INTERVISTA SUL LIBANO A BECHARA RAI, VESCOVO DI BYBLOS - 'Il CONSULENTE RE' DI LUGLIO 2008 

 

A maggio il ‘golpe’ di Hezbollah, l’accordo di Doha nel Qatar, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, il generale maronita Michel Sleiman. Un’intervista sul ruolo dei cristiani a monsignor Bechara Rai, vescovo di Byblos dei maroniti: i maroniti devono comprendere che l’interesse del Paese li esige compatti come terza forza mediatrice nella contesa mediorientale tra sciiti e sunniti – Si tratta anche di salvare il volto cristiano del “sistema” Libano

 

 

 

La pubblicazione nell’ultimo numero de “Il Consulente RE” di alcune pagine dedicate alla complessa situazione libanese (tra l’altro con un’intervista a monsignor Hanna Alwan, rettore del Pontificio collegio maronita di Roma e un’altra a Roger Bou Chahine, direttore dell’Osservatorio geopolitico mediorientale di Roma) ha suscitato non poco interesse tra i nostri lettori, stimolati a riflettere su un argomento  spesso sottovalutato e conosciuto in modo approssimativo. Ne siamo lieti per i cristiani del Libano, cui giova essere oggetto di un’informazione approfondita, che vuol generare vicinanza e simpatia. La riflessione sul Libano si arricchisce in questo numero di altri due contributi, il primo dei quali viene da monsignor Béchara Rai, sessantottenne vescovo di Jbeil/Byblos dei Maroniti. Il presule, consacrato vescovo a 46 anni, è pastore attivissimo di una diocesi di circa 250mila cattolici a nord di Beirut e gode di una vasta e sincera popolarità nel popolo libanese, anche per la schiettezza del suo dire. Non per nulla è tra i candidati più accreditati alla successione dell’ottantottenne patriarca Sfeir: monsignor Rai del patriarca è sempre stato stretto e fedele collaboratore. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere il vescovo di Byblos e l’abbiamo intervistato presso la redazione araba di Radio Vaticana, di cui è stato fondatore e responsabile (oggi è diretta da un altro maronita, fr. Jean Mouhanna). A monsignor Rai abbiamo chiesto soprattutto di offrirci uno spunto di riflessione sulla dispora politica dei maroniti in Libano. Che persiste, anche dopo gli ultimi avvenimenti di maggio, sfociati nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il comandante in capo dell’esercito Michel Sleiman.  

Monsignor Rai, riandando a quanto si era evidenziato anche nel dossier libanese del’ultimo numero della rivista, un aspetto della situazione che colpisce profondamente e dolorosamente l’osservatore è la sciagurata e persistente divisione politica tra i cristiani maroniti. Ma come: sono in calo numerico, perdono posizioni, sono in pericolo… e ancora si dividono? Che cosa ci può dire a tale proposito?

Anche noi siamo stupiti da questo fatto e cerchiamo di capirne le ragioni. In tempi recenti il doloroso problema ha le sue radici nelle elezioni legislative del 2005 basate su liste elettorali frutto di alleanze, come richiede la legge elettorale. Quindi una parte dei cristiani si è alleata con i sunniti (Hariri e il suo gruppo Moustakbal), un’altra con gli sciiti (Hezbollah e Amal), un’altra con i drusi (Joumblat). Erano scelte puramente elettorali, strategiche per potersi garantire posti in Parlamento. Poi vennero avvenimenti imprevisti: l’assassinio dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri, il ritiro delle truppe siriane, il problema del tribunale a carattere internazionale sull’assassinio di Hariri, le dimissioni dal governo dei ministri sciiti, la guerra israeliana dell’estate 2006.  Tutto questo ha fatto sì che la divisione tra i cristiani, prima motivata dai meccanismi elettorali, è divenuta una vera e propria divisione politica. Da una parte abbiamo la maggioranza parlamentare del “14 marzo” (“Rivoluzione dei cedri”, grande manifestazione del 14 marzo 2005 in piazza dei Martiri a Beirut) con i sunniti e una parte dei cristiani; dall’altra troviamo quelli dell’ “8 marzo” (altra grande manifestazione, ma filo siriana, sempre del 2005), con Hezbollah, Amal e i cristiani del generale Aoun. In fondo il conflitto è tra sunniti e sciiti…

 … come nel mondo arabo… pensiamo all’Iraq…

Mi chiedo perché ci sia la ripercussione del conflitto tra sunniti e sciiti anche in Libano. In Libano i maroniti erano e avevano la maggioranza, c’era una Repubblica con un Presidente dagli ampi poteri. Vennero poi gli accordi di Taef del 1989, che ridussero i poteri del Presidente e indebolirono il cosiddetto “maronitismo politico”, che dava un’impronta cristiana al regime politico libanese. Ora il potere esecutivo è demandato al Consiglio dei ministri. La mia lettura è che tra sunniti e sciiti è in corso una contesa per sostituire il volto cristiano al sistema politico libanese. Tale contesa è legata al conflitto regionale tra due parti: i sunniti dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, sostenuti dagli Stati Uniti e gli sciiti dell’Iran, appoggiati dalla Siria. 

Ma il maronitismo politico è veramente finito?

 

Si parlava di “maronitismo politico”, quando il Presidente maronita aveva il potere esecutivo come nei sistemi presidenziali. Però i maroniti conservano sempre un loro ruolo politico, considerati il loro numero e la loro influenza politico-storica. I cristiani in genere si sono indeboliti, soprattutto sotto la tutela siriana. Oggi sono in conflitto tra di loro, a causa delle alleanze elettorali legislative divenute alleanze politiche. Il conflitto tra sunniti e sciiti li travolge, indebolendoli ulteriormente. Si auspica che i cristiani possano fare da mediatori tra sunniti e sciiti in vista di un compromesso politico storico.

ll patriarca Sfeir ha cercato tante volte di richiamare i cristiani all’unità…

Certo, noi lo diciamo apertamente, ad alta voce: i cristiani devono mantenere buoni rapporti sia con i sunniti che con gli sciiti e cercare di ‘presidiare’ una posizione intermedia, nell’interesse stesso del Libano. I cristiani sono entrati gratuitamente in un conflitto che non li concerne, tra chi vuole un Libano ‘saudita’ e chi lo vuole ‘iraniano’, con le logiche conseguenze politiche.

Perché tali appelli cadono nel vuoto?

 

Secondo me i politici cristiani fanno i loro conti e guardano al proprio interesse immediato. Chi è alleato con i sunniti o con gli sciiti teme che, se facesse un passo indietro, non tornerebbe in Parlamento nelle prossime elezion. Perciò le divisioni dolorose di oggi nascono soprattutto dal timore delle elezioni e vanno a grave detrimento del bene comune. Purtroppo i calcoli egoistici, individualistici e settari primeggiano sulla causa nazionale.

 

Come si giustificano per il loro agire i politici cristiani?

Quelli dell’ “8 marzo” (alleati di Hezbollah) sostengono di voler far fronte, con la loro scelta, al rischio che i sunniti islamizzino il Paese e lo schierino al fianco dell’Arabia Saudita, dunque degli Stati Uniti, dunque di Israele; naturalizzino poi i palestinesi in Libano e rendano il Paese una base d’appoggio per rovesciare il governo siriano. Dall’altra parte, i politici cristiani del “14 marzo” (antisiriani) dicono anch’essi di voler impedire un’islamizzazione del Libano (ma nel senso sciita), di opporsi a un Libano divenuto Stato proprietà di Hezbollah e contrario al Tribunale internazionale sull’assassinio di Hariri. Noi invece chiediamo che le parti si riuniscano attorno a un tavolo per concordare una serie di garanzie reciproche, atte a evitare un Libano islamico nell’uno o nell’altro senso. Pare però che ci siano interessi di denaro e/o di carriera che prevalgono su tutto.

Tutto ciò come si riflette nella vita quotidiana dei cristiani libanesi?

 

La vita quotidiana non è peggiorata. L’articolo 9 della Costituzione libanese dice che il Libano rende omaggio a Dio, rispetta tutte le religioni, garantisce la pratica religiosa di tutte le confessioni, salvaguarda le loro leggi e i loro tribunali, conformemente allo Statuto personale. Il problema è politico: la contrapposizione che ho descritto tra “8 marzo” e “14 marzo” sta creando conflitti gratuiti tra le comunità confessionali. C’è però, credo, in Libano una maggioranza silenziosa che non è né per i primi né per i secondi. Ma, appunto, non fa sentire la propria voce.

Monsignor Rai, secondo Lei esiste la possibilità concreta che il Libano divenga uno Stato islamico?

Non così facilmente. Però, a lungo andare, se il conflitto tra sciiti e sunniti permanesse, ne patirebbero gravemente i cristiani. Che sarebbero emarginati, emigrerebbero ancora di più e determinerebbero la crisi irreversibile di un sistema che si regge sulla demografia. Per il momento ufficialmente cristiani e musulmani sono considerati alla pari e in questo modo sono rappresentati in sede istituzionale.  Ma crescono le voci che chiedono un nuovo censimento, con tutte le conseguenze sulla rappresentanza che ne deriverebbero. L’idea non è fin qui stata presa in considerazione: non conviene ai cristiani, ma nemmeno allo Stato  cambiare il volto del Libano. Tuttavia il tempo non gioca a nostro favore: se i cristiani restassero divisi, verrebbero emarginati sempre più ed emigrerebbero sempre più. Allora il problema di una ‘svolta’ libanese si porrebbe in tutta la sua gravità.

Ci dica dell’emigrazione cristiana…

 

Vede, il cristiano che non riesce più a vivere dignitosamente, tende e emigrare in cerca di un posto migliore. L’emigrazione è un fenomeno libanese che coinvolge cristiani e musulmani per motivi differenti: politici, economici, religiosi e riguardanti la sicurezza, sin dall’Ottocento. L’emigrazione cristiana è aumentata durante le ultime guerre, iniziate nel 1975. I cristiani libanesi sono oggi sparsi nel mondo intero.

Lei non mi sembra ottimista sul futuro del Libano…

Se i cristiani del Libano non si risvegliano, se non decidono di ritirarsi da un conflitto libanese, regionale, internazionale che non li riguarda (quello tra sciiti e sunniti), se non scelgono la via della terza forza di intermediazione tra i contendenti… allora non mi sento ottimista sul futuro del Libano. Però noi siamo gente della speranza e sappiamo che i cristiani oggi sono ancora forti in Libano, determinanti per il volto del Paese. E’ ragionevole pensare che prima o poi anche i politici cristiani si rimettano a perseguire l’ideale nazionale.

Concludiamo ricordando un politico che i cristiani (e non solo loro in Libano) considerano una figura di grande rilievo: Bachir Gemayel, assassinato nel 1982 pochi giorni dopo essere stato eletto presidente della Repubblica. Lei come lo giudica?

Ha rappresentato una grande speranza per tutti i libanesi. Il giorno stesso, era il 23 agosto 1982, in cui fu eletto presidente della Repubblica, tutto un popolo - cristiani e musulmani concordi - lo festeggiò con grande calore. Questo il motivo immediato per cui fu assassinato di lì a poco da chi non voleva l’unità del Libano. Bachir Gemayel era il futuro del Libano, era la sua speranza.