GIUSTO FINANZIARE L’ABORTO? IN SVIZZERA SI VOTA - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 6 febbraio 2014

 

Domenica 9 febbraio l’elettorato svizzero si pronuncerà su un’iniziativa popolare che chiede una modifica costituzionale, nel senso di non più riconoscere la copertura con l’assicurazione sanitaria obbligatoria delle spese per aborto e embrioriduzione. Per il governo non si deve rimettere in questione “una conquista sociale fondamentale”. Anche per Amnesty International l’iniziativa “minaccia i diritti fondamentali”. Incerti e divisi i vescovi svizzeri: la Ces non prende posizione.

 

 

Tra gli oggetti sottoposti domenica 9 febbraio al giudizio dell’elettorato svizzero due sono di particolare rilievo: l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”, che tra i partiti gode in particolare del consenso dell’Unione democratica di centro (destra moderata) e della Lega dei Ticinesi (le Chiese sono contrarie) e l’iniziativa popolare denominata “Il finanziamento dell’aborto è una questione privata”. Di quest’ultima ci occupiamo nelle righe che seguono.

La situazione attuale 

Dal 1942 al 2002 l’aborto era permesso solo nel caso di minaccia grave per la vita della madre. Nel giugno 2002, con una maggioranza del 72,2%, il popolo svizzero ha approvato la “soluzione dei termini”, depenalizzando l’aborto, chiesto dalla madre, nelle prime dodici settimane di gravidanza. Le spese mediche connesse sono coperte dall’assicurazione sanitaria obbligatoria (oggi tra 500 e 900 euro in media per intervento). Il numero di aborti è restato stabile, attorno alle dodicimila unità per anno.

L’iniziativa popolare 

Sottoscritta da circa 110mila cittadini, l’iniziativa chiede la modifica dell’art.117 della Costituzione federale, con l’aggiunta di un capoverso 3 nuovo, del seguente tenore: “Fatte salve rare eccezioni legate alla madre, l’interruzione di gravidanza e l’embrioriduzione non sono incluse nell’assicurazione obbligatoria” (embrioriduzione: soppressione di uno o più embrioni in caso di gravidanza multipla). E’ stata promossa da un comitato interpartitico con politici dell’Unione democratica di centro, democristiani, evangelici (i protestanti sono però divisi) e due appartenenti al partito radicale democratico svizzero (centro-destra).

Il ‘no’ del Governo e della maggioranza del Parlamento 

Per il Consiglio federale (governo nazionale) “l’iniziativa vuole rimettere in questione un’importante conquista sociale” (NdR: da evidenziare il termine usato, conquista). Affermazione ribadita nel libretto di istruzioni per il voto: “Non è auspicabile modificare un modello che funziona e che rappresenta una conquista sociale fondamentale approvata da oltre il 72% dei votanti nel 2002”.

Il Consiglio nazionale (Camera dei deputati) si è schierato contro l’iniziativa con 155 voti contro 33 e 7 astensioni. Il Consiglio degli Stati (Senato) ha fatto lo stesso con 37 voti contro 5.

A favore dell’iniziativa solo la maggioranza dell’Unione democratica di centro, deputati della Lega dei Ticinesi, alcuni democristiani, alcuni evangelici (protestanti). Da notare che il congresso del Partito democristiano svizzero si è espresso contro l’iniziativa con 180 voti contro 28 e 6 astensioni.

Il ‘no’ di ‘Amnesty International’

Molto significativo quanto dichiarato da Stella Jegher, coordinatrice dei “Diritti delle donne e questioni di genere” di Amnesty International sezione svizzera: “L’iniziativa minaccia i diritti fondamentali. Il diritto di tutte le persone di beneficiare del miglior stato di salute possibile, come è definito dall’Organizzazione mondiale della Sanità, si applica anche alla sessualità, alla gravidanza e alla maternità. Ogni Stato ha il dovere di garantirlo. Nessuno può essere oggetto di discriminazione nella sua applicazione. (…) Lo scopo dell’iniziativa è limitare il diritto delle donne all’autodeterminazione nel campo della sessualità, della gravidanza e della maternità, e stigmatizzare l’aborto legale”.

I vescovi incerti e divisi: Coira per il 'sì' e gli altri in ordine sparso 

La Conferenza episcopale svizzera (Ces) ha deciso in quanto tale di non prendere posizione sull’iniziativa. In un comunicato-stampa si reputa “positivo che l’iniziativa popolare combatta la ‘normalità’ istituzionalizzata dell’aborto”. Tuttavia “la discussione sul modo di finanziarlo non è sufficiente in vista di una decisione pro o contro l’aborto” ( NdR: quest’ultima frase appare assai tortuosa).

Il presidente della Ces, il vescovo di San Gallo Markus Büchel, ha detto, criticando l’argomentazione secondo cui con i premi delle casse malattia si finanziano le uccisioni di feti: “Cercare di creare sensi di colpa nelle persone è sbagliato. Con questo sistema non si diventa colpevoli di un aborto”. Ancora: “La proposta colpirà soprattutto le donne in difficoltà economica”.

Gli ha fatto eco il vescovo di Basilea Felix Gmür: “Chi vuole mantenere integro, così com’è,  il catalogo delle prestazioni dell’assicurazione malattia (NdR: e dunque respingere l’iniziativa), non deve essere stigmatizzato come fautore dell’aborto”.

Diverge dai colleghi il vescovo di Coira Vitus Huonder (vedi ‘Neue Zürcher Zeitung’ di domenica 19 gennaio 2014). In una lettera a circa 900 collaboratori diocesani Huonder raccomanda il ‘sì’ all’iniziativa, che pure ha dei punti deboli. Tuttavia “nessuno dovrebbe essere costretto a cofinanziare qualcosa che contrasta con la sua coscienza. (…) I bambini non nati non sono né incidenti né malattie. Non si tratta di contrapporre la solidarietà con le donne a quella per i bambini non nati. (…) Uccidere non è una soluzione. Contro il finanziamento dell’omicidio bisogna poter esercitare resistenza”. La presa di posizione di Huonder ha provocato reazioni. Di piacevole sorpresa per gli iniziativisti, felici che “un vescovo, malgrado tutto, riesca ancora a prendere una posizione chiara”. Esterrefatta invece la presidente del comitato contro l’iniziativa (ed anche presidente delle donne democristiane…): “Trovo veramente riprovevole che all’ultimo minuto circoli assai conservatori parlino pubblicamente in questo modo”.

Nella Svizzera francese il neo-vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, il teologo Charles Morerod, si barcamena tra il ‘sì’ e il ‘no’, pubblicando sul suo sito un testo dal titolo: “Sia un ‘sì’ che un ‘no’ creano problemi”. Dopo aver riconosciuto “un grande merito” dell’iniziativa (“essa invita a riflettere su ciò che significano la banalizzazione dell’aborto e il trattamento della gravidanza come una malattia”), Morerod critica il testo e ciò che sottintende, rilevando (NdR: qui è in netto contrasto con il vescovo di Coira Vitus Huonder) : “Partecipare, tramite l’assicurazione e le imposte al sistema sanitario non significa partecipare all’aborto, poiché lo scopo dell’assicurazione malattia e delle tasse non è di provocare l’aborto, ma di salvare delle vite”. Perciò “questa iniziativa difende una buona causa, ma con strumenti in parte contraddittori. E raccomandare un ‘sì’ o un ‘no’ sarebbe ambiguo”.

Passiamo alla diocesi di Lugano, non senza notare che l’associazione “Sì alla vita” della Svizzera italiana ha deciso di non prendere posizione sull’iniziativa, ritenendo – “in sintonia con i vescovi” – che “essa non sia un metodo adeguato per combattere le interruzioni di gravidanza”. Il neo-vescovo Valerio Lazzeri si allinea a quanto deciso dalla Conferenza episcopale, che non ha dato indicazioni di voto sull’iniziativa, ritenendo che esistano controindicazioni sia per ‘sì’ che per il ‘no’. Il suo parere è del resto stato espresso nell’editoriale del 22 gennaio del direttore del quotidiano diocesano “Giornale del Popolo”, il ciellino Claudio Mésoniat: l’iniziativa ha “un approccio alquanto maldestro”, pur se è “ben intenzionata”.

L’appello del Comitato interpartitico promotore dell’iniziativa

 Si riassume in tre punti:

.  L’assicurazione malattia dovrebbe guarire e salvare vite, non finanziare l’omicidio.

.  In questioni di coscienza la solidarietà ha i suoi limiti: nessuno deve essere obbligato a cofinanziare l’aborto contro la propria etica o morale.

. L’iniziativa salva 1000 bambini ogni anno e ripristina la libertà di coscienza.

Domenica 9 febbraio vedremo se gli svizzeri saranno stati sensibili a sufficienza a tali argomentazioni. 

 

P.S. : Gli svizzeri che si sono recati alle urne (55,5%, una buona percentuale, superiore alla media elvetica, derivata anche dal voto contemporaneo sull'iniziativa riguardante l'immigrazione) hanno respinto l'iniziativa. I 'sì' sono stati 873.603 (30.2%), i 'no' 2.019.033 (69,8%). L'iniziativa è passata solo nel semi-cantone di Appenzello interno e ha ottenuto consensi superiori al 40% nei cantoni Uri, Svitto, San Gallo, Turgovia e nel semi-cantone di Obvaldo. Nel Ticino i 'sì' sono stati il 32,7%. L'iniziativa è stata invece travolta (sotto il 25%) nei cantoni francofoni e protestanti di Vaud (10,9% di 'sì'), Neuchatel (16,2%), Ginevra (20,3%), nel cantone cattolico e bilingue di Friburgo (a sorpresa negativa, solo un 23,7% di 'sì') e nel cantone tedescofono e protestante di Basilea-città (24,6% di 'sì'). Altra sorpresa negativa il Vallese, cattolico e bilingue: solo un 29,2% di 'sì'. La percentuale svizzera non si discosta molto dal 32,2% di contrari alla 'soluzione dei termini' del 2002.

Invece, pur essendo sostenuta soltanto dall'Unione democratica di centro, dalla Lega dei Ticinesi e da alcune formazioni minori, è passata l'iniziativa "contro l'immigrazione di massa", che chiedeva di contingentare e gestire autonomamente dall'Unione europea l'immigrazione. I 'sì' sono stati 1.463.954 (50,3%), i 'no' 1.444.428 (49,7%). Il cantone più favorevole all'iniziativa è stato il Ticino, con il 68,2% di 'sì'. Hanno votato a favore anche i cantoni di Berna, Lucerna, Uri, Svitto, Glarona, Soletta, Sciaffusa, San Gallo, Grigioni, Argovia, Turgovia e i semi-cantoni di Obvaldo, Nidvaldo, Appenzello interno, Appenzello esterno, Basilea-campagna. Oltre il 60% di 'no' invece nei cantoni Vaud (61,1%), Neuchatel (60,9%), Ginevra (60,7%)e Basilea-città (61%).