KAROL WOJTYLA: PATRIOTTISMO, NAZIONALISMO E MOLTO ALTRO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 8 giugno 2018

 

All’Angelicum un convegno ricco di informazioni e stimoli su tanti aspetti della personalità di Giovanni Paolo II. Nella giornata promossa dall’Ambasciata di Polonia presso la Santa Sede si è parlato di patria e nazione, di fede, libertà, ecumenismo. Ampio spazio ai ricordi personali, in particolare di mons. Piero Marini, del card. Angelo Amato, di Arturo Mari. Infine segnaliamo il  libro “Il volontario” di Marco Patricelli, sulla vita di Witold Pilecki, il militare polacco che organizzò la resistenza ad Auschwitz e fu poi messo a morte dai nuovi padroni comunisti.

 

L’Aula Magna della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, l’Angelicum, ha ospitato il 26 aprile un convegno su Giovanni Paolo II a cinquant’anni dall’ascesa al soglio pontificio. Per quanto di interessante si è ascoltato durante l’intera giornata, dedicata a illuminare i molteplici aspetti di una personalità poliedrica, ci sarebbe da stilare un pezzo di almeno cinquantamila battute. Ci limitiamo perciò a evidenziare ciò che ci ha colpito di più e che pensiamo possa destare qualche curiosità in chi ci legge. 

I lavori sono stati introdotti dal ‘padrone di casa’, il rettore domenicano padre Michal Paluch e dall’ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede Janusz Kotanski. Il quale, ricordato che il giovane Karol aveva studiato proprio all’Angelicum, ha evidenziato che egli nella sua vita “non cercava la popolarità, che però ha raccolto con i suoi comportamenti”. Nel suo approccio alle questioni del mondo, Karol Wojtyla “non dimenticò mai di evidenziare la dignità umana”, infondendo a tutti “un grande coraggio”, come dimostrato già da quel “Non abbiate paura!”  del 22 ottobre 1978. Un coraggio, quello di Giovanni Paolo II, “palesato per tutta la vita”, sia quando lottava contro il sistema comunista che “quando proclamava l’insegnamento della Chiesa”. Per questo, ha rilevato Kotanski, egli “ha pagato il prezzo più alto e l’ha protetto nell’occasione la Madonna di Fatima”.

A tutto campo il messaggio inviato dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin (che papa Francesco aveva incaricato di portare al Convegno “il suo saluto e la sua benedizione”). Parolin ha messo in rilievo che “la bussola che ha orientato il pontificato di Giovanni Paolo II è il Vaticano II” e il papa polacco ne è stato “instancabile annunciatore con la sua testimonianza di evangelizzazione”. Difesa dei popoli e delle nazioni, difesa della libertà, impegno per i diritti dell’uomo, per le radici cristiane dell’Europa, per il dialogo ecumenico ed interreligioso; forte impronta mariana, valorizzazione della santità cristiana, affetto per i giovani (“Sentinelle del mattino”), grandi insegnamenti sulla misericordia di Dio, stimolo ai laici e tanto altro. Infine “non ha mai nascosto la malattia, insegnandoci uno sconfinato amore per la vita umana”.

 

EDOARDO ASBURGO-LORENA: IL VALORE DELLA NAZIONE IN KAROL WOJTYLA

Tra le molte relazioni interessanti occupiamoci dapprima di quella sul “valore della nazione” in Giovanni Paolo II, tenuta da Edoardo Asburgo-Lorena, ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede. E ripartiamo dal “Non abbiate paura!”: “Per noi, popoli dell’allora Europa dell’Est dominata dal socialismo reale – ha detto il relatore – questa esortazione suonava subito come un messaggio di liberazione” da parte di un papa che era anche “politico e pensatore, pur motivato in questo dal suo essere soprattutto pastore”. Per Karol Wojtyla il termine ‘nazione’ ebbe una grande importanza: la nazione – ha ricordato l’ambasciatore di Ungheria – per lui “è la società ‘naturale’ nella quale l’uomo, attraverso la famiglia, viene al mondo e forma la sua propria identità sociale”. Il che significa che l’uomo “vive in una determinata cultura che forma il genio del suo popolo ed imprime negli uomini, fra di loro diversi, le caratteristiche della loro personalità e della loro formazione” (vedi Discorso al Corpo Diplomatico del 16 gennaio 1982). Non solo, ma Giovanni Paolo II riteneva che “non si può comprendere l’uomo al di fuori di questa comunità che è la nazione”. Certo “è naturale che non sia l’unica comunità, tuttavia è una comunità particolare, forse la più intimamente legata alla famiglia, la più importante per la storia spirituale dell’uomo” (vedi Omelia a Piazza della Vittoria a Varsavia del 2 giugno 1979). Nazione del resto richiama il nascere, come patria evoca la realtà della famiglia.

 

DISTINGUERE NETTAMENTE TRA AMORE PER IL PROPRIO PAESE E NAZIONALISMO

E’ però importante “distinguere nettamente”  tra “l’amore per il proprio Paese” e il nazionalismo “che pone i popoli in contrasto tra loro” (vedi Udienza generale dell’11 ottobre 1995). Infatti - ha evidenziato qui il relatore – “l’amore per la patria, l’attaccamento alla storia e alle tradizioni della propria nazione non è nazionalismo”. Invece “il nazionalismo, spesso automaticamente e in modo gratuito collegato al concetto di nazione, è la forma patologica di un giusto sentimento profondamente umano, è quando si disprezza un’altra nazione, la sua cultura e non le si vogliono riconoscere gli stessi diritti che spettano alla propria nazione”.

In un altro passo importante della relazione, l’ambasciatore Asburgo-Lorena ha voluto anche ricordare quanto scrisse – ed è sempre indubbiamente di bruciante attualità – papa Wojtyla nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2001: “Non si può sottovalutare l’importanza che la cultura caratteristica di un territorio possiede per la crescita equilibrata, specie nell’età evolutiva più delicata, di coloro che vi appartengono fin dalla nascita. Da questo punto di vista può ritenersi un orientamento plausibile quello di garantire a un determinato territorio un certo ‘equilibrio culturale’ in rapporto alla cultura che lo ha prevalentemente segnato; un equilibrio che, pur nell’apertura alle minoranze e nel rispetto dei loro diritti fondamentali, consenta la permanenza e lo sviluppo di una determinata ‘fisionomia culturale’, ossia di quel patrimonio fondamentale di lingua, tradizioni e valori che si legano generalmente all’esperienza della nazione e al senso della ‘patria’ “.

 

MASSIMILIANO SIGNIFREDI: WOJTYLA, LIBERTA’, 1989

Stimolante l’intervento del professor Massimiliano Signifredi (Comunità di Sant’Egidio) sui rapporti tra Giovanni Paolo II, la politica, la libertà. A tale ultimo riguardo il relatore ha evocato una poesia del 1974 dell’allora arcivescovo di Cracovia: “La libertà la si conquista continuamente, non la si può soltanto possedere. Viene come un dono, la si conserva con la lotta (…) A questo prezzo entriamo nella storia”. Quand’è ancora in Polonia, riferiscono i testimoni che con Karol Wojtyla “si parla di tutto, ma mai di politica”, perché egli “si rende conto che il regime è forte”. Da ciò consegue che “la sfida non va posta sul piano di una resistenza politica o armata, ma intellettuale e spirituale“. Il che comporta il dialogo con gli intellettuali, la difesa degli operai, il promuovere i diritti umani a partire dalla libertà religiosa, l’agire per una presenza attiva della Chiesa nella società. Quando Karol Wojtyla diventa Papa e torna spesso in Polonia, “la gente smette di avere paura e rialza la testa”. Lo percepisce anche la nomenclatura comunista, come si legge in un rapporto del 3 luglio 1979: “Le masse cattoliche stanno acquistando la consapevolezza della loro forza (…) Allora il Partito si troverebbe a fronteggiare non alcuni gruppi di dissidenti, ma un movimento politico di massa”.

La nascita di Solidarność mette in grave allarme Mosca, “che guarda alla Polonia e all’attività di Giovanni Paolo II come a una minaccia enorme alla stabilità dell’intero Patto di Varsavia”. Incominciò “un lungo processo di liberazione”, che sfociò in Polonia nella “transizione pacifica del 1989”. E nell’enciclica Centesimus Annus papa Wojtyla scrisse che la fine di “regimi dittatoriali e oppressivi” aveva ricevuto “un contributo importante, anzi decisivo” dall’impegno della Chiesa “per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo”. Scrivendo questo, Giovanni Paolo II non rivendicava meriti propri: “E’ la Chiesa che ha contato in questo processo, non il papa” (intervista a E. Mauro e P. Mieli, La Stampa del 4 marzo 1992). Signifredi si è infine soffermato sulla contestazione che Karol Wojtyla portava contro la tesi degli ambienti occidentali che consideravano gli avvenimenti del 1989 come “il trionfo del sistema capitalistico liberale”. Da credente – ha concluso il relatore – “egli scorgeva nella transizione del 1989 i disegni della provvidenza e vi sottolineava il contributo della fede religiosa”.

 

I RICORDI APPASSIONATI DI MONS. PIERO MARINI

Ricco di ricordi personali l’intervento appassionato dell’arcivescovo Piero Marini, già Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie dal 1987 al 2007, che aveva conosciuto l’allora cardinale Wojtyla a Cracovia nel maggio 1973 e l’ha sempre considerato un “dono” per la sua vita. Ne citiamo uno, che rimanda alla sera del 16 ottobre 1978: “Ho ancora vivo il ricordo del camminare sicuro del nuovo Papa. Fui colpito dalla sua serenità anche in quel momento. Era così disinvolto che dava l’impressione di essere Papa da tempo. Durante il percorso verso la Loggia centrale, il Papa domandò a monsignor Noè se alla Loggia poteva recitare dieci Ave Maria e rivolgere un breve discorso. Noè disse che non era opportuno. Il Papa però, pur non recitando le 10 Ave Maria, tenne un breve e spontaneo discorso che gli attirò la simpatia di tutto il mondo”.  Mons. Marini ha poi evidenziato che Karol Wojtyla era un uomo di grande preghiera, aveva una pronuncia chiara, amava i gesti ben visibili, sapeva cantare bene. E portava “un grande amore per il Concilio, cui aveva partecipato dal primo all’ultimo giorno. Desiderava sdebitarsi verso il Vaticano II, il che significava attuarlo”. Ad esempio promuovendo “la partecipazione attiva dei fedeli alla Liturgia - mezzo per eccellenza dell’evangelizzazione - per risvegliarne la coscienza liturgica”.

 

IL PAPA DI MONS. MOKRZYCKI E DI ARTURO MARI

L’odierno arcivescovo latino di Leopoli, Mieczysław Mokrzycki, è stato dal 1996 al 2007 secondo segretario di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: il presule polacco ha approfondito soprattutto il tema dell’ecumenismo nel primo, in particolare sotto l’aspetto dei rapporti tra cattolici e ortodossi: “Nonostante le difficoltà, papa Wojtyla non cessava di operare per l’unità” e ad esempio, in tal senso, fece un gesto per lui “molto importante”: la riconsegna alla Chiesa ortodossa della “venerata icona della Madonna di Kazan”.

Arturo Mari è un mito: per 51 anni è stato il fotografo papale (dal 1956 al 2007) e naturalmente potrebbe parlare per un mese filato di episodi interessanti cui gli è toccato in sorte di assistere. Ha raccontato ad esempio di un viaggio apostolico nello Zaire, che prevedeva la visita di un grande ospedale pediatrico a Kinshasa: “Il Papa entra nel primo padiglione, si avvicina ai bambini, al secondo lettino si inginocchia davanti a un bambino di due anni tutto pelle e ossa, prende il fazzoletto, pulisce dalle mosche il viso del bambino, lo prende tra le braccia e incomincia a dondolarlo cantando una nenia, lo accarezza. Si aprono due occhi neri, il bambino sorride. Da sotto il letto fuoriescono altri cinque bambini che abbracciano il Papa. La mamma piange, il Papa ride tutto contento. E lascia tanti soldi per mangiare. Tutto quanto riceveva, donava”.

 

CONOSCENZA E AMICIZIA PER GLI EBREI NELLE PAROLE DEL RABBINO JACK BEMPORAD

Molto interessante la relazione del rabbino Jack Bemporad, che nel 1990 fu tra coloro che collaborarono alla stesura del documento in cui la Chiesa cattolica domandò perdono per l’antisemitismo nei secoli. Karol Wojtyla, ha rilevato Bemporad, “era un uomo profondamente amato dagli ebrei, perché sentivano che egli li conosceva dall’interno e comprendeva le loro sofferenze”. Riandando alla gioventù di Karol a Wadowice (in un ambiente allora, per diverse ragioni, non molto amichevole verso gli ebrei), il rabbino ha evocato quel che disse della famiglia di ‘Lolek’  “la migliore amica ebrea” Regina Beer: “E’ stata la sola famiglia a non aver mai dato una prova di ostilità contro di noi”. Il relatore ha poi evidenziato le tante occasioni, i tanti gesti di amicizia che dimostravano come Giovanni Paolo II avesse ben compreso l’anima del popolo ebraico. Era ben cosciente sia dei milioni di ebrei uccisi dai nazisti che dei milioni di polacchi non ebrei uccisi dai nazisti e dai sovietici. Sempre nei suoi viaggi voleva incontrare le comunità ebraiche locali; e la visita del 1986 alla Sinagoga di Roma rese evidenti “i miracolosi cambiamenti nell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso il popolo ebraico”.

 

IL CARD. ANGELO AMATO: “SANTO SUBITO”? VUOL DIRE “SANTO SICURO”

Nel suo intervento il cardinale Angelo Amato, da poco prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, è stato generosissimo di richiami a episodi significativi e curiosi nella vita di Karol Wojtyla, beatificato nel 2001 e canonizzato nel 2014. Giovanni Paolo II era “sobrio, modesto, povero, portava la biancheria rattoppata”. Per dire: “La curia sporcava le camicie nuove regalate, le lavava diverse volte e poi gliele dava così che ai suoi occhi non apparissero nuove”. Amava i poveri: “Entrando in una favela brasiliana, incontrò un’anziana signora sulla soglia di una casupola, si sfilò l’anello e glielo diede”. A proposito del controverso “Santo subito” il porporato ha spiegato che con quell’espressione si intendeva “santo sicuro” e non “santo superficiale”, perché “la causa non è stata condotta con frettolosa superficialità, ma capillarmente, con meticolosità. Ne fanno fede anche i quattro volumi della Postulazione”. Karol Wojtyla era ”molto umile” e “si accontentava di essere ospitato in camerette disadorne prive di comodità”. E’ stato anche un Papa molto mariano: “La svolta decisiva del suo Pontificato avvenne dopo che – nei giorni seguiti all’attentato del 13 maggio 1981 - si fece portare e lesse la Terza parte del Segreto di Fatima. Da allora diede un rinnovato impulso al suo Magistero”.

 

MONS. SILVANO TOMASI: SAPEVA CHE IN UN SISTEMA TOTALITARIO UNA PAROLA DI VERITA’ PUO’ AVERE UN IMPATTO ENORME

L’arcivescovo e nunzio apostolico Silvano Maria Tomasi ha rievocato da parte sua gli sforzi di Giovanni Paolo II per il riconoscimento e la concretizzazione dei diritti umani: “Di lui mi hanno sempre colpito la competenza, l’informazione che aveva, la grande spiritualità con cui ha collaborato a trasformare la realtà sociale”. E questa sua “politica dei diritti umani” aveva certo il suo fondamento nelle esperienze personali di Karol Wojtyla. Sapeva che “in un sistema totalitario una parola di verità può avere un impatto enorme”.

Tante altre le riflessioni emerse durante gli interventi ascoltati all’Angelicum, anche nel pomeriggio, quando si sono analizzati l’eredità di Giovanni Paolo II, i suoi rapporti con i media, Karol Wojtyla filosofo e teologo. Ci sarà magari modo di riparlarne a suo tempo, poiché tali temi legati alla  complessa personalità di Karol Wojtyla non scadono di certo!

 

UNA VITA APPASSIONANTE AL SERVIZIO DI CRISTO E DELLA POLONIA: WITOLD PILECKI, PROTAGONISTA DE “IL VOLONTARIO” DI MARCO PATRICELLI

Il 25 maggio di settant’anni fa con un colpo alla nuca (tradizionale metodo di scuola sovietica) veniva ucciso, conformemente a una sentenza di morte comminata dalla Corte militare distrettuale di Varsavia, Witold Pilecki, con l’accusa di crimini di Stato e alto tradimento. Chi era il condannato? Un tenente di cavalleria, nato il 13 maggio 1901, cattolico convinto, che volontariamente sì fece rinchiudere nel lager di Auschwitz allo scopo di organizzarvi una rete di resistenza in vista di un’auspicabile insurrezione (che non avvenne perché essa non fu approvata dai vertici dell’organizzazione che obbediva al Governo polacco in esilio). Due anni e mezzo in cui Pilecki - apparentemente un prigioniero come gli altri, dunque preda anche lui della bestialità dei nazisti e dei loro immediati subalterni (spesso delinquenti comuni), testimone di tanti episodi di sadismo e ferocia – dimostra la sua efficienza ‘militare’. Evade rocambolescamente da Auschwitz a fine aprile del 1943, combatte da par suo nell’eroica insurrezione di Varsavia del 1944, cade di nuovo prigioniero dei tedeschi. Tornato in Polonia alla fine della guerra, vi trova un nuovo nemico, non meno cinico dei nazisti, intento a un repulisti di politici e militari antinazisti sì, ma anche anticomunisti. Pilecki continua ad agire nella rete di resistenza clandestina contro i nuovi padroni, ma viene scoperto, arrestato e poi condannato a morte. Soggiace per decenni alla damnatio memoriae di matrice comunista, come se non fosse mai esistito. Riabilitato ufficialmente solo nel 1990, nel 2006 gli fu assegnata, postuma, l’onorificenza dell’ Ordine dell’Aquila bianca, la più alta decorazione polacca concessa dal presidente Lech Kacszynski. Di tutto questo, con molti dettagli tratti dai numerosissimi rapporti di Pilecki, scrive in una biografia tanto appassionante quanto cruda (pensando soprattutto agli anni di Auschwitz) Marco Patricelli: è “Il volontario”, pubblicato da Laterza. Un misto di avventura e di storia (tragica ed eroica) della Polonia che fa sì come le quasi trecento pagine del testo penetrino nello spirito e nella carne del lettore, regalandogli un’esperienza di vita da non perdere. 

 

P.S. Segnaliamo con piacere due convegni che si prospettano di notevole interesse per riflettere sull’attuale momento molto controverso della Chiesa.

Sabato 9 giugno (dalle 9.30, auditorium San Barnaba, corso Magenta 44, Brescia) si svolgerà una giornata sull’enciclica Humanae Vitae, verità che risplende.  Tale è il titolo anche della relazione introduttiva de cardinale olandese Willem Eijk. La mattina porteranno le loro testimonianze mons. Livio Melina, Renzo Puccetti, padre Giorgio Carbone, Massimo Gandolfini. Nel pomeriggio (con inizio alle 14.30) don Giorgio Comini, Costanza Miriano, Raffaella Pingitore, i coniugi Zanelli, don Marco Begato, Silvia Gamba. Alle 18.00 il cardinale Eijk presiederà una santa messa nella chiesa di sant’Afra (corso Magenta 68). Il convegno è organizzato dall’associazione “Amici di Paolo VI”.

Sabato 23 giugno (dalle 9, hotel Massimo d’Azeglio, via Cavour 18, Roma) i teologi, filosofi, storici e studiosi che hanno promosso la Correctio filialis all’indirizzo di papa Francesco nel 2017 si ritroveranno per parlare di Vecchio e nuovo modernismo: radici della crisi nella Chiesa. Nella mattinata interverranno Joseph Shawm Roberto de Mattei, Giovanni Turco, John R. T. Lamont, fr. Albert Kallio. Nel pomeriggio Enrico Radaelli, l’abate Claude Barthe, Maria Guarini, don Alberto Strumia, Valerio Gigliotti, José Antonio Ureta. Concluderà Roberto de Mattei. Il convegno è organizzato dalla Fondazione Lepanto.