VOTO SVIZZERA/ VISO VELATO, IDENTITA’ ELETTRONICA- di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 3 marzo 2021

 

Il 7 marzo 2021 l’elettorato svizzero si pronuncerà tra l’altro sul divieto di burqa e niqab e sull’introduzione di un’identità elettronica uniforme per gli acquirenti online. I pro e i contro di due proposte di indubbia delicatezza.

 

Quattro volte l’anno, di norma, l’elettorato svizzero è chiamato alle urne per approvare o respingere testi su oggetti di varia natura e derivanti da iniziative popolari, referendum, leggi sottoposte obbligatoriamente a voto popolare, accordi internazionali e quant’altro.

Il prossimo 7 marzo 2021 tre i temi della consultazione: il divieto de facto di burqa e niquab, un nuovo servizio di identificazione elettronica, un accordo economico con l’Indonesia (che permetterebbe in particolare olio di palma a basso costo, concorrenziale a quelli indigeni di girasole o di colza).

Il dibattito è ampio e contrastato su tutti e tre gli oggetti. In questa sede occupiamoci però solo dei primi due, che indubbiamente hanno contenuti che vanno molto al di là dei confini elvetici.

 

L’INIZIATIVA POPOLARE “SI’ AL DIVIETO DI DISSIMULARE IL PROPRIO VISO

Il testo

Depositata il 15 settembre 2017 con il corredo di 105.553 firme valide, l’iniziativa popolare “Sì al divieto di dissimulare il proprio viso”, mirante a modificare la Costituzione federale, reca il testo seguente:

Art. 10 a – Divieto di dissimulare il proprio viso

1.    Nessuno può dissimulare il proprio viso negli spazi pubblici né nei luoghi accessibili al pubblico o nei quali sono fornite prestazioni in linea di massima accessibili a ognuno; il divieto non si applica ai luoghi di culto.

2.  Nessuno può obbligare una persona a dissimulare il viso a causa del suo sesso.

3.   La legge prevede eccezioni. Queste possono essere giustificate esclusivamente da motivi inerenti alla salute, alla sicurezza, alle condizioni climatiche e alle usanze locali (NdR: ad esempio carnevale).

L’iniziativa è stata respinta dal Consiglio federale (esecutivo) e dal Parlamento: dal Consiglio degli Stati (camera dei Cantoni) con 36 no, 7 sì e 2 astensioni; dal Consiglio Nazionale (camera dei deputati) con 113 no, 77 sì e 7 astensioni. All’iniziativa Consiglio federale e Parlamento oppongono un controprogetto (senza divieti generalizzati, ma puntuali), che sarebbe sottoposto a voto popolare nel caso in cui l’iniziativa fosse rifiutata dall’elettorato.

Il contesto

Come si sarà compreso in particolare dal secondo comma del nuovo articolo, l’iniziativa – che vuole colpire anche i manifestanti violenti e conseguentemente mascherati - de facto ha una forte connotazione anti-burqa e anti-niqab: “La dissimulazione del viso nello spazio pubblico non è compatibile con la coesistenza in libertà”, notano i promotori riuniti nel Comitato di Egerkingen.

Il tema dei rapporti con la società islamica è da tempo tra quelli più discussi nella Confederazione. Ricordiamo ad esempio che lo stesso Comitato aveva già lanciato con grande successo l’iniziativa contro la costruzione di nuovi minareti, approvata dall’elettorato elvetico dopo un aspro confronto il 29 novembre 2009 con il 57,5% di sì. Vedi a tale proposito in questo stesso sito:

https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/44-minareti-il-no-dei-cantoni-cattolici.html

https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/33-intervista-a-giorgio-salvade-sui-minareti.html

https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/32-il-vescovo-grampa-sui-minareti.html

 

Allora ci furono anche forti reazioni internazionali. Tra le altre quella di Navi Pillay, alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, che qualificò il voto di “decisione assolutamente sventurata per la Svizzera”. E quella di Tayyip Erdogan: se da sindaco di Istanbul aveva definito le moschee “le nostre caserme” e i minareti “le nostre baionette”, da primo ministro avvertì l’Elvezia: “E’ nostro dovere ricordare agli svizzeri di fare marcia indietro senza il minimo indugio sull’errore che hanno fatto”.

Non è che la situazione sia molto cambiata da questo punto di vista. Nel 2013 il Canton Ticino e nel 2018 il Canton San Gallo hanno introdotto il divieto di burqa e di niqab. Negativo invece il parere di Zurigo, Svitto e Glarona. Invece il divieto di coprirsi il viso durante manifestazioni o eventi sportivi (hooligans) è in vigore in 15 Cantoni.

Argomenti pro e contro

Gli iniziativisti evidenziano che le persone libere mostrano il viso, il principio della parità di diritto, la tutela della sicurezza e dell’ordine; rilevano poi che dal divieto non emerge nessun conflitto con la libertà di religione e di opinione, come del resto ha sancito la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2014.

I contrari reputanoeccessivo” il divieto a livello nazionale, data la “marginalità” del fenomeno e considerato come la competenza sulla questione dovrebbe essere cantonale e non federale. Inoltre “già oggi il velo integrale può avere conseguenze giuridiche”, perché ad esempio “se è sdegno di un’insufficiente integrazione, le autorità possono rifiutare il rilascio del permesso di dimora o di domicilio come pure la naturalizzazione”. Meglio dunque un controprogetto “mirato” e che salvi “il comprovato principio della competenza cantonale”.

Gli schieramenti

A favore dell’iniziativa il maggior partito svizzero, l’Unione democratica di centro. Per il controprogetto (e dunque contro l’iniziativa) gli altri. Secondo i sondaggi però l’iniziativa potrebbe imporsi, grazie al sostegno di buona parte dell’elettorato liberale-radicale e centrista. Nel canton Ticino (dove la presenza leghista è forte), i sì potrebbero superare ampiamente il 60% (nel 2009, l’iniziativa anti-minareti fu accolta dal 68,1% dei ticinesi).    

Per quanto riguarda le Chiesa cattolica, essa fa parte del Consiglio svizzero delle religioni che il 17 gennaio scorso ha preso posizione contro l’iniziativa, osservando tra l’altro (traduciamo dal francese) che “in una società aperta come la nostra la libertà religiosa rende possibile e favorisce la pluralità religiosa e culturale e protegge le comunità religiose e i loro membri da ogni pressione interna e esterna”. Perciò “procedere a una modifica costituzionale per le poche donne interamente velate che vivono in Svizzera è sproporzionato”. Infatti “non ci sono ragioni che possano giustificate tale misura giuridica”. Se è vero che “il fatto di celare l’identità femminile negli spazi pubblici è spesso considerato come l’espressione di una disuguaglianza tra i sessi, tuttavia tale percezione non coincide con quella di tutte le donne coinvolte”.

 

LA LEGGE FEDERALE SUI SERVIZI DI IDENTIFICAZIONE ELETTRONICA

La legge federale del 27 settembre 2019 sui servizi di identificazione elettronica è stata approvata dal Consiglio nazionale con 144 sì, 51 no e 2 astensioni e dal Consiglio degli Stati con 35 sì, 2 no e 8 astensioni. Comprende 35 articoli divisi in 10 sezioni. Contro la legge è stato lanciato con successo un referendum: 64933 le firme raccolte e inoltrate alla Cancelleria federale il 16 gennaio 2020.

In sintesi. Per Governo e Parlamento “la nuova legge stabilisce la procedura con cui le persone possono essere identificate con certezza in internet, affinché possano acquistare merci e fruire di servizi in linea in modo semplice e sicuro; ad esempio aprire un conto bancario o richiedere un documento ufficiale. L’identificazione elettronica non è obbligatoria. Per ottenerla occorre richiederla a uno dei fornitori di identità riconosciuti dalla Confederazione. (…) La realizzazione tecnica dell’identificazione elettronica è delegata ai fornitori di identità, vale a dire aziende, Cantoni o Comuni”.

E’ un dato di fatto che un po’ dappertutto si sta procedendo a tappe forzate a una riduzione sostanziale della persona a identità digitale. E’ una vera e propria imposizione di carattere ideologico, che oggettivamente contrae sempre più gli spazi di libertà individuale. Per fare un esempio l’immotivata e scellerata criminalizzazione del contante (uno degli ultimi baluardi di libertà) espone i cittadini al rischio di sudditanza verso entità economiche dai contorni spesso sfumati e molto, ma molto virtuali.  

In internet succede di tutto e lo sanno bene non pochi acquirenti online, ai quali di regola è chiesto di identificarsi con procedure fin qui varie e non disciplinate da una legge. Quella che Governo e Parlamento hanno approvato e che un referendum ha costretto a sottoporre al giudizio dell’elettorato.

Il punto di frizione si riscontra nel fatto che l’identità elettronica si prevede sia fornita anche da soggetti privati, oltre che da Confederazione,  Cantoni e Comuni. Osservano i contrari: “Aziende come banche o assicurazioni si ritroverebbero così a gestire i dati sensibili dei cittadini”. Invece “il rilascio dei documenti di identità deve restare di competenza dello Stato”.

In un’interessante intervista di Moreno Bernasconi alla consigliera federale Karin Keller-Sutter (vedi Corriere del Ticino del 26 febbraio 2021), quest’ultima risponde alla domanda a sapere come mai “è stato scelto un modello di identità elettronica privato-pubblico e non uno esclusivamente statale”: “Un progetto statale era già stato tentato anni fa, ma si è rivelato un insuccesso. (…) Questo detto, sappiamo che in Svizzera né i modelli puramente statali né quelli puramente privati riescono a ottenere una maggioranza davanti al popolo”. Punge Moreno Bernasconi: “Che garanzie abbiamo che i privati non abusino dei nostri dati?” Risponde la consigliera federale: “Grazie alla nuova legge, in futuro avremo più protezione e sicurezza. I fornitori saranno solo esecutori, non disporranno dei nostri dati di identificazione, che sono custoditi dallo Stato. E i fornitori di identità elettronica non potranno in nessun modo utilizzare per scopi commerciali i dati di utenza generati dal login”.

Dagli ultimi sondaggi non pare che il Governo sia fin qui riuscito a convincere la maggioranza dei cittadini. Se in Parlamento contro la legge si sono pronunciati essenzialmente socialisti ed ecologisti, i dati raccolti dalle società demoscopiche constatano che il fronte contrario è trasversale. Comprende cioè non solo gli elettori di sinistra, ma anche una netta maggioranza di elettori dell’Unione democratica di centro (Udc, destra moderata) e una cospicua minoranza anche di radicali e popolari democratici (ora confluiti in un’Alleanza insieme con i secessionisti dell’Udc).

Domenica pomeriggio 7 marzo tutto sarà chiaro. In particolare sarà interessante sapere com’è andata a finire sui due oggetti dei quali abbiamo sinteticamente riferito.