ROSSOPORPORA APRILE 2012 SU 'TEMPI' 17/2012

 

A colloquio con il card. Koch sulla disobbedienza di sacerdoti nell'area germanofona e sui rapporti con gli anglicani; con il card. Rodriguez Maradiaga sulla violenza in Honduras; con il card. Sgreccia sulle sue attività in favore della vita nascente

“Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi tale disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’ordinazione delle donne (…) La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? (…) Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di ogni vero rinnovamento o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?”. Ha suscitato interesse questo passo dell’omelia di Benedetto XVI durante la Messa crismale del 12 aprile 2012, Giovedì santo. A che cosa si riferiva papa Ratzinger? Alla ‘Chiamata alla disobbedienza’ ( ‘Aufruf zum Ungerhosam’) del 19 giugno 2011, un appello dai contenuti ricorrenti (ma dirompente per l’invito a disobbedire), promosso dalla ‘Pfarrer Initiative’, movimento austriaco nato nel 2006 e capeggiato dall’ex-vicario generale dell’arcidiocesi di Vienna (fino al 1999) Helmut Schüller. Nel testo, sottoscritto fin qui da oltre 400 presbiteri e diaconi austriaci (circa un decimo del totale) si chiedono tra l’altro la Comunione per i divorziati risposati, l’Ordinazione sacerdotale per donne e coniugati, la possibilità per i laici di presiedere la Messa e di tenere l’omelia (data la carenza di sacerdoti). Il documento è stato fatto proprio da altri presbiteri e diaconi in Germania, Svizzera, Slovacchia, Francia, Irlanda.

 

“Ascoltando le parole del Santo Padre, la mia reazione immediata è stata di stupore: perché rendere tale onore della citazione alla ‘Chiamata alla disobbedienza’? – ci dice il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani – D’altra parte, però, ho anche pensato che era ormai necessario che il Papa dicesse una parola al riguardo. Naturalmente l’ha fatto alla sua maniera, chiara ma molto gentile. E l’ha fatto soprattutto nel contesto della Messa crismale, dove si rinnovano le promesse sacerdotali, tra le quali quella dell’obbedienza”. Un’occasione significativa… “Certo, poiché sono importanti non solo le parole dette, ma anche il contesto in cui sono state pronunciate. E ciò rende il tutto assolutamente chiaro”.

 

Eminenza, da tempo vediamo in azione nei territori tedescofoni movimenti come ‘Wir sind Kirche’, la ‘Laieninitiative’, la ‘Pfarrer-Initiative? (in Austria), c’è stato nel febbraio del 2011 il manifesto ‘Kirche 2011 di alcune centinaia di teologi tedeschi, austriaci, svizzeri, persiste in certa parte del cattolicesimo svizzero-tedesco il desiderio del ‘Los von Rom’ (via da Roma)… E’ un’irrequietezza congenita quella del mondo di area tedesca verso la Chiesa di Roma? “Non penso sia congenita – osserva il sessantaduenne porporato svizzero-tedesco – Fino a tutti gli Anni Cinquanta il mondo cattolico tedescofono era compatto, unito e fedele a Roma”. Che cos’è successo poi? “Credo che i nostri Paesi abbiano recepito il Concilio in un modo molto particolare, accogliendo soprattutto l’interpretazione datane da Hans Küng e, a ruota, da molti massmedia”. Papa Benedetto XVI ha differenziato tra un’ermeneutica, un’interpretazione del Concilio come evento di rottura e un’altra invece come evento di  riforma… “Nel mondo tedescofono si è diffusa soprattutto l’idea di Küng che il Concilio abbia costituito un atto di rottura con la tradizione della Chiesa e non di evoluzione della stessa. Su tale interpretazione, secondo me, si fondano le irrequietezze odierne”. Rileva ancora il cardinale Koch, in riferimento alla ‘Pfarrer-Initiative’: “Molti sacerdoti sono preoccupatissimi per i problemi della pastorale nella società contemporanea. Posso capire tali preoccupazioni. Molti hanno firmato l’iniziativa, perché percepiscono le difficoltà del momento; non penso però che tutti i firmatari siano d’accordo con gli sviluppi avuti da tale iniziativa. Il triste paradosso della ‘Chiamata’ è che sacerdoti e diaconi dichiarano, incitano alla disobbedienza, un fatto molto inusuale per un consacrato”.

 

Con il cardinale Koch parliamo anche di relazioni con la Comunione anglicana, scossa dalle dimissioni annunciate per la fine dell’anno dalla sua guida, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. “Con lui le relazioni ecumeniche sono state, sono molto buone – rileva il nostro interlocutore – Anche a metà marzo, quando è venuto a Roma, è emersa una sua grande sintonia con noi sui fondamenti della fede. Del resto l’arcivescovo Williams conosce in maniera molto approfondita i Padri della Chiesa. Però sussistono tra noi grandi differenze sui temi etici”. Come mai tale dicotomia? “Penso che ciò dipenda molto dalle grandi dinamiche sviluppatesi in questi anni all’interno della comunità mondiale anglicana. Tra le varie Chiese nazionali le differenze in materia etica sono enormi. L’arcivescovo di Canterbury è responsabile dell’unità interna, ma non ha il potere di imporre soluzioni”. Ha proposto di addivenire a un compromesso tra le varie anime con la sottoscrizione di un ‘Patto’…. “Ha fatto molto, ha cercato di salvare quel che poteva, ma il ‘Patto’ è stato respinto già in Inghilterra. Penso che l’insieme della situazione sia molto doloroso per la Comunità anglicana e anche per la persona dell’arcivescovo”. Eminenza, di fronte a tale dato può far qualcosa la Chiesa cattolica? “Se ce lo dovessero chiedere, siamo pronti ad aiutare. Del resto anche noi, in ambito etico, riscontriamo al nostro interno non poche tensioni. Non siamo confrontati con le separazioni tra Chiese nazionali come tra gli anglicani e tuttavia sulle questioni etiche i problemi sono analoghi”,

 

Il 4 novembre 2009 papa Benedetto XVI ha promulgato la bolla ‘Anglicanorum coetibus’ e il 15 gennaio 2011 ha approvato l’istituzione dell’ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham per i membri della comunione anglicana desiderosi di convertirsi al cattolicesimo. “La conversione di singoli è una costante nella storia della Chiesa cattolica – osserva qui il cardinale Koch – La novità risiede nel fatto che in questa fase ci sono gruppi di vescovi e sacerdoti con i loro fedeli che chiedono di entrare. Fin qui sono oltre mille, un fatto nuovo che il Santo Padre ha onorato, aprendo ai postulanti la porta della Chiesa cattolica e concedendo loro di conservare alcune forme liturgiche specifiche anglicane”. Ma l’accoglienza non ha suscitato tensioni all’interno della Comunità anglicana? Nota il porporato lucernese: “L’iniziativa non è stata del Santo Padre, il quale ha dato una risposta positiva a una richiesta esterna. Inoltre è giusto evidenziare, all’interno della Curia Romana, la differenza di compiti tra la Congregazione per la Dottrina della Fede – che è responsabile degli Ordinariati personali – e il Pontificio Consiglio che presiedo, responsabile del dialogo ecumenico”. Eminenza, vuol far intendere che in Curia si segue un doppio binario? “No, non si segue un doppio binario, perché il fatto che gruppi di anglicani chiedano di entrare nella Chiesa cattolica è il frutto del dialogo ecumenico di questi decenni, di questi anni. Senza il consenso raccolto per il lavoro fatto, tale situazione non si sarebbe concretizzata”.

 

E’ stato pubblicato recentemente uno studio del Dipartimento crimini e droga dell’ONU, secondo cui la città più pericolosa del mondo sarebbe San Pedro de Sula, cuore pulsante dell’economia honduregna. Che cosa pensa della violenza che si espande nel Paese il cardinale Oscar Andrès Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa? “Negli ultimi anni – esordisce il porporato salesiano – l’America centrale si è trasformata nel paradiso dei narcotrafficanti. Anche nel nostro Paese, che ha una amplissima costa caraibica e si trova a metà strada tra la parte settentrionale dell’America del Sud e il Messico, i trafficanti si sono moltiplicati, tanto che i cartelli messicani della droga si contendono il nostro territorio massacrandosi tra loro e sterminando anche intere famiglie”. Eminenza, la violenza in Honduras ha una lunga tradizione o è un fenomeno sostanzialmente recente? “E’ sostanzialmente un fenomeno recente, perché dalla storia risulta che il popolo honduregno è naturalmente tranquillo, pacifico. Perfino negli Anni Ottanta, quando i nostri vicini Guatemala, El Salvador, Nicaragua erano sconvolti dalla guerriglia, il nostro Paese viveva in pace”. Come mai le forze dell’ordine non riescono a bloccare, almeno ad attenuare la violenza ormai generalizzata? “La polizia è ridotta, manca dell’attrezzatura necessaria. La carenza di vie efficienti di comunicazione rende inoltre difficile il controllo del territorio. Tanto meno abbiamo servizi segreti che riescano a identificare le vie della droga e a prevenire il traffico. Quasi ogni giorno atterrano e decollano aerei da turismo clandestini che trasportano droga, ma la nostra aviazione non è in grado di pattugliare i cieli dati i costi del combustibile e la mancanza di denaro. Devo dire che tanti poliziotti sono morti nel compimento del loro dovere”. Si può anche presumere che la necessità di avere del denaro per poter vivere porti altri a essere corrotti… Osserva qui il porporato sessantanovenne: “Purtroppo l’enorme povertà nel Paese fa sì che molti siano allettati dalla prospettiva di guadagnare denaro facilmente: è questa una grande tentazione per i giovani. Anche per taluni poliziotti, che hanno stipendi molto bassi”. Il 14 e il 15 aprile i capi di Stato americani si riuniscono in Colombia, a Cartagena: tra gli argomenti dell’incontro le strategie per combattere il narcotraffico… “A Cartagena si sta cercando una possibile via per migliorare la situazione, in modo che tutti i Paesi applichino una politica concertata contro il fenomeno. Penso però che sia molto difficile risolvere il problema del narcotraffico, se negli Stati Uniti e in Europa si continuerà a consumare così tanta droga”. Eminenza, Lei non teme mai per la Sua vita? Risponde e conclude il cardinale Rodriguez Maradiaga, che presiede anche ‘Caritas Internationalis’: “Ogni volta che un sacerdote o un vescovo denunciano il male della droga, ricevono minacce e sono in pericolo. Tuttavia le minacce non ci fanno paura e continueremo a proclamare la Parola evangelica. La maggioranza del popolo honduregno ha cuore, è buona e ci appoggia riponendo in noi grande fiducia”.

 

 

Nell’ultimo ‘Rossoporpora’ di marzo avevamo chiesto al cardinale Elio Sgreccia di commentare l’agghiacciante passo di un testo di due ricercatori italiani Francesca Minerva e Alberto Giubilini (membri del direttivo della ‘Consulta di bioetica’ presieduta da Maurizio Mori): “Chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l’aborto”. In questa occasione riferiamo invece delle sue iniziative. Pur ottantacinquenne (festeggerà il 6 giugno), il porporato marchigiano – come il suo coetaneo Joseph Ratzinger – è ancora ben lucido e molto attivo nelle questioni che hanno caratterizzato particolarmente il suo impegno ecclesiale, quelle della vita: “Voglio ancora essere utile il più possibile, in modo incisivo, alla causa della vita umana”. Il cardinale Sgreccia presiede infatti la FondazioneUt vitam habeant’ e l’Associazione collegata laica ‘Donum vitae’. La Fondazione è concretamente operativa dal 2008 e opera in accordo con la diocesi di Roma. Dal 2010 ormai – insieme con i Servizi diocesani per la pastorale giovanile e per quella familiare - la Fondazione organizza corsi di formazione sui problemi della vita per giovani, animatori, sacerdoti, religiosi, catechisti, insegnanti. In una sessione invernale i partecipanti si ritrovano una volta la settimana (il martedì sera) in Vicariato per ascoltare una relazione introduttiva (di solito di un professore universitario) e animare un ampio dibattito su “Giovani: affettività, amore e sessualità”. Centoventi quest’anno gli iscritti (“Sala sempre piena e giovani seduti anche per terra”, annota con soddisfazione il cardinale Sgreccia). Addirittura centocinquanta i partecipanti ai corsi primaverili (cinque mattine del sabato) intitolati “Adolescenti così”, in cui si parla anche di dipendenze, di amicizie, di rapporti con la famiglia, di identità adolescenziale, di vocazione. La Fondazione ‘Ut vitam habeant’ prosegue poi il discorso sulla pastorale della vita promuovendo conferenze pubbliche: la prima è stata tenuta dal professor Evandro Agazzi in San Salvatore in Lauro il 12 marzo su “Evoluzione e Creazione” (oltre duecento i presenti), la prossima sarà il 23 maggio e avrà il titolo “La visione del Creato: allargare lo spazio della ragione”. L’infaticabile porporato ha poi allestito da quest’anno anche un corso particolare di formazione umana per direttori spirituali e animatori vocazionali di seminari e case religiose. Approvato da tre Congregazioni vaticane (Religiosi, Clero, Educazione cattolica), articolato in tre settimane piene e organizzato in collaborazione con il ‘Camillianum’, il corso si propone di accrescere il necessario discernimento in chi è a contatto quotidiano con i giovani che aspirano a una vita consacrata.