GUARDIA SVIZZERA PER 30 ANNI: PARLA FROWIN BACHMANN - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 luglio 2016

 

Nell’intervista al capitano Bachmann, congedatosi a fine giugno, alcuni momenti significativi di una vita a protezione della persona del Papa e al servizio della Chiesa. Dall’arrivo in Vaticano nel 1985 alla maturità presso la Scuola svizzera di Roma, dal ‘caso Estermann’ al viaggio apostolico in Terrasanta con Giovanni Paolo II, dalla grandezza di Benedetto XVI alle emozioni con papa Francesco, dall’annuale ‘Giuramento’ alla…programmata nuova avventura perché sempre più persone condividano la fede di Pietro.

 

Spesso vicino al Papa, viso un po’ affilato, capelli rasati a spazzola, occhi vispi e indagatori, statura media, Frowin Bachmann è ben noto almeno come fisionomia a chi segue le cronache televisive delle cerimonie papali e dei viaggi apostolici internazionali. A fine giugno ha lasciato dopo 31 anni, con il grado di capitano, quella Guardia Svizzera Pontificia in cui era entrato da giovane apprendista di commercio nel 1985. L’occasione è ghiotta per salire nell’appartamento al secondo piano in cui vive (ancora per qualche mese) con la famiglia, nel ‘quartiere svizzero’ a sinistra di Porta Sant’Anna e per chiedergli di ripercorrere alcuni momenti del suo servizio militare e di fede al Papa e alla Santa Sede. Ora Bachmann ha 51 anni: ha deciso che è il momento giusto per intraprendere una nuova avventura, sempre sotto il Cupolone. Non più nella divisa cosiddetta michelangiolesca, ma nell’ambito dei servizi (non solo) turistici offerti ai pellegrini, in primo luogo elvetici, che vorranno ricordare i giorni di Roma anche come stimolo per la propria spiritualità..

Capitano Bachmann, quale fu la scintilla che La spinse nel 1985 a un destino romano?

Sono originario di Feusisberg e cresciuto a Freienbach nel canton Svitto e stavo finendo l’apprendistato in una banca a Wädenswil, sul lago e pure nel canton Zurigo. Ero incerto se proseguire la carriera bancaria, ma ero sicuro di una cosa: volevo prima imparare le lingue. Mi sembrava che nella Svizzera tedesca, in cui erano numerosi i lavoratori provenienti dalla Penisola, fosse importante conoscere l’italiano. Come fare per conseguire l’obiettivo? La banca mi voleva mandare a Firenze, ma poi mi sarei legato strettamente ad essa. In quei giorni mi capitò di leggere un’intervista a una Guardia Svizzera, dal titolo che suonava più o meno così: “Studiare la lingua italiana al servizio del Papa”. Mi sono subito detto: “Questa è la cosa che per me, cattolico convinto e desideroso anche di imparare l’italiano”. Presi contatto, mi candidai e dopo un anno o poco più di attesa mi presero come recluta…

Arrivò alla Stazione Termini…

No, a Fiumicino e la mia prima volta di Roma è legata a un ammassarsi di lamiere e a un frastuono di clacson nel percorso tra l’aeroporto e il Vaticano. Era il primo ottobre, faceva ancora caldo, eravamo in quattro nuove reclute, entrammo dalla Porta Sant’Anna: lì l’istruttore ci aspettava, ci portò in camerate rustiche e la vita da Guardia Svizzera incominciò…

Si ricorda di qualche difficoltà iniziale?

No, non avevo pretese, mi sentii subito bene con l’istruttore e con i commilitoni. Non sono mai stato un fanatico del servizio militare e, venendo a Roma, trovai quello che mi aspettavo: un servizio militare ‘umanizzato’ dato che eravamo al servizio del Papa. Certo c’è la disciplina, ma è ben presente anche la fede… e non è un fatto irrilevante per la vita quotidiana nella Guardia!

Dopo quanto tempo è incominciato il Suo servizio effettivo per il Papa?

Dopo cinque-sei settimane di scuola reclute, si incomincia il servizio al Papa, piano piano, senza fretta. Generalmente si faceva dapprima la sentinella d’onore al Portone di Bronzo e all’Arco delle Campane o durante una messa o un’udienza, poi a quel tempo c’era la possibilità di incontrare Giovanni Paolo II all’ascensore del Cortile di San Damaso. Nei primi tempi non si sta vicinissimi al Papa, si fa servizio agli ingressi del Vaticano e nelle Logge del Palazzo Apostolico, servizi di controllo e servizi d’ordine … per poi arrivare dopo anni al servizio di protezione della persona del Pontefice. 

Incontri non formali con Giovanni Paolo II nei primi anni? 

Sicuramente nell’ambito del Giuramento, quando il Papa riceve le nuove guardie con i loro familiari. Poi in altre occasioni, quando papa Wojtyla si spostava dentro il Vaticano e stringeva spesso la mano alle guardie appostate sul passaggio. Così capita anche con Francesco. A Castel Gandolfo, come giovane guardia, un giorno mi ha salutato tre volte: alla fine della messa nella cappella privata, prima dell’Angelus poiché ero in un posto in cui doveva passare, la sera (per lo stesso motivo) in occasione di un concerto nel cortile.

 

MATURITA’ PRESSO LA SCUOLA SVIZZERA DI ROMA

 

Poi Lei è diventato sergente…

Prima caporale, che è quasi più importante!

Perché?

Da caporale ci si può sposare! Prima no, data la mancanza del numero sufficiente di appartamenti nel nostro quartiere vaticano. Divenni caporale nel 1993, dopo cinque anni da vice-caporale. E in quell’anno mi potei sposare con Anna, la ragazza che avevo già conosciuto nei primi tempi di Roma…Sono stati fin qui 23 anni di matrimonio felice, allietato dalla nascita di tre figli: Marco che ora frequenta Scienze politiche a Roma, Giulia che ha fatto quest’anno la maturità alla Scuola Svizzera e Luca, che pure frequenta la stessa scuola…

Mi ricordo che Lei da anni partecipa ai lavori del Consiglio della Scuola Svizzera di Roma…

Non solo, ma l’ho anche frequentata da allievo…

… da allievo un po’ cresciuto…

Nel 1989 l’allora comandante della Guardia, il colonnello Roland Buchs, mi chiese se ero interessato a fare il suo segretario dal 1991, quando era prevista la partenza del titolare Hans Ruedi Bortis. A me piaceva fare la guardia, ma talvolta faceva capolino in me il desiderio di un lavoro dal risultato tangibile alla fine di una giornata. Venivo allora ripreso da una certa irrequietezza: restare? tornare in Svizzera a fare il bancario? L’offerta del colonnello Buchs mi allettò e allora lui mi disse che avrebbe gradito che io conseguissi la maturità federale come Bortis presso la Scuola Svizzera di Roma. E’ così che frequentai per tre anni anche le lezioni del liceo economico-sociale e nel 1994 fui dichiarato ‘maturo’.

Io ormai ero già a Berna da qualche anno, non l’ho potuta avere come allievo! Insomma in quegli anni non fece molto servizio sul campo…

R: Ero nel settore amministrativo, frequentavo la Scuola, aiutavo anche quando c’era bisogno nel servizio straordinario alle messe, alle udienze. Ma non prestavo più servizio regolare agli ingressi e nel Palazzo Apostolico. Poi nel 1999 divenni sergente…

 

LA TRAGEDIA DEL 4 MAGGIO 1998: PER NOI TUTTO FU SUBITO CHIARO

 

Tempi difficili, poiché alla vigilia del Giuramento del 1998 la Guardia Svizzera Pontificia fu sconvolta da un gravissimo fatto di sangue: la morte violenta del nuovo comandante Alois Estermann (nominato quello stesso giorno, il 4 maggio), di sua moglie Gladys e del caporale Cédric Tornay…

Ero a casa a preparare la cerimonia del Giuramento del 6 maggio. Mi chiamò una suora, dicendomi che era successa una tragedia. Sono subito andato sul posto, c’erano già altre persone.  Per noi quanto accaduto fu subito chiaro, non avevamo dubbi: Estermann e la moglie erano stati uccisi da Cédric Tornay, che si era poi suicidato…

Difatti questa fu anche la versione ufficiale comunicata nella notte dall’allora portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls e onestamente sembra essere una versione molto verosimile…

Molti giornalisti non ci hanno creduto, ci hanno speculato e il Vaticano ha forse anche fatto qualche errore di comunicazione. Ma, lo ripeto, per noi era tutto chiaro da subito: non c’era niente da nascondere. Certo eravamo sconvolti da quanto successo, ma si sa che tra Tornay e Estermann c’erano dei problemi e Tornay si agitava facilmente. Il caporale vallesano era cosciente che, se Estermann (come fu) fosse diventato comandante, per lui la vita sarebbe un po’ cambiata: avrebbe dovuto rispettare di più le regole. Capisco la mamma di Tornay: come genitore non potrei mai accettare quanto successo nella sua verità… guardando indietro mi chiedo se non ci saremmo potuti/dovuti occupare di più della mamma di Cédric … ma eravamo tutti sconvolti e sopraffatti dall’enormità dell’accaduto. La mamma, stimolata anche da tanti giornalisti, era sicura che suo figlio non avrebbe mai potuto uccidere. Ma per noi tutto era chiaro. Capisco però anche coloro, che sulla base di speculazioni giornalistiche, pensano che ci siano ancora dei misteri nascosti nella nostra cantina! Io in quel periodo stavo nel settore amministrativo ed ero perciò a conoscenza dei fatti che consentivano di ben comprendere la dinamica del caso.  

Secondo alcuni massmedia  Alois Estermann era molto rigido… 

Ci tengo a evidenziare che Alois Estermann è stato uno dei miei migliori superiori: un soldato, un cristiano esemplare.  Giornalisticamente gli hanno affibbiato la parte del ‘cattivo’, con un rovesciamento della verità. Ma non lo era! La realtà era diversa.

Mesi di smarrimento… poi la Guardia Svizzera ha ripreso con decisione il suo cammino…

Sono stati mesi di incertezza e anch’io – pur essendomi tutto chiaro – covavo sentimenti di paura. Nessuno viveva più nello stesso modo, c’era una continua tensione. Volgendomi indietro, mi chiedo sempre dove abbiamo attinto le forze per superare quel momento tristissimo.

 

IN TERRASANTA CON GIOVANNI PAOLO II: LA PREGHIERA SUL GOLGOTA

 

Da quando è diventato sergente, ha poi incominciato ad accompagnare il Papa anche nei viaggi ufficiali internazionali. La Sua prima volta in tale veste?

Nel 2000, durante il pellegrinaggio storico di Giovanni Paolo II in Terrasanta. Non sarebbe neanche toccato a me accompagnare il Papa a Gerusalemme: sarebbe dovuto andare l’odierno comandante Christoph Graf, che però si ricordò che qualche tempo prima gli avevo confidato il mio sogno di andare in Terrasanta con papa Wojtyla. E allora rinunciò a mio favore, anche per poter accompagnare il Papa nel viaggio successivo, a Fatima il 13 maggio del 2000 da quella Madonna che tanto venerava…

A Fatima c’ero anch’io e mi ricordo l’immensa folla portoghese, la marea di fazzoletti bianchi al passaggio della Madonna, la beatificazione di Francisco e Jacinta, l’annuncio del Terzo segreto di Fatima da parte del cardinale Segretario di Stato Sodano…un viaggio indimenticabile! Ma torniamo alla Terrasanta…

Per me fu una prima volta molto particolare, straordinaria: da Amman al Monte Nebo, da Betlemme al Monte delle Beatitudini, da Nazareth al Muro del Pianto…Un episodio è ancora ben iscritto nella mia memoria. E’ accaduto domenica 26 marzo. Eravamo a Gerusalemme. Dopo la messa nella Basilica del Santo Sepolcro e l’Angelus, siamo andati a pranzo al Patriarcato. Dopo il pranzo Giovanni Paolo II espresse la volontà di tornare al Santo Sepolcro per pregare nella cappella del Calvario, il ‘Golgota’. E’ un luogo dentro la Basilica, sopraelevato e raggiungibile tramite una stretta scalinata, dove è stato crocifisso Gesù. Il Papa voleva tornarci. La sicurezza israeliana rispondeva che non era possibile… ormai le viuzze che portano alla Basilica erano state riaperte. Ma il Papa fu irremovibile e rimase in macchina ad attendere. La sicurezza dopo un po’ si arrese, fece sgomberare di nuovo le viuzze e Giovanni Paolo II potè coronare il suo desiderio. Con grandi sforzi fisici e di volontà, poiché era già malandato in salute e dovemmo sorreggerlo per permettergli di raggiungere il ‘Golgota’. Dove si immerse in preghiera, prima di tornare a Roma.

Nel 2003 Lei divenne capitano della Guardia Svizzera Pontificia… grande onore e grandi oneri…

Certo l’onore è stato grande, ma per me il più importante è sempre stato poter servire il Santo Padre nel migliore dei modi. Un capitano lavora di più, è parte dei processi decisionali, è responsabile di una sua ‘squadra’ di una trentina di uomini. Certo ha la possibilità di stare più vicino, accanto al Successore di Pietro: è anche un grande privilegio.

 

UN ‘PAPA MANCATO’ DIVENTA PAPA…

 

Nel 2005 si concluse la vita terrena di papa Wojtyla e fu eletto Benedetto XVI…

Durante la malattia di Giovanni Paolo II pensavo spesso alla questione del nuovo Papa e mi chiedevo: Chissà chi sarà? Riuscirò a mantenere la stessa motivazione che mi ha spinto a servire per vent’anni filialmente il Papa polacco? Vedevo i cardinali e mi domandavo su chi sarebbe caduta la scelta…alcuni li immaginavo con difficoltà sulla cattedra di Pietro. Qualche anno prima ero con mia moglie in piazza San Pietro e avevamo incrociato il cardinale Ratzinger. Mi venne da dirle: Ecco, abbiamo salutato un Papa mancato… ha tutte le qualità per diventare un ottimo Papa, ma al momento in cui morirà Giovanni Paolo II sarà ormai troppo vecchio per succedergli… 

E invece?

Quello che per me era un “Papa mancato” divenne Papa. Compresi subito che la mia motivazione non ne avrebbe risentito. Mi sentii pervaso di un entusiasmo rinnovato. Nella Guardia lo sentivamo un po’ come nostro…

… Nel 1998, dopo una conferenza-stampa in Vaticano, l’allora cardinale Ratzinger mi disse: Io sono bavarese, Lei è svizzero… diamoci la mano. Il Pontificato di Benedetto XVI è stato contraddistinto come è noto da diversi momenti non facili, fino ad arrivare a quell’11 febbraio del 2013, il giorno della comunicazione della rinuncia…

Fu una grande sorpresa non solo per me. Tutti sapevamo delle difficoltà del momento, ma nessuno avrebbe mai immaginato che si sarebbe giunti a tale decisione. Secondo me Benedetto XVI era cosciente di non avere più la forza adeguata per affrontare da Papa i tanti problemi, spesso spinosi, della Chiesa. Problemi che in parte certo conosceva da lungo tempo, avendo vissuto per 25 anni in Curia, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Ha capito che ci doveva essere una svolta drastica per il bene della Chiesa, bisognava affidare il timone a qualcun altro, dotato della forza necessaria per resistere ai venti contrari e per correggere certe storture.

Lei si è stupito per il fatto che Benedetto XVI sia voluto restare dentro il Vaticano, vivendo nel monastero Mater Ecclesiae?

Pensavo piuttosto che si sarebbe ritirato in qualche luogo fuori del Vaticano, magari in Baviera, per pregare e per continuare i suoi studi. A tre anni di distanza penso si sia rivelata una scelta felice quella di restare dentro il Vaticano. Non dà fastidio agli equilibri della Chiesa, perché lui sa stare al suo posto. Anzi secondo me non avrebbe mai voluto diventare Papa, una scelta che ha accettato per spirito di obbedienza alla volontà del Conclave: per me avrebbe preferito ritirarsi in Baviera per proseguire con gli approfondimenti teologici. 

Veniamo a un’altra grande sorpresa: l’elezione a Successore di Pietro il 13 marzo del 2013, di Jorge Mario Bergoglio… 

In quel periodo stavo già riflettendo se non fosse il caso di lasciare dopo tanti anni la Guardia Svizzera Pontificia per intraprendere nuove vie. L’elezione di papa Francesco ha ritardato la decisione: volevo vivere almeno i primi anni di un Pontificato ‘nuovo’, di cambiamento. Sono molto contento di aver fatto tale scelta.

 

PAPA FRANCESCO E LA FOLLA: EMOZIONI PROFONDE

 

Le caratteristiche comportamentali di papa Francesco emergono certo anche nei viaggi internazionali…

L’ho accompagnato in Turchia, in America latina (Ecuador, Bolivia, Paraguay), a Cuba e negli Stati Uniti. Papa Francesco è spontaneo dappertutto. Ed è un grande privilegio stargli vicino…

Che cosa significa esattamente “stargli vicino”?

Significa che quando uno di noi è sulla papamobile col Papa, ci vengono i brividi. Ci sembra quasi di portare Gesù Cristo tra la gente, che ha un entusiasmo che fa venire le lacrime agli occhi. Non è solo entusiasmo per la persona – e allora si potrebbe magari parlare di ‘culto della personalità’ – ma entusiasmo, specie in America latina, derivato da una grande fede in Dio. Il Papa è il simbolo che porta con sé Gesù Cristo, è il simbolo ( forse l’unico) che dà speranza a queste grandi masse di poveri, che conferma anche nella fede. Quante emozioni profonde mi sono venute spontanee accompagnando il Papa!

Qual è stato il viaggio più ‘blindato’? Quello in Turchia?

Sì e no. Certo i turchi sono molto rigidi. In Turchia sono andato anche con papa Benedetto, che, dopo il discorso di Ratisbona del 2006 (quello in cui si è parlato di  alcune caratteristiche dell’Islam), veniva considerato non proprio come un amico da molti musulmani. Però, col passare delle ore, anche in Turchia molti si sono resi conto che papa Benedetto non era quel ‘nemico’di cui si vociferava, hanno apprezzato la sua umiltà, la sua gentilezza. Dicevo “sì e no”, perché – se vogliamo parlare di blindature – gli statunitensi si sono dimostrati più rigidi dei turchi, direi ossessionati dal tema della sicurezza. L’anno scorso negli Stati Uniti abbiamo vissuto delle situazioni veramente incredibili: abbiamo tentato di farli ragionare, ma ci hanno reso le cose difficili. Il Papa non è un Capo di Stato normale, che va blindato; no, lui è in visita pastorale, cerca il maggior contatto possibile con i fedeli… ma niente da fare con i servizi di sicurezza statunitensi! Però, lo voglio evidenziare, accompagnare il Papa nei viaggi apostolici in tutto il mondo è un’esperienza arricchente, veramente unica e io sono molto riconoscente per averla potuta vivere in prima persona.

 

L’ANNUALE GIURAMENTO: SPIRITUALITA’, ELVETICITA'  E LACRIME

 

Ogni anno, il 6 maggio – in ricordo dello stesso giorno del 1527, quello del Sacco di Roma, in cui 147 guardie morirono per salvare Clemente VII, portandolo in salvo a Castel Sant’Angelo – si svolge la cerimonia del Giuramento delle nuove guardie, preceduta dalla messa in San Pietro e accompagnata dall’udienza papale. E’ una giornata speciale…

E’ speciale per chi giura e dunque viene ‘consacrato’ come nuova Guardia Svizzera. Ma è speciale anche per chi ha giurato negli anni precedenti e ogni volta rinnova tacitamente il suo giuramento. E’ speciale per il clima di grande spiritualità che vi si respira. E qui voglio citare il momento per me intensissimo della messa mattutina in San Pietro, vicino alla tomba dell’Apostolo, caratterizzata anche dal canto dell’inno nazionale in quattro lingue; è un momento che fa venire le lacrime agli occhi…

Una Svizzera quadrilingue la si ritrova ormai solo a Roma nel giorno del Giuramento, con tutte le sue voci e i suoi colori …anche il momento in cui la banda suona l’inno nazionale nel cortile di San Damaso è molto suggestivo…

Noi siamo coscienti di servire anche la Svizzera, così da essere esempio e stimolare tanti altri giovani svizzeri a vivere questa esperienza di vita e di fede fuori dei confini elvetici., alle sorgenti della fede.

 

SU NUOVI SENTIERI PER I PELLEGRINI (NON SOLO) SVIZZERI, ANCHE AL SERVIZIO DELLA FEDE

 

Che cosa farà adesso il mitico capitano Frowin Bachmann? 

Ho lavorato trent’anni per la Chiesa. Non posso dimenticarlo. Perciò proseguirò a servirla in altro modo, fondando un’agenzia di servizi, nel settore del turismo ma non solo. A Roma oggi non esiste un punto di riferimento preciso per gruppi provenienti dalla Svizzera che assista i pellegrini nel loro soggiorno. Vorrei che in tanti potessero scoprire e provare la bellezza della fede … non che, dopo essere venuti a Roma, ritornino in Svizzera sapendo dove si mangia la carbonara migliore, ma ignorando quel che la fede ha prodotto nei secoli e produce anche oggi. Dare qualche informazione in più sul lavoro, la bellezza e l’universalità della Chiesa e sulla Guardia Svizzera; anche mostrare, aiutare magari a trovare un percorso di vita… dare una risposta non solo organizzativa, ma di fede a gruppi parrocchiali, associazioni, cori, gruppi sportivi… insomma a chiunque voglia venire una volta a pregare sulla tomba di Pietro e per chi è in cerca della Luce di verità (contatto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

P.S. L’intervista appare integralmente su www.rossoporpora.org e, in forma leggermente ridotta, nella pagina di ‘Catholica’ del ‘Giornale del Popolo’ (quotidiano cattolico della Svizzera italiana) di giovedì 21 luglio 2016. Per la riproduzione di ogni sua parte si richiede la citazione della fonte. Per la riproduzione dell’intera intervista o di parti consistenti di essa si prega in ogni caso di chiedere l’autorizzazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. .