PAPA FRANCESCO: COMUNICAZIONE ED INTERROGATIVI - di GIUSEPPE RUSCONI – su www.rossoporpora.org – 21 gennaio 2015

 

Alcune riflessioni su quel che è presumibilmente restato nella nostra opinione pubblica del viaggio apostolico di papa Francesco nello Sri Lanka e nelle Filippine. Elefanti, folla sterminata, pugno, conigli: potenza dei media che sanno evidenziare, anche in modo non innocente, ciò che stupisce l’occhio e che attira l’attenzione del cervello.

Che cosa è restato nell’opinione pubblica alle nostre latitudini (che non è specializzata in cultura cattolica e che le informazioni le trae in gran parte dai titoli dei media) del viaggio apostolico di papa Francesco nello Sri Lanka e nelle Filippine? Da una nostra piccola e artigianale indagine romana si può arguire quanto segue.

Tra le immagini: gli elefanti di Colombo, bardati come nobili francesi del Settecento; l’enorme, gioiosa e nel contempo commovente folla di Manila (oggettivamente incalcolabile, resterebbe enorme anche se in realtà fosse stata di qualche milione inferiore all’annunciato).

Tra le parole: pugno, conigli, anche (in più di qualche caso) “in teoria il Vangelo…”.

Tra i gesti: papa Francesco che, sorridente/compiaciuto, mima l’eventuale pugno destinato a chi offende la mamma. (il che ha rafforzato le parole pronunciate).

Per quanto riguarda le immagini: che si ricordino gli elefanti non desta stupore. Sono animali che, un po’ come gli orsacchiotti, destano grande simpatia anche perché evocano l’infanzia. Che si sia fissata nella memoria l’enorme folla di Manila (specie se vista dall’alto) pure non sorprende, data l’eccezionalità dell’evento. Per il mondo massmediatico sia gli elefanti che la folla sterminata erano comprensibilmente soggetti interessanti, tali da attirare l’occhio del lettore.

Per quanto riguarda le parole: una dozzina – tra Sri Lanka e Filippine - i discorsi, anche improvvisati, come quello con i giovani filippini (di cui qualcuno ricorda comunque l’insistito riferimento alla necessità di saper piangere ascoltando il racconto delle esperienze altrui, un pianto che consente di capire e rispondere). Eppure nel grande pubblico di tali discorsi, pur ricchi di stimoli alla riflessione, non è restato quasi niente.

Due le conferenze-stampa in aereo: la prima tra Colombo e Manila, la seconda tra Manila e Roma. Come è già capitato in altre occasioni, tali incontri volanti con la stampa hanno oscurato – nel flusso della comunicazione mondiale – tutto il resto. Non perché i media abbiano riferito ampiamente (o almeno riferito) dei tanti argomenti importanti emersi nelle conferenze-stampa. E non perché le parole del Papa siano state riportate compiutamente e nel contesto dell’una o dell’altra riflessione su tal o tal altro argomento delicato. No. Come nei casi precedenti (vedi ritorno dal Brasile con il famoso “Ma chi sono io per giudicare?”, che – isolato dal contesto – è diventato una sorta di leitmotiv per la nota lobby), il sistema mediatico ha estrapolato parole e frasi brevi (percepite comprensibilmente come dirompenti e dunque da grandi titoli e tanti lettori) da ragionamenti papali più complessi. E’ evidente peraltro che tale possibilità di estrapolazione non ci sarebbe stata se papa Francesco certe parole e frasi non le avesse pronunciate.

Legata alla stretta, tragica attualità francese l’immagine del pugno, evocata tra Colombo e Manila: il Papa ha evidenziato che non si può uccidere in nome di Dio per un’offesa alla propria religione, ma “è normale! è normale!” se “un pugno” dovesse raggiungere chi offende la mamma. Perché la libertà di satira ha dei limiti precisi e non può insultare l’altro in ciò che ha di più intimo, mamma o religione che sia. L’immagine così diretta ha suscitato scompiglio e forte imbarazzo all’interno del mondo cattolico (e non solo). Papa Francesco è tornato sull’argomento nel volo tra Manila e Roma. Tuttavia non ha modificato la percezione avuta nella conferenza-stampa precedente. In sintesi ha rilevato che in teoria siamo tutti d’accordo che non ci deve essere una reazione violenta a un’offesa, in teoria possiamo essere evangelici, porgendo l’altra guancia. In pratica tuttavia “siamo umani” e chi offende “rischia di ricevere una reazione non giusta”. Ma pur sempre “umana”. Da notare che quell’ “in teoria” si presta a ricadute certo involontarie ma potenzialmente dirompenti nella pastorale di ogni giorno.

Nella seconda conferenza-stampa in aereo c’è un altro passaggio con un’immagine non proprio irenica. Raccontando del tentativo personale di corruzione operato da due funzionari ministeriali quand’era  arcivescovo di Buenos Aires, il Papa ha detto: “In quel momento ho pensato cosa fare: o li insulto o gli do un calcio dove non dà il sole o faccio lo scemo”. Anche qui il tutto ha suscitato imbarazzo per il linguaggio diretto utilizzato, che – se può destare simpatia per un Papa così alla mano, ben immerso nei problemi della vita reale, quotidiana … insomma “uno di noi” che guarda all’essenziale, non si arrampica sugli specchi e non spacca il capello in quattro - dà spazio anche a una serie di riserve, almeno di tipo educativo. Pensando ad esempio all’effetto imitazione o alla tentazione di nascondersi dietro le parole del Papa per scusare atteggiamenti propri.

Veniamo all’altra parola papale che si è ritrovata nei titoli di gran parte del sistema massmediatico: la parola “conigli” riferita al concetto di “paternità responsabile”. Il Papa ha evocato l’esempio di una donna che aveva sette figli nati con parto cesareo e ne aspettava un ottavo. “Ma questa è una irresponsabilità. No, io confido in Dio. Ma guarda che Dio ti dà i mezzi, sii responsabile”. Ha continuato papa Francesco: “Alcuni credono che – scusatemi la parola, eh – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No, paternità responsabile”. Quel “conigli”, associato a “paternità responsabile” è stato immediatamente interpretato come una ‘svolta storica’ nella Chiesa, con papa Francesco che avrebbe ‘aperto’ alla contraccezione, financo all’aborto. Evidente, anche solo per chi ha letto la risposta completa alla domanda di un giornalista tedesco (prescindendo dalle tante occasioni in cui il Papa ha parlato del problema), che Jorge Mario Bergoglio non ha ‘aperto’ per niente, né ha mai avuto intenzione di ‘aprire’. Tuttavia, se si considerano quelle parole isolate dal contesto, così come sono giunte alle orecchie e agli occhi di milioni di ascoltatori e lettori teledipendenti e divoratori di titoli dei giornali, l’impressione che se ne ricava può anche essere diversa da quel che pensa veramente papa Francesco. Quando al bar ti senti dire che “anche il Papa, finalmente, si è accorto che la contraccezione e l’aborto possono essere necessari per non vivere come conigli!”, hai un bel replicare che non è così, ecc… Ti obiettano subito: “Però quelle parole lui le ha dette”. Senza contare che quel ‘conigli’ è stato percepito come un vero e proprio infortunio linguistico, anzi una vera e propria offesa da quelle famiglie che hanno un bel numero di figli: “Non doveva fare quell’esempio. Non ci sentiamo irresponsabili se Dio ci ha voluto dare cinque o sei figli, che abbiamo allevato con amore”, rilevano alcuni amici. Del resto abbiamo pensato anche all’amarezza suscitata da quelle parole tra le famiglie neocatecumenali. E non basta a mitigarla il fatto che anche recentemente papa Francesco abbia incontrato e incoraggiato le famiglie numerose. Quell’espressione “come conigli” resta appiccicata… sarà difficile staccarla.

Erano queste alcune delle riflessioni originate in noi, in base a una nostra esperienza un po’ artigianale nei dintorni di piazza Bologna,  dall’effetto indotto da alcune parole di papa Francesco nell’opinione pubblica alle nostre latitudini. Con i media come strumento compiaciuto e non certo innocente, ma anche professionalmente in grado di cogliere e nel contempo manipolare l’occasione, ritenuta ghiotta come poche altre.