INTERVISTA A SALVATORE MARTINEZ - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI LUGLIO 2010

 

Con il presidente di 'Rinnovamento nello Spirito' parliamo del progetto ANReL di recupero lavorativo di detenuti ed ex-detenuti. L'esperienza positiva del 'Polo Sturzo' a Caltagirone.

Il 6 luglio presso il Ministero italiano della Giustizia è stata presentata l’ANReL, l’Agenzia nazionale reinserimento e lavoro detenuti ed ex-detenuti, un progetto che verrà concretizzato in via sperimentale per tre anni in cinque Regioni (Sicilia, Campania, Lazio, Lombardia e Veneto). L’ANReL (che nella prima fase  dovrebbe coinvolgere circa 1500 detenuti da avviare al lavoro) è nata da una convenzione tra il Ministero e la Fondazione “Mons. F. Di Vincenzo”, emanazione del movimento ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito Santo” (RnS, oltre 200mila aderenti, in circa 1900 gruppi e comunità. La Fondazione – ente morale di diritto civile ed ecclesiastico -) è stata costituita ad Enna per ricordare uno degli iniziatori del RnS in Italia; e ha promosso a Caltagirone (in collaborazione con la Caritas, la Cei e la diocesi di Piazza Armerina) il “Polo di eccellenza della solidarietà e promozione umana Mario e Luigi Sturzo”, finalizzato al recupero di detenuti ed ex-detenuti. All’esperienza positiva di tale Polo (avviato nel 2003 sul Fondo rurale della famiglia Sturzo, ha coinvolto fin qui 12 detenuti ed ex-detenuti, che producono ceramiche, coltivano agrumi, ulivi, grano, viti e piante officinali e commercializzano il tutto) si è ispirato il progetto ANReL. Del progetto, delle sue ragioni, delle speranze suscitate, abbiamo parlato con Salvatore Martinez, presidente sia del “Rinnovamento nello Spirito Santo” che della “Fondazione mons. F. Di Vincenzo”. Nella seconda parte dell’intervista si è dato spazio a un altro argomento tanto importante quanto complesso, quello della secolarizzazione della nostra società e della necessità di una testimonianza chiara e coerente da parte di chi si dice (e vuol esserlo) cristiano anche in tempi di crescenti difficoltà a manifestare pubblicamente la propria fede.

Salvatore Martinez, quale importanza sociale e pastorale ha il progetto ANReL (Agenzia nazionale reinserimento e lavoro detenuti ed ex-detenuti) per il Rinnovamento nello Spirito Santo, di cui Lei è presidente nazionale?

 

In Caritas in veritate il Santo Padre ci ricorda che il fare senza sapere è cieco; e il sapere senza amare è sterile. Intanto direi che ANReL esprime un grande atto d’amore dinanzi alla siccità di valori spirituali, al disorientamento che la nostra gente vive. Rinnovamento nello Spirito obbedisce da alcuni anni ad un mandato di Giovanni Paolo II che ci ha chiesto di fecondare questa civiltà attraverso la cultura della Pentecoste. Da parte sua Benedetto XVI nella Caritas in veritate ci dice che il progresso dei popoli ha bisogno di cristiani con le mani alzate nel gesto della preghiera, ma capaci anche di stimolare esperienze di fiducia in Dio e nella Sua Provvidenza, di fraternità. Un movimento come il nostro, che non è sorto per creare cose nuove nella Chiesa quanto piuttosto per rinnovare ciò che esiste, si interroga oggi chiedendosi che cosa è possibile fare perché il Vangelo diventi fonte di rinnovamento con un’incidenza sociale…

Ad esempio quel che avete fatto con il Fondo Sturzo a Caltagirone…

 

Sì, In questo respiro si inserisce l’esperienza maturata a Caltagirone, in questo incubatore ispirato a Sturzo, ai suoi ideali, alle sue buone prassi che, come abbiamo constatato, sono state capaci di redimere uomini, famiglie, sistemi economici particolarmente fragili perché espressione di un entroterra depresso. Da qui la domanda, il sogno: è possibile esportare in tempi di crisi queste ricchezze immateriali e materiali? A distanza di oltre un secolo dai primi tentativi – riusciti - ispirati alla Rerum novarum, abbiamo constatato che anche oggi è possibile esportare modelli sociali che vedano le reti, i movimenti, le associazioni operanti virtuosamente sul territorio disponibili a una collaborazione per un nuovo disegno sociale, per una nuova sussidiarietà orizzontale.

Con chi in particolare avete condiviso l’idea di esportare nella Penisola il progetto ANReL ?

ANReL è figlia di un cammino incominciato il 30 maggio del 1998, data della Pentecoste dei movimenti riuniti in Piazza San Pietro da Giovanni Paolo II. Da allora l’amicizia si è fatta sempre più profonda e si è allargata ad altri gruppi di ispirazione cristiana: Rinnovamento nello Spirito ha operato perché tale amicizia fosse promossa e rinsaldata in realtà come Retinopera, Forum delle Famiglie, Scienza e vita. ANReL - cui collaborano tra gli altri le Acli, la Caritas, la Coldiretti - è dunque un segno dei tempi e questo sfronda il progetto da ogni tentativo di autoreferenzialità: Rinnovamento nello Spirito è un movimento di carattere spirituale, semmai cerca di coordinare ma non di sostituire chi collabora con quella competenza tecnica necessaria per lavorare bene sul territorio.   

Sembra interessante che la proposta venga offerta all’Italia intera da una terra di cui lo Stato da tempo ha perso il controllo: non pochi ritengono che non sia in grado– al di là di successi, anche importanti ma occasionali – di fronteggiare con efficacia il fenomeno mafioso…

Qui Lei apre un fronte gigantesco… Era il 2000, quando Giovanni Paolo II, durante il Giubileo delle carceri, disse che non era utopia pensare al bene comune in quel mondo e offrire ai carcerati cammini di redenzione umana. La frase ci colpì particolarmente: di qui il tentativo di modulare attorno a famiglia, chiesa, cultura e lavoro un nuovo impianto tipicamente sturziano che potesse produrre i cammini di redenzione auspicati dal Santo Padre.

Facile a dirsi… ma a farsi?

Dapprima abbiamo dovuto vincere il pregiudizio sociale di queste terre mortificate, violentate, oltraggiate da organizzazioni criminali che sfruttano le debolezze culturali ed economiche esistenti. Ricordo qui che il circondario di Caltagirone è il più depresso della Sicilia, con il tasso più alto di delinquenza minorile e con una grande concentrazione di case circondariali in uno spazio ristretto. All’inizio del progetto una certa mafia contadina satellitare ebbe a farsi sentire con furti, incendi, minacce varie. Il giudizio corrente era poi generalmente negativo: si criticava l’idea di un carcere a cielo aperto, una sorta di ghetto che poteva ‘sporcare’ l’onore del territorio. Non parliamo poi delle difficoltà economiche: fare impresa in Sicilia vuol dire uscire dai mercati, trovarsi con difficoltà strutturali, dover fare i conti a volte con manodopera non specializzata. Bisognava risolvere allora un altro problema: convogliare le migliori risorse, quelle delle forze più efficienti di questo territorio così depresso. Così alla fine da ottenere qualcosa di buono, che fosse di giovamento al bene comune, mostrando altresì che il popolarismo sturziano rappresenta oggi la migliore forma di rivoluzione spirituale di cui una democrazia possa disporre. Avere archiviato anzitempo, tradito, monopolizzato sul piano politico, stiracchiato di qua e di là l’eredità sturziana, credo sia stata per gli stessi siciliani una delle tristezze più grandi che si possano raccontare. Oggi la terra prima arida, dà il proprio frutto, fa germogliare semi di giustizia e di pace, dà lavoro anche ad operatori che altrimenti non avrebbero trovato modo di realizzarsi. Mi piace sottolinearlo, poiché tra le tante critiche negative di cui siamo stati e siamo oggetto ci sono quelle che vengono dalla Sicilia onesta che protesta dicendo: “Che cosa devono fare i nostri figli per trovare un lavoro? Delinquere, così che qualcuno si accorga di loro e gli dia un’occupazione?”

In effetti questa è una critica amara, comprensibile da parte dei genitori che coltivano la legalità…

Purtroppo il giovane laureato siciliano ha solo due possibilità di scelta: se ne va altrove oppure resta in Sicilia, mettendosi al servizio degli ultimi, dei poveri. Sono i primi, con i loro talenti, che devono prendersi cura degli ultimi. E i primi verranno capacitati e nobilitati dagli ultimi stessi.

Nel progetto ho notato una particolare attenzione verso la famiglia dei detenuti…

E’ questo un elemento strutturale e distintivo a livello mondiale. Dalle verifiche fatte abbiamo appurato che non esiste altro progetto al mondo in cui il soggetto che attua il cammino di redenzione sia tanto coinvolto con la sua famiglia. E’ un elemento decisivo per attaccare la criminalità organizzata. Che non si sconfigge soltanto sequestrando i beni, il che è certo un’azione fondamentale, ma soprattutto disarmando la coscienza sociale che tali organizzazioni creano all’interno delle carceri.

Vuol spiegare concretamente la Sua affermazione?

 

La famiglia del detenuto viene aiutata, i figli mantenuti agli studi. Quando il detenuto sarà liberato, la famiglia resterà grata per sempre alla criminalità…

Un po’ come succede con la camorra a Napoli…

Sì. Tale catena va spezzata. Dobbiamo accompagnare le famiglie dei detenuti, intercettarle, renderle partecipi insieme al congiunto recluso. Non è facile. È una sfida nelle sfide. Abbiamo avuto difficoltà enormi. L’anonimato, il tentativo di rimanere al riparo da vendette, fanno sì che divenga necessario vincere il meccanismo della paura, della sfiducia. Da soli non riusciamo a vincere, occorre fare sistema: ciascuno farà in modo di reinserire tali famiglie, altrimenti destinate a cadere nell’isolamento, nella quotidianità del territorio.

Il progetto ANReL si sviluppa anche in collaborazione con un partner importante come lo Stato…

 

Abbiamo rassicurato lo Stato che nessuna delle associazioni coinvolte nel progetto percepirà un euro…

… questa è in effetti una delle domande avanzate al proposito da altri ambienti interessati al recupero dei detenuti…Si è anche detto che non c’è stato nessun bando di concorso…

 

La Cassa Ammende del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non procede per bandi, ma valuta l’incidenza di un progetto sul territorio. Il progetto è nato da una Convenzione quadro tra il Ministero della Giustizia e la Fondazione “Mons. F. Di Vincenzo” e fruisce della collaborazione di due enti pubblici: il Comitato nazionale per il Microcredito e dell’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, oltre che della Prison Fellowship International e delle associazioni già citate: il Rinnovamento nello Spirito Santo, la Caritas, le Acli, la Coldiretti. Abbiamo poi anche una convenzione con il Ministero della Pubblica Istruzione, poiché, nelle cinque regioni in cui si attua ANReL, ci sarà anche l’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” (previsto dagli ordinamenti in vigore) sui criteri fondamentali che ispirano l’incubatore sturziano: educazione e rieducazione, prevenzione e cura avranno per protagonisti i giovani, la cui coscienza sociale potrà essere riformata.

Critiche sono giunte da parte di varie associazioni di volontari che operano nelle carceri: si è detto che lo Stato ha messo a disposizione 4,8 milioni di euro per un progetto gestito da sconosciuti privi di esperienza…

 

Chi ci critica in tal modo ignora sia quanto è stato fatto e si fa a Caltagirone con il “Polo di eccellenza Mario e Luigi Sturzo” sia che il Rinnovamento nello Spirito ha dato vita da due anni ad una scuola di formazione per i volontari che operano nel sistema carcerario. Non si può neanche dimenticare che da diversi anni non pochi membri del RnS  operano all’interno delle carceri e presso le famiglie dei detenuti con attività di accompagnamento e di animazione.

Qualche polemica è stata sollevata da chi ha arricciato il naso per la presenza nel progetto della voce “Formazione spirituale”: si vuol forse convertire tutti al Rinnovamento nello Spirito?

 

Posso solo rispondere citando l’esempio dell’indiano Raspal, custode di un’azienda satellitare al Fondo Sturzo. Per otto anni non ha rivisto moglie e figli restati in India. Noi abbiamo permesso che ci fosse il ricongiungimento e Raspal continua a bruciare incensi alle sue divinità, a professare la sua religione, a indossare i suoi abiti tradizionali insieme con la sua famiglia. Mi sono chiesto: a che cosa sarebbe valso dare una formazione professionale a Raspal, se egli non avesse potuto con suo grande dolore rendere compartecipe la sua famiglia dei frutti del suo lavoro? Per formazione spirituale noi non intendiamo una clericalizzazione del mondo carcerario, ma percorsi personalizzati che tengano conto di una formazione religiosa insopprimibile e non sostituibile dalle sole soddisfazioni professionali. Formazione spirituale non è un processo di indottrinamento alla fede cattolica, anche perché sarebbe assurdo: la metà della popolazione carceraria siciliana e campana viene dal Terzo Mondo ed è in gran parte musulmana.

Salvatore Martinez, un paio di domande su un altro argomento particolarmente attuale e complesso: la secolarizzazione crescente della società…

 

Mi pare che molti cristiani vivano nella condizione di quell’uomo che disse a Gesù di credere, ma gli chiese anche di aiutarlo nella sua incredulità.  Oggi l’ignoranza religiosa è sempre più diffusa, perché le agenzie educative che provvedevano tradizionalmente alla trasmissione della fede sono in crisi. Ci accorgiamo del resto che il meccanismo della ripetizione stanca anche attraverso le forme convenzionali, che sono quelle della liturgia e del catechismo: non sono più sufficienti a trasmettere la fede. Bisogna essere grati a Benedetto XVI che, sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II, ribadisce in modo chiaro che la fede è un incontro che deve generare un’esperienza. Quest’ultima, se tocca la vita di una persona, deve essere raccontata e dunque si fa storia.

Papa Benedetto XVI ha lanciato da tempo la sfida della nuova evangelizzazione, istituzionalizzata pochi giorni fa con l’annuncio della creazione di un nuovo dicastero ad hoc, che sarà presieduto dall’arcivescovo Rino Fisichella…

La grande sfida della nuova evangelizzazione, che Benedetto XVI sta così profondamente ponendo, riparte da una umanizzazione del nostro tempo. Parlare di una laicità rigenerativa, cristiana, come di una modalità di essere uomini è secondo me l’argomento vincente. Vedo nella laicità cristiana oggi la sola possibilità che la nostra umanità ha di ritrovare per l’uomo e con l’uomo sentieri di vita e di speranza in tempi di morte.

Non facile comunicare un tale tipo di messaggio a una società che della Chiesa ha un’immagine deteriorata per i noti scandali e per una campagna martellante dei ‘poteri forti’ nell’ambito cultural-massmediatico…

 

Certamente c’è una difficoltà nella trasmissione del messaggio: nel crollo delle ideologie abbiamo smesso di mettere la gente a contatto con gli ideali. Venendo meno gli ideali, vengono meno anche la fiducia nella Provvidenza e quella nelle istituzioni ecclesiali… ma gli ideali sono fondamentali: sono quelle esperienze di vita cristiana che già esistono sul territorio e che vanno amplificate, condivise. Esse devono mostrare il volto di un Cristianesimo quotidiano che gioisce nel raccontare la presenza di Gesù vivo, la bellezza della comunità cristiana, la fraternità. Sono modelli ancora attuali. Non sono gli ideali ad essere meno attuali, non sono gli ideali a essere tramontati, non è il fascino del Cristianesimo ad essere impallidito, ma spesso è la qualità della testimonianza e della sua comunicazione che pone il Cristianesimo in una posizione di debolezza. Non c’è dubbio che il rinnovamento della catechesi, della liturgia, delle tecniche di comunicazione sia un tema cui bisogna guardare con grande senso di responsabilità; credo però anche che il primato della Grazia nella vita della Chiesa non debba essere né sottaciuto né tantomeno sottoposto alle scienze umane cui ci rivolgiamo per trovare aiuto. La fede è di seme divino, la Chiesa è di seme divino e trova nuova linfa quando sente di dover essere rigenerata.

Come farà ad attrarre i giovani, oggi in parte non minima indifferenti alla religione?… vivono come se Dio non esistesse, condizionati come sono dal messaggio sociale prevalente…

Secondo la mia esperienza, tra i giovani il fascino del Vangelo è oggi più elevato rispetto a qualche anno fa… è straordinario. Tra i giovani, non solo del Rinnovamento nello Spirito, c’è un bisogno incredibile di Cristo, di incontrarlo, di rileggere la propria vita alla luce del Vangelo. In tempi di crisi, venendo meno tutte le certezze (della famiglia, del lavoro, dell’amicizia), il vuoto d’amore deve essere colmato. Il vuoto d’amore può spingere a rinnegare la vita (ed ecco i suicidi in forte aumento) oppure a eliminare l’elemento che dà dolore (ed ecco gli omicidi a tutte le età). Questo vuoto è però anche una grande occasione di evangelizzazione, di testimonianza.

Intanto però stanno crescendo generazioni che non sanno neanche fare il segno della croce, che non conoscono neppure l’Ave Maria… e che in più stanno maturando in non pochi casi una vera avversione verso la Chiesa, presentata come un ricettacolo di mondanità e di ipocrisia…

 

C’è però da dire che se c’è sfiducia nell’Istituzione e nei suoi rappresentanti, non è venuta meno la fiducia nel Vangelo. La difficoltà che registriamo in molti casi è di far amare la Chiesa, non di far amare Gesù; di far amare il magistero, la dottrina morale della Chiesa, non Cristo.

Come attenuare la dicotomia?

Attraverso le comunità cristiane, con gerarchie, carismi, sacerdoti, laici tutti insieme, che devono dare testimonianza di fraternità, volontariato, operosità, carità, tutto ciò che fissa il Vangelo nella vita delle persone. Non è questione di Gesù sì, Papa no. Far capire oggi che il Papa è il Vicario di Cristo non rientra nella sensibilità corrente, non è un fatto immediato: un genitore non parla più in casa di queste cose. Ci sono tanti giovani che non conoscono neanche più le preghiere elementari… figurarsi i dogmi, i precetti, le altre norme! Ciò significa che intanto non dobbiamo più dare nulla per scontato; e poi che bisognerebbe parlare addirittura di una pre-evangelizzazione, poiché è fondamentale una re-iniziazione cristiana, che riparta dagli elementi fondamentali della nostra vita: Chi è Dio? Chi è Gesù Cristo? Chi è lo Spirito Santo? Quindi con le preghiere fondamentali, ritessendo un’intelaiatura di fede che oggi non c’è più. Non c’è più nelle famiglie, non c’è più nelle istituzioni: come può esserci nelle nuove generazioni?

Tuttavia, come diceva Lei prima, il bisogno religioso sussiste…

Il rischio qui è triplice: per soddisfarlo non raramente ci si rivolge a sette oppure si intercettano forme di superstizione oppure ancora si sceglie di negare Dio, vista l’incapacità di incontrarlo. Quanto più cresce oggi la negazione della dignità umana, tanto più è grande la richiesta di amore che Cristo può soddisfare. Perciò il Cristianesimo non sparirà: certo potrà conoscere ancora più fortemente il martirio, che è anche morale, culturale e sociale; potrà essere ancora più emarginato e confinato nelle sagrestie e considerato roba da bigotti. La purificazione renderà tuttavia il Cristianesimo ancora più forte nella sua identità cristiana, ancora più incisivo nel suo annuncio. Nel contempo l’Europa conoscerà tempi ancora più tristi: quanto più deciderà di spegnere la luce del Cristianesimo dalla sua storia e dal suo destino, tanto più precipiterà nel buio.