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    PADRE ARDURA: CHARLIE OFFENDE, FORSE RIMPIANGE FEDE CHE NON HA

     

    PADRE ARDURA: CHARLIE OFFENDE, FORSE RIMPIANGE FEDE CHE NON HA – www.rossoporpora.org - di GIUSEPPE RUSCONI – 22 gennaio 2014

     

    A colloquio sui fatti di Francia  con il presidente del Pontificio Comitato di Scienze storiche, padre Bernard Ardura – Per il religioso francese, premostratense, la libertà d’espressione della satira non può comprendere l’offesa ai sentimenti più intimi del beffeggiato – Il ‘Charlie Hebdo’ è espressione di una mentalità fondamentalmente asociale, ma forse nasconde il rimpianto di una fede che non ha – Il terrorismo non si combatte con il laicismo, ma con una più solida educazione dei giovani e con l’intensificazione di un vero dialogo interreligioso.

     

    Nato a Bordeaux 66 anni fa, padre Bernard Ardura è dalla fine del 2009 presidente di un importante organismo vaticano: il Pontificio Comitato di Scienze storiche. In tale veste si è ad esempio occupato recentemente di temi come i 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale (con accento sugli sforzi di pace della Santa Sede), dei 1700 anni dall’Editto di Costantino (rapporti tra Stato e Chiesa, laicità), dei contenuti della Ostpolitik vaticana verso l’Europa dell’est sotto il comunismo. Prima del 2009 è stato tra l’altro segretario del Pontificio Consiglio della cultura e consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Ha le carte in regola dunque per rispondere alle nostre domande sui fatti accaduti in Francia a inizio gennaio, in particolare sull’attacco al settimanale “Charlie Hebdo”, sulla relazione tra libertà di espressione e dignità umana, sulla  salvaguardia del dialogo con l’islam, sulla necessità di una vera educazione al rispetto dell’altro nella sua diversità. Certo non la pensa né come la guardasigilli francese Christiane Taubira (madre del famigerato ‘mariage pour tous’) né come il primo ministro britannico David Cameron (membro del partito cosiddetto ‘conservatore’): ambedue ritengono che la satira (oggettivamente di livello infimo) alla ‘Charlie Hebdo’ non debba porsi dei limiti e debba potersi far beffe anche delle religioni…

     

    Padre Ardura, entriamo subito nel vivo del discorso. Dopo il sanguinoso attentato del 7 gennaio al settimanale francese “Charlie Hebdo”, molti giornali (qualcuno pure cattolico) hanno titolato a caratteri di scatola: “Attacco alla libertà”…Lei pensa che sia stato effettivamente così? 

    Quando le circostanze si rivelano particolarmente drammatiche, penso che si debba stare molto attenti a non semplificare abusivamente l’accaduto, anche per non creare opinioni errate.

    Che cosa intende dire con ciò? 

    E’ evidente che la libertà di espressione è certo un valore, ma non intangibile. Lo stesso si potrebbe dire della libertà artistica. Non ci si può dimenticare che lo Stato è garante delle libertà individuali, di cui fa parte naturalmente la libertà di espressione. Ciò comporta che lo stesso Stato deve difendere e proteggere anche altri valori civili, deve tener conto della sicurezza dei cittadini, della pace sul suo territorio, della giustizia, dell’uguale dignità per tutti. Giocoforza constatare allora che dalla tutela complessiva delle libertà individuali consegue un effetto di limitazione reciproca. In altre parole: la politica dello Stato deve presentarsi sempre come un compromesso tra le varie forme di libertà.

    La libertà di stampa dev’essere anche associata all’esercizio di una speciale responsabilità? 

    Sostanzialmente la libertà di stampa è anche un potere, poiché la stampa ha la capacità di contribuire a plasmare l’opinione pubblica di un Paese e nel contempo è essa stessa espressione di tale opinione pubblica. Perciò la libertà di stampa non può essere senza limiti, non può essere disgiunta dal senso di responsabilità verso il Paese in cui opera: in democrazia nessun potere senza freni è legittimo, poiché in tal caso si trasformerebbe facilmente in dittatura. 

    Eppure, padre Ardura, abbiamo letto a firma di penne del mondo cattolico (ad esempio di riviste come “Jesus” e “Il Regno”), solidali con i vignettisti del “Charlie Hebdo”, frasi come le seguenti: “L’ironia e la satira non sono nemiche dei credenti. Anzi, possono aiutarli a liberarsi dalla presunzione di ‘possedere’ l’Altissimo, giocando così una funzione anti-idolatrica”. Ancora, ad altra firma, gesuitica francese (rivista “Etudes”): “Per manifestare il nostro sostegno ai nostri confratelli assassinati, noi abbiamo scelto di riprodurre alcune ‘copertine’ di ‘Charlie Hebdo’ riguardanti il cattolicesimo. (…) La libertà d’espressione è un elemento fondamentale della nostra società”. Quali riflessioni può proporre su tali asserzioni? 

    La satira è una forma particolare di pedagogia e dunque il vignettista non può prescindere dall’amore verso chi dalla sua matita è fustigato: Castigat ridendo mores, dicevano i latini. Temo invece che in molti casi la satira si sia trasformata in questi anni in espressione d’odio camuffato da umorismo. 

    Può fare un esempio? 

    Ho ben chiare nella memoria le vignette che un settimanale satirico (NdR: la copertina dello stesso ‘Charlie Hebdo’ suonava finemente così: Bienvenue au pape de m….) dedicò a papa Giovanni Paolo II in occasione di una sua visita pastorale in Francia. Erano vignette ‘sessuali’ di rara volgarità. Certamente alla loro origine non c’era un intento pedagogico positivo, ma un odio profondo per la religione e per la Chiesa.  Con questo intendo rilevare che la critica e la satira non possono essere considerate come tali se feriscono la dignità delle persone offendendone le convinzioni profonde. Chi agisce in questo modo non fa altro che umiliare chi vuole colpire; semina così odio e aggrava situazioni già di per sé precarie.

    Per fare un inciso riguardante il mondo ebraico, la pensano così tra l’altro anche il Rabbino-capo di Roma Riccardo Di Segni (che giovedì 15 gennaio alla Lateranense ha affermato – applauditissimo - di “non essere Charlie”) e il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, “disgustato” dalle vignette del settimanale. Però -  sostenuta dal governo francese, dalla maggior parte della cultura ufficiale e da tanti media - la redazione superstite del “Charlie Hebdo” continua a produrre vignette di livello infimo, come nell’edizione di mercoledì 14 gennaio, in cui sono apparse tra l’altro – nel solco di una consolidata tradizione - vignette anticattoliche tanto crude quanto offensive… 

    Questi giornalisti sono figli di un certo tipo di mentalità fondamentalmente asociale. Perché continuano con le loro vignette così offensive? Si propongono forse qualcosa di positivo? A me pare di no, fomentano solo l’odio. Può anche darsi che tale insistenza nasconda pure un rimpianto, quello di non poter condividere con altri ciò che altri hanno la chance di vivere, cioè la fede. Che non è un’assicurazione per la vita, ma fonte di speranza e di serenità, fondata sulla certezza che non siamo soli né abbandonati, ma amati da un Dio che possiamo chiamare “Padre”.

    Si può legittimamente pensare che chi opera nel “Charlie Hebdo” sia storicamente ed emotivamente legato al Sessantotto e si ritrovi in quel clima che spesso si traduceva in un disprezzo assoluto di chi la pensava altrimenti… Un’altra domanda che sorge spontanea riguarda la funzione di tale satira nella lotta al terrorismo… 

    Siamo sicuri che tale espressione sia lo strumento migliore di combattimento? No, per niente: secondo me occorre creare un clima nuovo di mutuo rispetto. Papa Francesco l’ha riaffermato con forza giovedì 15 gennaio sull’aereo che lo portava dallo Sri Lanka alle Filippine: “Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri”. Fondamentale qui dedicarsi a un’educazione approfondita dei giovani per trasmettere loro i valori di tolleranza, di rispetto dell’altro, delle differenze; e accrescere forme di cooperazione quotidiana sul terreno con tutti gli interlocutori.

    Il ministro francese dell’Educazione nazionale, la controversa Najat Vallaud-Belkacem, ha già annunciato corsi obbligatori di formazione alla laicité, per contrastare i ‘fondamentalismi’ religiosi. Leggiamo su Le Monde che da qualche parte si invita a considerare tra i ‘fondamentalismi’ non solo quello islamico, ma anche ad esempio quello (presunto) di chi afferma pubblicamente che il matrimonio è tra uomo e donna, aperto alla procreazione. In poche parole: con la ‘lotta ai fondamentalismi’ si intende ad esempio da alcuni criminalizzare ulteriormente il grande fenomeno della ‘Manif pour tous’ (che già più volte si è tentato di reprimere)… 

    Quando si proclama la laicité, occorre distinguerla bene dal laicismo. La laicité prevede la separazione delle competenze tra Stato e Chiesa. Non è ignoranza dell’uno verso l’altra, anzi presuppone un rapporto di fiducia reciproca, su cui si fonda la cooperazione pubblica per il bene comune della società. In tal senso la laicité è espressione di una democrazia matura, fondata sulla solidarietà.

    Ben altra cosa il laicismo… 

    Il laicismo esclude per principio ogni riferimento religioso nella vita pubblica. Quindi procede per esclusione e su questa scia diventa intransigente, assumendo a poco a poco le caratteristiche di ciò che si chiama fondamentalismo. Il “Charlie Hebdo” è espressione del laicismo. Non è proprio questa la via giusta per lottare contro il fondamentalismo ideologico dei terroristi.

    Perché lo chiama ‘ideologico’? 

    Mi rifiuto di considerare questi terroristi islamici come fondamentalisti religiosi. Se lo facessi, acconsentirei a che l’Islam sia considerata come una religione di per sé violenta.

    Però i terroristi dicono di rifarsi a non pochi passi del Corano… 

    E’ vero che nel Corano ci sono dei passi, degli elementi che possono essere utilizzati per giustificare un’azione violenta. Tuttavia vorrei osservare che dai tempi di Maometto sono passati quasi 1500 anni di civiltà e oggi tutti conosciamo musulmani veri che vivono la loro credenza con sincerità, devozione, coerenza e intenti pacifici.

    I fatti di Parigi hanno corroborato i fautori dello ‘scontro di civiltà’ che in qualche caso chiedono addirittura l’espulsione dei musulmani dall’Europa… 

    Se non erro, la prima volta che abbiamo sentito tale espressione assurda fu all’inizio della seconda guerra contro l’Iraq nel 2003, quando il presidente americano Georges Bush parlò di ‘conflitto di civiltà’ per giustificare l’invasione del Paese arabo. Era un’espressione sfortunata e ingiusta, poiché il conflitto in Iraq era puramente politico-militare sullo sfondo di interessi economici. Ed era un’espressione che accrebbe la frustrazione di molte popolazioni arabe, fino ad allora quasi sempre  dominate e umiliate dalle potenze occidentali. In una minoranza di tali popolazioni si è consolidato così un desiderio di vendetta di fronte allo sviluppo di un Occidente che non le ha mai trattate con quella dignità dovuta agli esseri umani.

    La Francia del resto ha provato nella sua carne tra il 1954 e il 1962 che cosa significhi essere odiati da un popolo arabo: pensiamo alla rivolta algerina… 

    Ricordo che lo stesso generale Charles De Gaulle non esitava a dire a proposito dell’insurrezione algerina che essa non si doveva approvare, ma certo si poteva spiegare considerando il modo con cui i coloni trattavano gli arabi.

    Quanto contava allora e conta l’elemento religioso nell’atteggiamento di una parte degli arabi contro l’Occidente? 

    Penso che in questo come in altri casi l’elemento religioso conti più come contorno che tassello fondamentale. Leggo in questo modo anche l’orrendo attacco al supermercato kosher di Porte de Vincennes. Nell’immaginario della minoranza musulmana già citata, l’ebreo rappresenta il nemico per antonomasia: in realtà ebrei e arabi ambedue discendono da Abramo, sono fratelli tra i più vicini e proprio per questo capita a volte che l’odio tra fratelli sia il peggiore.

    Padre Ardura, da quanto ha detto pare di arguire che il dialogo interreligioso con i musulmani, lungi dall’interrompersi, deve intensificarsi proprio come reazione umana e razionale agli atti di terrorismo… 

    Bisogna creare nuove occasioni di cooperazione, crearne il più possibile per essere fianco a fianco al servizio della società, al di là di ogni questione teologica. Tutti, cristiani e musulmani (e anche ebrei, buddisti, induisti, ecc…) dobbiamo puntare concretamente al bene comune, senza grandi discorsi ma con azione incisiva. Ciò anche attraverso uno strumento fondamentale, l’educazione dei giovani…

    Avrà letto che il minuto di silenzio chiesto l’8 gennaio nelle scuole di Francia per le vittime del  giorno prima è stato disturbato gravemente in almeno duecento istituti, con studenti che si rifiutavano di restare in aula e correvano per i corridoi inneggiando agli attentatori…senza contare le decine di migliaia di osanna su facebook e twitter… Del resto la giustizia francese si è messa alacremente all’opera, accusando di ‘apologia di terrorismo’ una lunga serie di indagati, qualcuno condannato già per direttissima a pene tutt’altro che lievi… 

    Appunto. Senza uno sforzo educativo imponente e ben mirato, da Stato laico e non da Stato laicista, la situazione si aggraverà. Perciò è ancora più necessario educare ad accettare, rispettare, apprezzare quanto c’è nell’altro. Un compito titanico, ma ineludibile se vogliamo salvaguardare, in questo caso in Francia (ma non solo), la convivenza civile e concretizzare veramente quelle fraternità e solidarietà tanto spesso proclamate. 

    P.S. L’intervista appare in versione cartacea nel ‘Giornale del Popolo’ (quotidiano cattolico della Svizzera italiana) di giovedì 22 gennaio 2015 e (in versione inglese) nel mensile cattolico statunitense ‘Inside the Vatican’ del febbraio 2015. 

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