paese fa fatica a restare ‘agganciato’ alle regioni più produttive d’Europa e nel contempo il Sud accresce ogni giorno di più il suo divario con lo stesso Nord.  Eminenza, Lei in concreto che cosa pensa del federalismo?

 

Penso che il federalismo potrà rappresentare una opportunità positiva e vincente se riuscirà ad essere solidale, se cioè sarà capace di unire per far crescere insieme le differenti aree del Paese; altrimenti il processo di globalizzazione finirà con l’accentuare diseguaglianze e ingiustizie, relegando il Mezzogiorno ai margini dello sviluppo.

 

Il Sud e la criminalità organizzata: nel documento è tanto cruda quanto vera l’analisi che del triste e tristo fenomeno fanno i vescovi. “Però la società fa fatica a scuotersi. (…) Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti”. Ciò significa che la rassegnazione è ormai predominante e che contro il perdurante “controllo malavitoso del territorio” c’è poco da fare?

 

Non c’è affatto resa alla criminalità organizzata. Non c’è rassegnazione. C’è piuttosto rabbia e voglia di vedere affermato il diritto alla sicurezza sociale, il diritto di un popolo alla propria dignità, il diritto di sapere sconfitta la malavita e insieme ad essa la corruzione e l’illegalità che procurano guasti altrettanto gravi e dannosi. C’è, dunque, da lavorare ancora e molto per fare terra bruciata intorno ai malavitosi, ai disonesti, ai corrotti, isolandoli, combattendoli, denunciandoli. L’azione che viene svolta dagli inquirenti e dalle forze dell’ordine è estremamente significativa e encomiabile, perché incessante, decisa e positiva: i risultati sono veramente  notevoli e  gli arresti si susseguono in maniera clamorosa. E’ una cosa che apre il cuore alla speranza e incoraggia non poco tanto che si stanno moltiplicando le denunce  e molti commercianti stanno resistendo e reagendo alla richiesta di pizzo.

 

Ma bisogna fare rete, mettersi insieme, far sentire solidarietà e vicinanza, penetrare nel cuore e nella mente della gente perché alla repressione si deve accompagnare un lavoro preventivo, di carattere sociale e culturale. Occorre agire sulle famiglie, sui giovani, nella scuola. La Chiesa di Napoli è fermamente impegnata in questo senso, elevando la voce di condanna nei confronti di quanti scelgono la camorra, la disonestà, la prepotenza, la violenza, la morte. E la stragrande maggioranza della gente è accanto alla Chiesa in questa battaglia che è difficile ma non impossibile se affrontata con coraggio, con chiarezza e con determinazione, come appunto si va facendo.

 

La Chiesa e le mafie: se le mafie sono “una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”, se sono “strutture di peccato”,  perché “le Chiese debbono ancora recepire fino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia”? Perché tale esempio “rischia di rimanere isolato”? E’ questione di paura fisica, di paura per le conseguenze per la propria famiglia, per il proprio lavoro? E’ questione che si sente di non essere protetti a sufficienza dalle istituzioni dello Stato?

 

Credo che nessuno possa parlare di contiguità, complicità, connivenza o tolleranza da parte della Chiesa che ha visto propri figli cadere sotto il fuoco omicida della malavita organizzata. Sono esempi di eroismo che esprimono la profondità dell’azione di evangelizzazione e di incarnazione della Parola di Dio, la dedizione totale al proprio ministero sacerdotale e l’amore pieno per la comunità.

 

I nostri sacerdoti e religiosi, ma anche tanti laici impegnati nelle parrocchie, non cercano protezione, anzi essi stessi sono pronti a farsi scudo per proteggere i giovani e le persone più deboli, per allontanare il male, per difendere dai rischi, per illuminare le menti contro ogni possibile pericolo o proposte allettanti avanzate da persone senza scrupoli che tentano di arruolare al malaffare nuovi adepti. Si tratta di una forma di eroismo vissuto e praticato nella quotidianità dell’impegno pastorale e sacerdotale, che magari non si manifesta con gesti eclatanti e con il sacrificio estremo, ma che è di per sé espressione di coraggio e di abnegazione perché sviluppato, comunque, in situazioni difficili e a rischio, rispetto alle quali si soffre e si agisce silenziosamente, con discrezione e con saggezza. I presbiteri, i religiosi e i laici che operano in tante realtà complesse sono da considerare autentici eroi e io nella mia Chiesa di Napoli posso dire di avere molti eroi.

 

Il Sud e i giovani: essi danno vita “a esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento”. Tanti però (secondo le statistiche il 40% dei laureati) partono ancora per il Nord, depauperando forzatamente il Sud delle loro risorse intellettuali. Come riuscire a frenare l’emigrazione?

 

I giovani costituiscono la vera forza e la grande risorsa del Sud che, pertanto, va preservata, incoraggiata e valorizzata. E’ pur vero che nell’era della globalizzazione ci possono essere singole aspirazioni a recarsi in altri Paesi e in determinate strutture avanzate per perfezionare le proprie conoscenze, per affinare il proprio sapere, per arricchire il proprio bagaglio culturale, per sviluppare particolari ricerche.

 

Ma è evidente che occorre limitare o bloccare gli esodi di giovani energie e di intelligenze, creando sul territorio condizioni di sviluppo e di crescita complessiva e integrata, per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, delle professioni e della ricerca. Questo sarà possibile se si potenziano le università e le strutture scientifiche, se vengono incentivate la ricerca e l’innovazione tecnologica, se si realizza una politica di investimenti per nuove attività produttive.

 

In diverse regioni del Sud il dissesto idrogeologico si palesa in misura crescente. Quel che è accaduto e sta accadendo ad esempio in Sicilia o in Calabria, dove franano le colline, non è di buon augurio per l’auspicata ‘ripresa’ del Mezzogiorno. Che cosa si può fare realisticamente per sanare la situazione? Il progettato Ponte di Messina secondo Lei potrebbe ridare alla qualità della vita nel Mezzogiorno, in particolare in Calabria e in Sicilia? Oppure prioritarie dovrebbero essere altre esigenze?

 

Non sta a me esprimere valutazioni sulla  utilità o sulla priorità del progettato Ponte sullo Stretto di Messina. Per quanto riguarda  crolli e frane che purtroppo mietono vite umane e tante altre mettono in pericolo, credo che si debba porre con responsabilità una seria questione, che è fondamentalmente morale prima ancora che amministrativa, di sicurezza e governo del territorio. Troppo spesso e in troppi luoghi si hanno situazioni poco chiare e quasi sempre  illegali che si traducono in abusi e violazione delle regole fissate e che rispondono unicamente alla legge del profitto o del proprio utile. Non bisogna dimenticare che, al di là degli aspetti penali, si tratta di iniziative che offendono, come detto, la morale e il bene comune.

Il rispetto dell’ambiente e la difesa del Creato sono imposti da leggi naturali che sono leggi divine e  richiedono comportamenti coerenti con lo stato di cittadini corretti e cristiani autentici, per cui nessuno può sottrarsi a quanto previsto dall’ordinamento democratico e dal vivere civile. La qualità della vita in una comunità dipende sostanzialmente dal dovere che ciascuno avverte di rispettare i diritti degli altri nel momento in cui si propone di soddisfare una propria esigenza e un proprio diritto.

 

La speranza per il Mezzogiorno indicata dai vescovi italiani risiede in primo luogo nell’affrontare la sfida educativa: “Si deve reagire urgentemente contro questo progressivo degrado”, che “nel Mezzogiorno raggiunge livelli drammatici”. La sfida è seria e implica anche che le nuove generazioni riescano a guardare “al gratuito e persino al grazioso, e non solo all’utile e a ciò che conviene; al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace; alla giustizia e persino alla santità., e non solo alla convenienza e all’opportunità”. Si rende conto, Eminenza, che vincere tale sfida, considerato il clima culturale in cui sono immersi i giovani oggi, può sembrare del tutto utopico al realista?

 

Per la verità, non condivido il Suo pessimismo. La sfida educativa è posta a ragion veduta, non è impossibile e si può vincere, proprio grazie ai giovani, alla loro intelligenza, alla loro modernità, al loro entusiasmo, che non sono categorie astratte ma costituiscono presupposti forti che porteranno al cambiamento e al riscatto, all’interno peraltro di un tessuto sociale che viene offeso dal rumore delle azioni delittuose messe in atto da una assoluta minoranza di malavitosi e disonesti, ma che è estremamente qualificato e ricco di risorse.

 

Eminenza, quali le Sue considerazioni sui gravi fatti di Rosarno, avvenuti a inizio anno? Certo Rosarno è in Calabria, ma in certe zone campane la situazione non è dissimile e potenzialmente esplosiva…

 

Ferma condanna per ogni pregiudizio culturale e per ogni forma di razzismo. Credo che in un mondo ormai  globalizzato nessuno può restare sordo o indifferente al grido di aiuto che viene da tanti fratelli che hanno lasciato casa, patria e affetti, talvolta mettendo anche  in pericolo la propria vita, nella speranza di trovare migliore fortuna per assicurare dignitosa condizione sociale anche ai familiari lasciati nel proprio paese. Ferma condanna, comunque, pure per tutte le violenze che possono offendere la persona umana e i suoi diritti, come pure per tutte le violazioni di leggi, regolamenti e norme poste a presidio della sicurezza personale e della civile convivenza.

 

Eminenza, in questi primi anni da arcivescovo di Napoli Lei si è dimostrato molto sensibile ai molti bisogni della città, agendo concretamente per spronare alla giustizia, alla legalità, alla solidarietà. Tra i Suoi inviti quello di qualche tempo fa alla consegna dei coltelli: come è stato recepito? La risposta è stata soddisfacente? Soprattutto: secondo Lei qualcosa si è mosso nel cuore di chi ha consegnato il coltello?

 

Quella è stata una iniziativa tendente a rimuovere le coscienze, a far riflettere e discutere, a deporre i coltelli come ogni arma, comprese la calunnia e maldicenza, che significasse violenza nei confronti della persona, dell’uomo fatto ad immagine di Dio. La risposta è stata assolutamente positiva, al di là del numero di oggetti deposti ai piedi del Crocifisso nelle Chiese. Non sono pochi quelli che, dediti ad una vita sbagliata, hanno incominciato a interrogarsi e a rivedere i propri errori. Ma soprattutto è stato estremamente significativo e incoraggiante il dibattito che si è sviluppato nel mondo giovanile, in tutti i luoghi di incontro, nelle scuole, nelle piazze. I giovani si sono sentiti interpellati e hanno interrogato se stessi, discutendo anche del loro modo di essere nella società, del loro rapportarsi agli altri, della loro capacità di incidere pure sui comportamenti degli amici. E mi sono arrivate centinaia e centinaia di lettere, tutte meravigliose, sincere e intelligenti, che hanno affrontato seriamente il problema della violenza e l’incidenza di questa sulla crescita sociale.

 

Più recente è invece la Sua iniziativa per l’adozione ‘a distanza’ di bambini indigenti di Napoli. In che cosa consiste? Come è stata accolta?

 

In un periodo in cui tante famiglie si trovano in grande difficoltà economica, per la mancanza o l’insufficienza del reddito, tanto da non riuscire a mandare i propri figlioletti a scuola non potendo provvedere ad una alimentazione adeguata e neppure all’acquisto di quanto è indispensabile per lo studio come quaderni, penne, uno zainetto, un grembiule, delle scarpe, abbiamo pensato, consultando anche i direttori dei principali giornali della Città, che fosse più giusto provvedere a queste urgenze e priorità. Abbiamo promosso, pertanto, il progetto “Aiutami a crescere” che prevede l’adozione “ravvicinata” di un bambino che vive a Napoli in condizioni di estremo disagio, segnalato dalle parrocchie, versando un contributo di trenta euro mensili che consentiranno di fornire alle famiglie l’occorrente per la scuola e pure generi alimentari necessari. C’è stata, come al solito, grande solidarietà e in breve tempo le adozioni sono diventate cinquecento, ma c’è stato anche il sostegno di Massimo Ranieri che ha offerto un suo spettacolo, della Rai che ha messo a disposizione l’Auditorium e di tanti generosi che hanno fatto pervenire doni messi all’asta, incominciando dal Santo Padre e dal Presidente della Repubblica.

 

Nell’ambito della lotta alla disoccupazione Lei ha costituito il Fondo SPES (sviluppo pastorale economia solidale) che sostiene tra l’altro il progetto ‘Microcredito’ per chi non ha lavoro, ha un progetto da realizzare e non lo può fare a causa della mancanza di denaro. Il progetto è stato presentato a fine settembre 2009. Anche qui: come procede, qual è la risposta degli interessati?

 

Debbo dire che anche per questo progetto non sono mancati l’aiuto e la generosità di tanti. Abbiamo costituito un Gruppo tecnico-scientifico che valuta le domande e i progetti. Ne sono stati già selezionati diversi e proprio in questi giorni si è partiti con il finanziamento ad una salumeria distrutta da uno sprofondamento, cui seguiranno a breve altri per le più svariate attività. E’ un modo indiretto di offrire lavoro, ma anche un modo per sostenere capacità e idee progettuali e di impresa. L’arcidiocesi si fa carico degli interessi e di una sorta di garanzia morale, mentre l’Unicredit concede il finanziamento, che dovrà essere restituito appunto senza pagare gli interessi.