MIGRANTI/PAPA IN AZIONE E LE RIFLESSIONI DIVERSIFICATE DI ‘LIMES’ - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 31 agosto 2016

 

Oggi 31 agosto lil Vaticano ha annunciato la creazione di un nuovo Dicastero, quello “del servizio dello sviluppo umano integrale”, una cui Sezione (“per profughi e migranti") sarà diretta temporaneamente dal Papa. Intanto, nel quaderno mensile di ‘Limes’, rivista italiana di geopolitica, emerge una riflessione a più voci (discordanti) attorno alle cause dell’ondata immigratoria verso l’Italia e sui modi di affrontarla.

 

 

Nell’attualità italiana – già dolorosamente e pesantemente caratterizzata dalle gravi conseguenze anche sociali del sisma di una settimana fa ad Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto (i morti continuano ad aumentare, mentre molti tra chi ha perso tutto sono costretti a vivere in tendopoli precarie) -  irrompe di nuovo con fragore il tema delicatissimo dell’immigrazione dal Mediterraneo: basti pensare che negli ultimi quattro giorni sono sbarcati sulle coste della Penisola in oltre tredicimila. E le previsioni per settembre sono anche peggiori. 

Proprio questa mattina, poi, è stato reso noto dalla Sala Stampa Vaticana l’accorpamento in un solo dicastero, quello “per il servizio dello sviluppo umano integrale” (operativo dal primo gennaio prossimo), dei Pontifici Consigli per i Migranti, della Giustizia e della Pace, ‘Cor Unum’ e  per la pastorale degli Operatori Sanitari. Presieduto dal cardinale (molto ‘onusiano’, in ottimi rapporti con i principali ‘filantropi’ miliardari e globalisti) Peter Kodwo Appiah Turkson, il nuovo Dicastero comprenderà una sezione di evidente importanza, che riguarda profughi e migranti, “posta ad tempus (si legge nel ‘Motu proprio’) sotto la guida del Sommo Pontefice che la esercita nei modi che ritiene opportuni”.

 

 

PAPA FRANCESCO GUIDERA’ PERSONALMENTE LA SEZIONE ‘PROFUGHI E MIGRANTI ‘ DEL NUOVO DICASTERO “PER IL SERVIZIO DELLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE”

E’ quest’ultima una decisione perlomeno insolita, che fa – almeno temporaneamente - del successore di Pietro anche un capo-sezione di un dicastero pontificio. Non rientra certo tale decisione nell’ambito dell’infallibilità pontificia e appare in ogni caso assai nebulosa per quanto riguarda l’operatività concreta in materia di papa Francesco (ad esempio: dove troverà il tempo? Lo troverà sicuramente… ma a scapito di che cosa?). Senza dubbio però la decisione indica con chiarezza cristallina – ancora una volta e in modo clamoroso – il fenomeno migratorio come una priorità assoluta di questo Pontificato, accanto (tutto singolarmente accade in pochi giorni) alla custodia del Creato (domani primo settembre, la seconda giornata mondiale in tal senso insieme con la Chiesa ortodossa), alla sollecitudine per i poveri (canonizzazione il 4 settembre di Madre Teresa di Calcutta) e al dialogo ecumenico e interreligioso (Assisi il 20 settembre, Lund in Svezia/Riforma/Lutero il 31 ottobre). Il resto (tema della famiglia a parte, poiché vi ha voluto dedicare due Sinodi consecutivi… comunque creando o accrescendo la confusione in materia nel popolo cattolico) per papa Francesco sembra contare meno, molto meno.

 

IL QUADERNO DI ‘LIMES’ SU IMMIGRAZIONE E INTEGRAZIONE

Viene qui a fagiolo il quaderno 7/2016 della rivista ‘”Limes”, che si occupa in particolare delle “migrazioni che scuotono l’Europa”, tentando di rispondere con una ventina di contributi a quesiti fondamentali come “Quanti sono e da dove arrivano i migranti?” oppure “Come (non?) integrarli” o ancora “Aiutarli per aiutarci?”. Nel quaderno trova spazio anche l’attualità turca dopo i recenti avvenimenti, con approfondimenti tra gli altri di Fabio Mini (“Tecnica di un golpe fallito”) e di John C. Hulsman (“Il colosso del Bosforo ha i piedi d’argilla”).  

Paura di perderci” è il titolo dell’editoriale del quaderno, che come sempre è corredato di numerose cartine, molto utili per una migliore comprensione di quel che accade. “L’Italia – vi si afferma- sta cambiando pelle” e “immaginare che mutamenti tanto profondi possano impattare sull’Italia senza produrvi strappi, a tessuto sociale e politico-istituzionale costante, implica l’uso di sostanze stupefacenti”. Purtroppo “i governi italiani, a prescindere dal colore, procedono per inerzia, aggiustamenti, reazione retorica alle emergenze”. Perché “rimuovono la cogenza della demografia, declassano le ondate immigratorie a fenomeni estivi – mentre nel pubblico si diffonde la sindrome dell’invasione – rinviano alla Chiesa, al volontariato e agli enti locali i compiti di prima accoglienza, rifiutano ogni scelta sul modello di inclusione di chi sbarca in Italia per restarvi”. E qui si constata una novità importante: nel 2016 “da Paese di transito siamo diventati Paese obiettivo”. Ovvero, rileva Limes: “Chi sbarca nella Penisola, sopravvivendo al Canale di Sicilia, tende a restarvi, non tanto per volontà quanto per assenza di alternative”. Si legge ancora nell’editoriale: ”In ogni caso la pressione da sud è strutturale. Lo confermano l’apparentemente irreversibile liquefazione della Libia, dai cui porti tripolitani continuano a fluire verso l’Italia barconi di disperati; il disastro dell’economia egiziana, accentuato dal crollo del turismo (…); la tensione diffusa nel Maghreb; i conflitti nel Corno d’Africa e in Nigeria, che alimentano la transumanza di centinaia di migliaia di africani dal Sahel al Mediterraneo via Sahara”.

 

Traiamo ora qualche spunto di riflessione sul fenomeno migratorio da alcuni dei contributi più interessanti del quaderno, sulla situazione libica e sulla possibilità dell’integrazione di chi approda sulle coste della Penisola.

 

SULLA LIBIA, ‘PORTA D’EUROPA’ : MATTIA TOALDO E ‘EURAFRICANUS’

Di “Miti e realtà della Libia Porta d’Europa” scrive Mattia Toaldo, che contesta con vari argomenti l’idea assai diffusa che, se la Libia non fosse stata destabilizzata e ci fosse ancora Gheddafi, l’immigrazione in Italia sarebbe molto minore. Per Toaldo tale ‘nostalgia’ non ha nulla di realistico e l’Italia “dovrà coesistere per diversi anni, anche nell’ipotesi più rosea, con un Paese altamente instabile”. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, “la Libia ha vissuto alcuni anni in cui gli oppositori hanno cercato di spartirsi le risorse, basandosi su ricchi proventi petroliferi e su una generosa distribuzione di soldi pubblici a tutti i miliziani”. Dal maggio 2014 “la Libia si è avvitata in un conflitto interno con forte partecipazione delle potenze regionali che ha portato alla frammentazione istituzionale” e a un intervento mediatore dell’ONU. Il risultato è che oggi la Libia “ha tre esecutivi di cui nessuno veramente controlla o governa granché”. Resta, rileva Toaldo, un “Paese di destinazione” per l’immigrazione intra-africana. Perciò “parte di una risposta realistica dovrebbe concentrarsi proprio su questo elemento invece che aspettarsi soluzioni miracolose per bloccare quella frazione di migranti che dalla Libia poi prosegue verso l’Italia e l’UE”.

Diversa l’opinione di chi si firma con lo pseudonimo Eurafricanus, che subito all’inizio del suo contributo scrive: “Il crollo del regime di Gheddafi nel 2011 e la conseguente frammentazione della Libia sono stati i principali fattori che hanno riportato in auge la rotta delle migrazioni che va dall’Africa all’Europa attraverso il Mediterraneo centrale”. Perciò “la Libia balcanizzata è diventata il ventre molle del Nord Africa, in cui riescono a prosperare particolarmente bene le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani”. Non c’è dubbio: “La stabilità libica, e del governo di Gheddafi, garantiva un importante filtro nei confronti dei flussi migratori che dal Sahel e dal Sahara si dirigevano verso l’Africa mediterranea e l’Europa”. Del resto “nella primavera del 2011 lo stesso colonnello Gheddafi, in un discorso fatto pervenire in forma di lettera aperta al settimanale russo Zavtra aveva messo in guardia l’UE e la Nato: State bombardando un muro che si ergeva sulla strada della migrazione africana verso l’Europa e sulla strada dei terroristi di al-Qa’ida. Questo muro era la Libia”. Eurafricanus tratteggia poi origine e percorsi dei flussi migratori dall’interno dell’Africa e, più di recente, dalla Siria. Soprattutto l’autore si sofferma sull’ultimo tratto, quello libico e sui mezzi utilizzati per la traversata: “I mezzi di trasporto preferiti sono pescherecci che vengono acquistati in loco dai trafficanti, spesso criminali locali o anche ex-pescatori e marinai. (…) Il peschereccio, una volta acquistato, salpa come per  una normale battuta di pesca e soltanto una volta al largo viene raggiunto dai migranti, trasportati con gommoni tipo Zodiac. (…) Le modalità di utilizzo delle barche ci mostrano come sia velleitario pensare di poterle identificare in tempo utile per distruggerle, impedendone l’uso con operazioni militari mirate”. Non solo: “Peraltro le stesse imbarcazioni non vengono normalmente distrutte dalle nostre Forze armate o di polizia, neanche dopo aver tratto in salvo gli occupanti (…) Lasciate alla deriva, vengono spesso recuperate e riutilizzate fino a tre o quattro volte per altri viaggi”.

 

IMMIGRATI E INTEGRAZIONE IN ITALIA: ENRICO LETTA E GERMANO DOTTORI

Una parte del quaderno è dedicata esplicitamente all’integrazione dei migranti. Vi ci si trova anche una ‘conversazione’ con Enrico Letta, a cura di Lucio Caracciolo e Niccolò Locatelli. Per l’ex-presidente del Consiglio “da un anno e mezzo a questa parte è in corso attorno all’Europa il più grande movimento di popoli al mondo dalla Seconda guerra mondiale in poi. Si tratta di tre milioni di persone solo nel Mediterraneo, una dimensione totalmente inedita per quest’area del pianeta”. Letta osserva poi che “l’Europa ha bisogno di immigrati per riequilibrare una società che invecchia con una rapidità impressionante. E ancora: “L’immigrazione è diventata di gran lunga la principale preoccupazione delle nostre opinioni pubbliche”, influenzando anche il voto inglese sull’uscita dall’UE. Possibile l’integrazione degli immigrati? Per Letta in Italia è possibile, “però servono risorse: in questi anni c’è stato invece il sovrapporsi di una durissima austerità, con tagli alla spesa pubblica, e della crisi dei rifugiati”. Che significa allora “aumentare le risorse” per l’immigrazione? “Non vuol dire dare soldi agli immigrati, ma dare soldi ai Comuni per migliorare le strutture adeguate all’integrazione dei migranti senza penalizzare i nostri connazionali”. Avverte Enrico Letta: “Non deve scattare la percezione (decisiva nel voto pro-Brexit) per cui l’immigrato è un privilegiato del welfare rispetto al cittadino autoctono sfortunato”. Per l’integrazione “elemento essenziale è la lingua. Poi la diffusione sul territorio – non la concentrazione in comunità isolate dal resto del Paese”.

“Non sarà l’immigrazione a rilanciare l’Italia”: così suona il titolo del contributo di Germano Dottori, uno studioso noto ai lettori del nostro sito. Rileva il cultore di studi strategici che un ‘mantra’ gira “quasi ossessivamente” nella Penisola: “L’Italia, si dice, sarebbe un Paese in via di progressivo invecchiamento, nel quale un numero sempre più piccolo di persona in età lavorativa dovrà farsi carico di una quantità crescente di anziani in pensione e bisognosi di costose cure sanitarie. Per questo motivo, ogni anno dovremmo importare centinaia di migliaia di uomini e donne dal resto del mondo, possibilmente giovani e ben istruiti (…) Sembriamo desiderare una situazione in cui noi italiani, distrutto lo Stato e affossata la famiglia, prendiamo atto del nostro declino e affidiamo ai nostri ospiti il compito di mantenerci al posto dei nostri figli, che abbiamo rinunciato a generare per vivere più comodamente e con meno vincoli”.

E’ un’argomentazione questa che “ha il suo fascino” e tuttavia “è molto meno solida di quanto appare”. Perché “non siamo la Germania e meno che mai gli Stati Uniti, neanche sotto il profilo della capacità di accogliere immigrati e farne una risorsa per il progresso economico, sociale e tecnologico del nostro Paese, malgrado per anni ci si sia baloccati con l’idea di attrarre con incentivi di dubbia efficacia moltitudini di stranieri qualificati, per i quali non esistono veri posti di lavoro, a meno di non voler considerare tali la possibilità di vendere rose ai turisti o quella di lavare i vetri alle macchine”. Insomma, il nostro sistema produttivo si è dimostrato “incapace” di generare opportunità lavorative adeguate quantitativamente e qualitativamente a soddisfare le aspettative di chi vorrebbe trovare un’occupazione”. Come pensare di “fare dei migranti una risorsa” se “il sistema produttivo e la stessa pubblica amministrazione si stanno contraendo?” La realtà è che spesso “gli immigrati finiscono per entrare in competizione con i nostri concittadini riguardo ai lavori più pesanti e meno qualificati, quando non finiscono nelle mani della criminalità, che li sfrutta come manovalanza. Del resto, purtroppo, nelle carceri “i detenuti immigrati rappresentano ormai circa il 30% del totale: 18.166 su 54.072 complessivi dello scorso giugno” (dai ufficiali del Ministero della Giustizia).

Rileva Dottori: “E’ difficile non rendersi conto di come circostanze del genere possano contribuire all’innesco di frizioni sociali”. E’ vero che “l’area di sofferenza tra i nostri concittadini si è comunque talmente allargata che spesso dialogare su questi argomenti si rivela del tutto inutile”. Qui si tocca un altro punto dolente: “In tempi di rigore fiscale e finanziario, l’uomo della strada capisce ma non accetta il fatto che l’accoglienza dei migranti implichi dei costi che sottraggono risorse altrimenti allocabili ai servizi di cui potrebbe beneficiare più facilmente o più a buon mercato. (…) Si tagliano i posti letto negli ospedali, la manutenzione delle scuole è rimessa a chi ne fruisce, ma ai migranti richiedenti tutela internazionale si regalano sim cards e si offre quando possibile ricovero negli alberghi, anche in località turistiche di pregio”.

Conclude l’autore: “Le persone non sono merci, l’integrazione non è uno scherzo, gli equilibri sociali sono fragili e risentono criticamente dei numeri e della maggiore o minore rapidità delle loro variazioni. E sarà necessaria una grande prudenza. Il melting pot non è infatti il principio organizzatore intorno al quale si sono costituiti gli Stati europei. (…) Ecco perché non possiamo pensare realisticamente di ricostruire il processo di sviluppo del nostro Paese scommettendo sull’immigrazione, fermo restando che esisteranno sempre circostanze in cui non si potrà fare a meno di soccorrere chi scappa da guerre e persecuzioni. Occorrerà in qualche modo rallentare il flusso degli arrivi. Una cosa è il sentimento umanitario, infatti, altro è credere seriamente che i boat people siano la nostra salvezza”.