IL PRIMO ANGELUS DI PAPA FRANCESCO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org, 17 marzo 2013

E’ un Papa che dà speranza, un Papa che pone le domande fondamentali della vita e chiede risposte che possano contribuire – con il contributo di tutti - a cambiare il mondo.

 

E’ entrato subito nelle simpatie della maggior parte della gente, riscaldandone il cuore; non piace invece a chi guarda il futuro con timore e reagisce aggrappandosi rigidamente a forme rituali consolidate. E’ certo un Papa che, almeno in questi primi giorni, ha scompaginato usanze antiche, obbligando gendarmi e guardie svizzere a una flessibilità mentale estrema. Ed è un Papa che ha già detto, magari prendendo a prestito episodi del suo cammino, parole che restano e diventano programma di vita per tutti. Tanti quelli che le hanno ascoltate oggi: solo in Piazza San Pietro e in via della Conciliazione il primo Angelus domenicale ha raccolto almeno 200.000mila persone.

Sono le nove. La metropolitana è già affollata. Sbarchiamo a Ottaviano e ci incamminiamo con tanti altri verso il colonnato. Ci fermiamo a porta Sant’Anna, poiché in quella chiesa papa Francesco ha deciso di celebrare la messa delle 10.00. Davanti all’ingresso vigilano Guardie svizzere, Gendarmeria vaticana e Pubblica sicurezza italiana. Alle 9 e mezzo la folla preme contro le transenne, in attesa dell’arrivo del Papa. Un’auto con i fari accesi, poi la macchina vaticana targata SCV 03758. Ne scende Francesco, che è in grande anticipo e coglie l’occasione per salutare gioiosamente e singolarmente chi è assiepato dalla parte della caserma della Guardia svizzera. Si levano cori di ‘Francesco, Francesco”. Viene anche verso di noi, che sopravviviamo a mo’ di sardine su via di Porta Angelica. E’ sorridente, viene acclamato; riusciamo a scattare anche qualche foto da vicino tra la minaccia di una telecamera e uno sballottamento. Poi il Papa entra e celebra la messa; tiene l’omelia in cui evidenzia la virtù della misericordia. Prima del congedo, dopo i saluti del parroco padre Bruno e del cardinale Comastri (che rievoca Giovanni Paolo II alla Verna: “Qui alla Verna ed ad Assisi è nato il francescanesimo, ma in qualche modo è rinato anche il Cristianesimo, ritrovando la semplicità e il fervore degli inizi”), il Papa chiama accanto a sé un prete argentino: “Voglio farvi conoscere un prete che viene da lontano, (…) un prete che da tempo lavora con i ragazzi di strada, con i drogati. Per loro ha aperto una scuola, ha fatto tante cose per far conoscere Gesù, e tutti questi ragazzi e ragazze di strada oggi lavorano con lo studio che hanno compiuto (…), credono e amano Gesù. Io ti chiedo, Gonzalo, vieni per salutare la gente: pregate per lui”. Conclusa la celebrazione, papa Francesco a passo svelto esce, si pone davanti all’ingresso e saluta a uno a uno tutti i fedeli (molti gli argentini): accarezza i bambini, dice a ciascuno “Prega per me”. Poi saluta, sempre singolarmente, altre centinaia di persone che si assiepavano dietro le transenne. Infine, considerato come ormai si avvicini l’ora dell’ Angelus, riescono a convincerlo a salire in macchina per raggiungere l’appartamento papale (non ancora disponibile) alla cui finestra Francesco si affaccerà per la preghiera domenicale.

Intanto la piazza si è riempita. Le code lunghissime alle varie entrate sono finite per mancanza di spazio disponibile dentro. Vicino all’obelisco gruppi giovanili neocatecumenali di Napoli ritmano una tammurriata; poco distante ecco lo striscione dei gruppi di preghiera di Medjugorje (Verona e Roma). Più in là i disabili dell’Unitalsi, bandiere dell’intera America latina, striscioni ispanici su cui sta scritto “Tu eres Pedro”. Dietro l’obelisco spunta un grande striscione bianco con scritta in nero (simboleggia il rapporto tra il nero dei gesuiti e il bianco del Pontefice?), vegliato dai romagnoli Michele, Cristina e Letizia. Non mancano quaranta astigiani, foulard bianco-verde al collo, giunti da Portacomaro, comune d’origine dei Bergoglio. Il sindaco Valter rievoca la casa di famiglia in collina e ricorda come l’allora cardinale sia venuto una decina di anni fa in visita strettamente privata. Ritroviamo il terremotato aquilano Angelo Giordano – stavolta senza il nipotino Marco, troppo raffreddato – colpito soprattutto da due virtù di papa Francesco: la semplicità, la riconoscenza verso papa Benedetto XVI. Sara e Giulia (padovana) invece sono due studentesse in Medicina. La prima: “Sono venuta per abbracciare il Papa. Forse questo Papa ha qualcosa di speciale: il nome”. La seconda: “Papa Francesco mi è sembrato molto vicino alle persone. Mi è venuto spontaneo andargli incontro”.

A mezzogiorno, in un tripudio di applausi e di sventolio di bandiere, papa Francesco appare. Ed è subito colloquiale: “Fratelli e sorelle, buongiorno!”. Segue immediata una riflessione significativa: “E’ bello, è importante per noi cristiani incontrarci di domenica, salutarci, parlarci come ora qui, nella piazza”. Prendendo spunto poi dal Vangelo dell’episodio della donna adultera che Gesù salva dalla lapidazione, papa Francesco ricorda che “il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza”. E chiede: “Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che Lui ha con ciascuno di noi? Quella è la Sua misericordia.”

 

Il Santo Padre poi cita – anche qui in modo del tutto inusuale – un libro del cardinal Walter Kasper (“un teologo in gamba, un buon teologo”) sulla misericordia: “Mi ha fatto tanto bene quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene!”. E’ vero che “un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto”. Un altro ricordo a tale proposito, quando nel 1992 la statua della Madonna di Fatima è arrivata a Buenos Aires: una vecchina gli disse che “se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. E Jorge Mario Bergoglio sentì la voglia di domandarle: “Mi dica, signora, Lei ha studiato alla Gregoriana?”, “perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo”. Il problema è che “noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare”. Infine la recita dell’Angelus, “tutti insieme” (e molti l’hanno fatto), il grande applauso che sale dalla Piazza e dalle vie circostanti, il rientro a Santa Marta, dove domani mattina, lunedì 18 marzo, riceverà la ‘presidenta’ Cristina Kirchner, non certo felicissima per l’elezione del compatriota – abituato a parlare con voce di verità, sia sulla corruzione dilagante che sui cosiddetti ‘matrimoni gay’ -  con cui spesso è entrata in conflitto.