ROSSOPORPORA AGOSTO 2012

 

Si battono per la libertà dei credenti contro i soprusi del potere. Difendono la legge naturale dal Far West dei diritti. Dall’America all’Europa s’avanza un fronte cardinalizio (Dolan, Vingt-Trois, Barbarin) che non si arrende alla deriva sociale zapaterica. Nella rubrica si parla anche dei cardinali Amato e Martini 

In Occidente il mondo cattolico è alle prese con frequenza crescente con uno Stato  che in non pochi casi ormai tende a perseguire un modello di laicità ‘negativa’ (ovvero noncurante dei rapporti con la religione, da ritenersi fatto privato e di nessuna rilevanza sociale). Sempre più tale tipo di Stato, appellandosi all’ “autonomia del giudizio” individuale e con un ritmo accelerato, punta allo stravolgimento dei cardini della legge naturale (e non certo solo cattolica!) in materia di vita e di famiglia. La reazione delle gerarchie cattoliche nazionali appare, come abbiamo già registrato nelle ultime edizioni di ‘Rossoporpora’, assai variegata. Se ad esempio nell’ambito germanofono si levano voci cardinalizie piuttosto concilianti, in quello anglofono prevalgono il “sì sì, no no” e l’attivismo sociale a tutto campo. In Francia le gerarchie, con la reintroduzione della “preghiera nazionale” per la festa dell’Assunzione, hanno voluto scuotere la coscienza dei fedeli (e non solo), mentre in Italia le parole della presidenza della Cei a difesa di vita e famiglia risuonano inequivocabili.

 

E’ oggi il cardinale Thimothy Dolan a rappresentare davanti all’opinione pubblica il ‘movimentismo’ di buona parte del cattolicesimo a stelle e strisce. L’arcivescovo di Nuova York non pretende evidentemente di dettare le regole della convivenza civile, ma chiede prima di tutto che la voce della Chiesa sia ascoltata e rispettata in un Paese che nel libero esercizio della religione trova uno dei propri principi fondativi, confermato anche in tempi recenti con il Religious freedom restoration act del 1993. E’ per questo che il sessantaduenne porporato si batte con energia contro quell’aspetto liberticida della nuova legge sanitaria obamiana che obbligherà dal primo agosto del 2013 anche gli enti di ispirazione religiosa a pagare ai dipendenti i costi dei contraccettivi, senza poter far valere il diritto all’obiezione di coscienza. Tra le ultime mosse in materia, oltre alla presentazione da parte di molte istituzioni non solo cattoliche di decine di ricorsi contro tale legge, anche la messa in atto di una strategia presenzialista di tutto rilievo: il cardinale Dolan, mentre scriviamo queste righe, è in attesa di guidare la preghiera conclusiva della Convention repubblicana di Tampa in Florida. Una presenza questa che ha sollevato polemiche anche in campo cattolico, pur se non è certo una novità nell’ambito di tali kermesse (già nel 1948 il cardinale di Filadelfia Dennis Dougherty pregò nelle Convention di quell’anno): da talune parti se n’è arguita una palese preferenza della Chiesa statunitense per una vittoria repubblicana alle presidenziali. Il che potrà anche corrispondere a verità in questo momento (considerata in aggiunta l’ “ammirazione” del porporato per il candidato repubblicano a vicepresidente Paul Ryan); in ogni caso il cardinale ha fatto sapere di aver accettato pure l’invito per la preghiera alla Convention democratica di Charlotte (Carolina del Nord, 6 settembre). Non solo: ma per il 18 ottobre ha invitato alla tradizionale cena di beneficienza della Fondazione Al Smith sia Obama che Romney, a testimoniare - più che di una volontà di schierarsi - di una volontà di essere ascoltato e ascoltare senza mediazioni i protagonisti della politica statunitense.

 

Intanto in Scozia prosegue la sua battaglia anche il cardinale Keith O’Brien (vedi gli ultimi ‘Rossoporpora’). Da una parte il 19 agosto ha comunicato la sospensione di ogni dialogo ufficiale con il primo ministro scozzese Alex Salmond, capo di un governo che a luglio aveva approvato un progetto di legge per la legalizzazione entro il 2015 delle ‘unioni omosessuali’. Dall’altra, insieme con la Conferenza episcopale scozzese, ha promosso il 25 agosto una “domenica nazionale per il matrimonio”, accompagnando l’iniziativa con una lettera da lui firmata, in cui si ribadisce il “profondo disappunto per il fatto che l’esecutivo ha deciso di ridefinire il matrimonio e di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso”. Chiede l’arcivescovo di Edimburgo che “i politici sostengano il matrimonio, invece di sovvertirlo, di alterarlo, di distruggerlo”; e invita i fedeli a “continuare nei loro sforzi contro i tentativi di ridefinire l’unione coniugale”.

 

In Francia invece acque agitate tra i laicisti per l’iniziativa del cardinale André Vingt-Trois, presidente della Conferenza episcopale transalpina, di ripristinare in tutte le chiese la “preghiera nazionale” per la festa dell’Assunzione. Promossa da Luigi XIII nel 1638 come ringraziamento alla Madonna per la nascita del futuro Roi Soleil, caduta in disuso dopo la Seconda Guerra mondiale, ha conosciuto quest’anno nuova vita in ragione, come ha rilevato lo stesso arcivescovo di Parigi, “dei probabili progetti legislativi del governo sulla famiglia”. Il riferimento è alla volontà del neo-presidente francese François Hollande di seguire le orme zapateriche, introducendo tra l’altro il ‘matrimonio omosessuale’ entro il primo semestre 2013, come ha confermato il 2 agosto ai microfoni di Europe 1 Dominique Bertinotti, ministro delegato alla Famiglia (!). La preghiera scritta dal porporato conta quattro punti, che riguardano coloro che sono colpiti dalla crisi economica, poi i legislatori (“Il loro senso del bene comune vinca sulle richieste particolari; abbiano la forza di far prevalere le indicazioni della loro coscienza”), le famiglie (“La loro attesa legittima di un sostegno da parte della società non vada delusa”). Nel quarto punto si chiede che “i bambini e i ragazzi cessino di essere l’oggetto dei desideri e dei conflitti degli adulti per beneficiare pienamente dell’amore di un padre e di una madre”. Tale ultimo passo contenuto nella preghiera (tanto garbato quanto chiaro, condivisibile da ogni persona dotata di raziocinio anche se miscredente) ha dato fuoco alle polveri dell’anticlericalismo più vieto. Se il cardinale Vingt-Trois non ha più rilasciato dichiarazioni particolari, ci ha pensato il confratello di Lione, Philippe Barbarin, a concedere alcune interviste di stile ‘americano’. Il 13 agosto il sessantaduenne porporato ha detto al Figaro che “l’ora è grave, poiché siamo a un punto di rottura della civiltà quando si pretende di snaturare il matrimonio, da sempre realtà meravigliosa e fragile”. E’ una manovra in qualche modo diversiva: “La tentazione, in una crisi come quella in cui siamo immersi e che lascia ai governi uno scarso margine di manovra, è quella di cambiare il matrimonio, la famiglia, visto che non si riesce a riassorbire la disoccupazione”. Il giorno dopo ecco l’intervista al Progrès di Lione: “L’abbiamo già ribadito nel febbraio 2007 con il grande rabbino di Lione e il rettore della moschea di Villeurbanne: il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna. Tutto sta scritto sulla prima pagina della Bibbia”. Sarebbe meglio, sostiene ancora il cardinale, che i legislativi non invadano ambiti che superano la loro competenza: “Un Parlamento è costituito per trovare lavoro per tutti, per occuparsi di sicurezza, sanità, pace. Ma un Parlamento non è Dio-Padre”.

 

Interpellato a Genova, a margine dei Vespri dell’Assunzione, il cardinal Angelo Bagnasco ha condiviso la ‘preghiera’ francese: “E’ una tradizione antica. Evidentemente i vescovi, conoscendo la situazione della politica e della società francese, hanno pensato bene di richiamare l’attenzione della società cristiana e anche globalmente di quella civile, perché i valori fondanti della convivenza di una società solidale e coesa, come la famiglia, non vengano in alcun modo oscurati”. Inequivocabile anche il neo-presidente del Pontificio della Famiglia, monsignor Vincenzo Paglia, che ha parole significative per un uomo di dialogo qual è ritenuto: “Ha ragione il cardinale Barbarin nel dire che parlare di ‘matrimonio gay’ vuol dire uno choc di civiltà”.

 

 

In un’ampia intervista apparsa su L’Osservatore Romano del 4 luglio il cardinale Angelo Amato ha commentato tra l’altro il decreto del 28 giugno con cui viene riconosciuto il martirio di don Giuseppe (Pino) Puglisi, assassinato dalla mafia a Palermo nel 1993: “Si tratta di una causa di martirio – ha rilevato il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi – dato che il sacerdote è stato ucciso in odium fidei”. La motivazione potrebbe stupire, dato che “la mafia viene descritta spesso come una realtà ‘religiosa’, una realtà i cui membri sembrano apparentemente molto devoti”. I fatti però parlano una lingua diversa: “Noi abbiamo approfondito questo aspetto e abbiamo visto come abbiamo un’organizzazione che, più che ‘religiosa’, è essenzialmente ‘idolatrica’ “. Del resto, evidenzia qui il porporato pugliese, “anche il paganesimo antico era ‘religioso’, ma la sua religiosità era rivolta agli idoli”. Che nella mafia “sono il potere, il denaro e la prevaricazione”. Come non considerarla quindi “una società che, con un involucro pseudo-religioso, veicola un’etica antievangelica?” Bisogna quindi dire che “la mafia è una realtà intrinsecamente anticristiana” (NdR: tale affermazione del cardinale si ritrova sostanzialmente nel titolo dell’articolo: Se il prete dà fastidio alla cultura mafiosa anticristiana). Allora si comprende bene l’assassinio di don Puglisi, “ucciso in quanto sacerdote, non perché immerso in attività socio-politiche particolari”. Il prefetto settantaquattrenne ci tiene a sottolinearlo: “Ucciso in quanto predicava la dottrina cristiana ed educava i giovani a vivere con coerenza il loro battesimo. Non per altro. Non andava contro nessuno”, ma “sottraeva le nuove generazioni alla nefasta influenza della malavita”.Nell’intervista il cardinale Amato fa altre puntualizzazioni assai interessanti sui decreti del 28 giugno. Ad esempio, rileva, “c’è un gruppo consistente di martiri della Guerra civile spagnola, morti tra il 1936 e il 1937”. Sono il vescovo ausiliare di Tarragona Emanuele Borràs Ferré (arrestato dai ‘rossi’ cinque giorni dopo l’Alzamiento nazionalista, poi fucilato e bruciato) e altri 146 sacerdoti del clero secolare e regolare, assassinati nello stesso periodo. Rileva il prefetto: “Quella guerra ha inciso profondamente nella vita della Chiesa in Spagna. E’ stato un conflitto molto cruento. Dodici vescovi sono stati uccisi, a volte in una maniera crudele. Nemmeno sotto gli imperatori romani si era arrivati a tanto!” Un altro decreto sul martirio riguarda il laico indiano Devasahayam Pillai, ucciso nel proprio Paese nel 1752. La sua storia ha molto impressionato il presule salesiano: “Era un indù di una casta alta, quella dei guerrieri. Quando si convertì al cristianesimo, ricevette critiche e persecuzioni da parte dei suoi connazionali indù, ma non solo. Fu imprigionato e torturato con ogni specie di supplizio, ma persistette eroicamente fino alla fine per non rinunciare mai alla sua fede battesimale”. Puntuale l’attualizzazione del cardinale: “Quindi è una bellissima e grande figura di testimone per l’India di oggi, perché anche in questo tempo la Chiesa indiana è sottoposta a persecuzione, ma mantiene alta la fede in Cristo”.

 

Mentre scriviamo, giunge la notizia della morte del cardinale Carlo Maria Martini, che il 2 giugno scorso aveva avuto un ultimo incontro con papa Benedetto XVI. Lo ricordiamo riandando al suo commiato dal Corriere della Sera.

 

Domenica 24 giugno il cardinale Carlo Maria Martini ha concluso la sua collaborazione triennale con il Corriere della Sera, che si esprimeva in una pagina mensile (ultima domenica del mese) posta sotto il titolo ‘Lettere al cardinale Martini’. Un appuntamento atteso da molti, perché le considerazioni del porporato gesuita non sempre erano condivise da tutti, ma da tutti erano lette con attenzione rispettosa della sua caratura spirituale e culturale. La rubrica era ‘lanciata’ in prima pagina, con ogni volta un’introduzione che dava il là a quanto stava scritto0 all’interno. Titolo di prima del 24 giugno: ‘Il dialogo con il cuore resiste al tempo’. Subito sotto l’ottantacinquenne arcivescovo emerito di Milano palesava senza giri di frase il suo intendimento: “Viene il tempo in cui l’età e la malattia mi danno un chiaro segnale che è il momento di ritirarsi maggiormente dalle cose terrene per prepararsi al prossimo avvento del Regno. Assicuro della mia preghiera per tutte le domande rimaste inevase nella rubrica che ho tenuto per tre anni sul Corriere. Il dialogo con il cuore resiste al tempo”. In pagina il presule torinese risponde ad alcune domande sulla storia di Giuseppe (figlio di Giacobbe) e a un lettore “sempre più allibito da ciò che succede nella (nostra?) Chiesa”. In quest’ultimo caso rileva l’esperto biblista: “Lei sa che la mia risposta procede dalla risposta data da Gesù a Pietro: ‘E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’ (Mt 16,18) riferendosi alla Chiesa. Questa parola darà a Pietro la certezza che se da un lato le ‘porte degli inferi’ le sono addosso da sempre, dall’altro non saranno mai in grado di chiudersi dietro di essa”. Nel taglio basso della pagina il porporato affronta invece il tema della perdita di un figlio bambino: “E’ il dolore più grande’ e “Solo la forza che viene dalla speranza può aiutarci a ritrovare il coraggio di vivere”.