DON VIRGILIO LEVI SU PAOLO VI E ROMA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 10 settembre 2014

 

In vista della beatificazione di papa Montini il 19 ottobre riproponiamo un’intervista del giugno 1999 a don Virgilio Levi, in veste di  curatore di “Al popolo di Dio che è in Roma”, un’antologia dei sedici anni di discorsi di Paolo VI ai romani – Nell’intervista, apparsa su “Il Consulente RE’ 7/1999, don Levi – già vicedirettore de ‘L’Osservatore Romano’ - ricorda anche i rapporti tra il Papa e il quotidiano ufficioso della Santa Sede

 

 

Il 21 giugno 1999, nell’Aula della Conciliazione in Laterano, è stato presentato un volume di discorsi di papa Montini ai romani, “Al popolo di Dio che è in Roma”, per i tipi della Libreria editrice vaticana. Dei diversi aspetti dei rapporti di Paolo VI con l’Urbe hanno parlato per l’occasione i cardinali Camillo Ruini e Giovanni Canestri, monsignor Ottavio Petroni, il prof. Andrea Riccardi e la prof.ssa Maria Luisa Paronetto Valier. Da parte nostra abbiamo sentito il curatore del volume, monsignor Virgilio Levi, già vicedirettore de “L’Osservatore Romano’ e direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Nell’intervista monsignor Levi ricorda con vivacità le origini del libro, la personalità e lo stile del Servo di Dio Giovanni Battista Montini nei suoi contatti con gli altri e negli scritti, l’attenzione che aveva verso “L’Osservatore”.

Monsignor Levi, di chi e come mai l’idea di un libro di discorsi di Paolo VI ai romani in questo momento storico? 

L’idea è stata di monsignor Pasquale Macchi, il segretario di una vita di Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e Papa. Di lui è stato anche esecutore testamentario. Monsignor Macchi aveva ben presente che dal 26 settembre 1997 sarebbe incominciato l’anno centenario della nascita di Paolo VI. Come poteva la diocesi di Roma manifestare attenzione per questo suo vescovo? Il cardinale vicario Camillo Ruini fu d’accordo di pubblicare un libro di discorsi di papa Montini proprio su Roma.

Lei il Suo lavoro l’ha fatto con partecipazione e piacere evidenti. Perché? 

Perché gli scritti di Montini sono un poema: visti tutti insieme una sinfonia. Da questi si ricava quanto papa Montini conoscesse Roma, quanto la amasse, quanto fosse consapevole dei suoi bisogni sociali, civici e religiosi. Inoltre, come ha ben evidenziato il prof. Riccardi, Montini ha trasformato Roma da città appendice della Curia Romana in una diocesi autentica, da chiesa legata alla tradizione tridentina in una chiesa tutta proiettata nel solco del Vaticano II.

C’è qualche scritto in questa rassegna che Lei vorrebbe fosse letto assolutamente? 

Si legga quel che dice Paolo VI dopo il ritorno dalla Terrasanta, il 6 gennaio 1964, quando un milione di romani, cosa incredibile, fece ala al suo passaggio da Ciampino al Vaticano.

Ma Paolo Vi fu un Papa popolare in senso pieno? Il suo spirito era certo di formazione aristocratica… 

Non fu un Papa popolare in senso pieno, perché buona parte del popolo era monopolizzata dai nemici della Chiesa…

Quali nemici? 

Che domanda! I comunisti. Io ero amicissimo di Melloni-Fortebraccio (ex-democristiano divenuto comunista), ma i suoi corsivi sull’ ‘Unità’ – anche controvoglia – erano veleno, veleno contro la Chiesa, che era disprezzata soprattutto a causa della Democrazia cristiana. Aggiungi ai comunisti i mangiapreti italiani che non muoiono mai, certi intellettuali cosiddetti di punta…

Tuttavia anche papa Montini, non solo il 6 gennaio 1964, ebbe i suoi bagni di folla… 

Certo, perché conquistava il popolo quando lo avvicinava, quando andava nelle parrocchie, nelle baraccopoli, sui cantieri, nelle carceri. Allora la gente sentiva un cuore che vibrava e ne restava colpita. Si leggano le pagine della visita al carcere di Regina Coeli e si vedrà che anima di prete aveva Montini, di uomo di cultura che sa scendere e farsi capire con un tono e una fraseologia di livello, per se stessa.

Ma le due parti si capivano veramente? 

Lui capiva loro. Ad esempio Paolo Vi regalò al Comune di Roma un complesso di 99 appartamenti ad Acilia per agevolare lo sgombero delle scandalose baraccopoli. Quando, qualche mese dopo, visitò il villaggio, riuscì a far capire come il Papa porti con sé le sofferenze di tutti i suoi figli: nel caso, di quelli, assai  più numerosi, che rimanevano nelle baracche. Un atteggiamento del genere colpiva profondamente il popolo e stimolava almeno un grande rispetto per la persona di Giovanni Battista Montini.

 

QUELLE CORREZIONI MONTINIANE A “L’OSSERVATORE”…

 

Lei è stato segretario di redazione de ‘L’Osservatore Romano’ dal 1967 al 1972, poi vicedirettore fino al 1983. Sentivate in redazione la presenza del Papa? 

Molto, moltissimo. Paolo VI ci leggeva con grande attenzione. Era figlio di un direttore di giornale. Ma Paolo VI si faceva sentire in modo discreto, aveva i suoi messaggeri…

Lei, venuto a Roma, si trovò a conoscere di già la mentalità del successore di Giovanni XXIII… 

Avendolo frequentato a Milano, non certamente alla sua mensa, ma seguendo le sue iniziative, leggendo e ascoltando i suoi discorsi, avevo la fortuna di capire almeno un po’ com’era papa Montini. E questo mi avvantaggiava, perché eravamo sintonizzati su una stessa lunghezza d’onda, il che mi permetteva di capire se una cosa era conforme o no al sentire del Santo Padre.

Qualche volta venivano corretti: ogni correzione era un enorme insegnamento, poiché consentiva di cogliere un vasto retroterra e dunque ci illuminava sul cammino da percorrere.

Quali erano i modi delle correzioni? 

Erano fatte con grande attenzione e delicatezza. Paolo VI era uomo sensibilissimo che capiva e rispettava la persona. Nei miei anni ‘montiniani’ a ‘L’Osservatore Romano’ ho ricevuto da lui 13 lettere manoscritte. Articoli che considerava particolarmente pregevoli venivano talvolta ‘premiati’ da una lettera autografa scritta il giorno dopo…

Cosa abituale nella Curia Romana? 

No. Erano gesti che solo papa Montini sapeva fare e in quel modo.