INTERVISTA AL CARDINALE JOHN PATRICK FOLEY - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI NOVEMBRE 2009

Statunitense settantaquattrenne, il cardinale John Patrick Foley è stato presidente per 23 anni del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, un incarico che lo ha posto a contatto diretto con la rivoluzione tecnologica nell’ambito non solo massmediatico. Il 27 giugno del 2007 papa Benedetto XVI lo ha nominato pro-Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme; cinque mesi dopo, creato cardinale, ha assunto il titolo di Gran Maestro (succedendo nella carica al confratello Carlo Furno).

 

Il porporato ci ha concesso volentieri l’intervista che segue, svoltasi nell’antico Palazzo quattrocentesco di Domenico Della Rovere, con le sale che offrono alla vista un vivace ciclo pittorico del Pinturicchio e della sua scuola. Seduti su un divano della Sala del Gran Maestro, abbiamo parlato dapprima dell’Ordine del Santo Sepolcro, della sua spiritualità e delle sue attività; poi della situazione in Terrasanta secondo l’esperienza fatta dal nostro interlocutore (e qui- come anche dopo, per altri argomenti-  le parole sono cadute franche); infine abbiamo oltrepassato l’Oceano per approdare negli Stati Uniti, con una Chiesa ancora sofferente per lo scandalo derivato dalla pedofilia di alcuni sacerdoti e un presidente premiato a maggio, tra le forti polemiche di ampi settori cattolici, dall’Università cattolica di Notre Dame nell’Indiana.

 

Eminenza, Lei da due anni e mezzo è Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (pro-Gran Maestro da fine giugno a fine novembre 2007). Alle ordinazioni o ingressi di vescovi un po’ in tutta Italia, si notano spesso signori e signore che indossano cappe nere o bianche (a seconda dell’appartenenza): c’è ancora qualcuno tra i fedeli che si chiede chi siano… signori e signore di un club esclusivo?

In nessun modo siamo un club esclusivo. Gli ordini equestri riconosciuti dalla Santa Sede sono due: il Sovrano Militare Ordine di  Malta e l’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il primo agisce molto bene nell’ambito della pastorale sanitaria in tutto il mondo; il nostro Ordine ha la responsabilità di aiutare il patriarca di Gerusalemme perché la Terrasanta resti un luogo di pietre viventi. Non vogliamo che la Terrasanta divenga un museo per i cristiani, ma che i discendenti dei discepoli di Gesù Cristo possano rimanere in quella regione fondamentale per la Cristianità. Per poterlo fare abbisognano di un aiuto grande e costante a beneficio delle loro scuole, università, ospedali.

Quanti sono oggi cavalieri e dame?

 

I cavalieri e le dame (‘presentati’ da soci e da presuli) sono 24200 in tutto il mondo, inseriti in 53 luogotenenze. Non fanno parte, lo ripeto, di un club esclusivo, ma sono cristiani impegnati da una parte a vivere apertamente e con devozione la loro fede; dall’altra proprio ad aiutare i cristiani della Terrasanta.

L’Ordine e i giovani…

L’età richiesta per entrare nell’Ordine è di trent’anni. Però, vedi in Francia, ci sono giovani formati per diventare cavalieri, i cosiddetti ‘scudieri’.

La proporzione di donne, dame?

Nell’insieme direi che i tre quarti sono cavalieri, un quarto dame. Però, se in Europa – secondo tradizione - prevalgono nettamente gli uomini, ci sono luogotenenze in cui il rapporto tra cavalieri e dame è equilibrato. Ad esempio poi il luogotenente degli Stati Uniti del Nord-Ovest è una dama.  

Il Suo motto episcopale suona Ad maiorem Dei gloriam (caro tra l’altro ai gesuiti). Come l’ha trasposto nella Sua attività di Gran Maestro?

Per Ad maiorem Dei gloriam ho lavorato per anni come presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali. E lavoro oggi con lo stesso motto, ma applicato alla Terrasanta. Il motto dell’Ordine è invece Deus lo volt

… il grido di battaglia di Pierre l’Ermite per arruolare sempre nuovi crociati…

Nel nostro caso penso che sarebbe meglio lavorare in Terrasanta per la maggior gloria di Dio!

A proposito, che rapporti ha l’Ordine attuale con quello di nove secoli fa? 

 

In Spagna, nella città di Calatayud, l’Ordine esiste ininterrottamente dal XII secolo. Però Lei sa che l’Ordine è stato rifondato da papa Pio IX quasi contemporaneamente al ripristino nel 1847 del Patriarcato latino di Gerusalemme, così che quest’ultimo potesse essere aiutato in tutto il mondo.

Quale importanza ha la spiritualità nell’Ordine del Santo Sepolcro?

          

E’ molto importante. Sono appena tornato da un pellegrinaggio a Pompei con cavalieri e dame del Sud; quelli dell’Italia centrale sono andati invece a Loreto. Sono manifestazioni queste di una viva spiritualità dell’Ordine, dell’impegno non solo per la Terrasanta ma per la fede cattolica un po’ dappertutto. Sa che il beato Bartolo Longo (che vediamo raffigurato in un grande quadro nella stessa Sala del Gran Maestro, in cui si svolge l’intervista) era un cavaliere del Santo Sepolcro? Noi incoraggiamo molto la lettura della Sacra Scrittura, le preghiere e i pellegrinaggi in Terrasanta…

Eminenza, quali i modi di aiuto in Terrasanta?

R: Cerchiamo di coinvolgere le luogotenenze nello stabilire gemellaggi-sponsorizzazioni con realtà del territorio come parrocchie, scuole, ospedali, l’Università di San Giuseppe a Gerusalemme. Incoraggiamo l’esperienza diretta in Terrasanta, così che chi vi si reca possa conoscere meglio, con i suoi occhi quella realtà. Naturalmente tutte le iniziative vengono convogliate prima all’Ufficio centrale, in modo ad esempio da evitare ‘doppioni’ e da distribuire le risorse il meglio possibile.

Le scuole che voi sostenete hanno anche allievi musulmani ed ebrei?

Sì, molti musulmani, pochi ebrei. Abbiamo scuole in Israele, nei Territori palestinesi, in Giordania. Cerchiamo di aprire le scuole a tutti, perché in questo modo vogliamo promuovere una mutua conoscenza, necessaria per un proficuo cammino verso la pace. Le scuole ‘aperte’ sono ritenute molto importanti dal re di Giordania, dal primo ministro israeliano, dal presidente dell’Autorità palestinese, che hanno espresso tale valutazione positiva anche in occasione della visita di papa Benedetto XVI. 

Il 24 ottobre a Gerusalemme Lei ha partecipato alla Conferenza internazionale della Fondazione ecumenica per i Luoghi Santi e in tale occasione ha rilevato che “la cosa più tragica che ho visto in Terrasanta è stato il muro che separa Gerusalemme da Betlemme…”

Sì, il muro è umiliante e doloroso, separa famiglie e anche contadini dalla propria terra coltivata da generazioni. Non l’ho detto solo io; anche il Papa, partendo dopo la visita in Terrasanta ha detto che la cosa più triste che aveva visto era il muro. Secondo me il muro crea irritazione, dà grande disagio, è una grande umiliazione per i palestinesi; e non è un bene neanche per Israele, poiché introduce il seme brutto del risentimento, del rancore dentro i cuori di chi ne è umiliato…

Però Israele osserva che la costruzione del muro ha permesso di salvare vite umane…

Noi non possiamo mai accettare nessuna forma di terrorismo. Però Israele non doveva permettersi di costruire un muro su territori altrui, nei territori palestinesi. I muri ognuno se li costruisce sulla sua proprietà. Anche questo fatto è umiliante… noi accetteremmo che qualcuno costruisca un muro nella nostra proprietà? Sono sicuro che esistono altri modi per impedire il terrorismo. La sicurezza è necessaria, il terrorismo va respinto sempre; ma dobbiamo anche rispettare i diritti umani. E la dignità umana.

Lei ha anche affermato che in Israele le minoranze cristiane e musulmane sono molto a disagio…

 

Da una parte voglio evidenziare un fatto positivo, di cui pochi sono a conoscenza: in Israele le scuole cattoliche sono aiutate molto dal governo e ciò che non succede in Giordania o nei Territori palestinesi. Neanche negli Stati Uniti sono aiutate le scuole cattoliche! Dall’altra cristiani e musulmani soffrono assai nella vita quotidiana, sono un po’ minoranze tollerate, ma niente di più. Addirittura un ministro ha osservato che sarebbe meglio se cristiani e musulmani abbandonassero Israele!

Passiamo a un altro argomento delicato, ma del tutto diverso. A diversi anni di distanza, la Chiesa degli Stati Uniti soffre ancora per le conseguenze dello scandalo di pedofilia che ha coinvolto diversi sacerdoti?

 

Soffre ancora in vari modi. Certo oggi i titoli dei giornali non sono più così aggressivi, ma almeno sei diocesi statunitensi hanno dichiarato di essere in bancarotta a causa degli indennizzi dovuti alle vittime di preti pedofili. Qui la Chiesa dovrebbe fare ancora qualcosa per le vittime di questi terribili abusi: dare la possibilità di ricostruire vite rovinate, aiutare sotto l’aspetto psicologico.

Certo le azioni legali rischiano di azzerare o quasi l’attività pastorale di non poche diocesi…

 Se i soldi servono in gran parte per gli indennizzi, che cosa resta per l’attività pastorale? Il problema è molto grave. Anche l’immagine del sacerdote viene ricostruita con pazienza, tra mille difficoltà; e non sono pochi i sacerdoti innocenti travolti dal clima di sospetto diffuso in quei mesi. Certamente molti sacerdoti, con la loro azione pastorale fondata sulla dottrina sociale della Chiesa, stanno contribuendo in misura rilevante a ridare credibilità ai ministri del culto. E del resto la Chiesa resta amata da molti per il suo grande impegno nei settori educativo e sanitario. Ma, ripeto, soffre ancora.

Un ultimo argomento: il presidente Obama è stato invitato come oratore principale della cerimonia per la consegna delle lauree presso l’Università cattolica di Notre Dame nell’Indiana. Non solo, ma gli è stata conferita anche una laurea honoris causa. L’invito ha sollevato forti proteste fra decine di vescovi e centinaia di migliaia di cattolici statunitensi. Di più: la nota studiosa Mary Anne Glendon, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha rifiutato di ricevere il tradizionale premio per un intellettuale cattolico. Eminenza, ad alcuni mesi di distanza dal discusso episodio, come lo giudica?

Quella università è la più prestigiosa tra le cattoliche degli Stati Uniti. Non vorrei entrare troppo nei dettagli. L’iniziativa è stata presa dal rettore padre John Jenkins per aprire l’Università al confronto sui temi della vita…

Le critiche sono state feroci verso di lui, che ha invitato e premiato un presidente abortista…

Mi dicono che l’Università  nel passato ha invitato altri presidenti degli Stati Uniti. Però penso che conferire un grado onorifico al presidente Obama sia stata una decisione sbagliata. Sarebbe stato meglio invitarlo sì, ma senza onorificenza.