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    RAZZISTI IN CHIESA? LA DOMENICA, L'AVVENIRE, LA CEI E L'UNGHERIA

    RAZZISTI IN CHIESA? LA DOMENICA, AVVENIRE, LA CEI E L’UNGHERIA– di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 23 luglio 2018

     

    Nella ‘Preghiera dei fedeli’ di ieri, domenica 22 luglio, un invito a pregare molto curioso, con considerazioni da post-sbornia o da allucinazione ideologica. ‘Avvenire’ poi prosegue nel suo delirio politico e il numero di venerdì 20 luglio ne è un esempio fulgido, esaltando un comunicato della presidenza della Cei su cattolici e  migranti e l’azione giudiziaria intrapresa dall’Unione europea contro l’Ungheria.

      

    Come di consueto ieri mattina siamo andati a Sant’Ippolito alla messa domenicale. E, giunti alla Preghiera dei fedeli, ne abbiamo sentita una assai curiosa. Si è chiesto di pregare – conformemente al testo del settimanale ‘La Domenica’ dei periodici San Paolo di Alba – “perché la nostra comunità sia capace di abbattere il muro di separazione che divide i membri a motivo del colore, della cultura, della situazione sociale e offrire unità e pace”. Dal testo si evince che dentro le  comunità (ovviamente quelle cattoliche italiane) si innalzano “muri di separazione” motivati dal colore, dalla cultura, dallo stato sociale” dei membri. Devono essere muri radicati e imponenti,  considerato come si ritenga addirittura di dover pregare per abbatterli: insomma il fenomeno dev’essere diffuso. Francamente è questa un’esperienza che non ci è mai capitato di fare: divisioni ce ne sono, ma non certo per le ragioni addotte da ‘La Domenica’.  Vi è mai capitato di notare in chiesa esaminatori puntuti dello stato sociale o del cursus studiorum dei vicini di banco, così da spostarsi immediatamente se ritenuto opportuno? Peggio: avete mai movimenti tra i banchi intesi a fuggire la prossimità di vicini ‘di colore’? Non sarà che gli estensori della ‘Preghiera’ l’abbiano redatta dopo una robusta degustazione dei vari tipi di Barbera? A meno che non siano di quelli – allucinati ideologicamente per conto proprio – che vedono biechi razzisti dappertutto e intanto semmai il razzismo lo fomentano con il loro atteggiamento irresponsabile.

     

    Passiamo ad Avvenire, quotidiano che pure – come ricordato più volte – comprende anche pagine di valore, quelle di ‘Agorà’ ad esempio o quelle che approfondiscono temi come la lotta alla droga o al fenomeno del caporalato. Sono aspetti del giornale quest’ultimi che tuttavia vengono ‘oscurati’ dalle campagne politiche ed ecclesiali dissennate cui purtroppo lo stesso Avvenire ci ha abituato in questi ultimi anni.  Del resto non si può non notare la grave e palese contraddizione tra gli approfondimenti citati (che denunciano anche le commistioni tra mondo della droga, fenomeno del caporalato e criminalità) e campagne dissennate come quella in favore del business dell’accoglienza (business spesso che coinvolge la criminalità delle due sponde del Mediterraneo).  Ma tant’é.

     

    Intanto è interessante sapere che il quotidiano cattofluido, secondo le rilevazioni ufficiali dell’Accertamento dati diffusione (Ads), nel maggio 2018 ha venduto giornalmente in edicola 21.091 copie (22.mo posto ventiduesimo – esclusi i quotidiani sportivi - poco davanti all’ Eco di Bergamo e a La Verità e poco dietro al  Corriere Adriatico e al Giornale di Vicenza, più staccato dall’Arena di Verona, Italia oggi e Libero ), mentre per quanto riguarda la tiratura media (137.959) e la diffusione complessiva (116.593) occupa la quarta e la quinta posizione, grazie alla montagna di abbonamenti (oltre ottantamila) in larga parte ‘obbligati’ data la miriade esistente di istituzioni cattoliche (quante di queste ottantamila copie siano lette veramente è arduo stabilirlo… anche se l’esperienza visiva dimostra che in non rari casi non vengono nemmeno sfogliate). 

     

    UN NUMERO FULGIDO QUELLO  DI  AVVENIRE DEL 20 LUGLIO 2018…

    In ogni caso Avvenire prosegue imperterrito nei suoi deliri ideologici, ogni tanto parzialmente e a malincuore corretti (vedi l’editoriale di ieri, domenica 22 luglio 2018 contro le ‘iperboli’ nel dibattito politico). Esemplare l’edizione di venerdì 20 luglio 2018, in cui il quotidiano si è occupato ampiamente di due tra i temi favoriti nella sua lotta dissennata: l’accoglienza dei migranti e la politica ungherese in materia. Il numero del 20 luglio è interessante anche per altri motivi (ce ne occuperemo una delle prossime volte).  

    Il titolone di apertura della prima pagina così suona: “Con i poveri. Senza paura”. Ma no? Occhiello: “La Ue deferisce l’Ungheria alla Corte di Giustizia per il giro di vite su migranti e ong (…)”. Sommario: “L’appello dei vescovi: ‘Non volgere lo sguardo - Dire no all’imbarbarimento, salvare, accogliere’. Insomma occhiello e sommario mostrano quali sono i temi principali: l’azione giudiziaria dell’UE contro l’Ungheria e il comunicato-appello della presidenza della Cei (molto sbrigativamente tradotto con ‘i vescovi’) a proposito delle polemiche sull’accoglienza.

     

    UN COMUNICATO CHE RISPONDE ANCHE A UNA LETTERA DI CATTO-SINISTRI INDIGNATI DA SALVINI

    Il comunicato della presidenza della Cei: il testo è riprodotto integralmente in prima pagina.

    E’ un testo che in qualche modo ‘risponde’ anche a una lettera-appello indirizzata a metà luglio al card. Bassetti e a tutti i vescovi italiani da un centinaio di teologi, direttori di Uffici pastorali, docenti non solo universitari, sacerdoti, religiose e religiosi, laici ‘impegnati’, giornalisti (le firme sono poi salite a oltre mille). Nella lettera si rileva in perfetto stile catto-sinistro che “cresce sempre più una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia”, “avallata e diffusa persino da rappresentanti di istituzioni” (e ti pareva che non c’entrasse Salvini…). Successivamente, sempre in tale collaudato stile, si evidenzia che “sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, nel contempo, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli in contesti degradati e degradanti” (una gamma di situazioni molto diverse, ma… tutto fa brodo…). Poi la stanca litania non può fare a meno dell’attacco bum bum (ancora a Salvini): “Non mancano, inoltre, le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte in modo blasfemo o offensivo”.  E’ una prosa questa che sembra mutuata da quella del noto cardinale Marx (presidente della Conferenza episcopale tedesca), che – da arcivescovo di Monaco (come siamo caduti in basso…) - si diletta a infierire sui cattolici bavaresi rei, appunto, di voler essere cattolici. Che cosa si chiede ai vescovi nella lettera? Di ribadire “l’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo” (ma no… non lo sapevamo!) e “un intervento in materia chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco”.

    L’Avvenire di martedì 17 luglio ha riferito della lettera sotto il titolo “L’appello di 100 teologi ai vescovi: ‘Un chiaro no alla xenofobia’. Ma i moniti sono già stati molti”. Piccato, l’Avvenire, eh…! Ma come, sembra dire, i firmatari non ci leggono, non hanno assaporato le intemerate di Galantino e di Tarquinio, non hanno gustato le vignette di Staino? Roba da matti… con tutto quello che abbiamo fatto e facciamo contro la ‘xenofobia’! Non a caso nell’articolo si ricorda che “in realtà le prese di posizione ci sono state. A cominciare proprio da Bassetti e dal segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino”.

     

    QUALCHE PASSO DEL COMUNICATO DELLA PRESIDENZA DELLA CEI

    Vediamo allora di scovare qualche passo significativo nel comunicato della presidenza della Cei del 19 luglio, di cui si sono assunti la paternità, oltre al card. Bassetti e al vescovo Galantino, i vicepresidenti Franco Giulio Brambilla (Novara), Mario Meini (Fiesole), Antonino Raspanti (Acireale). (“Tutta l’Italia è rappresentata, un vero atto corale”, esulta un trombettiere di Avvenire).

    L’incipit del comunicato è fondato sulle emozioni forti:Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane….” Il riferimento è al caso di una donna ancora viva e a due cadaveri (donna e figlio) ritrovati dalla nota Ong spagnola Proactiva Open Arms:  un racconto di cui la Ong ha dato una prima versione in cui si ricostruiva la vicenda tragica addossandone la colpa ai libici e agli italiani (e Salvini c’entrava anche qui…). Poi la versione è stata corretta, dopo che la giornalista tedesca Nadja Kriewald ha mostrato un video girato su una motovedetta libica durante l’azione di soccorso a 158 migranti della guardia costiera libica, in cui non c’era traccia di abbandono di persone su un natante. Insomma: signori vescovi, un po’ di prudenza non guasta anche per voi… non siete su una tv sensazionalista, ‘obbligati’ a fare ascolto!

    Nel comunicato si continua così:Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, deserti e torture”. Anche qui, dov’è un minimo di prudenza? Se è vero che in questo “esercito di poveri” c’è chi ha patito le conseguenze della guerra e la tortura, ce ne sono molti altri partiti dl loro Paese spinti solo dal desiderio di migliorare la propria condizione sociale. E’ un desiderio legittimo, ma non impone certo il dovere di accogliere. Poi: perché mai dovremmo sentirci responsabili per il business dell’accoglienza? Certe assunzioni collettive forzate di colpa suonano molto cattofluide e di vacillante serietà.

    A seguire una serie di esortazioni su come comportarsi, respingendo “parole sprezzanti, atteggiamenti aggressivi, clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”. Anche qui: i critici del business dell’accoglienza sono etichettati come esseri disumani, per dirla con il noto pupazzo Macron cinici e vomitevoli

    Pirotecnico e nel contempo penoso il finale: “Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento (e ti pareva che non c’entrasse Salvini…) passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”. Giusto, ma…. parole così forti, inequivocabili, sono state per caso spese dalla presidenza della Cei a proposito di aborto e dintorni? A proposito di leggi eutanasiche? A proposito di leggi contro la famiglia?  Ma quando mai… anzi, come sa bene mons. Galantino, i vertici della Cei hanno sempre tentato di ostacolare i tentativi dei laici di organizzare una resistenza popolare massiccia, puntando invece su compromessi vergognosi, perdipiù al ribasso. Come si può essere credibili allora quando si fanno certe affermazioni reboanti sull’esigenza dell’impegno per custodire la vita?

    Abbiamo evidenziato che il comunicato è firmato dai cinque membri della presidenza della Cei. Di sicuro saranno stati d’accordo diversi altri vescovi. Ma non tutti. Ad esempio mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo (vescovo di frontiera ‘calda’ dunque) ha risposto con una riflessione molto approfondita e ben argomentata alla lettera dei teologi. Considerato come il presule si sia confrontato in modo serio con tanti aspetti del problema immigratorio, il suo scritto non va certo dimenticato nell’ espace d’un matin: lo riprenderemo in una delle prossime occasioni.

     

    L’UNGHERIA DEMONIZZATA/L’EDITORIALE DI AVVENIRE

    L’altro tema in evidenza nei titoli di prima pagina del 20 luglio è, come già ricordato, quello attinente alla politica ungherese dell’immigrazione. Ad esso è dedicato l’editoriale di Giorgio Ferrari. Sotto “L’Europa batte un colpo. C’è un giudice per Budapest”, Ferrari esprime subito la sua grande soddisfazione per la bacchettata a Orban, dando fiato alle trombe in dotazione: “Ieri – se pur con scandaloso ritardo – l’Europa delle patrie e dei cittadini, ma soprattutto l’Europa dello stato di diritto, dei diritti dell’uomo, l’Europa degli ideali che l’hanno vista unirsi e crescere sulle macerie della Seconda Guerra mondiale ha finalmente battuto un colpo” (è un crescendo rossiniano come nell’ ouverture del ‘Guglielmo Tell’). Proviene dalla Commissione Europea, che ha deferito alla Corte di Giustizia l’Ungheria per il mancato rispetto delle normative europee su asilo e ricollocamenti, aprendo contestualmente una procedura d’infrazione per la cosiddetta ‘norma anti-Soros’, quella cioè che mette fuori legge le associazioni che danno sostegno ai migranti (…). Il Ferrari non sta più nella pelle, si sente ormai un Tarquinio e si scatena. Leggete come definisce la ‘norma anti-Soros’: provvedimento ‘perverso’ contro il “bersaglio d’elezione del presidente Orban, il finanziere-filantropo americano di origine ungherese George Soros, creatore della Open Society Foundation e ritenuto dalla propaganda magiara il grande elemosiniere e manovratore delle organizzazioni umanitarie impegnate nell’area del Mediterraneo”. Il climax ascendente si sta per compiere e il Ferrari è incontenibile nel suo delirio: “La campagna di demonizzazione nei confronti di Soros – che, come molti sanno, un santo non è (ma com’è morbido, pudico qui il Ferrari!) – assomiglia da vicino a quella che Erdogan ha scatenato nei confronti del suo ex-alleato Fethullah Gűlen, considerato l’ispiratore del golpe fallito in Turchia e in nome del quale si sono imprigionati giornalisti, licenziati magistrati, funzionari dell’amministrazione pubblica, ufficiali dell’esercito, insegnanti. Così si usa nelle democrature, simulacri di democrazia”.

    Nel finale del Ferrari l’offesa più pesante, che si estende agli altri ex-satelliti dell’Unione Sovietica: “Il sospetto talvolta ci ghermisce” che tali Paesi “della democrazia solidale come noi occidentali la intendiamo non sappiano bene che farsene”. Ah sì? Il Ferrari ignora forse l'Insurrezione ungherese del 1956, la 'Primavera' di Praga repressa nel 1968, la nascita e lo sviluppo di Solidarnosc negli Anni Ottanta? Il fatto grave è che simili e gratuite corbellerie (forse meglio: vergogne) – tipiche del razzismo intellettuale della sinistra - appaiano nero su bianco sul quotidiano della Cei.

     

    L’UNGHERIA DEMONIZZATA/ LA VIGNETTA DI AVVENIRE

    Non è finita. L’editoriale offensivo di Ferrari nei confronti dell’Ungheria è accompagnato a pagina due da una vignetta spregevole di Alberto Graziani, detto ‘Graz’ (già collaboratore della rivista sinistra cosiddetta satirica ‘Cuore’ e dell’inserto cosiddetto satirico del Fatto quotidiano ‘Il Misfatto’; faceva “il chierichetto ai funerali” e “il boy scout in una sezione “cristiano-maoista nei mitici Anni Settanta”). Nella vignetta appaiono due personaggi, con abiti che richiamano i colori delle divise naziste. Il primo in piedi dice all’altro, seduto: “Bruxelles accusa Budapest per le procedure su asilo e rimpatrio”. L’altro risponde: “Sui migranti delle vere e proprie ungherie”. Penoso che tale vignetta appaia sul quotidiano della Cei, che però apprezza molto come si sa i vignettisti sinistri (Staino vi dice qualcosa?).

    E poi: l’Ungheria così grossolanamente offesa non è lo stesso Paese che, grazie alle politiche incisive per la famiglia e la natalità volute dalle Legge fondamentale e concretizzate dal Governo Orban (vedi il discorso del ministro ungherese per la famiglia Katalin Novak, letto da Christine Vollmer durante il Convegno su Humanae Vitae e Veritatis Splendor promosso il 21 maggio a Roma dall’Accademia Giovanni Paolo II per la Vita e la Famiglia) ha registrato tra il 2010 e il 2017, di fronte a un calo della popolazione da 10.014.324 a 9.798.00 abitanti, l’aumento delle nascite da 90335 a 91670, del tasso di fertilità da 1,23 a 1,50 per mille, dei matrimoni da 35520 a 50600, del tasso di impiego femminile /(15-64 anni) da 50,2 a 61,3%? Il reddito delle famiglie è aumentato nel contempo del 63,8%, grazie alla detassazione mirata. Per contro sono calati gli aborti da 40449 a 28500 e i divorzi da 23973 a 18600. Che ne dice la presidenza della Cei? E’ proprio da offendere e demonizzare un Governo come quello ungherese? 

     

     

     

     

     

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