POLONIA/MEMORIA: LA FRANCHEZZA DI NOEMI DI SEGNI (CON PREMESSA SU ALFIE) – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 22 aprile 2018

 

Ricordati venerdì 20 aprile presso l’ambasciata di Polonia in Italia i 75 anni dell’inizio dell’eroica insurrezione del Ghetto di Varsavia – Una cerimonia sobria, caratterizzata da un forte intervento di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sugli emendamenti introdotti recentemente alla legge polacca sulla Memoria del 1998. Nella premessa qualche nota sulla vicenda del piccolo bambino inglese Alfie Evans: un’altalena tra cinismo e testimonianza di fede

 

PREMESSA A PROPOSITO DEL CASO DI ALFIE EVANS

Tra poche ore il destino terreno del piccolo Alfie Evans sarà compiuto, se la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo dovesse rifiutare il ricorso d’urgenza presentato contro le sentenze dei giudici inglesi che hanno decretato la morte del bambino, “nel suo miglior interesse”. E’ una vicenda questa di una gravità estrema per la pretesa cinica e feroce dello Stato – in tal senso totalitario - di decidere quando porre termine alla vita di un suo cittadino. Accade già in Belgio, in Olanda e ora si ripete in Gran Bretagna (qualche tempo dopo la tragica conclusione imposta da medici e giudici alla vita di un altro piccolo, Charlie Gard).

Tutto lascia presumere che decisioni del genere stroncheranno presto vite umane, ritenute “inutili”, anche in altri Stati occidentali (pur se dalla Francia è giunta l’altro ieri notizia della decisione di un giudice contrario a staccare la spina al tetraplegico Vincent Lambert): non saranno più casi eccezionali, ma normalità atroce. Ciò accadrà se non ci sarà una reazione popolare forte, sostenuta  anche dalla politica. Lasciano ben sperare per l’Italia gli insistiti interventi pubblici di leaders politici nazionali come Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Il primo ha evidenziato tra l’altro che “il pensiero unico condanna a morte Alfie Evans. In Inghilterra vogliono staccare la spina a questo angioletto, contro il volere dei genitori, che ieri hanno incontrato papa Francesco”. La seconda ha rilevato che “un bimbo innocente sarà lasciato morire soffocato perché un giudice ha ritenuto che è nel suo interesse e si è arrogato il potere di stabilire che la sua esistenza non è più degna di essere vissuta. Non ho parole. E lascia senza fiato la complice indifferenza con la quale la sedicente ‘Europa dei diritti sociali, della solidarietà e dell’inclusione’ ha accolto questa barbara sentenza”.

L’evoluzione della vicenda, comunque essa si concluda, è stata caratterizzata da comportamenti non univoci in ambito cattolico. Veramente inaccettabile l’atteggiamento dei vertici della Chiesa inglese – guidati dal cardinale Vincent Nichols - che, quando non hanno taciuto, hanno emesso comunicati grondanti  ipocrisia. Per non parlare poi del vescovo di Liverpool, tale Malcolm Mcmahon, che,  richiesto di un intervento, non si è fatto trovare: in cambio dagli uffici dell’arcidiocesi è stata inviata ai genitori di Alfie una lettera – pure grondante ipocrisia dalla prima all’ultima parola - in cui li si definiva con grave errore “non cattolici”.

Una vera testimonianza di fede è invece stata offerta dagli eroici genitori Tom e Kate, da migliaia di persone a Liverpool (da notare l’aiuto pervenuto dal presidente e dai tifosi dell’Everton, l’altra grande squadra di calcio della città) e da centinaia di migliaia nel resto del mondo. Tante anche in Italia, mobilitate in queste ore un po’ dappertutto in veglie, rosari e adorazioni eucaristiche (partecipa spesso anche il movimento delle “Sentinelle in piedi”, derivato dalla Manif pour tous ). 

Grande e meritoria tra i media l’attenzione partecipe e appassionata con cui La Nuova Bussola Quotidiana (LNBQ) ha seguito e contribuito a far crescere la consapevolezza della gravità della vicenda nel mondo cattolico. La LNBQ ha inviato a Liverpool una giornalista, Benedetta Frigerio, che ha riferito puntualmente e dettagliatamente di quanto stava accadendo, dandosi molto da fare ed entrando in stretto contatto con Tom Evans, padre di Alfie. Quando, un paio di settimane fa, si prospettò l’eventualità che il Vaticano ospitasse Alfie e la sua famiglia, LNBQ contattò monsignor Francesco Cavina, per quindici anni in servizio presso la Segreteria di Stato e dal 2011 vescovo di Carpi. La collega Frigerio si incaricò di consegnare le lettere di Tom Evans e di Francesco Cavina all’indirizzo della stessa Segreteria di Stato e del Papa a proposito dell’auspicato ‘asilo politico’. Domenica 15 aprile il padre di Alfie ha espresso a Benedetta Frigerio il grande desiderio di incontrare il Papa. Martedì a pomeriggio inoltrato monsignor Cavina ha informato che Francesco avrebbe ricevuto Evans alle nove del giorno successivo. Unico volo disponibile, quello da Manchester a Roma via Atene. Ad organizzare il viaggio e ad accompagnare Evans c’era Benedetta Frigerio. E mercoledì mattina il Papa ha effettivamente incontrato (incoraggiato, assicurato che avrebbe chiesto personalmente l’asilo per Alfie) Tom Evans: erano presenti monsignor Cavina, Benedetta Frigerio (“Santo Padre, se Lei difende Alfie, difende tutti i bambini che sono in condizioni simili”), l’interprete. All’incontro con il Papa è seguito quello con Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambin Gesù. La situazione resta molto complicata anche dal punto di vista diplomatico, ma la Segreteria di Stato è in piena attività e…la speranza è l’ultima a morire. Anche se Strasburgo potrebbe sancire la morte terrena di Alfie.

Altri media hanno dato ampio spazio alla vicenda, dalla Verità Avvenire (anche se quest’ultimo si è ben guardato dal citare, come sarebbe stato corretto, il gran lavoro de La Nuova Bussola Quotidiana …meschinità catto-fluide…), a diversi siti e blog cattolici.

Gratitudine – anche per l’esempio concreto, incontrovertibile, ben visibile, dato a tutti i cattolici e alle persone di buona volontà - va certo, oltre che a monsignor Cavina e alla Segreteria di Stato, a papa Francesco, che in occasione del caso riguardante Charlie Gard si era espresso con un tweet, un paio di dichiarazioni della Sala Stampa della Santa Sede e aveva lasciato trapelare la disponibilità a conferire la cittadinanza vaticana al bambino. Questa volta ha fatto di più: dapprima un tweet il 4 aprile, poi un’invocazione al termine del Regina Coeli di domenica 15 aprile. Mercoledì mattina 18 aprile l’incontro a Santa Marta e un forte richiamo durante l’udienza generale successiva: “Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans. Vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita dall’inizio alla fine naturale è Dio, e che il nostro dovere è fare del tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo perché sia rispettata la vita di tutte le persone, specialmente di questi due fratelli nostri". Così parla e agisce un Papa cattolico.

Concludiamo questa “Premessa” riproducendo l’appello di poche ore fa di mons. Cavina, delegato dal Papa a tenere i rapporti tra la Segreteria di Stato, la famiglia Evans e l’ospedale Bambin Gesù: "Il piccolo Alfie Evans è condannato a morte da una sentenza di secondo grado dell’Alta Corte Inglese. I genitori stanno lottando per la vita del loro bambino. Il Papa ha ricevuto in udienza il padre. Gli ospedali Bambino Gesù e Gaslini sono pronti a prendersi cura del piccolo paziente al quale però è proibito lasciare il Paese. È la sua ultima speranza. Solo la forza della preghiera potrà sciogliere i cuori e sbriciolare muri che ora sembrano insormontabili.

 

AMBASCIATA DI POLONIA IN ITALIA: LA COMMEMORAZIONE DELL’INIZIO DELL’INSURREZIONE DEL GHETTO DI VARSAVIA – GLI EMENDAMENTI ALLA LEGGE SULLA MEMORIA DEL 1998 - L’INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DELL’UCEI NOEMI DI SEGNI

Il 19 aprile 1943 incominciò la rivolta disperata degli ebrei rinchiusi nel Ghetto di Varsavia contro le truppe tedesche entrate per deportarne la popolazione. L’insurrezione fu soffocata nel sangue il 16 maggio successivo: il Ghetto fu raso al suolo, Grande Sinagoga compresa. Nei combattimenti persero la vita 7mila ebrei e altri 6mila morirono bruciati nelle loro case o soffocati nei bunker sotterranei. Altri 50mila furono deportati, per essere sterminati nella maggior parte a Treblinka.

Quei tragici avvenimenti sono stati rievocati venerdì 20 aprile nel giardino dell’ambasciata di Polonia in Italia. E’ stata una cerimonia sobria, conclusa con l’esecuzione da parte del musicista Riccardo Manzi di alcuni brani yiddish (in particolare dai ghetti di Lodz e di Varsavia) e uno in romanesco, dedicato a Settimia Spizzichino, unica sopravvissuta di Auschwitz tra gli ebrei rastrellati il 16 ottobre nella razzia al Ghetto di Roma.

A ogni convenuto è stato consegnato un narciso giallo di carta, simbolo dell’insurrezione (ogni 19 aprile il sopravvissuto Marek Edelman, ultimo comandante della brigata ebraica di combattimento con sede nel Ghetto di Varsavia, deponeva un mazzo di narcisi gialli sotto il monumento agli Eroi del Ghetto).

Cerimonia sobria, si diceva, ma non per questo meno intensa. Voluta congiuntamente dall’ambasciata di Polonia in Italia e dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane, la cerimonia intendeva essere un segno di rinnovato e costruttivo dialogo tra i due organismi promotori, dopo le recenti polemiche sorte in relazione agli emendamenti approvati dal Parlamento e dal presidente polacchi alla Legge del 1998 sulle attività dell’Istituto nazionale della Memoria, sorto per approfondire e pubblicizzare fatti storici avvenuti dall’inizio dell’occupazione nazista fino alla caduta del regime comunista e anche per indagare sui politici compromessi con lo stesso regime.

 

UNA LEGGE CONTROVERSA/ LE RAGIONI DELLA REPUBBLICA DI POLONIA

In sintesi: la Legge emendata, approvata a larga maggioranza il 26 gennaio dalla Camera bassa e il primo febbraio dal Senato, è stata firmata il 6 febbraio dal presidente polacco Andrzej Duda, che l’ha però sottoposta alla Corte Costituzionale perché essa ne valuti la compatibilità con l’ordinamento vigente.

In che cosa consistono gli emendamenti? Ne vanno evidenziati soprattutto due.

Il primo (comma 2 a dell’articolo 1) introduce il concetto di “protezione della reputazione della Repubblica di Polonia e della Nazione polacca”.

Il testo del secondo (articolo 55 a) è il seguente: “Chiunque sostenga, pubblicamente e contrariamente ai fatti, che la Nazione Polacca o la Repubblica di Polonia siano responsabili o corresponsabili dei crimini nazisti commessi dal Terzo Reich Nazi, come specificato all’articolo 6 della Carta del Tribunale Militare Internazionale allegata all’Accordo internazionale per perseguire e punire i maggiori criminali di guerra dell’Asse europeo, firmato a Londra l’8 Agosto 1945 (….), o per altri crimini concernenti crimini contro la pace, crimini contro l’umanità o crimini di guerra o chiunque altrimenti sminuisca grandemente la responsabilità dei reali autori di tali crimini, sarà soggetto a multa o reclusione fino a tre anni. La sentenza sarà resa pubblica.
Se l’azione di cui al primo comma fosse commessa in modo non intenzionale l’autore sarà soggetto a multa o reclusione.
Non costituisce reato l’atto criminale di cui ai commi 1 e 2 se compiuto nel corso di attività artistiche o accademiche”.

Ci si chiederà come mai tali emendamenti siano stati proposti.

Perciò riportiamo qui quattro precisazioni contenute in una lunga lettera dell’ambasciata di Polonia in Italia pubblicizzata il 5 febbraio 2018 all’indirizzo dei media italiani.

La prima: “Dopo l’invasione della Polonia del 1939 e la sua capitolazione, l’entità statale polacca aveva totalmente cessato di esistere; autorità ed esercito erano stati sciolti, mentre molti polacchi si organizzavano in clandestinità, dando vita alla resistenza. Una situazione, dunque, diversa da paesi come Ungheria, Slovacchia, Italia, dove, sebbene chiaramente non tutti fossero a favore dei rispettivi regimi fascisti, esistevano autorità militari, eserciti, forze dell’ordine e apparati burocratici che commettevano crimini e contribuivano sistematicamente allo sterminio. Anche in Polonia hanno avuto luogo crimini contro la popolazione ebraica, questo non si può e non lo si deve mai negare, ma non si può certo parlare della partecipazione di un apparato statale o della maggior parte del popolo, quando, tra l’altro, il 25% di coloro che sono stati dichiarati giusti tra le Nazioni del mondo sono proprio polacchi.

La seconda: La nuova legge sull’Institute of National Remembrance è stata concepita con il fine principale di combattere la negazione e la falsificazione della verità sull’Olocausto, ivi compreso lo sminuire la responsabilità dei veri colpevoli di questi crimini. In questo contesto attribuire allo Stato e al popolo polacco, pubblicamente e contrariamente ai fatti, la corresponsabilità per i crimini nazisti compiuti dal Terzo Reich è improprio, induce in errore e lede le vittime-cittadini della Polonia, sia di origine ebraica che polacca. Uno dei casi più lampanti è l’utilizzo dell’espressione “campi polacchi” – di morte, di concentramento, lager e via dicendo. Gli interventi delle rappresentanze diplomatiche sono in quei casi necessari, ma non bastano a risolvere il problema che puntualmente si ripresenta perfino amplificato. Lo stesso ministero degli esteri polacco nel 2017 è dovuto intervenire ben 258 volte, mentre nel 2008 i casi sono stati 103.

La terza: “La nuova legge è diretta contro coloro che pubblicamente e contrariamente ai fatti, offendono la nazione o lo Stato polacco oppure in maniera lampante sminuiscono la reale responsabilità dei colpevoli. La legge non è diretta contro nessun altro Paese, compreso Israele. Non limiterà la libertà di ricerca scientifica né la pubblicazione dei risultati di questi studi, non limiterà il dibattito storico, la libertà di parola o di espressione artistica: l’esclusione di queste attività è espressamente indicata nella legge (art. 55, par. 3). La legge non impedisce in alcun modo la discussione pubblica riguardante l’Olocausto.

La quarta: “Non sarà altresì soggetto a pena l’indicazione di concreti, vergognosi casi di crimini commessi da persone concrete, indipendentemente dalla loro nazionalità. La legge si propone di difendere la verità storica e il buon nome della Nazione e dello Stato polacco. Nella maniera più assoluta non protegge i criminali, indipendentemente dalla loro nazionalità. La legge non limiterà le discussioni pubbliche sui casi di pogrom contro gli ebrei, verificati in tutta l’Europa occupata, inclusa la Polonia. A questi crimini hanno partecipato anche i polacchi. Sono stati eventi scioccanti e vergognosi. Abbiamo il dovere morale di onorare la memoria degli ebrei uccisi durante questo tipo di avvenimenti. La legge non limita in alcun modo la possibilità di condurre ricerche scientifiche e storiche su tali eventi”.

 

UNA LEGGE CONTROVERSA/ L’INTERVENTO MOLTO PREOCCUPATO DI NOEMI DI SEGNI

Non tutti però hanno condiviso tali precisazioni: in primo luogo buona parte degli ambienti ebraici, perplessi soprattutto sul clima politico e sociale in cui la Legge è stata emendata in senso ritenuto prioritariamente nazionalistico. E preoccupati per i rischi connessi a una sua applicazione che si paventa molto rigida.

Veniamo allora a quanto è stato detto nella cerimonia di venerdì 20 in ricordo dei 75 anni dell’inizio dell’insurrezione nel Ghetto di Varsavia.

Due gli interventi: il primo dell’incaricata d’affari Marta Zielinska Sliwka, il secondo della presidente dell’UCEI Noemi Di Segni.

La rappresentante dello Stato polacco ha inizialmente ricordato come prima della seconda Guerra mondiale solo a New York si contavano più ebrei che a Varsavia. In Polonia il termine “ghetto” non era attribuito alle zone ebraiche, che erano aperte. Tutto cambiò con l’occupazione tedesca e il Ghetto di Varsavia (4 kmq) divenne un luogo in cui erano ammassate centinaia di migliaia di persone, destinate in parte a morire di fame di stenti. La rivolta del 19 aprile 1943 fu la prima nell’Europa occupata e la più grande di ebrei: “Un urlo drammatico senza una possibilità di vittoria. Solo la scelta di come morire”.

L’intervento di Noemi Di Segni è stato invece posto sotto il segno di una volontà di collaborazione, tuttavia nella chiarezza delle rispettive posizioni. Dialogo sì insomma, ma nel confronto anche duro.

Così inizialmente la presidente dell’UCEI: Fu quella dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia un’  “azione di coraggio, una pagina luminosa in un'epoca segnata da buio e orrore come mai nella storia dell'uomo (che) è alla base di tutto quello che oggi non soltanto siamo ma che dobbiamo consapevolmente difendere da nuovi venti di odio e intolleranza che sono tornati a spirare in modo drammatico. L’Onu che si immaginava di voler costituire non è certo fonte di alcuna rassicurazione se non peggio”.

Ha continuato Noemi Di Segni: “Con la fine della guerra e forse da settantatré anni il nazismo fu annientato. Il fascismo formalmente ripudiato. Ma l’odio, l’antisemitismo che ha consentito a tutto ciò di accadere, quello no. E su questo dobbiamo in questo giorno riflettere”.

Qui è incominciata la parte del discorso incentrata sul confronto tra posizioni diverse, perché – ha rilevato la presidente dell’UCEI, riferendosi alla Legge modificata sulla Memoria – “primo dovere degli amici (sono) la sincerità e la franchezza e la considerazione attraverso un coraggioso e non facile dialogo di ogni possibile emendamento che possa essere apportato”.

Quali sono le osservazioni critiche portate da Noemi Di Segni, dopo una sintesi cruda e dolorosa dei rapporti secolari tra Polonia ed ebrei? “La Polonia ha ospitato gli ebrei per secoli e secoli. Gli ebrei hanno fatto fiorire la Polonia per secoli e secoli con le loro tradizioni, vita e cultura. Ma l’odio antiebraico regnava come regola sociale ovunque. Nell’esercito, nelle istituzioni, nei giardini, nelle campagne, nelle strade di ogni città. Torture, massacri, violenze, collaborazionismo, silenzio, negli anni prima, durante la Shoah e anche dopo. Questo non lo possiamo negare. Oggi la Polonia, accanto al riconoscimento dei 6.700 Giusti polacchi riconosciuti da Yad-Va-shem anche come eroi nazionali a cui tutti noi inchiniamo il capo, si avvia ad applicare una legge che intende prescrivere e sancire alcune verità e sanzionare penalmente alcuni comportamenti. In nome della memoria. In nome di un’identità nazionale da riaffermare. In nome dell’accertamento delle responsabilità altrui”

Noemi Di Segni ha poi ricordato i contenuti principali della lettera trasmessa a febbraio al presidente polacco Andrzej Duda: “Forte in tutti noi è la preoccupazione per le conseguenze che la legge recentemente approvata dal Parlamento di Varsavia sulla Shoah e le responsabilità polacche, possa costituire un grave inciampo alla tutela di quella Memoria consapevole cui tutti noi teniamo. Ci preoccupa quello che leggiamo, sentiamo e vediamo. Ci spaventa che in un Paese europeo oggi si corra il rischio di finire in carcere per le proprie idee e per i propri studi. Non è e non può essere questa la funzione di una legge”.

E ha concluso: “La Polonia fu senz'altro vittima di una spietata occupazione della Germania nazista che in quel territorio realizzò i crimini più efferati nella storia dell'uomo. Distrutta in macerie, distrutta nell’orgoglio nazionale, ma l’odio non veniva risparmiato agli ebrei verso i quali da secoli veniva rivolto. Dobbiamo avere il coraggio oggi di chiederci, dovete avere il coraggio di chiedervi se si poteva fare di più, se si poteva essere diversi, se si poteva forse evitare e se sì come?”

E’ necessaria una risposta perché “il futuro ci incalza, con il suo carico di incertezze e sfide, e il tempo per agire e per farci trovarci pronti e consapevoli questa volta, è davvero poco”.