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    LA PORPORA ROMANA: INTERVISTA AL CARDINALE FIORENZO ANGELINI

     

    LA PORPORA ROMANA: INTERVISTA AL CARDINALE FIORENZO ANGELINI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 22 novembre 2014

     

    Si è spento nella notte tra il 21 e il 22 novembre il novantottenne cardinale Fiorenzo Angelini, che viveva a via della Conciliazione 15 nella casa delle Suore riparatrici del Santo Volto – Lo ricordiamo ripubblicando l’ampia intervista dal titolo “La porpora romana”, apparsa sul mensile “Il Consulente RE” di dicembre 2002 – Una vita di impegno nell’Azione Cattolica, nella sanità, nell'aiuto agli indigenti. Molto legato a papa Pio XII, grande amico di Giulio Andreotti. Romanista, quando giocava a calcio indossava i calzettoni giallorossi sotto la tonaca.

     

    Tutte le porpore sono di Santa Romana Chiesa; una sola è però riconoscibile per stile e accento come romana de Roma anche da occhi e orecchie poco allenati. E’ quella del cardinale Fiorenzo Angelini, nato nell’Urbe il primo agosto 1916. Fin qui ha vissuto ottantasei primavere (non a caso diciamo primavere), ben determinato a viverne tante altre grazie certo alla Provvidenza, ma anche allo spirito di aderenza alla realtà quotidiana con cui affronta la vita. Sacerdote dal 1940, vescovo dal 1956 (in ambedue i casi ordinato sotto il pontificato di Pio XII, il suo Papa), arcivescovo e presidente per 12 anni – dalla nascita nel 1985 al 1997 - di quello che oggi è chiamato “Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari”, fu creato cardinale il 28 giugno 1991. Assistente nazionale dell’Unione uomini di Azione cattolica ai tempi dello scontro con il Fronte popolare, assistente nazionale per quarant’anni dell’Associazione medici cattolici italiani, attivissimo nel settore della sanità cattolica, il porporato anima da alcuni anni l’azione dell’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo insieme alle benedettine delle Suore riparatrici del Santo Volto. Notissima è la sua comprovata amicizia per Giulio Andreotti. Si sarebbe potuto parlare con lui di tanti argomenti, ma ci si è poi focalizzati su pochi, si spera interessanti: Roma e i romani (con appendice romanista), Pio XII, Luigi Gedda, il PCI,  De Gasperi, infine proprio Andreotti.

    Eminenza, che cosa significa per Lei essere l’unico romano tra i porporati? 

    Non ha un significato particolare. Se lo può avere preferisco scegliere quello relativo all’ampliarsi della religione cattolica, diffusa – conseguentemente alla sua caratteristica missionaria - ormai in così tanti Paesi da spingere i Papi a internazionalizzare maggiormente la composizione del Sacro Collegio cardinalizio. E’ bene ricordare che il primo Pontefice che ha dato al Collegio un segno di internazionalità è stato Pio XII, quando nel Concistoro del 1947 creò anche dei cardinali americani, africani e un indiano, Gracias. In quegli anni ero anche  cerimoniere pontificio – m’è capitato pure questo nella vita – e mi furono affidati il cardinale Spellmann, il cardinale di Lima, quello di Toronto. Essere l’unico romano non costituisce per me un segno di distinzione e di superiorità: sarebbe sciocco il pensarlo. 

    Generalmente, da molti altri italiani, il romano viene etichettato con tre aggettivi: bonaccione, disincantato, neghittoso. Caratteristiche presunte che sono anche vere, secondo Lei?

    Di questi tre clichés non ce n’è uno che mi calzi personalmente a pennello. Bisogna anche premettere che oggi di romani veri non ce ne sono quasi più, proprio per la mescolanza attuale di origini, dovuta soprattutto alle migrazioni interne. Quanto poi a sostenere che i romani – anche quelli antichi – siano neghittosi, chi lo dicesse direbbe il falso. Non è neppure vero che i romani siano bonaccioni: la storia dimostra il contrario. Sul ‘disincantato’ forse si può sostanzialmente concordare, nel senso che il romano (il discorso vale anche per l’italiano in genere) non è per natura ipernazionalista. Tant’è vero che un tempo la diplomazia pontificia era composta quasi esclusivamente da italiani. Non a caso: essi riuscivano ad essere i più obiettivi nel giudizio sugli avvenimenti. Mi ricordo ad esempio che quando studiavo teologia con i miei compagni stranieri, dalle conversazioni essi si affermavano per prima cosa come cittadini di un Paese preciso, in un secondo tempo come cattolici.

    E’ così anche oggi?

    No, oggi credo di no. I tempi sono cambiati. C’è l’Unione europea, le migrazioni sono continue da Paese a Paese. Allora, se ‘disincantato’ comporta l’essere oggettivo nel giudizio sugli avvenimenti, certo il romano si rivelava e si rivela tale.     

    Una domanda ‘leggera’ prima di passare a Pio XII. Sul tavolino della Sua anticamera troneggia un pallone, dono del Mundialito spagnolo. A Lei notoriamente il calcio piace; da romano verace tiferà per l’una o l’altra squadra, per i lupi o gli aquilotti… 

    Sono stato da sempre e lo sono ancora romanista. Ai miei tempi ho introdotto in Seminario le scarpe da calcio; indossavo sotto la veste talare (poiché si giocava purtroppo con la veste talare!) i calzettoni giallorossi, sopra la veste invece portavo una bella cinghia degli stessi colori. Ma i miei superiori hanno sempre riconosciuto, pur in quei tempi di leggi ferree all’interno dei Seminari, il mio diritto a manifestarmi romanista.

    Quand’ero in parrocchia, se non erriamo, Lei ha creato anche una squadra… 

    Sì, promossi una squadra di calcio, che – senza troppa fantasia – prese il mio nome e si chiamò Florentia. Il nostro portiere era un nome noto, passato a miglior vita un paio d’anni fa: Ugo Zatterin, giornalista e direttore alla RAI… moderava le tribune politiche. Ho praticato il calcio per tanti anni, anche dopo il Seminario. E il calcio lo seguo sempre: come vede, sul mio tavolo c’è anche il Corriere dello Sport, cui dedico giornalmente qualche minuto. Forzatamente pochi, ma mi sembra che leggere di sport sia una sorta di tonico che ringiovanisce e sento che mi fa bene anche spiritualmente. A me poi piace anche l’atletica leggera, sport d’arte e musicalità.

    PIO XII, UOMO DELL’ESSENZIALE, DI GRANDE PREGHIERA 

    Eminenza, Lei ha conosciuto diversi Papi, in particolare Pio XII. Un ricordo di papa Pacelli?

    Pio XII è il Papa del mio sacerdozio e del mio episcopato: ha avuto nei miei confronti tanta benevolenza e fiducia. Non solo non lo posso dimenticare, ma – avendolo conosciuto da vicino – potrei parlare di lui con ammirazione per una vita intera come si può fare per i santi.

    E’ assai diffusa l’immagine di un papa Pacelli poco espansivo, austero, piuttosto freddo…   

    Non è vero affatto. Pio XII si può dire freddo come può apparire freddo un mistico, un uomo di preghiera, chi vive in una dimensione soprannaturale. In questo senso papa Pacelli era, per tornare a quanto abbiamo detto prima, un uomo disincantato, perché staccato da tante vicende poco importanti. Era infatti l’uomo dell’essenziale, di grande preghiera.

    Lei è stato - in momenti cruciali per i destini del Paese – l’assistente nazionale ecclesiastico dell’Azione cattolica italiana, settore uomini. E ha collaborato strettamente con il professor Luigi Gedda, genetista, laico impegnato, fondatore dei famosi Comitati civici che tanta parte ebbero nell’impedire ai ‘rossi’ il 18 aprile 1948 la conquista elettorale dell’Italia…

    Nel 1940, dopo un ‘preambolo’ di 40 giorni nella parrocchia di S. Michele Arcangelo (per sostituire un confratello), fui chiamato alla parrocchia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. Furono i cinque anni più belli della mia vita. Nel 1945 fui ‘ceduto’ dai miei superiori, dal cardinale vicario Francesco Marchetti Selvaggiani – uomo severo e giusto – all’Azione cattolica, dapprima come vice-assistente ecclesiastico nazionale, poi come assistente (con gradimento papale), essendosi ritirato per ragioni di età e di salute l’eccellente mons. Ferdinando Roveda. Mi trovai giovanissimo, con altri tre sacerdoti, a operare nel difficile clima del secondo dopoguerra. Nel 1947 il professor Gedda lasciò la Gioventù cattolica e assunse la presidenza dell’Unione uomini dell’Azione cattolica. Lavorai con lui nel momento peculiare dei Comitati civici, con un impegno fortissimo per il 18 aprile 1948. Anche dopo, fino alla crisi dell’Azione cattolica. Lo conobbi non bene, ma benissimo; avevamo una fiducia reciproca quasi illimitata. Seguii anche la sua attività scientifica: fu il primo genetista a salire in cattedra in Italia (presso la Sapienza), creò l’Istituto Mendel per gli studi di genetica e di gemellologia.

    Di Gedda che cosa resta oggi?

    Di lui si è parlato non raramente senza conoscerlo, come avviene spesso per gli uomini grandi. Oppure si è evidenziata solo una parte delle sue attività, pur molto importante, ma per me meno importante del resto. Non si è messa generalmente molto in luce la sua spiritualità: Gedda fu un cristiano integrale, che viveva di preghiera, alla ricerca costante di una dimensione soprannaturale cui improntava l’intera vita.

    Fondò anche la “Società operaia”…

    Pochi lo ricordano. Insieme a sua sorella Mary, Serva di Dio, creò quest’associazione di laici e di ecclesiastici ispirandosi all’insegnamento di Gesù nell’orto del Getsemani e propugnando la necessità di una vita interiore ricca. La parola ‘operaia’ viene dal Vangelo (“La messe è molta, gli operai sono pochi”). Questa secondo me è stata la gemma più bella lasciata dal professor Gedda. Speriamo che la “Società operaia” riesca a continuare il suo apostolato, riuscendo ad attirare anche forze nuove, giovani che possano garantire la prosecuzione di una spiritualità getsemanica.

    L’ERRORE E L’ERRANTE

    Tornando al 1948 e dintorni, quello fu il periodo della contrapposizione netta tra democristiani e comunisti. Poi sono venuti, diversi anni dopo, gli anni del disgelo. Lei – che qui e in anticamera ha appeso anche quadri di Guttuso con dedica – qualche volta ha incontrato esponenti del PCI, magari inviato dall’alto?

    Bisogna tener presente che la Chiesa ha distinto tra errore e errante. Ci fu una lotta serrata contro l’errore, in quel momento di dura contrapposizione il marxismo: vedi anche la scomunica lanciata contro il comunismo proprio perché era marxista. La lotta non era però contro le persone, che erano rispettate.

    Ma la distinzione tra errore ed errante non fu fatta per primo da papa Giovanni XXIII? 

    Giovanni XXIII continuò quanto aveva già incominciato Pio XII. Fu papa Pacelli il primo a distinguere. Ci sono discorsi suoi, chiarissimi su questo punto. Pio XII, anche durante la Seconda Guerra mondiale, non dismise mai la paternità spirituale per tutti. E fu ricambiato: alla liberazione di Roma piazza San Pietro non rigurgitava di stole e camici, ma di bandiere rosse riconoscenti. C’era un’unanimità di sentimenti di gratitudine verso il Papa. Ed è ciò che il diavolo non ha sopportato, cercando poi di introdurre polemiche e divisioni riguardo all’agire di Pio XII.

    Dei Suoi incontri con esponenti del PCI che cosa ricorda?

    Devo dire che non fui mai intermediario tra Vaticano e PCI. Ebbi però un incontro non ufficiale, ma certo ufficioso, con il segretario del PCI Luigi Longo. Accadde sotto Paolo VI e io fui esortato a incontrare Longo, giunto alla fine di una degenza ospedaliera. Ebbi la gioia di un colloquio molto amichevole con lui, tanto che alla fine mi disse: “Peccato, se non fosse stato prete, sarebbe stato un grande compagno!”. E io: “Onorevole, io lo status del compagno l’ho superato, dato che sono fratello suo fin dalla nascita!”

    E’ ben noto che Lei è amico di un protagonista di cinquant’anni di vita italiana, Giulio Andreotti. Che cosa ha pensato quando il simbolo di tutta un’era s’è dovuto presentare davanti ai giudici di Palermo, finendo poi per essere assolto? Come ha vissuto quei momenti?

    Giulio Andreotti era ed è il simbolo della presenza dei cattolici veri nella vita pubblica, anche di partito. Pensando a lui e a quello che ha passato, mi viene in mente che Gesù Cristo, che era Dio, fu messo in croce e ammazzato. Questo per dire che noi cristiani non possiamo né dobbiamo meravigliarci troppo di quel che può accadere. Andreotti è stato e fortunatamente lo è ancora il simbolo di un laicato cristiano impegnato nella politica, avendo anche usufruito di una formazione cristiana autentica e forte. Si è dato alla politica nel momento in cui essa aveva bisogno di uomini preparati; e lui lo era. Fu discepolo – prediletto – di un uomo prestigiosissimo, Alcide De Gasperi, padre della rinascita democratica in Italia. De Gasperi non ha subito la persecuzione di Andreotti, ma è morto nel freddo di chi, pur avendolo seguito, non ha voluto imitarlo nella prassi di vita politica. Penso che De Gasperi abbia molto sofferto per i tentativi di scavalcamento e di accantonamento messi in atto da alcuni dello stesso partito, che l’avrebbero rivisto volentieri in biblioteca e in archivio, luoghi peraltro a lui cari. Credo che la Democrazia cristiana non sarebbe tramontata, se Giulio Andreotti avesse potuto pienamente restare in sella. Gli avversari avevano ben capito che, per abbattere la DC, era necessario colpire Andreotti con le accuse più infamanti.

    Eminenza, Lei che lo conosce bene ritiene possibile che Giulio Andreotti si sia sporcato le mani con la mafia? 

    Assurdo pensarlo. Assurdo. Impossibile. Un giorno Giancarlo Pajetta, uno dei massimi esponenti del PCI, alla domanda su chi fosse l’uomo politico più grande, rispose: “Giulio Andreotti”. Io so quanto vale Andreotti, come si muove. E non posso non osservare che, come De Gasperi, Andreotti sempre apre la giornata con la messa, in cui si comunica. Non parlo da amico, ma da persona obiettiva: anche in questo si dimostra che l’apostolato nasce in misura rilevante dalla preghiera. Una garanzia per chiunque, specie quando è impegnato in una vita irta di pericoli come quella politica.   

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