INTERVISTA SULL'AUSTRALIA AL CARDINALE GEORGE PELL - di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE' DI FEBBRAIO 2008

 

Intervista al cardinale George Pell a pochi mesi dalla XXIII GMG di Sydney. Giovani e religione. La posizione della Chiesa cattolica in Australia. Secolarizzazione, multiculturalismo, identità. I rapporti con Roma. Il ‘Motu proprio’ sulla messa preconciliare del 1962.

 

Martedì 15 luglio a Sydney si aprirà la XXIII Giornata mondiale della gioventù (GMG), contrassegnata dal passo biblico “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (At, 1,8). Il Papa giungerà due giorni dopo e – nel corso del suo pellegrinaggio – sarà presente alla veglia del sabato sera e celebrerà domenica 20 la santa messa conclusiva. Per un’intervista sull’argomento abbiamo avuto l’occasione di incontrare a San Calisto l’arcivescovo di Sydney, che a luglio farà gli onori di casa. Al sessantaseienne, cordialissimo cardinale George Pell abbiamo posto dapprima a domande sul significato della GMG australiana, sulla religiosità dei giovani australiani, sulla condizione della Chiesa nel Paese, sui rapporti con Roma, sulle prospettive riguardo alle vocazioni, su multiculturalismo e identità, sui rapporti con le altre religioni. Infine sull’eventualità che il Papa venga contestato come è capitato nel caso della Sapienza. Il porporato australiano, che ha studiato a Roma negli Anni Sessanta, a 46 è divenuto ausiliare di Melbourne, arcivescovo della città a 55, arcivescovo di Sydney nel 2001, cardinale nel concistoro del 21 ottobre 2003.    

Eminenza, quand’è che si è incominciato a prospettare l’Australia come sede della GMG 2008?

Il Santo Padre ha annunciato ufficialmente la sede alla fine delle giornate di Colonia, ma diversi mesi prima già il Pontificio Consiglio per i Laici aveva prospettato la scelta di Sydney. Perciò abbiamo inviato a Colonia più di venti persone con il compito di approfondire tutti gli aspetti della celebrazione tedesca. Le autorità locali ci hanno agevolato molto in tale compito.

Quali i motivi della scelta di Sydney?

 

Noi vogliamo rafforzare la fede dei giovani nostri e di tutta l’Oceania. L’impulso della secolarizzazione in Australia è assai forte. Il Santo Padre è stato d’accordo con noi e volentieri ha optato per Sydney, anche perché – ecco l’altro motivo principale – mai la GMG è stata celebrata nel nostro continente. Benedetto XVI è convinto che noi abbiamo una capacità finanziaria e organizzativa adeguata per la GMG. Inoltre parecchi dei nostri giovani hanno già collaborato e dunque fatto un’esperienza valida  all’allestimento dei Giochi olimpici del 2000.

Lei parlava prima di un aumento della secolarizzazione anche in Australia… Secondo le statistiche un quarto circa della popolazione del Paese è cattolica. Altre rilevazioni fissano attorno al 13% la partecipazione dei cattolici alla messa domenicale. Tra i giovani sarebbe percentualmente la metà…

Tra i 15 e i 25 anni sì…

I dati non sono esaltanti, pur se localmente in qualche nazione europea c’è anche di peggio… In che cosa si manifesta la secolarizzazione australiana?

 

A dir la verità, prima di tutto non esagererei l’impatto della secolarizzazione, che è certo meno forte che in Inghilterra, Olanda, Svizzera. Direi però che l’aspetto principale è quello dell’indifferenza. In Australia i giovani non attaccano la Chiesa, non sono anticlericali. Specie a Natale ed anche a Pasqua la percentuale dei cattolici che vengono a messa raggiunge anche il 40%. L’opinione pubblica è per molti versi ancora cristiana, in relazione alle scelte di vita. Questo per noi è un grande vantaggio, poiché le nostre proposte cadono su un humus ancora generalmente ben predisposto.

Però, secondo le statistiche, quasi un quinto della popolazione dice di non appartenere a nessuna religione…

 

Circa il 18%. Certo questa è una percentuale abbastanza alta e continua a crescere…

Perché?

In Australia la sola Chiesa popolare, effettivamente grande è quella cattolica. I protestanti hanno numeri consistenti, ma tra loro la grande maggioranza è protestante solo di nome. Ci sono, è vero, anche gruppi protestanti molto attivi, come negli Stati Uniti, ma con numeri minori.

Specie in Europa la Chiesa è fatta segno in questi anni a un crescendo di attacchi che intendono minarne la credibilità e ridurne la presenza e il significato pubblico. Sebbene Lei abbia parlato di un humus australiano assai favorevole, sta capitando qualcosa di analogo anche nel Suo Paese? Quanto si lascia penetrare la società australiana dalle proposte della Chiesa?

Certamente in diverse parti d’Europa la situazione è differente. Da noi, guardi, il primo ministro uscente e quello nuovo eletto da pochi giorni) sono esplicitamente, pubblicamente cristiani. Nei loro partiti sono parecchi i non cristiani, i secolarizzati, ma essi no, con grande soddisfazione della larga maggioranza degli australiani. Non conosciamo attacchi in grande stile alla Chiesa. Ad esempio i due principali partiti sono a favore dell’aiuto finanziario statale alla Chiesa per le necessità della GMG: ciò dimostra il ruolo che la Chiesa riveste nella vita pubblica della nostra società. Il popolo e anche i politici sono grati per il fatto che la Chiesa porterà a Sydney tanti giovani da più di 150 Paesi del mondo; per il Paese è un’occasione per mettersi in mostra positivamente.

Però, Eminenza, quando la Chiesa si pronuncia in materia di valori come quelli attinenti a vita, famiglia, bioetica, da quel che leggiamo le reazioni dure non mancano da parte di responsabili politici o gruppi particolari, tanto è vero che contro di Lei era stata inoltrata a livello parlamentare una mozione, poi respinta…

Per alcuni temi, come quelli relativi alla bioetica, il compito esplicativo della Chiesa è molto difficile anche in Australia. Nostre indagini invece dimostrano che su altri temi la situazione è più complessa. Ad esempio, per quanta riguarda l’aborto, un’ampia maggioranza degli australiani crede che la donna abbia il diritto di abortire; d’altra parte una maggioranza altrettanto ampia è urtata dal numero di aborti annuali nel Paese, circa 90mila. Non mancano le contraddizioni e molti, anche politici, ne sono coscienti. A noi si offre l’occasione di lanciare la nostra grande sfida, cercando di spiegare con pacatezza i motivi per i quali noi siamo per la vita e per la famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna, anche prescindendo dai motivi religiosi ed evidenziando quelli – che tutti possono comprendere e accettare – legati al bene della società.

Eminenza, dell’aborto ha detto, ma sulla famiglia che ne pensano gli australiani?

 

Anche in questo caso la situazione è interessante. Prima delle penultime elezioni, la Camera dei Rappresentanti ha votato – d’accordo Governo e opposizione – a favore del matrimonio considerato come unione solo tra uomo e donna. Fin qui tale voto non è stato modificato. In Australia c’è ancora una maggioranza a favore della famiglia ‘tradizionale’. E’ vero che sono ben organizzati e molto attivi gruppi omosessuali che tentano di cambiare la legge.

L’Australia è un Paese multiculturale: successivamente vi sono approdati inglesi, irlandesi, italiani, asiatici, oltre agli aborigeni. Quanto ognuno riesce a mantenere la propria identità originaria?

 

Mi sembra che da questo punto di vista siamo un buon esempio per il mondo. Credo che abbiamo nella nostra società una percentuale di immigrati più alta che in ogni altro Paese, anche maggiore di quella di Israele. Ci si trova generalmente bene insieme. Sia nelle scuole statali che in quelle cattoliche c’è una grande mescolanza: nei nostri istituti di Sydney il 60% degli alunni ha almeno un parente la cui madrelingua non è l’inglese.

Riflettendo sul Paese multiculturale, non si può non pensare agli aborigeni. Quali sono i rapporti della Chiesa con loro?

La questione è complessa. Fin dall’inizio la Chiesa cattolica ha lavorato con gli aborigeni. E il nostro primo vescovo li ha difesi energicamente e pubblicamente contro quelli che li attaccavano. Per tanti anni la Chiesa ha avuto grandi missioni nel deserto e ha collaborato alla sopravvivenza degli aborigeni. Negli Anni Settanta però il Governo non gradì più tale servizio ecclesiale, ritenendolo paternalistico, di tipo coloniale. Ora i politici hanno fatto retromarcia, dato che nelle comunità aborigene si erano nel frattempo diffusi alcolismo, droghe, violenza, vizi vari; e il governo ha restaurato un approccio molto paternalistico, con l’aiuto anche dell’esercito, così da impedire che le comunità si audistruggano. D’altra parte sono in crescita gli aborigeni che studiano, specie le donne: e questo è un fenomeno molto positivo.

Quanti sono i cattolici tra gli aborigeni?

 

Molti si dicono cattolici; penso però che in realtà tanti lo siano solo di nome. Non è sempre facile lavorare con loro.

Gli immigrati sono tanti: la seconda e terza generazione si sente più australiana o ad esempio italiana?

Qui tra gli immigrati si nota una certa ‘schizofrenia’ identitaria. I giovani sono più australiani che italiani. Pensi al fatto che l’Alitalia non ha oggi un collegamento diretto tra la madrepatria e l’Australia. Ormai i primi immigrati sono invecchiati, spesso non sono più in grado di ritornare frequentemente in Italia e i loro figli, soprattutto nipoti non hanno più un grande interesse a farlo. In certe famiglie italo-australiane accade anche un fatto sconcertante e triste: nonni e nipoti non riescono più a comunicare, dato che questi ultimi non conoscono l’italiano.

Eminenza, recentemente Lei ha rilevato che “l’Oceania è un continente difficile, incominciando dal clima duro e dalla terra, perlopiù desertica”. Può precisare il significato di “difficile”?

 

Si deve ricordare che l’Australia è un Paese vastissimo, grande quanto gli Stati Uniti senza l’Alaska. Gli Stati Uniti hanno circa 300 milioni di abitanti, noi una ventina. La maggior parte della terra è desertica. Abbiamo bisogno che piova, al contrario di quanto accaduto negli ultimi sette anni di siccità, analogamente a quanto accaduto negli Anni Trenta, all’inizio del Novecento e prima dell’arrivo degli europei (qui si dice che la siccità durò quattordici anni). Come vede, il clima non è in genere benevolo verso l’uomo. Un’eccezione è il clima di Sydney, uno dei migliori del mondo: ci sono due-tre mesi di caldo, ma per il resto è veramente delizioso.  Quando ci sarà la GMG, sarà simile a quello di aprile in Germania o di maggio in Inghilterra!  

Per quanto riguarda le vocazioni, Lei nell’intervento del 12 ottobre 2005, durante il Sinodo dei vescovi, aveva detto che erano in declino in Australia e in Nuova Zelanda. C’è qualche segnale di ripresa?    

 

Dipende dalle diocesi. A Perth, Melbourne, Sydney e altre diocesi minori, il numero di seminaristi per il clero diocesano è abbastanza alto. Per esempio a Sydney il seminario diocesano ha 35 candidati, quello diocesano dei neocatecumenali (”Redemptoris Mater”) altri 15: in totale i seminaristi sono 50, un numero adeguato, più o meno, per affrontare il futuro con un minimo di tranquillità. In altre diocesi invece i seminari sono quasi vuoti: la sfida per il futuro è grandissima. Certo l’aumento della secolarizzazione provoca la diminuzione del numero dei seminaristi. 

Fra le religiose la situazione è peggiore, salvo che per quanto riguarda le novizie nell’ambito della clausura: qui le vocazioni sono in aumento. Per cercare di modificare la grande scarsità di vocazioni tra le suore di vita apostolica, ho invitato a Sydney due nuove congregazioni di suore statunitensi del Michigan e del Tennessee, fondate da poco e con linea pastorale ‘antica’, con l’accento su preghiera, lavoro, vita disciplinata. La mia speranza è che riescano ad attrarre con la loro spiritualità e il loro tipo di servizio diverse ragazze australiane.

E’ lontana la Roma vaticana dall’Australia?

 

Chilometricamente sì; però l’Australia ha una consolidata tradizione di grande fedeltà al Santo Padre. Ad esempio Giovanni Paolo II è venuto da noi due volte, molto ben accolto anche da chi era al di fuori della Chiesa cattolica.

Lei, Eminenza, ha studiato a Roma, presso Propaganda fide. E oggi i giovani seminaristi e sacerdoti australiani respirano ancora l’aria romana?

Da arcivescovo di Sydney ho sempre inviato seminaristi e sacerdoti prima al Collegio di Propaganda fide, ora al Collegio nordamericano. Sono quest’anno in una decina, provenienti da diverse diocesi. La tradizione continua e spero si rafforzi.

Nel 1966 Lei è stato ordinato sacerdote nella Basilica di San Pietro dal famoso cardinale Agagianan, prefetto proprio di Propaganda fide… ha dei ricordi?

 

A quel tempo l’Australia era compresa ancora tra le terre di missione e dunque dipendeva da quella che si chiamava Propaganda fide. In Collegio eravamo più o meno trecento e una cinquantina di noi fu ordinata dal cardinale prefetto in San Pietro, il 16 dicembre. L’anno precedente era stato lo stesso Paolo VI a procedere all’ordinazione. Ero molto teso, perché ero pienamente cosciente dell’importanza del passo che stavo per fare. C’era la mia famiglia, c’erano alcuni amici. La Basilica risplendeva, noi eravamo presso l’Altare della cattedra, il coro era di prima classe: insomma l’ordinazione è stata intensissima, piena di fede.

La lingua utilizzata fu certo il latino… a tale proposito nella prossima GMG di Sydney sono previsti anche spazi di preghiera, momenti  in latino… pensa che saranno frequentati?

Credo che tanti giovani saranno contenti. Sa, l’inglese è parlato da tanti, ma non è una lingua universale. Invece tutti i cattolici del mondo hanno la possibilità di pregare insieme in latino. Sono pienamente d’accordo con papa Benedetto XVI su questo argomento, con il suo Motu proprio, che dimostra da una parte l’universalità della Chiesa, dall’altra la sua continuità. Non ci fu rottura al tempo del Concilio ecumenico vaticano II, ma uno sviluppo. Il recente Motu proprio non è un passo indietro. Non penso che per la gran parte la messa sarà celebrata in latino e col rito del 1962, ma è giusto, è un segno di continuità che se del caso si sappia recitare il Pater noster. Nella mia arcidiocesi non sono in tanti ad aver richiesto la possibilità di celebrare secondo l’antico rito; le messe già celebrate sono in un numero sufficiente per i fedeli che lo richiedono.

Veniamo al pellegrinaggio della Croce della GMG, accompagnata dall’icona di Maria Salus Populi Romani, sbarcate in Australia a luglio. Come sono state accolte?

 

Al di là delle più rosee previsioni, per lo stupore anche di diversi sacerdoti. La Croce è stata accolta con grande calore non solo dai piccoli, ma anche dagli adolescenti e dai giovani. A un parroco della mia arcidiocesi la GMG stava poco simpatica: la Croce è giunta in parrocchia e l’entusiasmo da parte di centinaia di ragazzi e giovani è stato tale che lo stesso parroco m’ha poi confidato che quello era stato il giorno più bello della sua vita sacerdotale. E questo è capitato dappertutto…

Possiamo presumere che tra i giovani che hanno accolto la Croce non molti fossero i cattolici praticanti…

 

La grande maggioranza di loro non frequenta la messa domenicale. Tanti erano anche i protestanti. Durante la GMG faremo nelle strade di Sydney la Via Crucis; tutte le stazioni saranno illustrate da passi biblici, così che anche i protestanti vi possano partecipare.

Le altre religioni come hanno reagito all’organizzazione della GMG?

Assai bene. Per esempio abbiamo spiegato agli ebrei (con i quali i legami sono storicamente molto stretti) il senso della celebrazione della Via Crucis – un tema che poteva creare malintesi – per le vie di Sydney. Abbiamo voluto chiarire che la Via Crucis aveva anche una dimensione ecumenica e anche interreligiosa. Speriamo che papa Benedetto XVI possa incontrare i capi delle altre confessioni e religioni, come ha fatto anche a Colonia.

Qui ci viene sulla punta della lingua una domanda a proposito di rapporti con gli ebrei… Mel Gibson è australiano. Il suo The Passion com’era stato accolto dalla comunità ebraica locale?

Non tanto bene. Però ne ho discusso in televisione con il rabbino di Sydney: le nostre opinioni erano divergenti, ma i toni sono sempre stati molto corretti. E questo è pur sempre indice di relazioni fondamentalmente rispettose e serene.

Eminenza, un’ultima domanda: come ha accolto la notizia che Benedetto XVI, per scongiurare incidenti incresciosi e così consigliato dalle autorità italiane, ha rinunciato a pronunciare un discorso all’Università “la Sapienza” di Roma? 

Mi sembra di ricordare che questa Università è stata fondata da un papa … o mi sbaglio? Molti in Italia hanno parlato di “vergogna”. E’ stato un episodio tristissimo.

E’ ipotizzabile che anche a Sydney possa accadere qualcosa di analogo?

 

Non penso proprio, ciò sarebbe per me una grande sorpresa. In ogni caso, se ci fossero contestazioni contro Benedetto XVI sono sicuro che non sarebbero  rilevanti.