ROSSOPORPORA DI GENNAIO 2012 SU 'TEMPI' 5/12

I "coaguli sovrannazionali potenti e senza scrupoli" che governano il mondo nella prolusione del cardinal Angelo Bagnasco. L'economia sociale nelle riflessioni del cardinal Reinhard Marx. Chiesa e denaro in Africa per il cardinal Bernard Agré, Chiesa e imposta in Germania per il confratello Joseph Meisner. Il cardinal Christoph Schoenborn sulla diminuzione delle pecorelle austriaca. L'invito alla speranza del cardinal Crescenzio Sepe per la chiusura del Giubileo di Napoli

Non si può dire che le prolusioni del cardinale Angelo Bagnasco non offrano spesso tanti spunti di riflessione. E’ stato il caso anche dell’ultima, pronunciata lunedì 23 gennaio in apertura del Consiglio permanente. In questa sede ci si limiterà a segnalarne qualche passaggio particolarmente stimolante. Ce ne sarebbero anche altri: ad esempio la forte valorizzazione della pietà popolare oppure le considerazioni sulla crisi della fede in Occidente, sullo sforzo immenso della Chiesa in ambito caritativo, sulle “nuove malattie” di una modernità fragile o quell’accenno al “vilipendio alla religione”, che è sembrato relativo anche al discusso spettacolo di Romeo Castellucci imperniato sul Volto di Gesù: “Le intenzioni personali le giudica Dio, ma la sensibilità e il rispetto hanno dei confini oggettivi che non ammettono prevaricazioni”.

 

Veniamo agli ampi passi che concernono crisi economica, alta finanza, politica. Qui il sessantanovenne porporato, a leggere bene, rivendica con forza in linea di principio il primato della politica sull’economia. Purtroppo, se si guarda alla globalizzazione come si presenta oggi, il mondo è governato da “coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli”, che rendono “la politica sempre più debole e sottomessa” e non più “decisiva” come dovrebbe essere. Il cardinale Bagnasco è molto chiaro: “Al di là di ogni ventata antipolitica, va detto che la politica è assolutamente necessaria e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia al servizio del bene generale e non della speculazione”. Infatti “non è possibile vivere fluttuando ogni giorno – ecco un’altra immagine ‘forte’ – nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo”. Eppure sembra che così accada: anche “i grandi della terra pare non riescano ad imbrigliare il fenomeno speculativo”. Perciò “giocano continuamente di rimessa”: ma “prima o poi arriva il proprio turno, e ci si trova in ginocchio come davanti a un moderno moloch di non decifrabile direzione”. Oggi sembra di essere in balia di una sorta di “tecnocrazia transnazionale anonima” che tenta di “prevalere sulle forme della democrazia fin qui conosciuta” grazie all’ “usurpazione” della “sovranità dei cittadini”.

 

Di tutto ciò risente anche l’Italia. Con l’aggravante del fallimento dei politici locali: per un verso connotato “dall’incapacità provata di pervenire in tempi normali a riforme effettive, spesso solo annunciate” (un participio con un destinatario preciso), per l’altro dall’incapacità del sistema politico vigente “di pervenire in modo sollecito a decisioni difficili allorché queste si impongono”. La politica italiana deve solo fare un ‘mea culpa’ sincero e profondo,  deve “riscattarsi” dalle sue incompetenze e dalle sue meschinità polemiche. Intanto non può abdicare alle sue responsabilità: dunque “faccia la propria parte” seriamente per il bene comune, collaborando con il Governo, affacciatosi come “esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica, ma dalle sue complicazioni ed esasperazioni”. Certo non deve diventare “fisiologico puntare su una compagine governativa esterna, perché provi a sbrogliare la matassa nel frattempo diventata troppo ingarbugliata”: per evitare ciò i politici siano realisti e si redimano, “quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi ed alti”.  

 

Giovedì 12 gennaio il cardinale Reinhard Marx, vicepresidente della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece), ha presentato a Bruxelles il documento economico-sociale elaborato durante la sessione autunnale svoltasi nella capitale belga dal 26 al 28 ottobre. In tale occasione si era discusso della crisi finanziaria e del futuro dell’integrazione europea. Durante la conferenza-stampa il cinquattottenne arcivescovo di Monaco e Freising ha messo in guardia da un crollo dell’euro e del mercato interno europeo: “Tale mercato, oggetto spesso di tante critiche – ha detto – ha contribuito nel passato in modo determinante a mantenere la pace tra le nazioni del nostro continente prostrate dalla guerra e a far sì che i loro cittadini godessero di libertà e prosperità”. Nell’introdurre il documento dal titolo “Una comunità europea di solidarietà e di responsabilità”, il porporato tedesco ha rilevato che in questi ultimi anni “l’Unione europea ha vissuto indubbiamente la peggiore crisi interna dalla fondazione”. E “la fine del travaglio non è ancora in vista”. Tanto che si osserva come “ciò che all’inizio riguardava solo alcuni Stati della zona euro è ora affare di tutti”.

 

Se la zona euro implodesse, “le conseguenze sarebbero pesanti per l’intera Ue”. Si deve ricordare che “una delle ragioni importanti a favore dell’introduzione dell’euro era l’opportunità di prevenire una spirale di svalutazione delle monete nazionali in seno al mercato comune”. E’ proprio per questo che “il fallimento dell’Unione monetaria costituirebbe un pericolo grave per gli accordi del Mercato comune che, dai Trattati di Roma del 1957, costituiscono il cuore dell’opera unificatrice”. In ogni caso, rileva Reinhard Marx, “non si può preservare il processo di integrazione europea restando fermi: il mercato comune deve evolvere”. Ma come? “Nel nostro testo – continua – noi vescovi proponiamo di far evolvere il mercato comune secondo i principi di una economia sociale di mercato così che l’Ue possa diventare una comunità vivibile improntata alla solidarietà e alla responsabilità”.

 

Quattro le caratteristiche principali di tale tipo di economia. La prima: bisogna promuovere le iniziative della società civile, connotate dalla gratuità, inserendole in un contesto giuridico favorevole. La seconda: se un’economia sociale di mercato deve essere incisiva sul piano economico (e dunque competitiva) così anche da poter ridurre le tasse e il debito, deve avere anche delle regole (“oggi in particolare nel settore finanziario”) ed essere gestita da persone eticamente valide. Terza caratteristica: occorre accordare “protezione sociale e giustizia partecipativa a tutti coloro che sono nel bisogno”. Non bisogna dimenticare l’esigenza per i giovani di poter contare su “un’educazione e una formazione di qualità” e la necessità di “valorizzare e promuovere la famiglia”. Quarta e ultima caratteristica: l’economia sociale di mercato deve essere attenta ai valori ambientali, perché “una ridefinizione dei nostri rapporti con la natura e la promozione di una cultura della ‘sobrietà’ sono per noi europei le condizioni per una gestione più duratura delle risorse naturali e della lotta contro i cambiamenti del clima”.

 

Su Chiesa e denaro ha riflettuto con ampiezza il cardinale Bernard Agré durante un recente convegno svoltosi presso la Lateranense e promosso dall’Area internazionale di ricerca “Studi interdisciplinari per lo sviluppo della cultura africana”. Il porporato ivoriano mette bene in chiaro che “una vera comunità vive della partecipazione statutaria effettiva dei suoi membri”. Perciò “la Chiesa, sebbene sia un’organizzazione a fini spirituali, dunque non di lucro, non può dispensare i suoi fedeli da quote regolari”. Riferendosi alla situazione africana, rileva Agré che “l’offerta per il culto (…) è un dovere reale e, di conseguenza, obbligatorio per tutti. E’ giusto che un fedele “si impegni regolarmente per evitare ai suoi Pastori di dover sempre tendere la mano verso l’estero”. Continua il presule ottantaseienne, ma ancora ben lucido: “Per l’offerta per il culto l’ideale è di offrire il denaro equivalente a una giornata di lavoro l’anno”. Si può fare anche di più, “donare la decima”. Resta poi importantissima la questua, “offerta legata alla celebrazione eucaristica (…), principale, anzi unica fonte di entrata per diverse parrocchie: è dunque il caso di dar prova di generosità”. Osserva poi l’arcivescovo emerito di Abjdjan che, una volta incassato il denaro, “dopo aver esaminato gli sbocchi e i mercati potenziali ed aver valutato tutti i rischi, la comunità cristiana può intraprendere esperienze economiche redditizie in grado di provvedere ai bisogni della sua Chiesa”. Che tipo di iniziative? “Investimenti in banca; acquisto di azioni e obbligazioni; acquisto o edificazione di immobili per affitti modesti; creazione di coltivazioni agricole o agro-pastorali”. Certo il cardinale Agré riconosce “che questo capitolo delle iniziative economiche è particolarmente delicato e complesso, a causa delle interpretazioni sfavorevoli nell’ottica dell’ideologia di una Chiesa povera”. Originale qui la sua postilla: “Certo Gesù dice: Beati i poveri, ma non dice mai: Beati i miseri, quelli che mancano di tutto, quelli che attendono ogni cosa, quelli che attendono ogni cosa dai loro fratelli stranieri”.

 

A proposito di “Fede e Mammona” il cardinale Joachim Meisner risponde sul suo sito web a una domanda riguardante la legittimità dell’imposta ecclesiastica pagata annualmente in Germania (ma anche in Svizzera, Svezia e Danimarca) da ogni membro – nel nostro caso - della comunità cattolica. E’ un’imposta bersaglio di polemiche ricorrenti poiché lega battesimo e denaro. Tra i critici storici l’attuale Pontefice. Nella risposta il settantottenne arcivescovo di Colonia cita l’esempio di Francesco, che rinunciò personalmente a ogni suo avere: “Tuttavia – scrive il porporato tedesco – l’Ordine da lui fondato non può essere senza mezzi”. E’ evidente da una parte che “una Chiesa priva di mezzi sarebbe un forte segnale per una fede incondizionata in Dio”; dall’altra però “una Chiesa in tali condizioni non più assumere (o li dovrebbe molto limitare) molti dei servizi, che oggi essa rende, in parte anche all’intera società”.

 

Le defezioni dalla Chiesa austriaca sono in diminuzione: lo dimostrano i dati pubblicati il 10 gennaio, secondo i quali nel 2011 sono state 58.603 le persone che si sono cancellate dal registro cattolico. Sempre tante e tuttavia meno che nel 2010, anno in cui i dimissionari erano stati 85.960. Un triste riscontro, che il cardinale Christoph Schönborn aveva definito come “il peggiore dal tempo dei nazisti” e aveva ricollegato “indubbiamente alle rivelazioni sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica”. Anche per il sessantasettenne arcivescovo di Vienna l’anno scorso è risultato migliore, guardando alla sua arcidiocesi, che conta oggi circa un milione e 270mila cattolici: le pecorelle smarrite sono risultate 16.941 contro le 25.314 del 2010.  Le pecorelle rientranti o neofite a Vienna si sono attestate a quota 988 (nell’intera Austria 4.343). Il saldo è sempre fortemente negativo, ma l’inversione di tendenza si è verificata e ciò può dare speranza a un porporato che si è distinto per volontà di trasparenza e di ricerca senza falsi pudori della verità su quanto avvenuto, perdipiù confrontato quotidianamente con le critiche a tutto campo del movimento “Wir sind Kirche”, in Austria certo non irrilevante.

 

Nella Lettera pastorale per la chiusura dell’anno giubilare napoletano (intitolata “Per amore del mio popolo”) il cardinale Crescenzio Sepe in una pagina intensa ha parlato della ‘speranza’ di Napoli, spesso ‘assediata’. “La speranza è l’indice della salute di Napoli – ha rilevato, aggiungendo: “I tentativi di togliere la speranza non sono mai mancati, e vengono da fronti vasti e agguerriti”. Di più: “Talvolta, più che di attacchi, si tratta di veri e propri assedi”. Certamente “il pellegrinaggio giubilare non ci ha fatto chiudere gli occhi di fronte a questi mali. Semmai, ci ha resi più attenti e, soprattutto in occasione del Giubileo della Legalità, ha mostrato la totale e assoluta alterità di fronte a tutto ciò che, nei suoi perversi modi, muove la violenza”. E’ vero che “la città colpita dai suoi mali – fino allo scandalo dei rifiuti per strada – è stata presente a ogni tratto del nostro pellegrinaggio”. E tuttavia “la Napoli assediata dalla violenza, la città sotto la sferza della tracotanza camorristica, ci ha accompagnato, passo dopo passo, come un tormento”. Bisogna dire, ha evidenziato il porporato sessantottenne, che “non esiste nella nostra terra un nemico più perfido e vile di chi pensa che dalle armi possano venire potere e ricchezza. La violenza organizzata è la prima e più grave tragedia di Napoli. Ed è anche la peggiore ipoteca sul futuro, per la malvagia attrazione che cerca di esercitare sui giovani”. Ma “la Chiesa non può voltare le spalle, non può avere il cuore di pietra, non può tradire se stessa e la propria missione. La Chiesa non è sorta per raccattare alibi”. E allora, confrontandosi “con il corpo malato della nostra città, la nostra prima domanda non è stata neppure il che fare?, ma l’altra: dove abbiamo sbagliato?