INTERVISTA A MONS. AMADEE GRAB, PRESIDENTE DEI VESCOVI EUROPEI- 'IL CONSULENTE RE' 9/2001

Il 18 aprile di quest'anno, a Strasburgo, monsignor Amedeo Grab - vescovo di Coira - è stato eletto presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE). E' stata un po' una sorpresa, dato che – secondo gli esperti – i candidati più accreditati a tale carica erano i cardinali Karl Lehmann e Cormac Murphy-O'Connor; per la prima volta però a presiedere l'organismo è stato chiamato un vescovo non porporato (predecessori immediati i cardinali Miroslav Vlk e Carlo Maria Martini).

 

Nato a Svitto il 3 febbraio 1930, il benedettino Grab ha insegnato per vent'anni al Liceo Papio di Ascona (Canton Ticino) ed è stato consacrato vescovo nel 1987. Dal 1995 al 1998 è stato presule nella diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, successivamente a Coira, al posto di monsignor Wolfgang Haas. A Roma per il Sinodo dei vescovi, il presidente (anche) della conferenza episcopale elvetica ci ha rilasciato un'intervista su diversi temi: le priorità della CCEE, la situazione in Svizzera a qualche anno ormai dalle forti contestazioni personal-pastorali-dottrinali a monsignor Haas, l'andamento del Sinodo. Particolare rilievo ha avuto nel colloquio la presa di distanza della Conferenza episcopale sull'iniziativa anti-abortista per la madre e per il bambino: una valutazione che ha suscitato molte polemiche in campo cattolico e ha richiesto un'ulteriore dichiarazione della Conferenza. Il dibattito, sempre attuale a livello non solo europeo, riguarda il comportamento dei vescovi nei casi in cui si vota in materia morale: il loro compito è quello di dar voce al Magistero e dunque di appoggiare le istanze compatibili con esso oppure quello di mediare con la società in base al realismo politico (come capita per i partiti)? Ma partiamo dall'euro...

Monsignor Grab, tra un paio di mesi buona parte degli europei avrà una moneta unica. Che significato assume per Lei questo avvenimento?

L'euro ha anche un significato morale, è testimonianza visibile di un progresso dell'unione europea: da anni diciamo insieme al Santo Padre che essa non dovrà mai basarsi unicamente sulla moneta, sull'economia e la politica, ma dovrà comportare un approfondimento delle radici comuni cristiane dell'Europa. Da vescovi europei, come Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE) guardiamo certo con attenzione al processo di unificazione; alla nostra consorella COMECE spetta invece il compito di seguire da vicino tutto quanto riguarda l'Unione europea, essendo formata dai vescovi dei 15 Paesi membri. Noi abbiamo un compito più vasto, nel senso che rappresentiamo le 34 conferenze episcopali del continente.

I problemi concreti più urgenti per la CCEE?

La preparazione del simposio che terremo a Roma nel mese di aprile del 2002, avente quale argomento "La gioventù nell'Europa che cambia, laboratorio della fede". Vorremmo riprendere in tale sede la realtà vissuta dai giovani a Tor Vergata; la primavera scorsa abbiamo anche associato i giovani alla riflessione ecumenica fatta a Strasburgo con il Consiglio ecumenico delle Chiese (KEK). Ci pare importantissimo non limitarsi a qualche incontro occasionale, ma sviluppare una vera e propria pastorale giovanile di fronte a un'Europa in continua mutazione. Altro argomento la preoccupazione per i migranti: almeno 150 milioni di persone sono in spostamento oggi nel mondo per motivi politici o economici. La preoccupazione è anche europea: dobbiamo sviluppare una pastorale adeguata per queste persone. In quest'ambito è acuto il problema dei 'sans papier': in Svizzera sono state occupate alcune chiese e lì noi suggeriamo non una sanatoria globale, ma soluzioni settoriali del tipo "può restare chi ha bambini in età scolastica". Motivo di riflessione urgente è anche lo sviluppo del dialogo interreligioso: i nuovi migranti sono in parte consistente musulmani. Il loro grande numero e la difficoltà di molti di concepire in modo corretto i rapporti tra la loro fede e certe violenze che in nome dell'Islam vengono commesse obbligano a una riflessione e a un incremento dei rapporti fecondi tra Cristianesimo e Islam. Proprio a questo tema è stato dedicato un congresso tenutosi a Sarajevo a settembre e che si pensava quasi quasi di disdire dovendo essere aperto quattro giorni dopo le azioni terroristiche a New York e Washington. Invece si è fatto ed era bene si facesse: non si deve permettere a un gruppo di fanatici di rovinare con il ricorso alla violenza la crescita comune attraverso il dialogo.

C'è un altro problema emergente nell'Europa ex-sovietica: il grande ritorno del comunismo. Dopo i successi di Polonia, ecco quelli di Berlino: nella parte est della città i comunisti hanno raggiunto il 48% dei consensi. Perché il comunismo affascina ancora?

E' comprensibile, non è una sorpresa. Ci fu una certa ingenuità in chi ritenne dopo il crollo del Muro, dodici anni fa, che il comunismo in ogni sua manifestazione fosse ormai superato. In realtà il passaggio dal regime di oppressione durato diversi decenni a uno stato di libertà democratica ha portato con sé molti problemi concreti connessi al dilagare del liberismo economico, di un capitalismo poco sociale. Prima la gente viveva poveramente, ma aveva sempre potuto sopravvivere: ora tanti sono in grave difficoltà di fronte a decisioni economiche ispirate al liberismo. E sono disarmati: non hanno purtroppo le risorse della fede e dell'umanesimo cristiano.

Monsignor Grab, Lei è stato presidente fino a poco tempo fa dell'associazione Catholica Unio che vuole stimolare i contatti interconfessionali con le Chiese orientali, cattoliche e non cattoliche. Secondo Lei si può dire che il dialogo ecumenico in genere stia attraversando complessivamente una fase di stasi?

Il dialogo è stato rilanciato e consolidato dalla firma – in aprile, a Strasburgo - della 'Charta ecumenica', documento che ha richiesto una preparazione di tre anni. Tale Charta non ha la stessa eco in tutti i Paesi. In quelli misti di cattolici e protestanti sembra ad alcuni che il dialogo sia in fase calante o addirittura ibernato perché non dà risultati come la celebrazione unica dell'Eucarestia o l'abolizione del celibato sacerdotale, questioni del resto difficilmente superabili. In realtà per me la Charta è molto importante, poiché è il primo documento cui hanno aderito cattolici, luterani, riformati, tanti ortodossi. Nei prossimi tre anni cercheremo tutti di far capire e accettare il documento a livello locale; e magari di riuscire ad apportarvi delle modifiche in senso ancora più ecumenico.

Lei ha detto che tanti ortodossi hanno sottoscritto la Charta... vuole precisare?

Gli ortodossi sono ben presenti nella KEK, la conferenza che riunisce 630 chiese di tutta l'Europa ad eccezione dei cattolici: il presidente è il metropolita Geremia, che risiede in Francia e rappresenta il Patriarca ecumenico per l'Europa occidentale. La Charta è stata firmata durante un incontro, quello di Strasburgo già citato, organizzato congiuntamente dalla CCEE e dalla stessa KEK. Hanno firmato insieme i due presidenti: per la CCEE allora era l'arcivescovo di Praga, cardinale Vlk e perr la KEK proprio Geremia. Un gesto altamente simbolico.

Ma nel concreto quanto è rappresentativo Geremia?

Guardi, il giorno della firma Geremia era attorniato da diversi vescovi ortodossi. Naturalmente essi non possono impegnare il santo sinodo del metropolita di tutte le Russie, né il patriarcato ecumenico; ma neanche il cardinale Vlk, pur in pieno accordo con Roma, può impegnare l'intera Chiesa cattolica. E' stato quello della firma un gesto che ha vincolato chi fa parte della CCEE e della KEK, in modo che la Charta possa essere abbracciata e resa operante da tutta l'Europa.

Una domanda al presidente della Conferenza episcopale svizzera e al vescovo di Coira: quanto è ancora diffusa l'irrequietezza dottrinale e pastorale di diversi cattolici manifestatasi nello scorso decennio in parte della Svizzera tedesca? Lei sa che l'allora vescovo di Coira, monsignor Wolfgang Haas, contestato da una parte del suo gregge - un po' per il suo 'conservatorismo' e un po' per una sua presunta difficoltà di comunicazione del messaggio cristiano - è stato trasferito-promosso alla neonata arcidiocesi di Vaduz. Tra i motivi che spingevano a contestare monsignor Haas c'era anche quella voglia di autonomia da Roma, il 'Los von Rom', tipico di alcune terre teutoniche. Lei è anche successore di monsignor Haas a Coira e dunque in grado di valutare l'evolversi della situazione nei rapporti con la Santa Sede...

Anche in Svizzera le contrapposizioni politiche si fanno sempre più evidenti; gli anni di 'ordinaria amministrazione' sono ormai alle spalle. Si discute con asprezza e ci si divide su tutto o quasi : dai problemi concreti – ad esempio quello sul futuro della compagnia aerea Swissair - a quelli di grande valenza emotiva come il senso dell'identità nazionale, della convivenza, della ricerca del bene comune. La stessa divisione si ripete nella Chiesa. Da una parte ci sono folti gruppi di cattolici attaccati alla tradizione e a Roma, al punto di manifestarsi quasi fossero i soli fedeli alla tradizione e a Roma. D'altra parte ci sono ambienti che si aspettano una riforma radicale delle norme della Chiesa, rivendicano lo spirito del Concilio ecumenico vaticano II, un diverso ruolo per le donne, l'abolizione del celibato ecclesiastico. Nella realtà delle parrocchie della diocesi di Coira la tensione degli Anni Novanta non c'è più, essendone stata rimossa una delle cause; ma spesso si trovano gruppi che auspicano una Chiesa radicalmente rinnovata, come del resto capita in molti territori di lingua tedesca e in tutto l'Occidente. Dietro il desiderio di una maggiore libertà liturgica, la possibilità di creare nuove forme di celebrazione, c'è tutto il problema della fede nella sacramentalità della Chiesa, dell'essenzialità dell'Eucarestia, della concezione della vita di Grazia; dietro la critica al linguaggio della Chiesa, giudicato ormai superato, c'è la sostanza stessa della fede. Però se non si riconosce in Gesù Cristo l'unico Salvatore, l'insieme dell'annuncio cristiano viene indebolito.

Tra i cattolici svizzeri si discute molto della presa di posizione della Conferenza episcopale (5 settembre) che prende le distanze dall'iniziativa popolare antiabortista "per la madre e il bambino", pur rigettando in primo luogo altre soluzioni come quella cosiddetta dei 'termini' (aborto permesso fino a un dato numero di settimane). Il mancato sostegno dei vescovi all'iniziativa ha suscitato confusione e anche scandalo... Ma come, si sente dire, c'è un'iniziativa che...e i vescovi l'affossano? De facto, si rileva, la presa di posizione dei vescovi indebolisce il fronte del 'no' all'aborto, favorendo gli avversari...

Questa è l'accusa più ingiusta che ci sia. La Conferenza episcopale nella sua dichiarazione del 5 settembre dice di rifiutare totalmente la cosiddetta soluzione – meglio sarebbe dire regime - dei termini. Totalmente. Completamente. Mai si può permettere di eliminare la persona umana: che ciò avvenga il primo o il centesimo giorno non conta. Però per fare cose buone in materia sono tanti i criteri da tener presenti. La Conferenza episcopale non ha applicato lo stesso rigore nel condannare la soluzione dei termini e nel giudicare l'iniziativa "per la madre e il bambino". Posto che per un cattolico l'aborto non è mai permesso, le vie da seguire nella legislazione e nel dare forma alla convivenza sociale e politica di un Paese sono diverse. Per decenni abbiamo avuto una legislazione giudicata restrittiva, ma già inammissibile per i vescovi. Infatti la prassi di questi ultimi anni è tale che in quasi tutti i Cantoni l'aborto viene praticato. Di fronte a questa realtà una via d'uscita è stata proposta da alcuni partiti, votata dal Governo e dal Parlamento: una regolamentazione della questione tramite la soluzione dei termini, con l'aborto possibile nelle prime dodici settimane. Inammissibile.

Sì, ma allora perché quella presa di distanza dall'iniziativa 'per la madre e per il bambino'?

Se i vescovi avessero deciso di appoggiarla, dicendo che è l'unica via ammissibile per la coscienza, avrebbero portato molta più gente a votare per la soluzione dei termini. E' un problema anche di psicologia, di tattica, di non essere controproducenti...

Obiezione ricorrente: ma allora vale ancora la pena per i cattolici darsi da fare a tutela della vita, se i loro vescovi – rappresentanti del Magistero - sacrificano de facto i principi al realismo politico, che semmai è compito dei partiti?

In nessun modo la Conferenza episcopale sacrifica i principi al realismo politico.

Che cos'ha l'iniziativa di sbagliato, tanto da non soddisfare la Conferenza episcopale?

L'iniziativa soddisfa la Conferenza episcopale, nella sua impostazione globale, in quello che vuole. Però i vescovi non possono dire a un popolo intero di votare l'iniziativa perché è l'unica soluzione. I vescovi sanno benissimo che non sempre l'applicazione dell'ideale etico coincide per forza con quanto si può fare in uno Stato.

Sì, però dai vescovi molti cattolici si attenderebbero sui temi morali non ragionamenti politici, ma parole conformi alla dottrina della Chiesa....

La Santa Sede ammette chiarissimamente la possibilità delle leggi imperfette...

Ma ove esista la possibilità di renderle migliori...

Quali possibilità realistiche ha l'iniziativa di passare? Io voterò per questa iniziativa. Ma come vuole che passi? Noi cattolici non siamo in una situazione in cui possiamo imporre le nostre idee: dobbiamo tener conto degli altri, noi siamo minoranza. Del resto si è visto con gli esempi chiarissimi della storia italiana, ad esempio nel 1974 per il divorzio. Noi sosteniamo moralmente l'iniziativa "per la madre e per il bambino", ma se si respingessero sia l'iniziativa che la soluzione dei termini si resterebbe alla legge attuale. Ed allora sarebbero aperte le vie per riflettere diversamente.

Costretta dalle proteste a una seconda dichiarazione, il 27 settembre la Conferenza episcopale ha rilevato che per sconfiggere la mentalità abortista sono necessari volontà politica, realismo e misure sociali "degne di questo nome". Gli iniziativisti "devono accettare l'idea che altri, oltre a loro, desiderano impegnarsi per una protezione senza compromessi della vita nascente". Tutti coloro che si battono per la tutela della vita vanno comunque ringraziati e stimolati a unire i loro sforzi, anche dal punto di vista ecumenico. Aggiungono i vescovi che "è dare prova di responsabilità proporre un cammino politicamente realista e percorribile, senza perdere però l'obiettivo fondamentale della protezione dei più deboli"....

Con questa seconda dichiarazione abbiamo chiarito, cercato di dissipare malintesi e false interpretazioni. Non siamo a favore in nessun caso dell'aborto. Sbagliano quei cattolici che ritengono giuste le decisioni governative e parlamentari in favore della soluzione dei termini, motivando la loro valutazione positiva anche con l'osservazione che "in Governo e in Parlamento ci sono tanti cristiani che hanno approvato la proposta" e dunque "perché non dovremmo accettarla noi?". Sbagliano. E del resto respingiamo totalmente anche la proposta della Lega delle donne cattoliche svizzere.

Si potrebbe ancora rilevare che la presa di posizione della Conferenza episcopale sull'iniziativa "per la madre e per il bambino" trova un precedente non molto diverso nel 'no' della stessa Conferenza all'iniziativa "Gioventù senza droga", che postulava lo smantellamento delle famigerate "sperimentazioni con l'eroina", vera e propria violazione dei diritti umani e della dignità della persona. Veniamo però per concludere al Sinodo, cui Lei ha partecipato in queste settimane. Nel Suo intervento in aula, dopo aver negato la necessità "di ridefinire gli ambiti o i limiti di ciascun servizio o organismo" (nell'ambito dei rapporti tra Chiesa particolare e universale), ha espresso alcune considerazioni sull'andamento dell'assemblea: in particolare ha citato il problema della mancanza di tempo e il rischio che relatori e commissioni – attraverso la personalizzazione di relazioni e messaggi - sostituiscano troppo i lavori sinodali. Inoltre ha auspicato, a proposito dei contrasti che possono sorgere all'interno di una Conferenza episcopale, che "certe tensioni siano gestite all'interno della Conferenza e non attraverso i mass-media". Che cosa L'ha colpita di più nello svolgimento dei lavori del Sinodo?

La collegialità vissuta: il Sinodo è sempre una grazia, poiché, qualunque sia il tema all'ordine del giorno, consente sempre ai vescovi – specie a quelli che vivono in zone difficili, lontane dal contatto con Pietro – di stare assieme nella preghiera, nello scambio di esperienze, nella diffusione della speranza per il mondo. Poi mi hanno impressionato i tanti interventi che ho sentito sul tema della povertà, con la necessità, il dovere per un vescovo di schierarsi senza tentennamenti dalla parte di chi soffre. Infine, per quanto riguarda il tema dell'ecumenismo (cui ho accennato nel mio intervento quando ho parlato del ruolo delle Conferenze episcopali continentali), mi sembra che cresca la consapevolezza che attorno alla figura del Papa possano riunirsi non solo i cattolici ma tutti i cristiani.