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    INTERVISTA/ALDO MARIA VALLI: VOGLIO TANTO BENE AL PAPA CHE...

     

    INTERVISTA/ ALDO MARIA VALLI: VOGLIO TANTO BENE AL PAPA CHE… - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 4 luglio 2016

     

    Ad ampio e variegato colloquio con il vaticanista del TG 1 sull’odierna situazione all’interno della Chiesa Cattolica. “Il buon Dio ci ha dotato di cuore e cervello ed è contento se li usiamo”. Del resto il cardinal Martini divideva il mondo tra “pensanti” e “non pensanti”. Perciò…

     

     

    Era il 9 gennaio 2015: quell’articolo letto su “il Foglio” molto ci divertì e altrettanto ci diede da pensare. Intitolato “Leggenda del benigno imam che sanò lo scisma cattolico della famiglia”, ambientato nel 2214, evocava il Sinodo di duecento anni prima sulla famiglia, che si era trasformato in Scisma sulla famiglia con a capo di uno schieramento Francesco e dell’altro Pietro II. Diceva poi dei falliti tentativi di riconciliazione e preannunciava la volontà dell’imam della Grande Moschea Bianca di Roma (già Basilica di San Pietro) di convocare i due Papi regnanti (ormai Francesco VIII e Pietro VII) per una solenne composizione dello Scisma. La firma dell’autore colpì tutti o quasi e già fece inarcare le sopracciglia ad alcuni: Aldo Maria Valli, dal 1996 vaticanista prima del Tg 3, in seguito del Tg 1. Sedici giorni dopo – ancora su “il Foglio”- altra riflessione, condita di humour e non priva di spessore (Valli è coniugato e padre di 6 figli), dal titolo “Apologia del coniglio”, in riferimento alla famosa frase di papa Francesco nella conferenza-stampa nel volo di ritorno da Manila il 19 gennaio: “Alcuni credono che per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli”. Due articoli che lasciavano presumere un certo qual fermentare di domande sotto il ciuffo ribelle del garbatissimo vaticanista della televisione di Stato. Venne poi il secondo Sinodo sulla famiglia, cui papa Francesco pose il suggello con l’esortazione Amoris laetitia, datata 19 marzo 2016 (San Giuseppe) e pubblicata il successivo 8 aprile. Intanto Valli aveva inaugurato il 9 gennaio su www.aldomariavalli.it un suo spazio di riflessione, un blog posto sotto il motto giovanpaolino Duc in altum. Il 20 maggio vi inserì alcune osservazioni puntuali e puntute su “Francesco, Europa, Islam” a proposito di certe risposte in materia date dal Papa a La Croix. E il 28 maggio ecco apparire “La Chiesa e la logica del ma anche, un’ampia riflessione riferita in particolare all’ Amoris laetitia, che ha attirato a Valli un nugolo di strali avvelenati da parte dei turiferari, in servizio permanente o riservisti che siano.

    Ora siamo qui nel suo ufficio-biblioteca (che dice molto del suo impegno di credente e della sua passione culturale) per ripercorrere con lui l’itinerario che l’ha portato alle ultime riflessioni. Invero sorprendenti per molti… ma qui è utile ricordare qualche passo della sua biografia. Nato a Rho il 3 febbraio del 1958, laureato in Scienze politiche alla Cattolica (sostenne anche un esame con il nostro relatore di laurea, lo storico contemporaneo Gianfranco Bianchi), ammiratore di Indro Montanelli (di cui seguì il famoso consiglio per le politiche del 1976: Turatevi il naso e votate Dc), giovane liberale per alcuni anni e membro della ‘Nuova Confederazione studentesca” di Luca Hasdà (frequentava perciò la sede del PLI a corso Venezia 40, dove anche noi qualche anno prima ci recavamo per la stampa dei volantini della prima “Confederazione studentesca”), Aldo Maria Valli dal 1980 al 1984 fu redattore del mensile “Studi cattolici” di Cesare Cavalleri (area Opus Dei), poi di “Avvenire”. Nel 1988 entrò nella RAI e più non ne uscì, seguendo dapprima in particolare l’attività del cardinale Carlo Maria Martini (vedi: “Storia di un uomo. Ritratto di Carlo Maria Martini”), poi dal 1996 come vaticanista del TG 3 e dal 2007 del TG 1. Da notare tra le sue numerose pubblicazioni (tante anche le collaborazioni, dal quotidiano “Europa” a diversi mensili cattolici) “Il mio Karol. Così ho raccontato Giovanni Paolo II, così lui ha parlato a me” (2008), “La verità del Papa. Perché lo attaccano, perché va ascoltato”(2010, in difesa di papa Ratzinger), “L’alfabeto di papa Francesco. Parole e gesti di un pontificato” (2015). Tra i più recenti: “Il diavolo in piazza san Pietro e altri racconti”, “C’era una volta la confessione. Inchiesta su un sacramento in crisi” e “Noi del Cinquantotto. Breve manuale di storia recente a uso di figli e nipoti”. Una curiosità calcistica, ma forse non solo: è tifoso fedele dell’Inter, squadra ‘controcorrente’ (“Se fossi nato a Roma, probabilmente sarei stato tifoso della Lazio”).

    E’ tempo però di passare la parola a Valli per un’intervista certo non breve, ma (speriamo) stimolante… 

     

    Caro Aldo, qui… mala tempora currunt! Se apri la bocca, i turiferari sono pronti in un batter d’occhio a sostituire i turiboli con le doppiette… E’ caduto e ha battuto la testa…s’è bevuto il cervello, si è venduto … è passato tra i congiurati, quelli che tramano nell’ombra ossessivamente, saccenti e subdoli, contro papa Francesco…e, poi, insomma, quest’ultimo traditore, Valli, non era amico del cardinal Martini, tanto da scriverne un “Ritratto” di notevole spessore? 

    Intanto, se vogliamo iniziare dal cardinal Martini, tu sai meglio di me che non divideva il mondo tra credenti e non credenti, ma gli piaceva distinguere tra pensanti e non pensanti, un’immagine a lui molto cara…

    Vedo già dove vuoi arrivare…

    Nel mio piccolo, con tutti i miei difetti, cerco di stare tra i pensanti.

    Del resto l’hai anche scritto recentemente: “Il buon Dio ci ha dotato di cuore e cervello, ed è contento se li usiamo”…

    Penso proprio di sì, altrimenti perché ce li avrebbe donati? So di avere tanti limiti, ma cerco di pensare, senza lasciarmi prendere dai conformismi, a maggior ragione quando ascolto o leggo il Papa.

    Chiariamo subito: tu al Papa vuoi bene, come del resto vogliono bene al Papa tanti tra quelli che sono preoccupati per certi passi dei suoi scritti o delle sue interviste…

    Voglio molto bene al Papa. Non riesco a concepirmi come cattolico senza Pietro, che è il nostro tesoro più grande dopo la fede che abbiamo. Ma proprio perché prendo il Papa molto sul serio, mi interrogo su ciò che insegna, ovviamente su tutto ciò che è materia opinabile: de facto oggi quasi tutto quello che dice.

     

    L’ AMORIS LAETITIA MI HA SPINTO A UNA RIFLESSIONE PROFONDA

    Hai esaminato con tale spirito anche l’Amoris laetitia, su cui in un primo momento mi sembra avessi dato un giudizio sostanzialmente positivo… 

    A una prima lettura, forse un po’ frettolosa (sai che noi giornalisti abbiamo certi tempi da rispettare, specie noi televisivi), non avevo riscontrato asperità particolari. In generale mi era abbastanza piaciuta, soprattutto per lo sforzo del Papa di calarsi nella realtà delle famiglie, con tutte le difficoltà quotidiane connesse al tirare avanti: tant’è vero che avevo scritto un primo commento assai positivo per una delle riviste cui collaboro.

    Cerco di indovinare: hai sentito un qualcosa dentro di te che ti ha spinto a rileggere il testo, pur molto lungo…

    Ho riletto più volte l’Amoris latitia e mi sono reso conto che dal testo emergeva una sorta di soggettivismo di fondo, una valorizzazione della coscienza non come originario vicario di Cristo - per usare un’espressione cara al cardinale Newman - ma come tribunale insindacabile, come se un comportamento assunto «in coscienza» fosse di per sé buono.

    Nel tuo delizioso divertissement “Il diavolo in piazza san Pietro e altri racconti” (recensito recentemente anche in questo sito www.rossoporpora.org , rubrica ‘cultura’) tu metti in bocca a un presunto ‘fariseo’ colà incontrato la seguente frase: “La moralità sganciata dalla legge si riduce a mera soggettività”… 

    Premesso che il ‘librino’ l’ho scritto ben prima che uscisse l’esortazione apostolica, mi sembra che dall’Amoris laetita, con l’importanza attribuita alla pastorale del caso per caso, emerga una morale della situazione che rischia di mettere in secondo piano la cogenza della legge cui un credente è tenuto a conformarsi nei suoi comportamenti. Le mie perplessità si sono dunque concentrate sul famoso capitolo VIII…

    … quello in cui si parla anche della situazione pastorale delle coppie un tempo dette irregolari e oggi invece denominate ‘cosiddette irregolari’…

    L’aggettivo «irregolari» non mi è mai piaciuto. Conosco tante persone che si trovano in quella situazione, so quanti problemi hanno, con quali difficoltà si confrontano quotidianamente, quanto soffrono… Ne ho parlato in “Chiesa ascoltaci! Gli ‘irregolari’ credenti si rivolgono al Sinodo”, un libro-inchiesta che raccoglie tante voci. Quindi, da parte mia, nessun desiderio di tranciare giudizi sulla loro situazione, e tuttavia non ho potuto evitare ricorrenti perplessità rileggendo il capitolo VIII dell’Amoris laetitia.

     

    DOVE CI PORTERA’ LA PASTORALE DEL ‘CASO PER CASO’ ?

    Qual è il punto dolente?

    Di fronte alla pastorale del caso per caso, che cosa dobbiamo pensare? Che venga meno la norma, la legge, il comandamento divino? La battuta che hai ricordato e che faccio dire al ‘fariseo’ sintetizza le mie perplessità. Per il cristiano la misericordia non è mai sganciata da verità e giustizia. Ricordo quel che dice il salmo: “Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Trovo che oggi si faccia un uso troppo superficiale della parola misericordia.Penso, Giuseppe, che noi viviamo in un’epoca (Bauman ha parlato di società «liquida») in cui siamo totalmente privi di punti di riferimento certi, non solo politici ma soprattutto morali, umani. In una situazione come questa vedo nella nostra santa madre Chiesa – di cui io mi sento profondamente figlio e, aggiungo, figlio orgogliosamente ambrosiano –  forse l’ultimo baluardo che resiste davanti al dilagare di una cultura che non distingue più il bene dal male, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il lecito dall’illecito, una mentalità in cui il relativismo è andato così avanti da non concepire più l’idea di comandamento.  E non parliamo della domanda definitiva, decisiva, che io invece mi pongo seriamente: come sarò giudicato, nell’altra vita, dal buon Dio?

    E’ una domanda che alle orecchie di molti oggi suona un po’ strana, datata… 

    Difatti in molte comunità e parrocchie non si parla più degli aspetti ultimi, dei Novissimi che noi abbiamo imparato ai nostri tempi al catechismo. Mi chiedo perciò dove ci possa portare una proposta come quella che emerge da Amoris laetitia, una pastorale fondata sulla morale della situazione. Il paradigma del samaritano è  bello, bellissimo. Tuttavia non penso che ci esima dal mettere in campo il problema del giudizio ultimo, dunque quello della legge e dunque dell’oggettiva qualità morale dei nostri comportamenti. Onestamente mi sembra che in Amoris laetitia ci siano dei cedimenti – non so quanto consapevoli – alla mentalità dominante nel nostro tempo. In altre parole: sembra passare l’idea, ampiamente diffusa oggi, che sia automaticamente buono tutto ciò che in coscienza è fatto sinceramente, con spontaneità…

    Il tuo ‘fariseo’ dice anche: “Oggi la parola d’ordine sembra essere spontaneità! “

    Sì, lo spontaneismo è la foglia di fico del soggettivismo. Ma non può essere così: i Papi precedenti ce l’hanno insegnato, soprattutto Giovanni Paolo nella Veritatis splendor… 

     

    LE REAZIONI DEI MIEI LETTORI 

    Tu hai sempre avuto un pubblico caratterizzato da mitezza d’animo, sostanzialmente diverso da quello – già allegramente predisposto alla ‘buona battaglia’ - di siti come www.rossoporpora.org. Ebbene, come hanno reagito alle tue perplessità i tuoi lettori?

    Ho voluto, con il maggior rispetto possibile, contribuire a portare ancora più allo scoperto un dibattito in corso nella Chiesa. Ho visto che tante persone si sono riconosciute nelle mie perplessità e mi hanno ringraziato. Altre, pur non essendo d’accordo con me, hanno intavolato una franca discussione. Una minoranza mi ha attaccato in vari modi, anche dandomi del «traditore». Me lo aspettavo. Mi ha stupito invece che così tante persone pensino che muovendo osservazioni critiche al Papa (su questioni, lo ripeto, opinabili e non dogmatiche) si cada nel proibito.

    Come… “proibito”? Che novità è? 

    Per rispondere a questi ultimi, voglio dire con grande chiarezza che un credente, sempre con il massimo rispetto, ha non solo il diritto ma il dovere di interrogarsi su tutto ciò che non è materia dogmatica, se lo ritiene necessario. Qui si dimentica spesso che la libertà di critica attiene alla libertà del laico credente. Non si può essere cristiani se non nella libertà e occorre stare attenti alla papolatria.

    Che effetto hanno prodotto su di te i commenti negativi?

    Un po’ mi hanno rattristato, non tanto perché riguardassero la mia persona, quanto perché mi hanno dato l’impressione che, all’interno del mondo cattolico, ci siano ampie aree in cui la capacità di dibattito è piuttosto limitata. Troppe persone pensano che la parola del Papa (non ex-cathedra) vada presa, impacchettata, semmai ripetuta pappagallescamente, mai interpellata. Ma non è certo questo che ci chiede Nostro Signore Gesù Cristo…

    … altrimenti non ci avrebbe donato il cervello!

    (ride) Quanto mi piacerebbe potermene stare tranquillo, dire che tutto va bene, che tutto mi piace. Ma non posso non essere sincero con me stesso!

     

    CONFUSIONE CRESCENTE TRA I CATTOLICI

    Difatti sei talmente sincero che hai anche scritto, riguardo all’attuale condizione del mondo cattolico, di “confusione imperante” e che “il livello attuale di confusione non ha riscontri nel passato”. A sentire la parola ‘confusione’, la schiera turiferaria è tentata sempre prima dallo stracciarsi le vesti urlando al ‘sacrilegio’, poi di caricare le doppiette… La realtà è che anche molti cattolici praticanti, fin qui ‘tranquilli’, non sospettabili di aderire a oscure congiure reazionarie, da un certo tempo hanno incominciato a inquietarsi, a porsi domande: “Ma che cosa sta succedendo? Ma che devo fare?” Vi sono casi, che saranno capitati anche a te, di parroci in tilt davanti alle domande di divorziati risposati che vogliono fare la Comunione (“L’ha detto il Papa!”), di altre coppie in situazione irregolare che vorrebbero essere benedette (“Il Papa ha detto di accogliere tutti e ha detto anche: Chi sono io per giudicare?”), di chi vuol fare il padrino o il testimone pur non avendone fin qui i requisiti (“Ma è il Papa che dice che le norme vanno interpretate con tenerezza!”). In quei casi il buon parroco può anche impegnarsi a spiegare come stanno le cose, ma è spesso inutile, perché con quel “L’ha detto il Papa!” viene messo con le spalle al muro e rischia di passare come un cerbero dal cuore di pietra…

    Sì, un po’ ovunque vedo che sta succedendo proprio questo. La misericordia predicata da Francesco sicuramente sta contribuendo alla conversione di tanti cuori. Purtroppo però sta anche dando un formidabile contributo al rafforzamento di uno spirito di rivendicazione già ampiamente presente nella nostra mentalità: “Papa Francesco ha detto che si può fare. Dunque tu mi devi garantire che lo farai”. Osservo anche che, generalmente, chi ragiona così parla senza nemmeno aver letto i testi di riferimento, ma solo fondandosi su quanto riportato da noi della stampa. E questo è un altro aspetto da tenere in considerazione nel dibattito in corso. Purtroppo oggi ci confrontiamo spesso non con ciò che il Papa ha effettivamente detto o scritto, ma con la semplificazione o, peggio, la strumentalizzazione delle parole del Papa operate da buona parte dei mass-media. Ne consegue che la confusione si accresce ulteriormente, contribuendo ad accentuare il disorientamento.

     

    LA CHIESA STA CEDENDO AL SOGGETTIVISMO IMPERANTE NELLA SOCIETA’ ‘LIQUIDA’

    Del resto hai annotato che oggi “la Chiesa sembra avere a cuore non la salvezza delle anime, ma il benessere psicofisico delle persone. Una Chiesa che, ignorando giustizia e verità, non giudica, ma si limita a consolare e giustificare”…

    Mi rendo conto che la mia valutazione può sembrare dura, ma viviamo in un’epoca in cui occorre più che mai distinguere. Mi sembra che anche nella Chiesa - forse l’ultima entità in grado di proporre il discorso sulla verità - ci siano evidenti cedimenti al soggettivismo imperante. In un mondo in cui l’idea stessa di verità è considerata non più pertinente per la razionalità umana, in un mondo in cui, al più, è ammessa l’esistenza di tante verità quanti sono i soggetti e le singole situazioni, la Chiesa non può cedere a sua volta. Benedetto XVI, attirandosi gli strali di tutti i ‘progressisti’, l’ha ricordato costantemente durante il suo pontificato e anche prima. Basti pensare alla sua omelia del 2005 nella Missa pro eligendo pontifice: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. È una lezione che non possiamo dimenticare.

    Bisogna consolare… Che significa esattamente? Offrire parole e gesti di tenerezza? O il ‘consolare’ pretende qualcosa di più?

    La consolazione cristiana non è dire: «Oh, poverino, ti do una pacca sulle spalle, non ti preoccupare, va tutto bene, vedrai che…». No! La consolazione cristiana è proporre un itinerario di verità, cercando di percorrerlo concretamente, a dispetto della logica del mondo.

    E la tenerezza?

    (sorride) Secondo me la tenerezza non è solo il bel gesto, il sorriso, la parola consolatoria. È, prima di tutto, il proporti un obiettivo, mostrarti una prospettiva, indicarti una verità. Ovvero: ho talmente a cuore il tuo destino, ti voglio così tanto bene, che ti mostro la via della verità. Siamo ben al di là di un atteggiamento superficiale, di consolazione sentimentale. Noi due, Giuseppe, siamo genitori e vogliamo tanto bene ai nostri figli. Ti chiedo e mi chiedo: potremmo mai rispondere alle richieste dei nostri ragazzi limitandoci a dire: “Fate quello che volete, quello che in coscienza vi appare giusto in quel dato momento”. No:  prendere sul serio i nostri figli, la loro libertà nella responsabilità, vuol dire mostrare loro il vero bene. Prima ancora: mostrare loro che il vero bene esiste, oggettivamente.

    Oggi  in tante famiglie questo discorso non si fa più, anche per il timore di spiacevoli litigi…

    Effettivamente se oggi ti comporti così puoi sentirti dire che sei un reperto del passato, un fossile ottocentesco (come mi ha dipinto un teologo), uno che non capisce nulla del nuovo modo di proporsi della Chiesa di Francesco. Tra l’altro questo ricorrere all’espressione “Chiesa di Francesco” è molto curioso, perché la Chiesa non è né di Francesco né di nessun Papa, ma di Cristo! Come vedi, di domande me ne pongo tante, forse troppe…

     

    FORZATURE E STRUMENTALIZZAZIONI MEDIATICHE, MA CERTE PAROLE DI FRANCESCO … FORSE UN PO’ PIU’ DI PRUDENZA NON GUASTEREBBE!

    Prima evidenziavi il riduzionismo e la strumentalizzazione che buona parte dei mass-media fa delle parole di Francesco… Giusta annotazione, ma è anche vero che il Papa ci mette spesso del suo, generalmente un ‘carico da novanta’, tant’è che per quasi tutti i giornalisti il momento più importante di un viaggio apostolico è quasi sempre la conferenza-stampa conclusiva: si attende  Francesco al varco su questo o quest’altro tema ‘scivoloso’… Così come lo si attende quando risponde a braccio a domande in incontri pubblici, ad esempio al recente Convegno ecclesiale di Roma, in cui ha definito Gesù con un termine francamente inappropriato (almeno per la lingua italiana), misericordiosamente tradotto dalla Segreteria di Stato in “fa un po’ il finto tonto”… C’è qualcuno che giustifica Francesco, declassando a ‘quisquiglie’ certe sue affermazioni e invitando a guardare invece alla sostanza del Pontificato. Tuttavia non si può negare che tali ‘quisquiglie’ vengono trasposte nei titoli e creano opinione… anche sconcerto… E’ oggettivamente un grosso problema: “Chi sono io per giudicare” papa Francesco l’ha detto e a gran parte dei massmedia poco importa che abbia aggiunto parole importanti per evidenziare l’affermazione nella giusta luce… l’ha detto, va nei titoli e la gente ne prende buona nota…Qui c’è chi si chiede (tanti, tanti, anche nelle segrete stanze…) se non sia possibile arginare il fenomeno inaudito delle ‘parole in libertà’ …

    (ride) Guarda, mi stai mettendo in grande imbarazzo. Parafrasando Francesco, potrei chiedermi:  “Chi sono io per dare consigli al Papa?”. Tuttavia non si può negare che certe sue affermazioni seminano sconcerto. Penso ad esempio alla risposta data il 15 novembre scorso nella chiesa luterana di Roma alla signora protestante che chiedeva se poteva condividere la Comunione con il marito cattolico. Ne è uscito un ragionamento estremamente confuso e contraddittorio, forse anche perché Francesco non padroneggia benissimo la lingua italiana. Non si può dimenticare che la risposta a braccio è spesso insidiosissima: a tambur battente si è sollecitati – magari dal giornalista di turno, di solito per niente misericordioso – a formulare opinioni su questioni profonde, ampie, spesso con implicazioni teologiche, politiche e storiche molto complesse. Noto che la sovraesposizione mediatica della figura papale è senza precedenti e sta portando con sé alcune conseguenze sulle quali bisognerebbe interrogarsi.

    Quindi?...

    Con tutto il rispetto di questo mondo per il Papa e i suoi collaboratori, mi permetterei di suggerire maggiore prudenza. Dobbiamo anche considerare che Francesco non è un pensatore sistematico, ormai l’abbiamo capito tutti. A differenza di un papa Ratzinger, che - da buon professore bavarese - era di una consequenzialità lucidissima, Francesco è uomo dei gesti, non dei concetti astratti. Francesco è di un’efficacia unica quando si china, bacia il malato, abbraccia l’anziano, accoglie il povero, fa salire i bambini sulla sua vettura in piazza San Pietro: il suo gesto raggiunge veramente tutti e parla ai cuori. Quando invece è interpellato d’improvviso su questioni complesse, emerge la mancanza di sistematicità e magari anche qualche lacuna. Penso, per esempio alle parole dette nell’intervista a La Croix, quando ha paragonato l’ “ Andate e annunciate a tutte le genti”  alle guerre di conquista di Maometto. Penso alla sua idea secondo cui Lutero sarebbe stato una “medicina” per la Chiesa cattolica. Pensare che io, cresciuto all’ombra di un santuario mariano voluto da san Carlo Borromeo, ero convinto che la medicina fosse stata, semmai, la Controriforma!

    Papa Francesco è cresciuto in una particolare cultura sudamericana, quella argentina…ha respirato per anni l’aria peronista… è normale che veda il mondo da una prospettiva diversa da quella europea…

    Certo, e direi che per noi europei è utile venire a contatto con una prospettiva diversa dalla nostra. Però est modus in rebus. Se sei Pietro, la roccia, non puoi mettere a rischio il munus docendi, perché la conseguenza può essere che tu divenga una tra le tante voci che in questa grande confusione del nostro tempo, in questa cultura della superficialità, si mescolano e si sovrappongono senza incidere. Per me e per tanti sarebbe un grande dolore. Potrebbe essere di giovamento limitare gli interventi non preparati in precedenza, e qualcuno forse potrebbe consigliare il Papa in questo senso. So già che adesso qualche lettore osserverà: “Ecco, questo qui vuole insegnare al Papa come fare il Papa!». Ma le mie sono, letteralmente, parole d’amore per il successore di Pietro.  

     

    GIOVANNI PAOLO II HA SEGNATO PROFONDAMENTE LE MIE SCELTE

    Dopo aver seguito per anni da Milano in particolare l’attività del cardinal Martini, dal 1996 sei diventato vaticanista del TG 3 e dal 2007 del TG 1. In tal veste hai accompagnato papa Wojtyla in una quarantina di viaggi e ne hai raccontato anche la lunga agonia. In sintesi, quando pensi a Giovanni Paolo II, che cosa ti resta più scolpito nella memoria?

    Giovanni Paolo II è diventato Papa quando avevo vent’anni. Mi ha accompagnato nella giovinezza, nel fidanzamento, nel matrimonio; ha segnato profondamente le mie scelte di vita. Se oggi ho una famiglia numerosa, se sono sposato da trentadue anni con Serena, lo devo anche a lui…

    ... con Serena, una “Santa Subito”, ti piace evidenziare… 

    (ride) Sì, nella nostra storia c’è molto di Giovanni Paolo II: ci ha insegnato il coraggio e la bellezza di essere cristiani oggi, andando controcorrente. Con noi giovani dell’epoca papa Wojtyla non era tenero, non è mai caduto nel giovanilismo: anzi, ha sempre fatto richieste molto difficili. “Prendete la vostra croce”, diceva, e io gli sono molto grato per quanto ci ha insegnato sull’apertura alla vita, la fedeltà, l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, il dialogo tra fede e ragione. È stato bello, direi entusiasmante, seguirlo e andare con lui in direzione opposta rispetto alla mentalità dominante. Poi, da vaticanista e dunque da osservatore, ho avuto modo di battibeccare pure con lui, dato che non tutte le scelte che ha fatto mi sono piaciute, ma gli sono enormemente grato: è stato un Papa grandissimo, uno dei più grandi della storia.

    Un ricordo personale?

    Ne avrei tanti! Mi limito a uno che conservo vivido nella memoria e nel cuore: già non parlava quasi più, io gli porto la mia numerosa famiglia con i sei figli, lui fa il segno della croce sulla fronte di ognuno e batte con la mano sulle nostre mani per farci capire la sua gioia di essere con una famiglia unita e aperta alla vita.

           

    UNA CROSTATA DI MIRTILLI PER PAPA RATZINGER

    Passiamo a Benedetto XVI, di cui anche recentemente hai evidenziato nel tuo blog le grandi qualità (“Una proposta che non tramonta”) …

    Quanto è stato bistrattato! Dipinto come il cane da guardia dell’ortodossia, il pastore tedesco… valutazioni tanto ingiuste pensando all’umiltà, alla tenerezza, alla semplicità, alla timidezza di Joseph Ratzinger. Io pure in qualche caso l’ho criticato (come vedi, sono recidivo) ma l’ho sempre apprezzato per la chiarezza cristallina e la capacità di cogliere le questioni di fondo. Circa il carattere, è uomo che ama la compagnia di poche persone, più in difficoltà di fronte alle grandi folle tanto amate invece dal suo predecessore. Uomo poi di grande attenzione nei confronti dell’interlocutore: se Giovanni Paolo, quando era giovane e in salute, parlava con te ma sembrava preso dall’urgenza di pensare già all’incontro che sarebbe seguito, Benedetto XVI poneva tutta la sua attenzione su di te, con una gentilezza e una semplicità che sono tipiche di certe grandi menti. Di lui ho ricordi bellissimi, come quando con tutta la famiglia lo incontrai a Castel Gandolfo. “ Che cosa portiamo al Papa?”, ci eravamo chiesti. “Facciamogli una torta”, suggerirono le figlie. E così ci presentammo con una crostata ai mirtilli. E lui: “Ma grazie, è la mia preferita!” 

    Sotto l’aspetto del magistero, che cosa ti è restato di papa Ratzinger? 

    Gli sono debitore in primo luogo del fatto che ha avuto il coraggio di porre la questione della verità all’uomo contemporaneo e di sostenere che se ci amputiamo della capacità di interrogarci sulle cose ultime non siamo più razionali, ma meno. È stata questa una grande provocazione per la cultura contemporanea, accolta soprattutto fuori d’Italia, come dimostra il successo di viaggi inizialmente temuti come quelli in Francia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna.

    Altri motivi per essere grati a Benedetto XVI? 

    Papa Ratzinger ha posto con chiarezza il problema dei rapporti tra religione e ragione, dunque anche tra religione e violenza. Dopo la lectio di Ratisbona subì critiche feroci; però oggi è impossibile non riconoscere la sua lungimiranza. Quando pose l’Islam davanti alla questione decisiva, quella del rapporto di quella religione con l’uso della violenza, non fece che proporre a tutti una domanda con la quale il mondo islamico prima o poi dovrà fare i conti molto seriamente. Come avrai capito, non ho accompagnato i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI solo da osservatore, ma mi ci sono coinvolto in pieno, come uomo, genitore, marito, credente.

    Concludiamo con una nota più leggera, riandando a quello che tu chiami “librino”, ma che è invece un vulcano di osservazioni acute, oltre che spesso divertenti, sui bipedi che frequentano (in realtà e nella fantasia) i dintorni del Cupolone: il già citato “Il diavolo in piazza san Pietro e altri racconti”. Ti vorrei suggerire (stavolta tocca a me) di occuparti in una prossima occasione anche di un gabbiano che è un po’ il signorotto di via del Mascherino. Degno successore di un altro gabbiano chiamato Tet (che gli ha trasmesso il nome e che è morto travolto da un Suv), questa sorta di don Rodrigo volatile pretende ogni mattina una colazione sostanziosa da Pasquale al numero 74: e, come ci raccontano gli stessi cordialissimi Pasquale, Marta e Leonardo, è un buongustaio esigente che se la spassa con l’ottima ( e non esagero) pizza di mozzarella e prosciutto a disposizione. Non solo: se ne pappa quotidianamente un paio, tra colazione e spuntini vari. Ecco un altro ‘personaggio’ che non sfigurerebbe in un tuo ‘librino’… 

    Ne terrò conto, grazie. Intanto speriamo che il gabbiano goloso abbia provveduto ad allontanare dal Cupolone i «corvi» che volteggiavano impunemente da quelle parti!

    …e qui finisce in gloria questa intervista, per diversi motivi certo assai singolare.

     

    P.S. L’intervista appare integralmente su www.rossoporpora.org e per la riproduzione di ogni sua parte si richiede la citazione della fonte. Per una riproduzione dell’intera intervista o di parti consistenti di essa si prega in ogni caso di chiedere l’autorizzazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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