ROSSOPORPORA DI MAGGIO 2010 SU 'IL CONSULENTE RE ONLINE' 

Sulla manifestazione di affetto per papa Ratzinger i cardinali Bagnasco e Bertone. Il cardinale Martini sulla pedofilia; sulla reazione della Chiesa opinioni divergenti tra il card. Schoenborn e i confratelli Sodano e Saraiva Martins.  I cattolici in Portogallo secondo il cardinale Policarpo. Il cardinale George ricorda i cinque anni di pontificato di Benedetto XVI. Severino Poletto e un bilancio dell'Ostensione. Il cardinal Rodé commemora il cardinal Mindszenty. Il cardinale Coppa e Sant'Ambrogio. Diversi cardinali a Filettino. Morti i cardinali Mayer e Poggi. 

 

Il 16 maggio oltre centomila cattolici italiani, aderendo all’invito della Consulta delle aggregazioni laicali (Cnal), hanno affollato piazza San Pietro per testimoniare il loro affetto per papa Benedetto XVI. E’ stato il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), cardinale Angelo Bagnasco, a guidare la preghiera preparatoria al Regina Coeli papale, sviluppatasi tra letture e canti. Il 24 maggio nella prolusione in apertura dell’annuale Assemblea generale dei vescovi italiani, il sessantasettenne porporato non ha mancato di ricordare quel momento significativo: “Abbiamo ancora negli occhi il grande abbraccio con cui il laicato cattolico italiano, riempiendo piazza San Pietro, ha inteso esprimere il proprio amore per il Papa: c’era soprattutto la gente semplice, in particolare si sono viste moltissime famiglie, giovani e meno giovani, che dalle varie regioni – anche lontane – dell’Italia si erano messe in strada, affrontando – dov’era necessario – dei sacrifici, per vedere il Papa, per stare un po’ con lui, per pregare insieme con lui e per lui, per le intenzioni del suo cuore di pastore universale”. E’ stata anche una dimostrazione di forza, un’esibizione di muscoli come può venire di pensare? Per il cardinale Bagnasco nient’affatto: “Nessuna esibizione, ben inteso, ma un gesto consapevole e grato, e per questo anche festoso, come di figli con il padre”. In effetti “si è trattato di un evento di grazia, di una nuova incursione dello Spirito, dell’emergere ancora una volta di quel senso di Dio che torna a palpitare nel cuore dell’umanità, nonostante il secolarismo e la marginalizzazione della trascendenza”. Perciò “siamo riconoscenti al nostro laicato che ha rilanciato in avanti una tensione spirituale che da sempre attraversa il cattolicesimo italiano”. 

Ai microfoni di Radio Vaticana il cardinale Tarcisio Bertone ha commentato così la forte testimonianza popolare: “La manifestazione che si è svolta qui a Roma dice tutto l’affetto di cui è circondato il Papa”. Non solo: la grande presenza registrata “dice anche la volontà, i buoni propositi dei cristiani, dei cristiani autentici – appartenenti alle diverse forze della Chiesa e ai diversi movimenti – a rinnovare dal profondo del cuore la Chiesa, a fare penitenza per i peccati che sono nella Chiesa e nel mondo e a risvegliare l’impegno della testimonianza limpida, chiara e coerente con il Vangelo di Cristo”.

Nella rubrica mensile sul Corriere della Sera (uscita in data 25 aprile), il cardinale Carlo Maria Martini ha risposto a diverse lettere sull’argomento pedofilia nella Chiesa. A chi prospettava una strumentalizzazione mediatica anticattolica e a chi citava cifre statunitensi degli abusi in famiglia (con l’intenzione di dimostrare che non è il celibato che favorisce la pedofilia), l’arcivescovo emerito di Milano ha così risposto: “Personalmente non sono competente nella statistica e sono allergico alle dietrologie. Non sono perciò inclinato a vedere in tutto questo polverone una congiura pensata a tavolino contro la Chiesa e contro il Papa”. Certamente “è vero che chi è ostile alla Chiesa cattolica (non semplicemente comunista o laicista) forse si rallegrerà di questa concentrazione, che umilia tutto il clero e non si occupa del fatto che la maggioranza dei casi di pedofilia e di abuso sessuale si compiono nell’ambito della famiglia, cioè là dove sono i primi educatori del fanciullo”. L’ottantatreenne porporato osserva poi che “personalmente mi disturba che una società che ha abbattuto ogni diga verso la sessualità (che corrompe anche i piccoli, vedi gli accenni sessuali nella pubblicità), si diriga solo contro una fascia ristretta di persone”. Perciò, ammonisce il presule torinese, “sarebbe necessaria una maggiore sorveglianza nella comunicazione pubblica, per dare più credibilità agli interventi sulla pedofilia”. Sempre sull’argomento, ma rispondendo ad altre due lettere, il cardinale Martini ha osservato: “Speriamo che (…) sia possibile fare luce su tutti i fatti avvenuti e impedirli per l’avvenire. Sono, per quanto riguarda i preti, fenomeni presenti in una minoranza”. Importante sarà, “nell’educazione del clero, badare attentamente a scoprire le caratteristiche psicosomatiche di individui che potrebbero domani sviluppare la compulsione pedofila”. Oggi comunque “Stiamo superando una tradizione di omertà e di ‘bocca chiusa’ espressa nel noto proverbio: I panni sporchi si lavano in famiglia”.  

Nell’incontro con giornalisti austriaci e stranieri del 28 aprile il cardinale Christoph Schönborn ha come noto deplorato con parole forti il termine chiacchiericcio utilizzato dal cardinale decano Angelo Sodano - con riferimento a cronache e commenti sullo scandalo pedofilia - negli auguri pubblici al Papa fatti nella messa di Pasqua in piazza San Pietro. L’arcivescovo di Vienna ha definito tale utilizzo “un’offesa pesante per le vittime”. Del resto, ha rilevato, la Curia Romana nelle prime reazioni all’esplodere dello scandalo, ha dimostrato di essere “poco internazionale e carente nel coordinamento al suo interno”. La Curia Romana non ha molto gradito: e, quasi suo portavoce, il cardinale Josè Saraiva Martins ha invitato il confratello austriaco a una maggiore prudenza nelle sue dichiarazioni. Nello stesso incontro l’arcivescovo di Vienna ha affermato che per la Chiesa austriaca sono finiti “i tempi dell’omertà”. C’è stato un periodo, ha rilevato, in cui “era diffuso nel clero un certo atteggiamento che ha favorito gli autori degli atti pedofili a scapito delle vittime, anche per un malinteso senso di compassione”. Oggi però “abbiamo dimostrato che non abbiamo paura della verità, che secondo il Vangelo di Giovanni ci farà liberi”. Il sessantacinquenne porporato è certo preoccupato per la perdita di credibilità subita dalla Chiesa a causa dello scandalo. Richiesto di indicare il grado di drammaticità della situazione (in una scala da 1 a 5) il cardinale Schönborn ha così risposto: “In Irlanda la situazione è catastrofica, siamo quasi a livello 5. In Austria è drammatica, direi siamo a livello 3”. E le uscite dalla Chiesa austriaca non diminuiscono di intensità nel loro flusso, ha aggiunto.

Papa Benedetto XVI ha compiuto un viaggio apostolico in Portogallo tra l’11 e il 13 maggio, a dieci anni dalla beatificazione dei pastorelli Francisco e Jacinta Marto. Ne parliamo ampiamente nella rubrica Conversando con il cardinale portoghese Josè Saraiva Martins, mentre la visita del Duemila di Giovanni Paolo II viene ricordata nella rubrica Attualità. Domenica 9 maggio Avvenire ha preparato il viaggio di papa Ratzinger con un’intervista al patriarca di Lisbona José da Cruz Policarpo. L’esordio richiama una realtà spesso misconosciuta: “Ma Lei lo sa che ben 500 diocesi nel mondo hanno avuto origine da una missione portoghese?” – ha chiesto all’intervistatore il settantaquattrenne cardinale, conscio di rappresentare una gloriosa tradizione missionaria. Rileva poi il rettore emerito dell’Università cattolica di Lisbona: “le statistiche affermano che poco meno del 90% dei portoghesi si dice cattolico. Ma c’è un paradosso”. Quale? “Nella città di Lisbona è risultato che la frequenza alla messa domenicale è del 13%. Ma, quando si è andati a chiedere ai cittadini della capitale se si definiscono cattolici praticanti, il 33% ha risposto di sì.”. Che cosa significa questo? “Lo stesso concetto di pratica religiosa sta cambiando: se uno si reca al santuario di Fatima una volta l’anno (e questo è molto diffuso da noi), ciò gli basta per definirsi come buon cattolico”. In conclusione: “Qui emerge in tutta la sua gravità la sfida della secolarizzazione, che ha investito anche il nostro Paese”.

Il Portogallo ha liberalizzato aborto e divorzio e ora è toccato al matrimonio omosessuale (vedi anche il commento del cardinale Saraiva Martins nell’intervista già citata). Quali sono i rapporti tra Chiesa e potere politico in Portogallo oggi? “Sui contenuti certamente esiste un conflitto. Ma questo non significa che si siano rotti i ponti del dialogo” – ha osservato il cardinale Policarpo, che ha così proseguito: “Io sono a favore di un rapporto franco e schietto su tutti i problemi. Ovviamente questo non significa negare ai cattolici il diritto di protestare. Io però come vescovo non scendo in piazza a protestare”. Un approccio ‘morbido’ ai contrasti che non riscuote l’approvazione universale e che però il patriarca di Lisbona difende: “Io ci credo e sono convinto che questa strategia sia più feconda delle manifestazioni di protesta. Anche perché i governi eletti democraticamente risultano ormai vaccinati contro dimostrazioni e cose di questo genere”. Insomma: “La via maestra resta quella del dialogo nella verità. E la Chiesa riconosce l’autonomia dello Stato, ma fa appello perché questo non diventa laicità negativa che mette a rischio i fondamenti della nostra civiltà, come insegna continuamente Benedetto XVI”. Certo, concede infine il cardinale Policarpo, “non escludo che in situazioni limite anche l’episcopato possa scendere in piazza”.

Il cardinale Francis George ha voluto ricordare con una riflessione, apparsa nella prima pagina de L’Osservatore Romano del 28 aprile, i primi cinque anni di pontificato di Benedetto XVI. Esordendo ha evocato un passo dell’intervista che l’allora cardinale Ratzinger diede a Peter Seewald: Se guardiamo a Cristo, egli è tutto compassione e questo ce lo rende prezioso. Essere compassionevoli e vulnerabili fa parte dell’essere cristiani. Bisogna imparare ad accettare i torti, a convivere con le ferite e, infine, trovare a questo riguardo una guarigione più profonda. Commenta il presidente della Conferenza episcopale dei vescovi statunitensi: “Le gioie e le esigenze dell’amore sono il cuore degli insegnamenti di papa Benedetto. Nelle encicliche, nelle udienze, nelle omelie e negli incontri, da cinque anni il mondo ascolta da lui che quanti sono fatti a immagine e somiglianza di Dio e sono redenti da Gesù Cristo devono riunire tutti gli aspetti della vita umana nell’abbraccio dell’amore divino”. Del resto, ha continuato il settantatreenne arcivescovo di Chicago, “l’insegnamento del Pontefice trova espressione nella sua vita”. Perché, “riconosciuto al momento della sua elezione come studioso affermato, scrittore prolifico e telogo di grande acutezza, in questi cinque anni Benedetto XVI ha dimostrato al mondo di avere un cuore pastorale sensibile, che lo ha condotto oltre se stesso nel dolore del mondo”.

Domenica 23 maggio si è conclusa l’Ostensione della Sindone. Nella conferenza-stampa torinese di chiusura il cardinale Severino Poletto ha fatto un bilancio dell’avvenimento durato 44 giorni e onorato anche dal pellegrinaggio papale del 2 maggio: “Sono contento in primo luogo per gli oltre due milioni di pellegrini giunti a Torino durante l’Ostensione”, ha rilevato, evidenziando di aver avuto “in questi giorni la percezione chiara che il Signore parlava al cuore della gente”, alle “persone di fede”, ai “pellegrini giunti dinanzi alla Sindone in cerca di risposte”. Il custode pontificio del Sacro Telo ha poi osservato che “la Sindone ci ha offerto l’opportunità di rilanciare la fede in un tempo di smarrimento e di nebbia spirituale, riconciliandoci con la parola di Dio”. Nell’omelia della concelebrazione eucaristica conclusiva da lui presieduta in Duomo, il settantasettenne arcivescovo di Torino ha detto tra l’altro: “Ho visto, ancora una volta, con grande commozione, l’immagine del Crocifisso nella Sindone e ho fissato il mio sguardo d’amore sui segni impressionanti dell’umana sofferenza affrontata da Gesù nella Sua passione e morte”. Più oltre: “Ho visto scolpita sul volto dei numerosi pellegrini l’immagine di tutta l’umanità, un’umanità sofferente, in cammino alla ricerca di un Volto, bisognosa di ritrovare conferme alla propria fede perché smarrita nel dubbio, affaticata nella ricerca, ma comunque disposta ad arrendersi all’evidenza di un amore crocifisso”. Ora la Sindone è di nuovo nella sua teca, situata nella cappella sotto la Tribuna Reale del Duomo.

Ne il Giornale del 4 maggio è apparso il testo di una lettera inviata dal cardinale Angelo Sodano il 17 giugno del 2008 al postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II. Il Segretario di Stato emerito non aveva mai voluto testimoniare nel processo canonico: con la lettera esprime la sua posizione nei riguardi della causa. Nel secondo capoverso scrive: “Personalmente ritengo che egli (Ndr: Giovanni Paolo II) abbia vissuto santamente, praticando le virtù teologali e le virtù cardinali che devono distinguere la vita di ogni cristiano, come di ogni ministro del Signore ed in grado sommo di ogni Pontefice”. Così proseguendo: “Questa è la convinzione che mi sono formato in base ai quindici anni in cui sono stato collaboratore del compianto papa Giovanni Paolo II come suo Segretario di Stato”. Poi il cardinale Sodano fa una puntualizzazione un po’ sibillina, volendo riferire un’obiezione altrui: “L’unico dubbio che alcuni oggi esprimono riguarda l’opportunità di dare la precedenza a tale causa, scavalcando quelle già in corso dei Servi di Dio Pio XII e Paolo VI”. Subito dopo il cardinale decano osserva di aver segnalato l’obiezione “per inquadrare tale causa di beatificazione e canonizzazione nella realtà del pontificato romano dell’ultimo secolo”.

Il 6 maggio il cardinale Franc Rodé ha ricordato in una santa messa (celebrata al Celio nella chiesa di Santo Stefano Rotondo) il trentacinquesimo anniversario della morte del cardinale Jozsef Mindszenty, simbolo – ha detto il porporato sloveno – di quanto la Chiesa e la Nazione ungherese hanno sperimentato dal 1945 in poi. E’ noto che il cardinale Mindszenty “ha donato la propria vita per i suoi figli, restando sempre fedele alla sua fede e alla sua Patria”. Il suo primo arresto risale al 1919, parroco ventisettenne, inviso ai bolscevichi di Bela Kun: “In un momento difficile – ha evidenziato il prefetto della Congregazione per gli Istituti Religiosi -  quando le ideologie anticristiane imperversavano in tutta Europa, seminando odio razziale o antagonismo di classe, Mindszenty assunse nei loro confronti un atteggiamento chiaro, senza calcoli politici, nell’assoluta fedeltà al Vangelo, alla dottrina della Chiesa e alla sua coscienza”. Nel 1944, in un’Ungheria occupata dalle truppe hitleriane, aiutò molti ebrei e per questo il suo nome è nel “giardino dei Giusti”. Quasi fatale il secondo arresto – era già vescovo - da parte delle lugubri ‘Croci frecciate’ungheresi, filo-hitleriane, purtroppo oggi di nuovo in ascesa. Nella Pasqua del 1945 l’Armata Rossa invade l’Ungheria e Mindszenty viene abbandonato dai suoi carcerieri. Poco dopo fu scelto quale primate di Ungheria come arcivescovo di Esztergom-Budapest e ricevette anche la porpora cardinalizia. Di nuovo arrestato nel 1948, stavolta dai comunisti, fu incolpato di tradimento, cospirazione e oltraggio all’ordinamento dello Stato. Torturato, fu condannato all’ergastolo. Liberato durante l’eroica rivolta dell’ottobre del 1956 (schiacciata dai carri armati sovietici), si rifugiò nell’ambasciata statunitense, dove restò quindici anni: un caso che divenne rapidamente politico e impegnò per lunghi anni nella ricerca di una soluzione la diplomazia vaticana e anche papa Paolo VI, che alla fine, il 10 luglio 1971,  richiese al cardinale l’obbedienza per ragioni di politica internazionale: Mindszenty dovette lasciare l’Ungheria, andò a Vienna e fu accompagnato dall’allora arcivescovo Agostino Casaroli in Vaticano, dove il Papa lo abbracciò e gli mise al collo la sua croce pettorale. Il cardinale ritornò a Vienna e vi

 morì il 6 maggio 1975. E’ sepolto a Mariazell. Per lui, ha concluso il cardinale Rodé, “affermare la propria fede e difendere l’Ungheria e la libertà dei suoi figli era un obbligo personale, un’esigenza intima assolutamente vincolante, il risultato di una donazione incondizionata a Dio, alla Chiesa e al suo popolo”.  

Ne L’Osservatore Romano del 28 aprile i profani hanno avuto la possibilità di scoprire l’amore del cardinale Giovanni Coppa per Sant’Ambrogio. L’ottantaquattrenne porporato di Alba, onorato recentemente dall’Accademia Ambrosiana, dice di essere sempre rimasto “incantato” da Sant’Ambrogio: “Ammiravo l’alto respiro con cui parlava di Cristo, della Chiesa e della Madonna; mi affascinava il suo buon senso romano, la grande tensione contenutistica e di alto livello poetico, con le sue immagini geniali, i suoi chiasmi un po’ artificiosi ma ricchi di un variegato polisenso, il suo latino di sapore virgiliano. Il cardinale dovette tradurre alcune opere di Ambrogio e per illustrare il delicato lavoro di un traduttore cita il Barone di Münchhausen, che (secondo la sua narrazione) “andò incontro al leone armato di un tozzo e robusto bastone, glielo cacciò dentro le fauci spalancate, gli ficcò la mano in gola spingendola fino alla coda e poi la trasse a sé rovesciandolo completamente”. Il paragone “è insolente, ma espressivo del lavoro di un traduttore”, dato che “è necessario sviscerare totalmente il testo per portarne alla luce i contenuti semantici e renderli in italiano, fedelmente ma non pedissequamente”. Ricorda allora il cardinale Coppa: “Quando traducevo, cercavo di immedesimarmi nella persona di Ambrogio, inquadrarlo nell’atmosfera pastorale, serena, talvolta drammatica delle circostanze in cui parlava”. Il porporato, già nunzio apostolico a Praga, ricorda il vivo senso della bellezza in Ambrogio; lo fa, citando Franz Kafka che, “nel lasciare la terra boema ha detto: Chi mantiene la capacità di vedere la bellezza, non invecchia mai.” Chiosa il presule: “Anche per questo Ambrogio è vivo”. E’ vivo anche come “teologo della Chiesa, la regale protagonista delle sue pagine”; “alunno di Virgilio e di Origene, non scade mai nell’ovvio, nel ripetitivo, nel banale”. Insomma va frequentato ancora, perché sempre d’attualità.

Filettino, villaggio ameno di circa 300 abitanti situato nei monti Simbruini, è il comune più alto del Lazio (1075 metri). Perché lo citiamo? Il motivo è semplice. Da diversi anni ormai capita che l’uno o l’altro cardinale presieda una celebrazione nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Anche quest’anno è così: il 19 maggio il cardinale Giovanni Battista Re ha onorato Filettino per la festa del patrono San Bernardino (giunto sotto un violento acquazzone, dopo la santa messa ha accompagnato la tradizione processione – svoltasi a cielo stellato - per le vie del paese). Sarà invece il cardinale Antonio Canizares Llovera ad accogliere il corpo di san Bernardino (giungerà da Siena) il 25 luglio, mentre il cardinale Silvano Piovanelli presiederà la celebrazione conclusiva il 15 agosto, festa dell’Assunta. Qualche anno fa Filettino era frequentato dal cardinale Alfons Maria Stickler (morto alla fine del 2007); il paese ha accolto, tra gli altri, anche i cardinali  Francesco Marchisano e Angelo Comastri. E tutti hanno potuto apprezzare l’instancabile parroco, l’oggi novantaduenne monsignor Alessandro De Sanctis, sacerdote da 68 anni. Non è finita: a margine della recente Assemblea della Cei il vescovo di Anagni-Alatri monsignor Lorenzo Loppa ci ha fatto notare che dal 1906 – dunque negli ultimi 104 anni – la parrocchia è stata retta solo da due sacerdoti, ambedue De Sanctis: lo zio e il nipote. Un fatto certo più unico che raro!

Il 30 aprile è morto a novantanove anni il cardinale Paul Augustin Mayer, prefetto emerito della Congregazione per il Culto divino, già presidente dell’importante Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Benedettino tedesco, nato nella bavarese Altötting (cara anche a papa Ratzinger), era divenuto cardinale nel 1985. Lo ricordiamo con piacere anche come lettore assiduo, affezionato della nostra rivista. Il 4 maggio è invece deceduto, a 92 anni il cardinale Luigi Poggi, piacentino, nunzio apostolico partecipe in prima linea (suo superiore era il cardinale Agostino Casaroli) negli Anni Settanta della Ostpolitik vaticana, nunzio apostolico in Italia dal 1986, infine Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal 1992 (ricevette la porpora nel novembre del 1994) al 1998.