“ERAVAMO EBREI” DI ALBERTO MIELI: TESTIMONIANZA SCHIETTA E SERENA – di GIUSEPPE RUSCONI – www-rossoporpora.org – 27 gennaio 2016

 

Nel tardo pomeriggio del 27 gennaio Radio Vaticana ha ospitato una presentazione di grande valore emotivo, quella del libro di uno degli ultimi sopravvissuti romani di Auschwitz, Alberto Mieli, che – in collaborazione con la nipote Ester – ha rievocato con semplicità e senza rancore la propria vita di bambino e poi adolescente ebreo. Tra i relatori padre Federico Lombardi con una kippah bianca in testa in segno di solidarietà con la comunità ebraica: per la presidente Ruth Dureghello è stato “un gesto simbolico che diventa messaggio concreto”.

 

Un appuntamento non certo banale quella concretizzatosi nella sede di Radio Vaticana nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 gennaio (Giorno della Memoria, anniversario della liberazione di Auschwitz): nella sala Marconi, davanti al grande affresco dei Pontefici ‘radiofonici’ (dunque da Pio XI in poi), è stato presentato “Eravamo ebrei – Questa era la nostra unica colpa”, un testo autobiografico di Alberto Mieli scritto con la collaborazione della nipote Ester (ed. Marsilio). Mieli, nato nel 1925, arrestato per caso a novembre del 1943 e ormai uno degli ultimi ebrei romani sopravvissuti all’inferno di Auschwitz, ricorda nel libro, con passione civile e con lucidità non vendicativa, gli anni degli leggi razziali e della deportazione nel lager.  Un monito, sempre attuale, affinché certe vergogne e certi orrori non possano ripetersi.

Introdotto da Fabio Colagrande, padre Federico Lombardi – kippah bianca, quella della recente visita in Sinagoga del Papa, in testa – ha evidenziato subito la sua commozione, anche derivata dalla constatazione di come Mieli sia riuscito a rompere il suo silenzio, certo a costo di costi emotivi non indifferenti.  Il portavoce papale ha evidenziato la concretezza del racconto di Alberto Mieli, attento anche alle piccole cose della vita quotidiana, sia in famiglia che nei campi di concentramento conosciuti. Un altro momento del racconto ha colpito padre Lombardi: la cacciata da scuola del piccolo Alberto, qualcosa di “indicibile, folle, inaccettabile”… “ma la strada era ormai imboccata e avrebbe portato all’abisso”. Mieli, ha concluso il relatore, è passato attraverso le esperienze più terribili e tuttavia nel suo racconto non c’è traccia di desiderio di vendetta. E’ questa una constatazione che ha del “miracoloso”.

La presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, ha dapprima ringraziato per il “graditissimo invito”, evidenziando i valori comuni alle grandi religioni monoteiste. Una collaborazione oggi particolarmente necessaria, dato che quel “Mai più!” pronunciato davanti alla tragedia della Shoah, non trova riscontri se appena poniamo attenzione al mondo in cui siamo immersi. E’ per questo che gesti come quello di padre Lombardi di indossare la kippah hanno un grande significato simbolico “che diventa messaggio concreto”. Come per esempio fu a suo tempo il mettersi la stella gialla da parte di re Cristiano di Danimarca per impedire la deportazione degli ebrei. Sono gesti che hanno “un valore aggiunto”, perché sono un segno di “riconoscimento dell’identità dell’altro”.

Dopo mons. Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso del Vicariato di Roma (e parroco di Santa Maria in Trastevere, chiesa legata alla Comunità di Sant’Egidio), ha preso la parola l’autore, numero 180060 di Auschwitz-Birkenau.. Che, con voce pacata e commossa, ha ricordato alcuni momenti della sua vita e alcuni insegnamenti da trarre dalla tragedia vissuta. Quattro in particolare. Non portate mai con voi odio né rancore né vendetta, da cui conseguono sempre “lutto e morte”. Non date mai dispiacere ai vostri genitori, perché sono coloro che si sono sacrificati per mettervi al mondo e mantenervi. Non date mai ascolto ai compagni che vi chiedono di fare cose inaccettabili. Apprezzate sempre, e difendetelo, il dono della libertà, per voi e per gli altri.

 

Per concludere, qualche passo significativo del testo.

 

Prologo: Fui svegliato dal cinguettio di un uccello e attraverso il vetro della finestra della baracca vidi un passero appollaiato sul filo spinato del campo. Aprii la finestra e gli dissi sottovoce: “Che cosa fai qui in questo lugubre posto? Qui non c’è che malvagità, cattiveria e morte. Perché non voli libero in cielo tu che puoi farlo? Io non posso. Ma ti prego, se incontrerai una nuvola nera, non attraversarla, potresti svegliare i bambini che dormono, loro si tanno recando dal crematorio al cospetto del Signore. Ti prego”. Di colpo il passero volò via.

 

Alberto deve lasciare la scuola: Un giorno, non lo dimenticherò mai, fui chiamato dal preside dell’istituto. Piangendo mi disse che non potevo più frequentare il corso. Mi ricordo che mi fece tenerezza mentre pronunciava quelle parole. Un uomo così grande che piangeva come un bambino. Un bambino, io, che lo osservava in silenzio. Tra le lacrime mi disse che dal giorno successivo non avrei più potuto frequentare l’istituto. Non gli chiesi spiegazioni, fu lui a leggermi la circolare secondo la quale i bambini ebrei non potevano più accedere alle classi. (…) Io rimasi in silenzio ad ascoltare. Ma lui aveva ben chiara la partita. Conosceva la gravità della cosa. E i suoi occhi parlavano da soli, non li ho mai dimenticati, ancora oggi quando ci penso…

 

L’aria è cambiata: Anche l’aria era cambiata, le persone non sorridevano più e le strade erano vuote. La vita mutò completamente. Quelle leggi razziste furono di fatto l’inizio delle discriminazioni che trasformarono gli ebrei da cittadini italiani a perseguitati. Iniziai per la prima volta a sentire i bambini della mia età che per insultarsi tra loro si davano dell’ebreo…

 

Il pianto di papà: Papà era un uomo dignitoso e per bene. Commise solo l’errore di mentire alla mamma. A causa delle leggi razziste fu mandato via dal lavoro ma, per imbarazzo e un ingiustificato disonore, non ci disse nulla. Lo tenne nascosto per mesi. Così usciva ogni mattino da casa, con fare indifferente, vestendosi di tutto punto, fingendo di andare a lavorare. Ma, piano piano, i soldi in famiglia diminuivano. (…) Papà mentì così bene che, per tanto tempo, a noi tutto sembrò normale. Fino a quando mia madre non scoprì la verità. Lo ricordo bene quel giorno. Mamma cercava per casa la sua catenina d’oro. (…) Mise sottosopra casa, aprì tutti i cassetti e i pensili. Della collanina non vi era traccia. Solo allora papà, dopo aver osservato la mamma cercare per tutta la casa invano, si sedette sulla sedia di legno del salone e, poggiati i gomiti sul tavolo quadrato, si mise le mani in testa e iniziò a singhiozzare. Quella fu la prima e unica volta che vidi mio padre piangere.

 

L’arrivo ad Auschwitz: Lì, su quei binari, bastarono due minuti per capire che non saremmo più tornati a casa. Picchiarono gli anziani che non riuscivano a scendere dal vagone, presero a calci le mamme con in braccio i bambini, bastonarono i disabili. Chi era riuscito a portare con sé oggetti personali 8borse o valigie) fu costretto a lasciarle sul vagone. Ricordo bene quel momento, quelle immagini sono stampate nella mia testa come l’inizio dell’inferno, ma ancora non riuscivo a capire il perché di tutto questo. Poi, a un certo punto, in quelle condizioni la smetti anche di farti domande e ti preoccupi solamente di sopravvivere, accetti tutto come una regola e questo avviene quando ti hanno tolto tutto, dignità compresa.

 

Lo sketch dei Collalti: La famiglia Collalti era composta da un padre molto anziano, che durante le selezioni non fu ucciso solo perché era un valente meccanico e quindi utile nei campi, e suo figlio Luigi di ventiquattro anni. Erano romani e facevano parte della Resistenza, fino a quando non vennero catturati dagli uomini della Gestapo per essere reclusi nei campi di sterminio. Lo sketch dei Collalti altro non era che l’obbligo da parte del figlio di picchiare il padre a sangue sotto gli occhi divertiti delle SS. Luigi cercava in tutti i modi di attenuare i colpi e, più leggero lo colpiva, più era lui stesso a prendere bastonate dalle guardie. Lo massacrarono di botte mentre gli gridavano che questa non era la maniera di picchiare. Non dimenticherò mai le grida del padre che in romanesco urlava al figlio: ‘Menami forte Lui’, sennò ‘sti zozzi ci ammazzano!”

Dalla postfazione di Riccardo Di Segni: La storia di Alberto Mieli me la vedo davanti tutti i giorni, non solo quando lo incontro in tanti eventi comunitari, ma soprattutto quando incontro i suoi discendenti nella quotidianità delle riunioni di preghiera, una sfida e una vittoria vivente nei confronti di chi avrebbe voluto annientare lui e la sua gente, nel corpo e nello spirito. Per questo al titolo di questo libro, "Eravamo ebrei", aggiungerei la frase "e lo siamo ancora e di più".