ROSSOPORPORA DI MARZO 2011 - 'IL CONSULENTE RE ONLINE'

 

L'omelia del card. Bagnasco per il 150.mo dell'Unità d'Italia. Sull'argomento le considerazioni anche dei card. Caffarra e Tonini. Il card. Gracias e le violenze in India. Il card. Tauran ricorda il ministro pachistano Bhatti, assassinato perché cristiano. I cardinali Sarah, Tauran, Bagnasco, Koch sulla 'primavera araba'. Le radici cristiane europee nelle parole dei cardinali Piacenza, Ruini, Erdoe. Il card. De Paolis rievoca don Giussani

 

Il 17 marzo l’Italia ha festeggiato (purtroppo non unitariamente) il centocinquantesimo dalla proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta a Torino nel 1861. Era quella un’Italia diversa anche nella conformazione: rispetto a oggi mancavano il Veneto (1866), Roma e il Lazio (1870), Trento e Trieste (1918, c’erano anche Istria e Dalmazia, poi perdute dopo la Seconda Guerra Mondiale). Ha festeggiato anche la Chiesa italiana: al messaggio del Papa (che è anche primate d’Italia), si è accompagnata la messa solenne in Santa Maria degli Angeli a Roma (presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, presenti le più alte cariche dello Stato), mentre lo stesso porporato e il confratello Tarcisio Bertone hanno partecipato nel pomeriggio alla cerimonia commemorativa ufficiale presso la Camera dei deputati. Ancora il presidente della Cei – stavolta con il cardinale Agostino Vallini – sedeva la sera nel Palco Reale del Teatro dell’Opera per seguire il sempre coinvolgente e commovente Nabucco verdiano diretto da Riccardo Muti.

Nell’omelia pronunciata nella Basilica di piazza della Repubblica, il cardinale Bagnasco ha subito evidenziato che “elevare a Dio un inno di ringraziamento per l’Italia non è retorica, né tantomeno nostalgia (…) ma la consapevolezza che la Patria che ci ha generato è una preziosa eredità e insieme una esigente responsabilità”. Noi non siamo “civilmente orfani”, perché “abbiamo la grazia di appartenere a un popolo, di avere una storia e un destino comune, di avere un volto”. Un volto, poiché senza di esso “non ci si incontra, non si riesce a conoscersi, a stimarsi, a correggersi, a camminare insieme, a lavorare per gli stessi obiettivi, ad essere popolo”. Un volto, “che rivela l’identità plurale e variegata della nostra Patria, in cui convivono peculiarità e tradizioni che si sviluppano in modo armonico e solidale, secondo quello che don Luigi Sturzo chiamava il sano agonismo della libertà. Potremmo aggiungere della operosità”.

L’Italia è poi caratterizzata “dai centomila campanili”, che “ispirano un sentire diffuso che identifica senza escludere, che fa riconoscere, avvicina, sollecita il senso di cordiale appartenenza e di generosa partecipazione alla comunità cristiana, alla vita del borgo del paese, delle città e delle regioni, dello Stato”. E poi: “come non esprimere affetto ed ammirazione per Roma, capitale d’Italia, memoria vivente della nostra storia plurimillenaria e provvidenziale sede del Successore di Pietro”. Come disse l’allora cardinale Giovanni Battista Montini in Campidoglio il 10 ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio, “Il nome di Roma appare nelle intenzioni divine”.

Sempre il 17 marzo il cardinale Carlo Caffarra ha presieduto nella Basilica di San Petronio la celebrazione per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, pronunciando un’omelia connotata da  contenuti significativi. L’arcivescovo di Bologna si è chiesto dapprima dall’angoscia biblica della regina Ester: “Quando una comunità nazionale – e lo Stato che la rappresenta – è in pericolo? In pericolo quanto al suo essere stesso?” La risposta del settantaduenne porporato così suona: “Se vogliamo che la nostra nazione – e lo Stato che la rappresenta – non sia a rischio, è necessario che custodisca la memoria dei suoi eventi fondatori attraverso la narrazione dei medesimi di generazione in generazione”. Tale narrazione “avviene in primo luogo nella famiglia, prima custode dell’identità di un popolo”. Del resto “la storia recente e passata della nostra nazione dimostra come essa sia stata soprattutto salvaguardata nei momenti più difficili dalla consistenza della famiglia”. Insomma è evidente che “la perdita della memoria di ciò che ha originato la nostra Nazione, la conseguente dilapidazione dell’eredità che quel principio ci ha trasmesso e continua a trasmetterci, costituisce il rischio più serio per uno Stato”. Qui il cardinale Caffarra ha citato il Machiavelli dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: “A  volere che una repubblica viva lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio”.

La conservazione di tale eredità implica anche “una responsabilità di ogni italiano credente o no”. Poiché “sarebbe assai pericoloso per il destino della nostra nazione se un male inteso concetto di laicità escludesse i cristiani dal dibattito e dalla deliberazione pubblica, a causa della loro fede; se leggi, decreti amministrativi, giurisprudenza oscurassero la presenza pubblica dei segni della fede e soprattutto dei valori che il cristianesimo ha depositato nella nostra coscienza pubblica”. Perciò, “cari amici, abbiamo bisogno che il Signore ci infonda coraggio. Cortaggio di assumere quella triplice eredità – l’eredità della fede, l’eredità della cultura, l’eredità dell’unità – che costituisce il contenuto della nostra memoria nazionale; di assumere la responsabilità dell’identità del nostro popolo: per custodirla, per non permettere che venga deturpata o distrutta”.

Ha poi rilevato il cardinale Caffarra: “quali sono i valori sui quali deve esistere quel consenso che precede ogni legittima diversificazione partitica? Il richiamo alla Carta costituzionale non basta a custodire l’unità: è necessario risvegliare forze unificanti precedenti. Quali? Esse esistono nel nostro popolo e nascono da quell’eredità culturale di cui parlavo. E’ questa che va custodita e risvegliata in ogni coscienza; non sostituita. Ed è un’eredità, quella culturale, generata dal cristianesimo”. Conclusione: “E’ nel cuore di ogni italiano che nasce e si conserva la nostra nazione e la sua unità. E’ in ognuno di noi che è presente tutto quel patrimonio formatosi di generazione in generazione, attraverso dolori, lotte e sofferenze, ed il martirio di tanti la cui memoria è benedizione. Noi non possiamo viverne al di fuori e sradicarci da esso: sarebbe il suicidio della Nazione”.  

Di memoria parla anche il cardinale Ersilio Tonini nell’ampia intervista apparsa su Avvenire del 17 marzo e intitolata significativamente “La mia Italia, orgogliosamente umile”: “Molti ragazzi non sanno. Non sanno quasi niente della nostra storia, di cosa hanno alle spalle– rileva il porporato che il 20 luglio sarà novantasettenne – Invece è fondamentale mantenere la memoria. Sapere da dove si viene e quanto è costato arrivarci”. Il presule è un fiume di ricordi anche familiari, come di quando il padre Cesare tornò dal fronte della prima Guerra: “Quel che capimmo noi figli era che aveva fatto semplicemente il suo dovere fino in fondo. Patria era una parola che in casa nostra si pronunciava con intensità e rispetto. Non con l’accento che avrebbe poi sviluppato il fascismo, in cui si avvertiva un sapore di volontà di dominio, di aggressività; patria era da noi una parola fiera, ma in pace”. Ancora il cardinale ritorna nei ricordi a suo padre: “Mio padre mi diceva che vera costata tanto la vittoria; e che le smanie di rivoluzione erano solo fantasie. Aveva fatto solo la terza elementare, ma aveva una grande stima dell’istruzione. Mi diceva: Verrà un giorno che anche i figli dei contadini studieranno e faranno la loro parte”. Esiste ancora quell’ Italia? Il ‘ministro della comunicazione’ di Giovanni Paolo II ne sembra convinto: “Esiste ancora, anche se sembra quasi non avere voce. Esiste ancora il bene, e il nostro antico buon senso. I figli, nella grande maggioranza, amano ancora il padre e la madre, e questa è la prima cosa, sono le fondamenta”. Ma in genere dell’Italia oggi si parla male… “Lo so, si sente dai giornali un gran parlar male dell’Italia; ma, se ci fa caso, a parlar male sono quasi sempre i sapienti, i dotti, che si sentono in dovere di esprimere solo critiche. E’ sempre stato così, mi creda”. Bisogna “tenere unita” l’Italia, “nonostante tutte le sue differenze, da salvaguardare dalle spinte dei localismi” . E bisogna avere “più speranza, e fiducia, e meno paura”.

Benedetto XVI ha ricevuto lunedì 21 marzo il primo gruppo di vescovi indiani in visita ad limina, guidati dall’arcivescovo di Mumbay cardinale Oswald Gracias. Intervistato da Radio Vaticana il sessantaseienne porporato ha osservato riguardo alla situazione dei cristiani in alcuni Stati indiani: “Tutti sanno delle violenze nell’Orissa tre anni fa: purtroppo il governo locale e la polizia hanno assistito passivamente agli attacchi contro i cristiani costretti a fuggire nelle foreste per sottrarsi alle aggressioni. Qualcosa di simile è successo nel Karnataka. Il risultato è che gli aggressori pensano di farla franca, perché la polizia e il governo sembrano volgere lo sguardo da un’altra parte e questo dà un messaggio sbagliato”. Una delle accuse contro la Chiesa riguarda presunte ‘conversioni forzate’… “Lo abbiamo ripetuto più volte: la Chiesa cattolica non crede nelle conversioni forzate, perché una conversione forzata non avrebbe senso. Non sarebbe una vera conversione, perché questa è una disposizione del cuore e qualsiasi cosa una persona sia costretta a fare, per quello che ci riguarda, sarebbe tecnicamente nulla”. Perciò, conclude il presidente della Conferenza episcopale indiana, “noi non abbiamo alcuna fretta di battezzare nessuno. Quindi l’accusa lanciata è del tutto ingiusta e falsa, almeno per quanto riguarda la Chiesa Cattolica”.  

Sempre lo stesso cardinale Gracias, come emerge da un comunicato dell’Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) del 10 marzo, ha guidato quattro giorni prima a Mumbai un corteo di protesta composto da migliaia di fedeli cattolici e di altri confessioni. Protesta contro chi e che cosa? Contro l’autorità locale che, nell’ambito di “un programma di miglioramento della viabilità”, prevede di smantellare 729 croci. “Un’azione iniqua ed illegale” – ha rilevato il presule, chiedendo poi ai cristiani di trovare “la forza di perdonare” e alle autorità di “tenere maggiormente in considerazione la sensibilità di chi crede”. Intanto nello Stato indiano del Karnataka proseguono le violenze anticristiane, tanto che il porporato ha detto ad Acs che “è impossibile avere giustizia in quello Stato, perché gli estremisti indù hanno un immenso potere: sono al governo, sono infiltrati nel sistema giudiziario, nella burocrazia e nella polizia”.

Il quarantaduenne cattolico Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze nel governo pachistano (unico cristiano presente) è stato assassinato all’inizio di marzo a Islamabad da estremisti islamici. Conosciuto per la suo grande e costante impegno a favore della libertà religiosa e in difesa della comunità cristiana, aveva lanciato ripetutamente appelli per la liberazione di Asia Bibi, la cristiana madre di cinque figli condannata a morte per cosiddetta ‘blasfemia’. Una messa di suffragio è stata celebrata anche a Roma, il 6 marzo, presso il Pontificio Collegio san Pietro Apostolo ed è stata presieduta dal cardinale Jean-Louis Tauran. Con parole commosse il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha detto tra l’altro: “Poiché, da bambino e da uomo, Shahbaz ha fatto sì che Gesù incrociasse il suo sguardo e aprisse il suo cuore, egli non ha più avuto alcuna paura,  anzi ha avuto il coraggio di servire i suoi fratelli cristiani e non cristiani, il proprio Paese, di offrire i suoi servizi alla Chiesa, a rischio della propria vita”. Per questo “dobbiamo rendere grazie a Dio per aver messo sulla nostra strada quest’autentico martire, cioè testimone della fede cristiana, che ha saputo dire e fare e che ci ricorda che nella croce si trova l’autentica speranza”.

Il porporato francese ha ribadito che “non esiste un Cristianesimo senza la croce”, perché “il messaggio evangelico disturberà sempre. Ma l’amore dei cristiani per tutti sarà sempre luce, consolazione e solidarietà in mezzo alla violenza”. Il cardinale Tauran ha anche rievocato l’ultimo incontro con Shahbaz Bhatti: “Mi vengono alla mente immagini commoventi delle due eucaristie che ho celebrato in Islamabad e in Lahore, nel mese di novembre scorso. La domenica 238 novembre il ministro Bhatti venne a salutarmi all’aeroporto di Lahore e mi disse: So che mi uccideranno. Offro la mia vita per Cristo e per il dialogo interreligioso”. Ha concluso il presule sessantaseienne: “A tutti i nostri fratelli e sorelle cattolici del Pakistan giunga il nostro messaggio di comunione nella fede, nella speranza e nella carità. Spesso si sentono soli, senza protezione. Aspettano molto dalla comunità internazionale. Stamani il Santo Padre li ha raccomandati alla preghiera di tutta la Chiesa”. 

I tumultuosi avvenimenti di questi ultimi mesi nell’Africa del Nord e in altri Paesi Arabi hanno colto di sorpresa (anche) il cardinale Robert Sarah. Che, in un’ampia intervista a L’Osservatore Romano del 26 febbraio, osserva: “Non mi sarei mai aspettato che in paesi in cui la religione maggioritaria è l’Islam e la gente è abituata alla sottomissione, si verificassero rivolte di una tale gravità. Evidentemente la pressione è stata forte, forse troppo”. Perché “l’uomo sopporta, ma ci sono limiti anche alla sopportazione. Soprattutto quando ci si trova davanti a situazioni di ingiustizia come quelle che si sono rivelate nei Paesi del Maghreb”. Aggiunge poi il presidente del Pontificio Consiglio Cor unum: “Non so naturalmente quale sia l’origine vera dei fatti che stanno accadendo oggi. Voglio sperare che finiscano presto le violenze. La violenza non è mai accettabile, in nessuna condizione. Tanto meno quando, per salvare un uomo solo, se ne uccidono così tanti, come sta accadendo in questi giorni in Libia”.

In un’intervista a La Stampa del 20 marzo, il cardinale Paul Poupard ha espresso alcune considerazioni proprio sulla situazione libica (a tre settimane di distanza dall’intervista al confratello Sarah), chiedendo “di agire per preservare le popolazioni inermi e i civili innocenti dalle violenze”. Un’azione che però deve essere fatta con il consenso arabo: “Il vertice di Parigi – ha osservato il porporato francese – si è svolto tra Unione europea, Stati Uniti e Paesi arabi e ciò è fondamentale. Nel mondo arabo c’è una pesante eredità costituita dal passato coloniale e nessuno può fare azioni che non siano capite e correttamente interpretate dalla coscienza pubblica araba. (…) Per il successo di qualunque operazione di salvaguardia dei civili è decisivo coinvolgere a livello politico e diplomatico i Paesi arabi”.

Da parte sua il cardinale Angelo Bagnasco, interpellato sempre il 20 marzo a Genova, ha approvato le operazioni militari contro Gheddafi: “Il Vangelo ci indica il dovere di intervenire per salvare chi è in difficoltà. Se qualcuno aggredisce mia mamma che è in carrozzella, io ho il dovere di intervenire”, ha detto il presidente della Cei, auspicando che “si svolga tutto rapidamente, in modo equo e giusto”.

Il 21 marzo il cardinale Kurt Koch ha rilasciato a Radio Vaticana una dichiarazione in cui constata “lo smarrimento” della Comunità internazionale fin qui incapace di una reazione ferma e corale contro le azioni di Gheddafi. Queste le parole del porporato svizzero: “Trovo la situazione in Libia oltremodo tragica. Soprattutto mi sconcerta l’impotenza della Comunità internazionale a contrastare quanto è avvenuto. Ora si è cercato di ottenere almeno una zona in cui i voli sono vietati. Però è troppo tardi. Mi fa veramente rabbia constatare come l’intero mondo guardi come un dittatore massacri il suo popolo. Ciò è una nuova conferma che fatto che crediamo di essere intelligenti quando condanniamo il passato e tuttavia in realtà non lo siamo, dato che non sappiamo riconoscere i segni del presente”.

A proposito della disastrosa situazione giapponese, causata dal violentissimo terremoto, da uno tsunami con onde che hanno raggiunto i quindici metri di altezza e da un’insufficiente sicurezza nucleare (con i gravissimi danni conseguenti) registriamo una interessante dichiarazione alla Radio Vaticana del cardinale Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga. Ha detto il presidente di Caritas Internationalis: “Ho sentito persone che osservavano che, siccome il Giappone è ricco, può aiutarsi da se stesso. Questo però non è certo un criterio cristiano di valutazione. Noi non chiediamo se uno è ricco o se è povero. Chiediamo invece: Soffre? E questo lo facciamo, perché siamo cattolici. E’ la nostra fede che ci porta ad aiutare. Perciò anche noi di Caritas Internationalis chiamiamo ad aiutare il Giappone”.

Lunedì 21 marzo il cardinale Mauro Piacenza ha presieduto presso l’abbazia di Montecassino la tradizionale messa solenne per la festa di san Benedetto. Che è anche patrono d’Europa. Perciò l’omelia non poteva non svilupparsi attorno al tema delle ‘radici cristiane’ del nostro continente, un tema inviso ai laicisti di ogni latitudine. Da pochi giorni la Grande Chambre della Corte europea dei diritti umani aveva ribaltato il giudizio – espresso da una sua sezione e pubblicizzato il 3 novembre 2009 – contro l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche (vedi in questo numero l’articolo nella rubrica ‘Attualità’) e il prefetto della Congregazione per il Clero l’ha segnalato con soddisfazione, aggiungendo: “Il crocifisso, che è il principio vivificante della immensa opera benedettina, è stato riconosciuto non solo come un principio unificatore dell’Italia proprio nella coincidenza del 150.mo anniversario della sua unità politica, ma anche come un principio identitario al quale possono guardare i Paesi europei!”.

Per il porporato genovese “l’apporto che san Benedetto ha dato alla costruzione religiosa, culturale e civile dell’Europa è senza paragoni”. Di più: “Dovremmo giungere ad affermare, anche dal punto di vista della corretta critica storica, che nessuno ha fatto per l’Europa più di san Benedetto da Norcia e, per conseguenza, la sua persona, il suo stile, il suo pensiero, dovrebbero essere punti di riferimento imprescindibili per chiunque voglia parlare, occuparsi, lavorare e spendersi realmente per la buona causa dell’Europa”. Ha poi evidenziato il presule sessantaseienne: “La verità di un servizio di guida e di governo di un popolo si misura esattamente su quanto esso sia capace di impedire le cadute del popolo stesso; cadute economiche, certo, ma soprattutto cadute culturali e morali, che sfigurano il volto del popolo e, al suo interno, corrompono gli individui”. E ha insistito, non a caso: “L’idea che l’indebolimento culturale del popolo e della sua coscienza, strumentalmente ottenuto attraverso la corruzione dei costumi, sia uno strumento di potere e di controllo, è tanto falsa quanto pericolosa. Essa espone il popolo ai rischi più grandi e mente ai governanti sul reale significato del potere e del servizio, al quale essi sono chiamati”. Invece, come sosteneva san Benedetto, “un uomo di responsabilità pubblica deve sempre saper ascoltare la storia, ascoltare gli uomini, ascoltare profondamente se stesso e, se credente, ascoltare costantemente la voce di Dio, che parla nella coscienza, nella rivelazione e nel magistero della Chiesa”.

Per il cardinale Piacenza l’Europa “o riscopre la propria identità, necessariamente cristiana, o rischia semplicemente di non più esistere come Europa”. Anche i dubbiosi e i non credenti lo dovrebbero fare, “riconoscendo la realtà del dato storico e la valenza culturale di un’identità etico-religiosa, senza la quale il Vecchio Continente rischierebbe realmente di perdersi”. Lo si sappia, ha ammonito verso il termine della sua forte omelia il porporato: “Non riscoprire le radici cristiane dell’Europa e addirittura ostacolarne in ogni modo la potente rifioritura, coincide, in realtà, con il mettere in pericolo la stessa democrazia, la quale, privata di una piattaforma di valori condivisi, può essere esposta ad ogni forma di aberrante degenerazione”. La Chiesa in tale ambito non potrà mai tacere, alzando chiara la voce in primo luogo per il rispetto “dell’assoluto, integrale e moralmente vincolante diritto alla vita”, che oggi in Europa è giuridicamente degenerato in maniera inaudita.

In una lunga intervista, apparsa su L’Osservatore Romano del 26 febbraio e intitolata I valori che identificano l’Europa, il cardinale Peter Erdö parla anche della ‘questione del crocifisso’ nei luoghi pubblici: “Di certo, anche se lo Stato in Europa generalmente non è confessionale, la presenza dei simboli religiosi nei luoghi pubblici non viola la separazione tra Stato e Chiesa, ma è una manifestazione importante dell’identità culturale dei popoli europei. (…) Non è che qualcuno possieda una ragione sufficiente per far scomparire tutto questo”. Più in là osserva il presidente del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee): “La presenza delle Chiese non è per niente una cosa negativa, ma una risorsa che giova persino all’ordine pubblico”. Quale il motivo? “Una convinzione morale che sia largamente diffusa, basata sulla realtà dell’essere umano, del mondo, sulla capacità umana di conoscere la realtà del mondo e i criteri di comportamento umano, è una risorsa che può dare stabilità alla società, proteggendola dall’anarchia e dalla criminalità”. Perciò – constata il porporato ungherese – “è comprensibile che non pochi politici del mondo ex-comunista appoggino proprio le Chiese tradizionali nei loro Paesi, vedendo la necessità di riguadagnare una dignità, un’identità del proprio popolo, per evitare il crollo e il conseguente vuoto culturale che si trova in seno alle società secolarizzate di certe nazioni, dove la caduta del comunismo ha lasciato terra bruciata”.

La sentenza della Grande Chambre di Strasburgo (vedi anche articolo in questo stesso numero, nella rubrica ‘Attualità’) ha ricolmato di “gioia profonda” anche il cardinale Camillo Ruìni, come si legge in un’intervista apparsa su La Stampa del giorno di san Giuseppe. Ha rilevato in particolare il presidente emerito della Cei: “Dato che si tratta di una sentenza di una Corte europea, oso formulare un auspicio. E cioè che questo pronunciamento possa aiutare non solo l’Italia ma l’Europa intera a liberarsi dall’odio di se stessa, il cui oggetto principale sembra essere proprio il cristianesimo. Questo strano sentimento, come ha più volte affermato Benedetto XVI, è forse la ragione più profonda delle sue attuali debolezze.

Il cardinale Velasio de Paolis ha presieduto una delle molte messe che si sono celebrate non solo in Italia il 22 febbraio per ricordare don Luigi Giussani nel sesto anniversario della sua morte. Nell’omelia a Santa Sabina all’Aventino, il porporato scalabriniano ha sintetizzato in modo incisivo la vita del ‘padre’ di Comunione e Liberazione: ”La vita di don Giussani e del suo movimento inizia una decina d’anni prima del Concilio, vive il Concilio e l’esperienza del postconcilio”. In quei tempi “nella Chiesa si fanno nuovi tentativi non sempre felici. Soprattutto si delineano due correnti ugualmente perniciose: i tradizionalisti e i progressisti”. A chi attribuire don Giussani? “Don Giussani e il suo movimento non è stato possibile catalogarli né tra i progressisti né tra i conservatori”. Perché? “il motivo è molto semplice. Non si è presentato con l’offerta di cose nuove o antiche. Egli scrive: Non solo non ho mai inteso fondare, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di aver sentito l’esigenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti fondamentali del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta. “

Perciò, “nell’accettazione della tradizione della Chiesa, don Giussani non si ritrova prigioniero di schemi del passato. Piuttosto egli intuisce che in questo modo, invece che disperdersi nella ricerca di nuove vie dottrinali delle quali non sente il bisogno, può servirsi del ricco patrimonio dottrinale filosofico e teologico della Chiesa per approfondire proprio l’incontro personale degli uomini con Cristo e ripresentare così il messaggio originario con nuova forza e vigore, dialogando in modo sicuro proprio con la cultura del tempo e offrendo una risposta sicura ai bisogni più profondi dell’uomo”.