ROMA/16 OTTOBRE ‘43: “DOVEVAMO ESSERCI E NON CI SIAMO STATI” – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 16 ottobre 2017

 

Nel 74.mo della razzia nazista nel Ghetto di Roma sono state numerose le occasioni offerte per ricordare – ebrei e cattolici insieme – quei giorni di vergogna. Ieri tra l’altro si è svolta la Marcia silenziosa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e da quella ebraica. Nel pomeriggio invece si è tenuta una cerimonia commemorativa che, aperta a piazza San Pietro da un intervento molto schietto di don Filippo Morlacchi, è proseguita  presso l’ex-Collegio militare, luogo di raccolta degli  ebrei catturati.

 

Il rischio naturalmente era dietro l’angolo che anche la commemorazione della razzia nazista nel Ghetto di Roma (e in altri quartieri della città) venisse vissuta sempre più come un obbligo rituale, con un significato che via via andasse stemperandosi, un po’ per la scomparsa degli ultimi testimoni, un po’ perché non sembrava possibile che in Europa tornasse ringalluzzita un’esperienza storica apparentemente e definitivamente conclusa.

Invece negli ultimi tempi rispuntano un po’ dappertutto nel nostro continente – da certi gruppi dell’estrema destra, ma anche da sinistra - i fantasmi dell’antisemitismo. E’ una diffusione favorita dall’ignoranza crescente della storia e dalla crisi economica che spinge qua e là a trovare un capro espiatorio – per ora in misura modesta ma non per questo meno preoccupante – nel popolo ebraico. Di più: l’insicurezza identitaria - frutto più o meno volontario di una società occidentale che scelleratamente si proclama fluida e delle politiche di governi dilettanteschi (nel migliore dei casi) - comporta l’accrescersi delle paure e dunque di reazioni emotive che la ragione non riesce a padroneggiare. Non sono i nostri tempi dunque particolarmente favorevoli per le comunità ebraiche: da qui anche la necessità di trasmettere ai giovani (in primo luogo) quelle conoscenze e quelle esperienze (come i ‘viaggi della memoria’) che li possano rendere coscienti dell’enormità di quel che fu e che non deve ripetersi.

Il 16 ottobre ebraico romano ha dunque ancora la sua piena giustificazione di esistere. Quest’anno ci sembra che tale consapevolezza sia stata ancora più presente del solito nelle diverse manifestazioni svoltesi nel Ghetto e nelle sue vicinanze.

 

RICORDIAMO INSIEME’: PIAZZA SAN PIETRO, CON UN INTERVENTO FORTE DI DON FILIPPO MORLACCHI E L’EX-COLLEGIO MILITARE, DOVE FURONO PORTATI GLI EBREI CATTURATI

 

Diamo per incominciare qualche riscontro della commemorazione di oggi presso l’ex-Collegio militare (vicino a Regina Coeli), promossa dall’associazione “Ricordiamo insieme” e dalla Comunità ebraica di Roma.

La commemorazione è iniziata a piazza San Pietro, dove don Filippo Morlacchi – direttore dell’Ufficio per la pastorale dell’insegnamento della religione cattolica e anche responsabile dell’Ufficio Scuola Cattolica del Vicariato di Roma - ha esposto con schiettezza ai convenuti alcune sue considerazioni sul comportamento dei cattolici nel triste ottobre del 1943. “Siamo qui, vorrei dire, per ricordare un abbandono. Un tempo in cui avremmo dovuto essere accanto a chi soffriva persecuzione, e non ci siamo stati. Potevamo esserci, dovevamo esserci, e non ci siamo stati. (…) Noi cristiani (…) quel 16 ottobre di 74 anni fa non ci siamo stati; quantomeno non ci siamo stati abbastanza. In quell’ora tragica sarebbe stato forse possibile fare qualcosa, o almeno dire qualcosa… ma non è stato fatto. (…) Certamente i 1259 ebrei rastrellati e raccolti nell’ex-Collegio Militare si sono sentiti soli e abbandonati, almeno dagli uomini: hanno sperato in un intervento che li liberasse, ma nessuno si è mosso per salvarli”. E’ vero che “le ragioni di questo silenzio sono al vaglio degli storici: io non ho né le competenze né l’autorità per giudicare l’operato di altri, in particolare dei rappresentanti ufficiali della Chiesa cattolica, Chiesa della quale io umilmente mi riconosco figlio. Desidero semplicemente, sperando di interpretare le intenzioni di tutti i presenti, esprimere la commossa solidarietà di noi, cristiani di oggi, per il lutto patito dai nostri fratelli ebrei e manifestare profonda e affettuosa solidarietà verso coloro che soffrono ancora oggi per quel ‘vuoto’.”

Tra i partecipanti alla breve marcia da San Pietro all’ex-Collegio militare il cardinale Walter Kasper (“La questione posta da don Morlacchi è molto complessa e non ha una risposta precisa. Giudicare è sempre difficile. In ogni caso questo stare insieme tra cattolici ed ebrei mi ha molto commosso, anche perché tra questi ultimi c’erano anche i parenti e gli amici di chi è stato deportato”). Presente in piazza San Pietro la presidente dell’Ucei Noemi Di Segni, che ha molto apprezzato sia l’intervento (“molto forte, molto chiaro”) di don Morlacchi che il trasferimento, “l’andare insieme”, all’ex-Collegio militare, anticamera di Auschwitz in quell’ottobre del 1943 e oggi motivo di speranza.

Nell’ampio cortile i circa centocinquanta convenuti hanno ascoltato, oltre a diversi interventi, con sicura emozione i salmi cantati da Daniel Coen. I saluti sono stati portati dal generale Massimiliano del Casale (che presiede il Centro Alti studi per la difesa, sito proprio nell’ex-Collegio militare); da Noemi Di Segni (“A quel tempo ci furono, trasversalmente distribuiti, comportamenti luminosi e al contrario connotati di miseria umana”); dall’Ordinario militare d’Italia, l’arcivescovo Santo Marcianò (ha ricordato Giovanni XXIII che da nunzio in Turchia riuscì a evitare una drammatica deportazione di ebrei); dall’ambasciatrice tedesca Susanne Wasum-Rainer (“Rappresento il Paese che ha la responsabilità storica delle sofferenze inflitte”); da don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (“Per molti secoli ci siamo guardati di traverso, generando molta sofferenza soprattutto da parte cristiana”). Letto invece il saluto dell’ambasciatore israeliano Oren David, che ha rilevato come l’antisemitismo sia ancora vivo e ha invitato a non abbassare la guardia.

Ha poi preso la parola Nando Tagliacozzo (familiare di ebrei deportati), che ha ricostruito il clima psicologico di incertezza sul loro destino che regnava tra gli oltre mille ebrei catturati. Il cortile dell’ex-Collegio militare fu l’ultimo luogo “in cui ci fu una vita quasi dignitosa”. Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha raccontato del ‘peso’ che il nonno portò con sé per il resto della vita: quello di aver rinnegato lì all’ex-Collegio militare, la sua identità ebraica per salvare i familiari. Il Rabbino-capo di Roma Riccardo Di Segni ha rilevato poi che il cortile (mai utilizzato prima per cerimonie commemorative, “salvo che in rari momenti”) è un luogo in cui si fanno i conti con la storia e con il male che essa ha prodotto. Citando Benedetto XVI, Di Segni ha richiamato l’imperscrutabilità dei silenzi di Dio, mentre invece quelli degli uomini sono soggetti a valutazione.

Ha concluso Tobias Wallbrecher, annunciando che “Ricordiamo insieme” ha deciso di invitare papa Francesco per il 75.mo della razzia e deportazione degli ebrei che ricorrerà il 16 ottobre 2018. Tobias e Friederike Wallbrecher – insieme con Grazia, Rivka e Sara Spizzichino – hanno ideato cinque anni fa il ciclo di manifestazioni con cui “Ricordare insieme” mantiene viva ogni anno la memoria del crimine nazista.

 

LA MARCIA DI SANT’EGIDIO: NON C’E’ FUTURO SENZA MEMORIA

 

Nella prima serata di domenica 15 ottobre si è svolta la Marcia silenziosa promossa da Sant’Egidio e dalla Comunità ebraica, che si è snodata tra Santa Maria in Trastevere e il Portico di Ottavia. Aperta da diverse decine di bambini cui seguiva il grande striscione “Non c’è futuro senza memoria”, la marcia – giunta alla 24.ma edizione - cresce di anno in anno in numero di partecipanti (alcune migliaia) e in livello di presenza istituzionale. Ha aperto gli interventi Pietro Grasso, presidente del Senato, che ha esortato a trovare la forza di opporsi all’indifferenza con un impegno quotidiano di tutti. Il Rabbino-capo di Roma Riccardo Di Segni ha tra l’altro rievocato la vicenda dell’archeologo-antiquario austro-ceco Ludwig Pollak, che ritrovò il braccio mancante al Laocoonte vaticano e che però il 16 ottobre 1943 fu catturato, morendo poi a Auschwitz. Per Di Segni la nostra società “sta perdendo gli anticorpi” contro l’antisemitismo: “Dobbiamo perciò vigilare”.

Per Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio) “oggi, a 24 anni dall’inizio della marcia della memoria, c’è ancora più bisogno di un popolo che ricordi. Non è un fatto acquisito per sempre? No!” perché “nella nostra Europa succedono fatti inquietanti e si risvegliano fantasmi che credevamo sepolti”. Certo sono ancora “fenomeni limitati, ma sappiamo che possono precipitare nel peggio o almeno influire sul clima politico”. E’ vero – ha continuato Riccardi – che “molti nostri concittadini hanno paura di un mondo fattosi grande e straniero a loro: cercano muri e protezioni,  protettori e guardiani. Non dobbiamo disprezzare in modo altero la paura di tanti, ma dialogare con loro e le loro paure, provare a sanarle e trasformarle in speranza e apertura”. Purtroppo “la gente è sola e senza parole. Nelle periferie e nelle difficoltà. La solitudine accresce le paure. C’è bisogno di ricreare reti per cui la gente non sia isolata. Non è questa la politica? O non è passione civile?”.

Se per Virginia Raggi (sindaco di Roma) il 16 ottobre 1943 è una data che riguarda tutti i romani, non solo i romani ebrei, Nicola Zingaretti (presidente della Regione Lazio) ha denunciato l’aumento incredibile del numero dei negazionisti verso l’Olocausto. Ruth Dureghello ha da parte sua rilevato che il 16 ottobre 1943 fu “l’epilogo quasi naturale in un Paese che cinque anni prima aveva promulgato le leggi razziste. C’era il tempo sufficiente per reagire, ma pochi, troppo pochi, lo fecero”. Monsignor Ambrogio Spreafico (Comunità di Sant’Egidio, vescovo di Frosinone, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso) ha infine evidenziato il dovere di don dimenticare. Come del resto ammonisce la Bibbia.