INTERVISTA ALL'ARCIVESCOVO AGOSTINO MARCHETTO - di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI APRILE 2011

 

A colloquio con il nunzio apostolico vicentino su Concilio vaticano II, immigrazione ed Europa

 

Nell’intervista la polemica sull’interpretazione del Concilio ecumenico vaticano II, in riferimento soprattutto al volume di Roberto de Mattei. Rifugiati e immigrati irregolari. L’Europa latitante su solidarietà e sussidiarietà, ma l’Italia non ha dato un bell’esempio sull’applicazione dei due principi all’interno delle proprie frontiere

 

 

L’arcivescovo Agostino Marchetto non è certo sconosciuto agli occhi dell’opinione pubblica o almeno di quella parte che è sensibile al tema spinoso dell’immigrazione: le sue ripetute prese di posizione, pubblicizzate da segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti e degli Itineranti, gli hanno spesso procurato critiche positive e negative sia nell’ambito politico che in quello ecclesiale. Cogliendo l’occasione della norma che permette ai Nunzi apostolici di andare in pensione a settant’anni, monsignor Marchetto (nato il 28 agosto 1940 ) ha visto accettata la sua richiesta in coincidenza con il suo compleanno. Dal 1968 era nel servizio diplomatico della Santa Sede: ha lavorato tra l’altro nello Zambia, a Cuba, in Algeria, nel Mozambico. Ricevuta la consacrazione episcopale nel 1985, pro-nunzio nel Madagascar e nelle isole Maurizio, poi in Tanzania, nel 1994 fu nominato nunzio in Bielorussia. Sette anni dopo divenne segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti. Monsignor Marchetto è però anche uno studioso del Concilio ecumenico vaticano II: ne è testimonianza tra l’altro l’opera pubblicata nel 2005 dalla Libreria editrice vaticana ( e tradotta in più lingue), in cui confuta le tesi della ‘scuola’ di Bologna sulla ‘discontinuità’ della grande assemblea episcopale con la tradizione cattolica. In tale veste di storico si occupa nell’intervista che segue del recente volume di Roberto de Mattei, il quale da opposta sponda nega pure che l’ultimo Concilio si sia posto sotto il segno della continuità con la stessa tradizione.

 

 

Monsignor Marchetto, da più di sette mesi Lei ha lasciato il Pontificio Consiglio per i Migranti e gli itineranti. Si  sente ormai un pensionato?

Sì, sono in pensione. Ma se pensionato significa dolce far niente, dilettarsi di opere d’arte, fare le vacanze in Paesi esotici… no, non mi sento proprio tale. Già al momento delle dimissioni avevo preannunciato che mi sarei dedicato specialmente alla storia del Concilio ecumenico vaticano II. A tale impegno, non indifferente…

Ci torneremo tra poco…

… si è aggiunta la sede vescovile vacante di Vicenza, dopo che l’arcivescovo Nosiglia è stato nominato a Torino: mi hanno chiesto di prestare servizio in diocesi nel caso di bisogno. Sono salito dunque a Vicenza ad esempio per cresime e dedicazione di chiese. Ora sabato scorso è stato nominato il nuovo vescovo, l’ausiliare di Venezia monsignor Beniamino Pizziol e dunque sarò alleviato nei miei impegni vicentini. Infine sto facendo un po’ il giro d’Italia, non in bicicletta, dato che sono invitato un po’ dappertutto a presentare il mio libro-intervista su Chiesa e migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana. Questo ‘giro’ mi ha fatto scoprire la ‘base’, i gruppi che si occupano a livello diocesano e locale dei migranti; ciò è fonte per me di edificazione. Senza contare le tante, belle città italiane che mi è concesso di scoprire, di amare e che fin quando ero attivo nel servizio diplomatico della Santa Sede non avevo avuto il tempo di ammirare. 

Incominciamo allora dal Vaticano II. Ne L’Osservatore Romano del 14 aprile è apparsa in bella evidenza in apertura di pagina 4 una Sua riflessione su un tema che è tornato in questi mesi di grande visibilità anche mediatica: il Concilio ecumenico di ormai quasi mezzo secolo fa. Nel Suo articolo, intitolato significativamente Ma una storia non ideologica si può scrivere Lei esprime diverse considerazioni critiche sulla recente ricostruzione dell’evento scritta da Roberto de Mattei per la Casa editrice Lindau. Premettendo che l’opera dello storico romano è “interessante, frutto di un lungo studio e di uno sforzo notevole di ricerca”, Lei la definisce però “tendenziosa”, speculare in qualche modo a quella ‘bolognese’ diretta da Giuseppe Alberigo. Sono queste due ricostruzioni opposte, “di tendenza estremista”. Lei si distanzia da ambedue: dopo averlo fatto con le tesi della ‘scuola’ di Bologna (Il Concilio Ecumenico Vaticano II , Libreria editrice vaticana, 2005), ora applica tale criterio anche al volume del presidente della Fondazione Lepanto nonché vicepresidente del Cnr…

Credo che Roberto de Mattei rappresenti un po’ una tendenza che sta mettendo il naso fuori dall’acqua, con una bella organizzazione anche sul web, con molti blog a sostegno, il che mi dispiace da studioso e amante del Concilio vaticano II, oltre che come pastore. La ‘scuola’ di Bologna ha purtroppo impiegato le sue grandi capacità intellettuali per promuovere una causa sbagliata; una causa migliore avrebbero meritato anche i grandi sforzi messi in atto da de Mattei. Leggendo il volume di de Mattei mi si è rivelato uno storico, che però è convinto che il Concilio abbia rotto la continuità della tradizione cattolica. E si serve anche dei giudizi della ‘scuola’ bolognese per dar forza alle sue idee opposte.

Monsignor Marchetto, semplificando le cose potremmo definire progressisti i ‘bolognesi’ e tradizionalisti coloro che la pensano come de Mattei…

 

Le due tendenze, senza però gli estremismi delle due correnti, sono sempre esistite all’interno della Chiesa cattolica. La prima è quella di chi è più sensibile alla situazione nel mondo di oggi ed è desiderosa anche di incarnarsi in tale realtà. L’altra è quella della fedeltà alla tradizione, della capacità di conservare il tesoro che abbiamo ricevuto e quindi postula la necessità della continuità nel magistero. Queste due tendenze per sé sono legittime e si possono conciliare, come è stato fatto anche nel Concilio vaticano II che è riuscito a tener conto in modo equilibrato di ambedue nella stesura dei documenti, approvati del resto a grandissima maggioranza, anzi quasi all’unanimità. Purtroppo, anche durante il Concilio, ognuna delle due tendenze contava tra le sue file alcuni ultras, che si sono poi rivelati ben visibilmente negli anni successivi, non tenendo alcun conto della grande opera di mediazione di papa Paolo VI - un vero, abile e determinato tessitore - per trovare un consenso il più ampio possibile.

Quando è stato presentato all’inizio di marzo il libro di don Nicola Bux su Messa e fede (vedi anche “Il Consulente RE” online di aprile 2011), davanti a una bella folla anche qualificata (con relatori come i cardinali Burke e Canizares Llovera), Lei ha sentito il bisogno di intervenire per ammonire a non trasformare le critiche a certe degenerazioni postconciliari in un rifiuto del Concilio stesso…

 

Le giuste critiche a certe degenerazioni postconciliari specie in materia liturgica non possono divenire una critica fondamentale al Concilio…

E’ questo che si ritrova nell’opera di Roberto de Mattei?

 

Direi proprio di sì…

Però la tematica agitata da de Mattei non è condivisa o comunque presa in considerazione solo da blog… Vedo qui l’invito a una tre giorni  - de facto tradizionalista – sui contenuti e sull’applicazione del Motu proprio ‘Summorum Pontificum’ (liberalizzazione del rito romano antico)dal 13 al 15 maggio presso l’ Angelicum: tra i relatori  o i celebranti troviamo i cardinali Canizares Llovera, Koch, Castrillon Hoyos, Bartolucci come direttore del coro della sua fondazione nel pontificale che verrà celebrato la mattina del 15 a San Pietro), lo stesso de Mattei…

Il Convegno riguarda il campo della liturgia: qui io posso convenire sull’impegno al recupero di una dimensione che a un certo momento nel post-concilio si è persa. Questo è l’impegno anche di papa Benedetto XVI. Come recuperare valori e aspetti trascurati? Il tema del Convegno è questo. Tuttavia, con tutto il rispetto per i relatori, chiedo loro di far attenzione che non si prenda lo spunto dall’aspetto liturgico per mettere in crisi il Concilio, considerandolo come una rottura della tradizione cattolica e non come un’evoluzione, un aggiornamento, una riforma,  nella continuità di tale tradizione.

Lei nell’articolo de L’Osservatore Romano scrive che de Mattei non tiene conto nel suo volume di quanto ha detto papa Benedetto XVI  a proposito dell’interpretazione del Concilio…

De Mattei critica diversi altri Papi, perfino Pio XII, che non avrebbe avuto la forza di combattere il modernismo come invece ebbe Pio X. Di Benedetto XVI loda certo l’impegno a riscoprire i valori della liturgia antica, ma nel contempo egli firma con altri intellettuali cattolici un documento in cui gli chiede di soprassedere al prossimo incontro di Assisi: sarebbe un ritornare a una sorta di inaccettabile “sincretismo”…

Nel documento si ricorda che l’allora cardinale Ratzinger non partecipò all’incontro del 1986, si evocano le critiche di altri cardinali come Giacomo Biffi, si esprime il timore che il nuovo incontro accrescerà la confusione tra tanti cattolici…

Non solo de Mattei critica insieme con altri Assisi 2011, ma ignora l’interpretazione che papa Ratzinger ha dato del Concilio nel celebre discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia romana: il Concilio ha rappresentato la continuità e non la discontinuità con la tradizione cattolica. De Mattei sposa la causa della discontinuità e della rottura; in questo senso non accetta quella che è la dimensione ermeneutica del Papa. E’ vero che poi si rifugia in calcio d’angolo, rilevando che scrive da storico e non da teologo; e quindi dice di non occuparsi della questione ermeneutica. Però non si accorge che il ragionamento di Benedetto XVI si fonda necessariamente anche sulla storia.

Da un argomento delicato all’altro…

 … e così i lettori saranno confrontati con un arcivescovo che si dedica alla ricerca storica, con tutte le difficoltà connesse, e nel contempo si interessa dell’oggi di Dio, in piena conformità con il Vaticano II…

L’oggi di Dio si manifesta anche attraverso i grandi spostamenti, le grandi migrazioni di uomini che salgono dall’Africa sub sahariana, si ingrossano giungendo nei Paesi del Maghreb e poi… dall’altra parte del mare c’è l’Europa mediterranea…

 

E’ un macro-fenomeno - così l’ha definito papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate - che tocca tutti: come si rileva nell’Istruzione del Pontificio Consiglio del primo maggio 2004 (approvata da Giovanni Paolo II) Erga migrantes caritas Christi, il fenomeno è strutturale, dato che non c’è Paese che non lo conosca per origine o transito o destinazione. Una premessa questa che è indispensabile per capire il problema…

Del resto, monsignor Marchetto, la Sua convinzione emerge già chiara dal titolo del Suo libro-intervista: Chiesa e migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana…E qui si pone il discorso dell’azione degli Stati, che singolarmente sono tenuti in ogni caso a concretizzare il bene comune nazionale. Che spesso in materia si ritiene non coincida con quello comune universale, insomma della grande famiglia umana… Per le autorità nazionali il tener conto nelle decisioni di ambedue i principi non è facile…

 

Ho sempre ringraziato il Signore per non essere un uomo politico… Del resto le decisioni in materia non sono di pertinenza della Chiesa. Gli uomini politici però devono sforzarsi di conciliare tra loro diversi diritti: il diritto di non essere costretti a emigrare dai propri Paesi…

Intende dire che chi può dovrebbe aiutare concretamente i Paesi poveri così da evitare il più possibile la necessità dell’emigrazione per i loro cittadini?

 

L’Italia, nella classifica degli aiuti, è al penultimo posto, con il suo 0,15% del Prodotto interno lordo. Ricordo che Paolo VI aveva chiesto di devolvere l’1% a tali aiuti, poi l’ONU ha ridotto la quota allo 0,7%; oggi la media è dello 0,3%, ma l’Italia è intorno alla metà… Tragga Lei le conclusioni…Parlavo prima della necessità per le autorità politiche di conciliare diversi diritti: il primo l’abbiamo detto, quello di non essere costretti ad emigrare. Il secondo è invece il diritto all’immigrazione. E’ per questo che io rifiuto il termine di ‘clandestini’ attribuito come crimine, reati agli irregolari: come ho evidenziato più volte, è un vero e proprio ‘peccato originale’ nelle leggi sull’immigrazione. Per questo ho letto con piacere quanto ha dichiarato recentemente l’arcivescovo Bruno Schettino, presidente della competente Commissione episcopale della Cei, che ha richiesto l’abolizione del reato di immigrazione clandestina. L’immigrato in tale situazione, che io definisco irregolare, non può essere associato automaticamente al crimine. E’ un diritto umano quello di emigrare!

Lei da tempo fa anche la distinzione tra immigrati economici e richiedenti l’asilo, insomma rifugiati …

Anche qui noto che la distinzione, che è frutto dell’evidenza della realtà, incomincia a essere accettata, ciò che prima non accadeva. Un terzo diritto, di cui si deve certo tener conto, è quello delle autorità di ogni Stato di governare il fenomeno considerando il bene comune nazionale ed anche il diritto degli immigrati a essere accolti nella dignità…

Non è però così facile accogliere nella dignità anche solo chi avrebbe diritto di essere accolto come rifugiato politico… E la maggior parte di chi sbarca sulle coste italiane è un immigrato economico, che cerca di attraversare tra mille insidie il Mediterraneo per sfuggire alla miseria e alla fame…L’asilo politico è qualcosa d’altro…

 

Vuole che io non lo sappia? Sono uno di quelli che due anni fa ha combattuto strenuamente per far accettare la distinzione tra richiedenti l’asilo e immigrati economici. Allora: è vero che la maggior parte di chi arriva dalla Tunisia è un immigrato di tipo economico, ma chi esclude che tra gli immigrati vi possano essere, per esempio, perseguitati politici?

Per le autorità statali si tratta di coniugare nelle loro decisioni sicurezza e solidarietà, come del resto ha sempre sottolineato il cardinale Angelo Bagnasco nelle sue prolusioni da presidente della Cei…

Il binomio sicurezza-solidarietà non si può scindere. Comunque, se io considero un po’ quello che è stato fatto dall’Italia, constato che la tendenza dominante è quella di privilegiare anche finanziariamente la sicurezza rispetto alla solidarietà, all’integrazione. La grande domanda è proprio questa: che cosa facciamo in Italia per l’integrazione? E’ una domanda cruciale, vitale per l’avvenire del nostro Paese…

Però l’integrazione presuppone il posto di lavoro, fattore importante perché sia assicurata la dignità di chi è accolto. E qui la questione si complica ulteriormente, anche perché uno Stato da solo non può dare aiuto a tutti gli immigrati che sbarcano sulle sue coste…

 

Nessuna nazione può illudersi di risolvere da sola il problema migratorio…

Difatti l’Italia ha chiesto aiuto ai Paesi dell’Unione europea. Però la Francia, lo sappiamo..; in Inghilterra il premier Cameron ha pronunciato pochi giorni fa il discorso più duro da lui mai fatto sul fallimento della società multiculturale e sull’esigenza di ridurre drasticamente il numero dei nuovi immigrati; la Germania…

 

Però bisogna anche considerare quanti immigrati ha già la Germania entro le proprie frontiere, quanti l’Inghilterra. Anche la Francia… Alcuni tunisini del resto sembra siano entrati regolarmente in Francia, anche non passando da quei sentieri scoscesi utilizzati decenni fa dai nostri emigranti, pure non bene accetti dai francesi.

Non si può tuttavia negare che l’Unione europea in questo frangente vada in ordine sparso e i principi cristiani, ma anche quelli della Révolution française vadano a farsi benedire: ognuno tende infatti a chiudersi entro le proprie frontiere nazionali…

 

I Paesi dell’Unione non hanno voluto che fosse la stessa Unione a occuparsi dell’immigrazione, perfino per il caso dei rifugiati politici: non c’è una normativa unica sull’immigrazione. Questo è grave, ma lo è per volontà e dunque responsabilità dei Paesi membri. Poi: in Europa c’è un principio di solidarietà, che la tiene in piedi. E ce n’è uno di sussidiarietà. E qui si conferma che l’Europa zoppica… come scrive l’altro ieri Le Monde: Chacun pour soi, ognuno pensa al proprio orticello, agli eventuali contraccolpi popolari, alle elezioni…

Così facendo l’Unione europea appare molto debole agli occhi del mondo…

Non ha ancora capito che per sopravvivere, per poter dire ancora una parola di peso nelle vicende internazionali, per avere un avvenire commerciale e culturale, deve diventare uno Stato-continente. L’Europa di oggi è schizofrenica: ai richiami alla solidarietà si contrappongono quelli agli interessi nazionali. In verità l’Europa dovrebbe, in nome del principio di solidarietà, aiutare lo Stato in difficoltà, considerando peraltro il principio di sussidiarietà…

E allora perché non dà una mano all’Italia in questo momento?

Negli anni Novanta l’Italia ha accolto circa 70mila rifugiati. In questi mesi siamo più o meno a 25mila persone. Gli altri Stati europei, almeno fino ad ora, non hanno ritenuto ciò sufficiente per un aiuto di emergenza in  nome di una solidarietà generalizzata. Inoltre…

Inoltre?

Veda un po’: come mi posso sentire io nel chiedere solidarietà agli altri Paesi se all’interno del mio essa manca tra le diverse aree? Abbiamo offerto recentemente all’Europa uno spettacolo di non solidarietà interna. Con che faccia tosta vogliamo chiedere aiuto agli altri?

Prima di concludere ci spieghi la Sua idea dei corridoi umanitari

 

Bisogna crearli in Libia. Lì ci sono i rifugiati e forse anche alcuni che abbiamo respinto. Si tratta di rendere operativa la creazione di zone in cui confluiscano coloro che hanno il diritto d’asilo; l’organizzazione dovrebbe essere degli Stati che sono coinvolti nell’intervento militare in Libia, in collaborazione con gli organismi preposto delle Nazioni Unite. I rifugiati dovrebbero poi essere trasportati in luoghi sicuri senza dover affrontare per la realizzazione di un loro diritto il Mare monstrum che ha già inghiottito migliaia di vite umane.

Un’ultima domanda riguarda la Sua riflessione sull’opportunità di un’alleanza continentale Europa-Africa…

In prospettiva strategica l’Europa deve capire che l’Africa potenzialmente è un alleato. Sarebbe l’alleanza una risposta a tante questioni importanti, urgenti, delicate, tipo quella della ricerca di una soluzione per il fenomeno migratorio. Come sentimenti del resto gli africani – che conosco per pratica ventennale nel servizio diplomatico di Santa Roma Chiesa - sono molto vicini ai mediterranei. Un’alleanza Europa-Africa sarebbe auspicabile, in attesa che vi si aggiungano anche i Paesi Arabi.