‘ROSSOPORPORA’ DI OTTOBRE 2012 su 'TEMPI' 41/12

Intervista all’arcivescovo di Bordeaux, cardinal Ricard, su laicité francese e dintorni; al patriarca maronita Béchara Raï sul viaggio apostolico di Benedetto XVI in Libano; interventi di altri cardinali su famiglia (Bagnasco), dialogo interreligioso (Sandri, Tauran, Koch), Siria (Bertone).

Ricordate Sarkozy e la sua ‘laicità positiva’? Ora, dopo che l’ex-presidente è riuscito nell’impresa di passare il testimone a François Hollande, la laicité suona un po’ diversamente. Ne abbiamo parlato con il cardinale Jean-Pierre Ricard (a Roma per la visita ad limina del primo gruppo di vescovi transalpini), cogliendo l’occasione della sua ampia e dettagliata relazione in materia giovedì 27 settembre presso il Centre Saint Louis de France, davanti a un folto pubblico cui ha dato il benvenuto l’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede Bruno Joubert. Eminenza, come si qualifica la nuova ‘laicitè’ dell’era Hollande? “In genere – risponde il porporato sessantottenne – evito di connotare con un aggettivo di valore la laicità. Per me la vera laicità è fondamentalmente rispettosa delle religioni, permettendo loro di esprimersi nello spazio pubblico e assicurando dunque il libero esercizio dei culti”. Nella Sua relazione, tra le correnti laiche in voga, ha citato come molto pericolosa quella che, pur non essendo di per sé ostile alla Chiesa, vuole applicare una secolarizzazione avanzata… “Quello che mi preoccupa molto è l’ignoranza profonda, presso un certo numero di giovani e anche di adulti, della storia della Francia e della cultura francese marcata dal cattolicesimo. Ciò non permette a chi non sa di intavolare un colloquio serio ad esempio con i cattolici, che non conosce e perciò non comprende. Vede, mi dice un grande libraio di Bordeaux che spesso arrivano da lui studenti di storia dell’arte a livello universitario che gli chiedono se non ci sia un testo che possa far loro capire certe locuzioni dei loro professori: Ci parlano di quadri sull’Annunciazione, sulla Natività, sul ritrovamento di Gesù nel Tempio. Ma che significa… ci può aiutare? E’ per questo che abbiamo la grande responsabilità di non disertare lo spazio pubblico, le relazioni con politici e amministratori e nel contempo di informare costantemente sia l’opinione pubblica che i nostri interlocutori sulla vita quotidiana concreta di parrocchie e diocesi. Pensi che ho trovato alti responsabili politici che la ignoravano bellamente”. Eminenza, in tale situazione, come valuta l’intenzione del ministro dell’Educazione nazionale Vincent Peillon di introdurre dall’anno scolastico 2013-14 un’ora di ‘morale laica’  (“Non ho detto istruzione civica, ma proprio morale laica” ha precisato il ministro in un’intervista al ‘Journal du Dimanche’)? “Per un verso si può osservare che ci ritroviamo in una fase sociale in cui si impara sempre meno che cosa significhi vivere in una collettività: si insegna poco in famiglia, ancora meno a scuola. Le conseguenze di tale vuoto traspaiono ad esempio nelle difficoltà di comportamento di non pochi giovani tra loro e nei rapporti con l’ambiente in cui vivono. Perciò che ci possa imparare una morale che aiuti i giovani a comportarsi nella società, è di per sé qualcosa di positivo. Tuttavia…” Tuttavia? “Ciò detto, molto presto irrompono nella questione tante domande fondamentali: Da dove trae origine, da quale concezione dell’uomo la morale che si vuole insegnare? Come si nutre? Quali sono i suoi contenuti, che cosa fa che qualcosa sia definito ‘bene’ e qualcosa  d’altro ‘male’? Che cosa la giustifica? Per me ogni morale rinvia in qualche modo a una trascendenza”. Eminenza, non siamo sicuri che il ministro Peillon sia d’accordo con quest’ultima Sua essenziale osservazione…Per passare a un altro tema caldo alcuni politici hanno lanciato l’idea di un referendum contro l’introduzione dei cosiddetti ‘matrimoni gay’, che il Governo vuole discutere in Parlamento già quest’autunno… “Il lancio di un referendum concerne la sfera dei politici, non della Chiesa. La Chiesa non può, non ha mai messo la verità ai voti. Che cosa si farebbe se il risultato del referendum fosse favorevole ai cosiddetti ‘matrimoni gay’? Allora… che i politici chiedano in referendum, è nel loro pieno diritto, ma la Chiesa deve situarsi su un altro piano: quello dei principi, quello della richiesta di un vero, ampio, approfondito dibattito nazionale…”. Ma il, Governo non ci sta… “Lo so che tale richiesta rischia di non essere onorata. Eppure sulla bioetica un dibattito con tali caratteristiche c’è stato: noi lo domandiamo a piena ragione su una questione, come quella del cosiddetto ‘matrimonio omosessuale’, che ha tanti risvolti culturali, giuridici…c’è anche la questione dell’adozione… è insomma qualcosa che coinvolge profondamente un’intera società!”. Eminenza, l’introduzione del cosiddetto ‘matrimonio gay’ rappresenterebbe secondo Lei uno choc di civiltà come ha detto il cardinale Barbarin, con cui si è detto d’accordo anche il neo-presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia arcivescovo Vincenzo Paglia? “Preferirei metterla così: siamo davanti a un forte cambiamento strutturale, che avrà pesantissime ripercussioni sociali”.

 

Dopo la relazione, cui hanno assistito anche i cardinali Jean-Louis Tauran, Giovanbattista Re e Paul Poupard, quest’ultimo è intervenuto per concordare con il confratello, evidenziando il dilagare dell’ignoranza religiosa e ribadendo la necessità assoluta della rievangelizzazione dell’Occidente.

 

A proposito di famiglia non possiamo non ritornare su alcuni passi della prolusione del 25 settembre del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei: “La gente non perdonerà – ha evidenziato il presidente dei vescovi italiani – la poca considerazione verso la famiglia così come la conosciamo”. Aggiungendo che, in tempi come i nostri di “crisi seria e profonda”, dilagano invece i discorsi sulle “unioni civili, sostanzialmente un’imposizione simbolica”. E’ netta qui “l’impressione che non si tratti di dare risposta a problemi reali (…), ma che si voglia affermare ad ogni costo un principio ideologico, creando dei nuovi istituti giuridici che vanno automaticamente ad indebolire la famiglia”. Non c’è qui una contrapposizione tra concezioni laica e cattolica della famiglia: “Si tratta invece della dialettica tra diverse visioni ‘laiche’ dei diritti”. E “in realtà ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri”. Altro aspetto rilevante: “Si dice che certe discipline giuridiche non impongono niente a nessuno, ma solo permettono di avvalersi di una norma da parte di chi lo desidera”. Invece “è la situazione complessiva a non essere più la stessa, perché si viene a “modificare il significato proprio dell’istituzione matrimoniale, il pensare sociale ne viene pesantemente segnato e, di conseguenza, l’educazione dei propri figli”. Perciò “il riconoscimento di determinate situazioni o pratiche, (…) pur se non obbliga alcuno, è fortemente condizionante per tutti”. E’ evidente che “quando si vuole ridefinire la famiglia esclusivamente come una rete d’amore, disancorata dal dato oggettivo della natura umana – un uomo e una donna – e dalla universale esperienza di essa, la società deve chiedersi seriamente a che cosa porterebbe tale riduzione (…) anche sul versante affettivo ed educativo”. Il rischio, che “già si profila in altri Paesi”, è quello del “collasso”. Si chiede infine il cardinal Bagnasco: “Perché non si vuole vedere? non si vuole riconoscere le conseguenze nefaste di queste apparenti ‘avanguardie’? ”Perché si vuole mortificare la famiglia, che, “ancor più nell’attuale congiuntura, si rivela come fondamento affidabile della coesione sociale, (…) non certo ‘grumo’ di relazioni come taluno vorrebbe definirla per liquidarla?”. Nella prolusione il cardinale Bagnasco ha evidenziato anche il momento drammatico per l’Italia, i cui cittadini sono chiamati a stringere in misura inaudita la cinghia, mentre “continuamente si scopre che ovunque (NdR: notare l’avverbio) si annidano cespiti di spesa assurdi e incontrollati”, trionfando “immoralità e malaffare sia al centro come in periferia”.

 

In un momento di grande agitazione del mondo islamico per un film molto offensivo e alcune nuove irresponsabili vignette su Maometto, ha costituito un avvenimento di rilievo in controtendenza il viaggio apostolico di Benedetto XVI in Libano, pur se ridotta sorprendentemente a trafiletto giornaliero sui maggiori quotidiani nazionali italiani, con l’eccezione di ‘Avvenire’ (certo il Papa attira meno lettori della deliziosa e molto sventata Kate Middleton...). Ne parliamo con il ‘padrone di casa’ libanese, il Patriarca maronita Béchara Raï, che ricorda dapprima i momenti particolarmente “impressionanti” della visita : “L’incontro con i giovani, l’accoglienza del Santo Padre nel Palazzo presidenziale (“con il presidente, generale Michel Suleiman, che ha fatto tanto per il successo dell’avvenimento”), la messa conclusiva a Beirut, con l’inatteso gran numero di persone di tutte le comunità e confessioni che hanno riempito il piazzale e le vie della città, senza contare i numerosi gruppi che attendevano lungo la strada”. E i musulmani hanno partecipato veramente, al di là del caloroso benvenuto ufficiale? “Sì, non solo a livello di capi. Hanno ad esempio decorato le vie e le strade delle loro zone con gigantografie di Benedetto XVI e grandi striscioni e manifesti di accoglienza, anche là dove il Santo Padre non sarebbe passato. Questo l’hanno fatto sia a Beirut che in altre parti del Paese”. Ha già avuto qualche seguito interreligioso la visita del Papa? “Sì – annota il Patriarca maronita – lunedì 24 settembre si è tenuto a Bkerké, a porte chiuse, un vertice islamo-cristiano. Tutti hanno valutato la visita del Papa come ‘storica’ e giunta ‘al momento opportuno’. Posso anche dire che, aprendo la riunione, ho definito il film su Maometto offensivo non solo per i musulmani, ma per tutti i cristiani e ho chiesto che l’ONU intervenga con disposizioni che impediscano la denigrazione delle religioni. Richieste che sono state accolte da tutti e sono contenute nel comunicato finale”.

 

Sulla visita si sono soffermati in una serie di interviste a ‘L’Osservatore Romano’ tre cardinali curiali che, insieme con il Segretario di Stato, hanno accompagnato il Santo Padre. “Il Papa in Medio Oriente ha incontrato una Chiesa non da museo, ma viva e creativa. Sarà stata per lui una grande sorpresa vedere questa vitalità della Chiesa orientale cattolica. Una realtà che conosceva, ma che ora ha potuto toccare con mano”, ha osservato tra l’altro il cardinale Leonardo Sandri. Per il confratello Jean-Louis Tauran “Benedetto XVI (…) ha rinverdito il ricordo dei tempi in cui cristiani e musulmani vivevano insieme in molti luoghi”, perché “crede nella possibilità di tornare a quella convivenza”. Del resto “lo stesso muftì sunnita, proprio a conclusione dell’incontro, ha chiesto esplicitamente al Pontefice di lanciare un appello a tutti i cristiani affinché non lascino il Libano”. Il porporato francese, che ben conosce il Paese dei Cedri per esservi stato da professore e da diplomatico, si è detto poi impressionato dalla gioventù incontrata: “Mostra un grande entusiasmo e soprattutto la volontà di restare. I giovani hanno chiesto aiuto a tutti, anche al Papa. Li ho sentiti ripetere ‘Noi siamo nati qui, questa è la nostra terra, qui ci sono le nostre case, vogliamo restare qui’ .”Il cardinale svizzero Kurt Koch ha invece evidenziato il “buon esempio” di convivenza interreligiosa in Libano, “che potrebbe certamente essere seguito da tutti i Paesi, e non solo del Medio Oriente”. E ha aggiunto: “Il patriarca Raï mi ha detto che si sta pensando di organizzare incontri con tutti gli ortodossi per rileggere insieme e per approfondire l’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente”.

 

Di Siria e ‘primavera araba’ si è tra l’altro occupato, in un’intervista dal 23 settembre a ‘La Vanguardiadi Barcellona, il Segretario di Stato. Per il cardinale Tarcisio Bertone nella Siria del futuro “la presenza dei cristiani come artefici di riconciliazione resterà sempre fondamentale. Ora è importante salvaguardare l’unità del Paese”. Sulla ‘primavera araba’ il giudizio del porporato è sfumato: “All’ entusiasmo iniziale di molti è seguita una valutazione più prudente. In realtà ogni Paese ha la sua ‘primavera’, ma è vero che la condizione dei cristiani in alcuni Stati non è migliorata e in essi traspare la paura per il futuro”. Tuttavia, per un altro verso, i cambiamenti nel mondo arabo possono essere considerati “più come un’opportunità o una sfida che come un rischio per i cristiani”, considerato il desiderio di maggiore giustizia e libertà alla base di molte rivolte popolari. Nel saluto al Santo Padre all’inizio della grande messa di domenica 15 settembre a Beirut, anche il patriarca Raï a tale proposito aveva ricordato che il Medio Oriente sta vivendo “trasformazioni radicali che minacciano la sua sicurezza e la sua stabilità, ma certo sono anche portatrici di speranza”.