INTERVISTA AL PATRIARCA MARONITA PIERRE NASRALLAH SFEIR - 'IL CONSULENTE RE' DI DICEMBRE 2008 

 

Nell'intervista accordata durante il Sinodo il pastore supremo della chiesa maronita ribadisce con forza di essere al di sopra delle parti cristiane che si presentano divise nella vita politica quotidiana libanese. Solo chiede che i maroniti si siedano tutti a uno stesso tavolo e trovino una comune linea d’azione per il bene della comunità e del Paese. Il grave problema dell’emigrazione. Il tentativo di dare forza politica agli emigrati. La Siria deve rispettare l’indipendenza del Libano, come il Libano quella della Siria.

 

I lettori attenti e con buona memoria forse si ricorderanno che a due riprese quest’anno Il Consulente RE si è occupato della situazione libanese: nel numero 2 con le interviste sul maroniti a monsignor Hanna Alwan e di natura geopolitica a Roger Bou Chahine, nel numero 3 con l’intervista al vescovo di Jbeil/Byblos monsignor Béchara Rai e con le riflessioni del gesuita padre Selim Daccache dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Michel Sleiman. Cogliendo l’occasione della sua presenza al Sinodo, abbiamo chiesto di esprimere qualche pensiero sul momento libanese all’ottantottenne patriarca Pierre Nasrallah Sfeir, che da 22 anni presiede il Sinodo della Chiesa maronita e da 14 è insignito della porpora. Abbiamo seguito la santa messa da lui celebrata intensamente domenica 19 ottobre nella chiesa maronita di via Aurora; volentieri qualche giorno dopo -  nel salone del Pontificio Collegio Maronita – ci ha accordato l’intervista che segue. Gli abbiamo chiesto dapprima delle persecuzioni anticristiane nel mondo, poi della situazione in Libano e dell’emigrazione in larga parte cristiana che intacca il delicato equilibrio istituzionale, dell’opportunità di dare forza politica ai libanesi emigrati, del viaggio in Australia e del suo intervento al primo convegno mondiale della gioventù maronita. D’obbligo la domanda sulla persistente divisione tra i cristiani: un fatto tristissimo e purtroppo ben certificato dagli avvenimenti. Ancora un accenno alla ‘svolta diplomatica’ di ottobre tra Siria e Libano, poi la conclusione con la grande simpatia che gli ultimi Papi hanno mostrato e mostrano verso il Libano.

Beatitudine, in questi giorni Lei partecipa al Sinodo, in cui si sono ricordate da alcuni padri anche le persecuzioni anticristiane nel mondo…

 

Sì, si sono denunciate le persecuzioni anticristiane ad esempio nell’Iraq; lì c’è una situazione che va avanti da alcuni anni e che provoca una forte emorragia di cristiani dal Paese… una parte sceglie la Turchia come primo Paese d’appoggio, per poi passare negli Stati Uniti. Da libanese e da cristiano la persecuzione dei nostri fratelli in Iraq mi rattrista molto, è un fatto che non si può ignorare. Delle persecuzioni si è parlato, anche se il tema principale del Sinodo è stato certamente molto spirituale, la vita della Chiesa in rapporto all’annuncio della Parola di Dio

Nel Suo intervento Lei, dopo aver citato l’ Instrumentum laboris in cui si legge della stima della Chiesa per i musulmani, ha rilevato che il Libano è caratterizzato storicamente da una “cordialità islamico-cristiana”, che ha tenuto nei secoli “nonostante alcune difficoltà”…

Qui ho aggiunto che negli ultimi quarant’anni la “cordialità” reciproca è risultata più difficile a causa di ingerenze esterne che hanno complicato ulteriormente le cose. E’ vero che oggi la situazione in Libano non è rallegrante.   

Sempre nel Suo intervento Lei ha evidenziato il dramma dell’emigrazione: dagli Anni Settanta oltre un milione di libanesi, in larga parte cristiani, ha lasciato il Paese…

Il fenomeno ha intaccato seriamente il tradizionale equilibrio tra cristiani e islamici, su cui è fondata l’architettura istituzionale libanese. Fino a quarant’anni fa numericamente eravamo metà e metà. Oggi l’equilibrio si è rotto, poiché sono moltissimi i cristiani emigrati. Non so proprio in quale misura l’equilibrio potrà essere ristabilito… forse quelli che si sono trasferiti in Paesi Arabi potranno in parte tornare… almeno questa è la grande speranza. Invece chi è emigrato lontano, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, è difficile che possa rientrare.

In tale contesto emerge la questione delle naturalizzazioni accordate a persone che secondo alcuni non ne avevano il diritto; nel contempo ad altri, emigrati all’estero, la nazionalità libanese è stata negata…Una situazione che ha ulteriormente svantaggiato i cristiani e ha danneggiato il famoso ‘equilibrio’…

 

E’ una questione molto controversa. Molti palestinesi, rifugiati in Libano, tendono a chiedere la cittadinanza libanese… alcuni l’hanno avuta, altri no. E ci sono libanesi all’estero che cercano di mantenere la cittadinanza libanese, ma gliela si nega. E’ chiaro che sulla questione si creano delle tensioni: ci sono non libanesi che sono stati naturalizzati libanesi e dei libanesi cui la cittadinanza è rifiutata!

Nel mese di luglio Lei è stato in visita anche in Australia. Prima a Brisbane, nel Queensland, dove ha incontrato la comunità libanese; poi l’11 luglio per l’avvio del primo incontro mondiale della gioventù maronita a Sydney…

 

Sì, i giovani erano circa ventimila. Naturalmente vivono in larga parte in Australia e il Libano oggettivamente da così lontano appare un po’ sfumato. I loro genitori hanno ancora nostalgia del Libano, ma i giovani la sentono solo nella misura in cui conoscono il Paese… alcuni vengono un mese d’estate…

In ogni caso Lei ha esortato i giovani a “difendere le costanti nazionali” libanesi: l’unità nazionale nella solidarietà; il sostegno alla legalità e il rafforzamento delle potenzialità dell’esercito libanese, così che esso abbia il monopolio delle armi (NdR: ricordiamo che oggi Hezbollah mantiene il proprio esercito, ben addestrato e armato); il rifiuto di vendere il suolo libanese agli stranieri e della concessione dello stesso ai palestinesi; la volontà di rivedere le norme sulla naturalizzazione e il rafforzamento delle possibilità per gli emigrati di partecipare e di incidere sulle decisioni nazionali.

Certo ho parlato dell’identità libanese, delle sue caratteristiche, delle urgenze odierne. I giovani devono sentirsi stimolati ad amare la patria d’origine, sebbene non sia facile tornarvi, anche per le difficoltà economiche esistenti.

Sempre a proposito degli emigrati, in larga parte maroniti, a fine luglio è stata presentata una nuova Fondazione per coinvolgerli maggiormente nella vita libanese…

Quando sono ritornato dall’estero, dall’Australia ma anche da Stati Uniti, Quatar, Spagna, Sudafrica, ho patrocinato in Libano la presentazione della nuova Fondazione per i maroniti nel mondo, presieduta dall’ex-ministro Michel Eddé. L’idea è quella di recuperare gli emigrati alla vita libanese, quella di spingere i genitori a inserire i loro figli nei registri nazionali. L’intenzione cioè è di fare in modo che questi ultimi acquisiscano la nazionalità libanese. Lo sforzo in atto è serio, si vorrebbe che gli emigrati avessero la possibilità di votare nelle elezioni libanesi. Non so se si riuscirà a raggiungere l’obiettivo… resta un punto interrogativo…

Leggiamo su  Asia News che il Parlamento a fine settembre ha votato una nuova legge elettorale, rinviando però al 2013 il voto degli emigrati. Dunque bisognerà aspettare ancora, sempre che tutto fili per il verso giusto… Passiamo a un altro tema, molto doloroso per i maroniti libanesi: la loro persistente divisione. Rilevava già papa Giovanni Paolo II la drammaticità della guerra interna tra cristiani, con grande spargimento di sangue. Beatitudine, Lei tante volte ha lanciato appelli all’unità e al rispetto tra i cristiani…

 

E’ questa purtroppo una verità storica che non si può negare. I cristiani sono divisi, anche attualmente. Sono divisi in due gruppi principali: è la politica che li ha divisi. E’ vero che tutti dicono di operare per il bene del Libano, ma ognuno con la propria idea. Intanto i musulmani sono più uniti dei cristiani.

Lei all’inizio dell’anno, a metà gennaio, è stato attaccato duramente dagli esponenti cristiani raccolti attorno al generale cristiano Michel Aoun, alleato di Hezbollah. Ricevendo nella sede patriarcale di Bkerké le delegazioni che Le portavano solidarietà, Lei ha tra l’altro dichiarato che “il patriarcato non è nato ieri, ha 1500 anni e continuerà ad esistere”. Purtroppo “alcuni dei suoi figli l’attaccano, ma tali attacchi si ritorceranno contro chi li fa”…

C’è un gruppo di cristiani che vorrebbe che il patriarca parlasse il loro linguaggio. Ma io non posso adottare una parte: come patriarca devo essere al servizio di tutti i maroniti e di tutti i Libanesi. So che un Libano diviso fa il gioco dei suoi nemici; e so che noi cristiani dobbiamo serrare i nostri ranghi…

Beatitudine, già vent’anni fa, dopo l’approvazione degli accordi di Taef su un nuovo assetto istituzionale del Libano (con una perdita di potere da parte dei maroniti) già Lei aveva subito attacchi violenti da parte di sostenitori del generale Aoun, che avevano perfino danneggiato il salone del patriarcato…  

Purtroppo sembra che la storia non insegni nulla…Il patriarca non è contro nessuno, ma al servizio di tutti. E io insisto sulla necessità e sull’urgenza che i cristiani siedano insieme a uno stesso tavolo.

Realisticamente è fattibile questo?

C’è una speranza… facciamo di tutto perché questo accada. Ma oggi restano divisi, perché c’è gente fuori del Libano che vuole così e persegue la divisione. Perciò ogni gruppo cerca il suo vantaggio là dove lo trova.

Pochi giorni fa la Siria ha riconosciuto ufficialmente la sovranità del Libano. E’ una svolta positiva?

La Siria confina con il Libano. E’ il nostro vicino per eccellenza. Non possiamo permetterci di avere rapporti cattivi con il nostro vicino. Però la Siria deve rispettare l’indipendenza del Libano come il Libano rispetta l’indipendenza della Siria. Certamente allora la svolta è positiva, ce ne felicitiamo. Ma se la Siria dovesse continuare ad avere ambizioni verso il Libano, i rapporti si degraderebbero…

Però la Siria è già presente nel mondo politico libanese…

 

Non si può negare che ci siano libanesi che vivono all’interno del Libano e sono legati alla Siria.

E’ parso di notare comunque un certo attivismo diplomatico soprattutto francese riguardo ai rapporti tra Siria e Libano, con una particolare attenzione verso la Siria…

Sì, penso che il presidente della Repubblica francese abbia insistito perché la Siria rispetti l’indipendenza del Libano. Tra Siria e Libano ci sarà un prossimo scambio di ambasciatori, ha annunciato Damasco. Vedremo gli sviluppi.

Beatitudine, una domanda che riguarda l’intera regione del Medio Oriente: qual è l’importanza in tale contesto di una presenza cristiana forte in Libano?

E’ una presenza necessaria. E’ nel Libano che i cristiani possono avere influenza. I cristiani del Medio Oriente, che vivono nell’incertezza e nella sofferenze delle rispettive situazioni, guardano al Libano come a una terra ancora di libertà. I cristiani in Libano sono diminuiti, ma ci sono ancora! Fin qui il presidente della Repubblica è un cristiano maronita. Anche nel governo ci sono cristiani. Credo che, nonostante tutto, molti musulmani apprezzino i cristiani, li ricerchino per la loro competenza, ne riconoscano la necessità di una presenza forte per il bene del Paese.  

Beatitudine, Lei ha conosciuto da vicino due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quanto la questione libanese era presente in papa Wojtyla? E in Benedetto XVI?

Papa Giovanni Paolo II era molto sensibile al Libano, ha convocato addirittura un Sinodo speciale dedicato al nostro Paese. Anche papa Benedetto XVI non cessa di lanciare appelli in favore del Libano: ha una grande simpatia per noi! E questo ci conforta molto e ci aiuta a guardare al futuro con un po’ di speranza.