IRAQ: PAROLE SU CUI RIFLETTERE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 13 agosto 2014

 

In vista della giornata di preghiera per i cristiani perseguitati, promossa dalla Conferenza episcopale italiana per il giorno dell’Assunta, proponiamo alla riflessione del lettore passi significativi di dichiarazioni e interviste di cardinali e vescovi sulla drammatica situazione con cui tanti fratelli sono confrontati in Iraq, in Siria e non solo.

 

Il 2 agosto la Conferenza episcopale italiana (Cei), presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, ha indetto per l’Assunta una giornata di preghiera per i cristiani perseguitati. Nel testo diramato e posto sotto il titolo: Noi non possiamo tacere. Europa indifferente, cieca e muta, la presidenza della Cei ammonisce tra l’altro che di fronte ad “attacchi alle fondamenta della civiltà, della dignità umana e dei suoi diritti” come quelli in atto in particolare nel Medio Oriente (ma anche in Nigeria), “l’Occidente non può continuare a volgere lo sguardo altrove, illudendosi di poter ignorare una tragedia umanitaria che distrugge i valori che l’hanno forgiato e nella quale i cristiani pagano il pregiudizio che li confonde in modo indiscriminato con un preciso modello di sviluppo”. Un “volgere lo sguardo altrove”, ha poi rilevato il cardinale Bagnasco in un’intervista a Radio Vaticana dello stesso giorno, che forse deriva dal fatto che “non si ha più il coraggio di dirsi cristiani” e ciò “non è più percepito, almeno da un certo pensiero unico tipicamente occidentale, come un grandissimo valore, addirittura il proprio grembo, le origini della propria cultura, della propria società”. Un distrarre lo sguardo che trova spiegazione “sicuramente anche per interessi di tipo economico che si ha paura a contrastare; quindi è meglio tacere e far finta di niente piuttosto che metterli in pericolo”.

L’iniziativa della Chiesa italiana ha costituito uno stimolo per altre conferenze episcopali nazionali (come quella albanese) e ha trovato ampio riscontro in associazioni, gruppi e movimenti di ogni tendenza ecclesiale. Nel contempo la situazione sul campo è ulteriormente peggiorata. Papa Francesco ha deciso di inviare in Iraq il cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda fide e già nunzio nel Paese per sei anni: nel 2003 ricevette il cardinale Roger Etchegaray messaggero di Giovanni Paolo II da Saddam Hussein per un tentativo estremo di evitare la guerra (il cardinale Pio Laghi fu invece inviato da Georges Bush figlio con lo stesso mandato).

Perché la giornata dell’Assunta quest’anno possa costituire non solo un momento di preghiera intensa, ma anche di riflessione profonda su quanto è avvenuto e sta avvenendo in alcune zone del mondo, dove i cristiani sono accomunati da un “autentico Calvario” (come si legge nella nota della Cei), proponiamo alcuni passi assai significativi e non univoci nei loro contenuti – tali in ogni caso da ‘costringere’ a porsi domande anche scomode - di dichiarazioni e interviste recenti di cardinali e vescovi sull’argomento.

Emil Nona, arcivescovo di Mosul (intervista ad ‘Avvenire’ del 12 agosto 2014): (domanda: Come si è formata l’ideologia dell’Isis?) La base è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli. La parola ‘infedele’ nell’Islam è una parola molto forte: l’infedele, per l’Islam, non ha una dignità, non ha un diritto. A un infedele si può fare qualsiasi cosa: ucciderlo, renderlo schiavo; tutto quello che l’infedele possiede, secondo l’Islam, è un diritto del musulmano. Non è un’ideologia nuova, è un’ ideologia basata sul Corano stesso. Queste persone rappresentano la vera visione dell’Islam. 

Emil Nona (2): (domanda: Come difendere il diritto nativo dei cristiani a restare in Iraq?) Non si può fermare (quanto accade) se la comunità internazionale non smette di usare i musulmani nella politica. L’Islam è una religione diversa da tutte le altre religioni. Quando si usa l’ideologia islamica, il risultato sono questi fondamentalisti. Si possono fermare o con la guerra o scovando dove sono i fondi che finanziano questi gruppi. Si deve ripensare completamente la politica internazionale. Sono tre anni che in Siria la politica usa questi gruppi, sono anni che avviene in Egitto, in Tunisia, in Somalia, in Afghanistan. Ci sono Paesi che finanziano in modo molto aperto questi gruppi: la comunità internazionale non dice niente, perché questi Paesi hanno risorse petrolifere. 

Emil Nona (3): (domanda: Il Kurdistan potrebbe ora garantire la vostra sicurezza?) Se si fosse risolto all’inizio il problema siriano non avremmo avuto questi gruppi in Iraq. Soprattutto i politici occidentali non capiscono cosa vuol dire l’Islam, pensano che sia un pericolo solo per i nostri Paesi. Non è vero: sono un pericolo per tutti, per voi occidentali ancor più di noi. Verrà un tempo in cui vi dovrete pentire di questa politica. Il confine di questi gruppi è tutto il mondo: il loro obiettivo è di convertire con la spada o di uccidere tutti gli altri. 

Fernando Filoni, cardinale, prefetto di Propaganda fide, già nunzio a Baghdad (intervista ad ‘Avvenire’ del 10 agosto 2014): (domanda: Che cosa è cambiato in Iraq dal 2003 al 2014?) Con il  cardinale Etchegarat nel 2003 ho avuto questa esperienza di condivisione in un momento terribile, con una guerra che era ormai alle porte e che si aveva difficoltà a far capire che non era opportuna, anzi che era errata. Da quel momento la situazione non è migliorata, anzi si può dire che è per tanti aspetti peggiorata. L’Iraq, sebbene dal punto di vista politico abbia cercato una qualche soluzione, vive continuamente attentati, vede gente in fuga…Credo avesse ragione Giovanni Paolo II quando, alzando il dito, ammoniva i responsabili politici di quel momento a ritrovare le vie di una pace che, purtroppo, non c’è stata e per cui, oggi, soffriamo queste conseguenze. 

Kurt Koch, cardinale, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani (intervista a ‘L’Osservatore Romano’ del 19 luglio 2014): Dobbiamo anzitutto essere più coraggiosi nel denunciare le persecuzioni nei confronti dei cristiani, perché oggi abbiamo più persecuzioni che nei primi secoli dopo Cristo. Si calcola che l’ottanta per cento delle persone perseguitate per la fede siano cristiane. Credo che noi taciamo troppo. 

Béchara Raï, cardinale, patriarca maronita (omelia di domenica 20 luglio 2014): (in relazione all’ultimatum lanciato dall’Isis ai cristiani di Mosul) Che ne dicono i musulmani moderati? Non si sentono voci di denuncia. 

Louis Raphael I Sako, patriarca caldeo di Babilonia (lettera del  10 agosto 2014 ad ‘Asia news’, la quale ha tra l’altro lanciato l’iniziativa Adotta un cristiano di Mosul, con le offerte che saranno inoltrate al Patriarcato di Baghdad): La posizione del presidente statunitense Barack Obama di fornire solo assistenza militare per proteggere Erbil è deludente. E le continue voci di divisioni dell’Iraq rappresentano una ulteriore fonte di minaccia. Gli americani non sembrano voler garantire una soluzione rapida, che sia fonte di speranza, perché non intendono attaccare l’Isis a Mosul e nella piana di Ninive. (…) Alla fin fine, pare probabile che Mosul non verrà liberata e nemmeno i villaggi della piana di Ninive. Non vi è alcuna strategia concreta per inaridire le fonti di potere, le risorse di questi terroristi islamici. Essi controllano la città petrolifera di Zimar e i giacimenti petroliferi di Ain Zalah e Batma, assieme con quelli di Al-Raqqa e Deir ez-Zor in Siria. I combattenti estremisti islamici si stanno unendo a loro da tutte le parti del mondo.   

Jean-Louis Tauran, cardinale, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (Déclaration du Conseil pontifical pour le dialogue interreligieux del 12 agosto 2014): La situazione drammatica dei cristiani, degli yazidi e di altre comunità religiose numericamente minoritarie in Iraq esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà. Tutti devono unanimemente condannare senza alcuna ambiguità questi crimini e denunciare l’invocazione della religione per giustificarli. Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro seguaci e i loro leader? Quale credibilità potrebbe avere ancora il dialogo interreligioso così pazientemente ( NdR: notare l’avverbio) perseguito negli ultimi anni?

Jean Louis Tauran (2): I leader religiosi sono inoltre chiamati ad esercitare la loro influenza sui governanti per la cessazione di questi crimini, la punizione di coloro che li commettono e il ripristino dello Stato di diritto in tutto il Paese, assicurando il rientro di chi è stato cacciato. Ricordando la necessità di un’etica nella gestione delle società umane, questi stessi leader religiosi non mancheranno di sottolineare che sostenere, finanziare ed armare il terrorismo è moralmente riprovevole (NdR: e qui il riferimento è anche al finanziamento indiretto…l’industria degli armamenti va a gonfie vele, vero – per restare nell’Ue - Francia, Germania, Spagna, Italia, Gran Bretagna, ecc…?) 

P. S. L'eurodeputata italiana Silvia Costa (Pd) ci ha segnalato di aver inoltrato sabato scorso all'alto commissario Catherine Ashton - insieme con i colleghi Brando Benifei e Patrizia Toia - un'interrogazione parlamentare urgente per chiedere un intervento immediato in difesa delle comunità cristiane e di altre minoranze perseguitate in Iraq. "In questi ultimi anni - rileva Silvia Costa - sono fuggiti dall'Iraq oltre due terzi dei due milioni e mezzo di componenti della comunità cristiana per l'impossibilità di praticare la loro fede e per le continue minacce divenute persecuzioni ed esecuzioni di civili e religiosi. Le case dei cristiani sono marchiate, le chiese distrutte come anche le moschee sufite". I tre eurodeputati hanno anche sollecitato - oltre all'intervento del Parlamento europeo - quello della Corte penale dell'Aja, "perché venga emanato un mandato di cattura contro Abu Bakr Baghdadi, già detenuto in Iraq durante il protettorato americano per crimini di guerra e contro l'umanità e poi rilasciato dal governo Maliki".