INTERVISTA AL CARDINALE SARAIVA MARTINS SU EUROPA, RADICI, ISLAM E TURCHIA - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' di OTTOBRE 2009

 

Nell’intervista il prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi chiede all’Europa comunitaria di ritrovare i valori fondanti (da cui oggi siamo lontani), ritiene necessario e inevitabile il dialogo con l’Islam ‘moderato’, chiede prudenza nella costruzione di moschee, ricorda che il minareto non ha la stessa funzione del campanile, è contrario all’ora islamica nelle scuole, pensa a una valorizzazione del principio di reciprocità, ritiene possibile un’adesione della Turchia all’UE soltanto se accetta i principi democratici europei, parla anche di Portogallo, del Sinodo sull’Africa, del pellegrinaggio di papa Benedetto a Fatima…

 

 

Nato il 6 gennaio del 1932 a Gagos do Jarmel nella diocesi portoghese di Guarda, sesto di otto figli, religioso claretiano (C.M.F.), è a Roma da una vita, 55 anni. Laureato in teologia presso l’Angelicum, docente in diverse università, è rettore dell’Urbaniana nei trienni 1977-80, 1980-83, 1986-88; in quest’ultimo anno viene chiamato da Giovanni Paolo II come segretario della Congregazione per l’Educazione cattolica, ordinato vescovo ed elevato nel contempo alla dignità arcivescovile. Il 30 maggio 1998 diventa prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e in tale veste porta a termine processi ben noti all’opinione pubblica (ad esempio quelli di padre Pio, dei papi Pio IX e Giovanni XXIII, di due dei tre pastorelli di Fatima, dei 498 martiri spagnoli dei ‘rossi’ negli anni Trenta). Dal 7 luglio del 2008 è stato sostituito nell’incarico, per raggiunti limiti di età, dall’arcivescovo Angelo Amato. Il porporato portoghese ha sempre apprezzato “Il Consulente RE”, cui ha rilasciato interviste in più occasioni (l’ultima per la canonizzazione dei martiri spagnoli nel numero 9/2007). Ci ha ricevuto dunque molto cordialmente nel suo appartamento a pochi passi da San Pietro per questo colloquio sull’Europa comunitaria e su argomenti specifici dibattuti in questi mesi. Anche sull’andamento della Lazio (di cui è tifoso appassionato…però vorrebbe una squadra più grintosa!), ma quest’ultimo non è un tema dell’intervista!   

 

Eminenza, l’Unione europea (UE) oggi comprende 27 Stati (con altri 3 sono in corso negoziati d’adesione, altri ancora hanno presentato una domanda in tal senso): copre quindi una maggioranza del territorio tradizionalmente considerato europeo. Dai 6 Stati fondatori della Comunità economica europea (Cee) si è passati gradualmente (ultime fin qui Bulgaria e Romania, entrate il primo gennaio 2007) alla configurazione attuale. La novità (in tempi moderni) dell’esistenza di un organismo sovrannazionale europeo ha modificato tradizioni, mentalità ed equilibri. Eminenza, guardando criticamente all’evoluzione registrata dall’Europa comunitaria, quali gli aspetti che Lei si sente di definire positivi rispetto al passato, problematici, negativi?

 

Non c’è dubbio che nell’evoluzione registrata dall’Unione europea ci sono non pochi aspetti positivi, il più importante dei quali consiste nel diffondersi graduale di una mentalità ‘europeista’ tra i cittadini, nel senso di considerare sempre più l’Europa come una ‘casa comune’, come una comunità di persone, famiglie e popoli che si propone di far fiorire nel Vecchio Continente un nuovo umanesimo.  Problematico nell’odierna Unione europea è invece un certo modo di governare che porta talvolta i cittadini a considerare ‘Bruxelles’ come una fredda struttura burocratica, un’euroburocrazia nemica. Sarebbe opportuno correggere tale tendenza, instaurando un sistema di governo più vicino ai cittadini dei diversi Paesi europei.

 

Emergono anche aspetti negativi?

 

Non sono pochi. Uno appare di particolare gravità: il crescente indifferentismo religioso, il relativismo etico-morale, la perdita progressiva di determinati valori umani e cristiani che appartengono di per sé al dna dell’Europa, al suo codice genetico, alla sua stessa identità. Non si riconosce più che tutto ciò che è autenticamente umano, è già genuinamente cristiano.

 

Nel 2004 sono entrate nell’UE tra le altre la Repubblica Ceca, l’Estonia, l’Ungheria, la Lituania, la Polonia, la Slovacchia, la Slovenia; nel 2007 la Bulgaria e la Romania. Insomma buona parte degli Stati o territori che erano parte dell’ex-Impero sovietico è oggi nell’Unione europea (senza contare Croazia, Macedonia, Albania, Montenegro in lista d’attesa). Questo allargamento che per comodità definiremo “a Est” quanto corrisponde all’auspicio appassionato di Giovanni Paolo II di “un’Europa a due polmoni”?

 

Corrisponde certamente. La geografia dell’Europa mai ha avuto confini politici così dilatati. Così si esprimeva a tale riguardo Lech Walesa, sindacalista e poi presidente della Repubblica polacca: “L’Europa è una sola, è un’unica famiglia dalla quale ci avevano sfrattato con la forza, ma senza riuscire a cancellare in noi l’idea dell’unità europea”. Non solo davanti ai vescovi europei riuniti nel Sinodo, ma in tante altre occasioni papa Giovanni Paolo II ha evidenziato con vigore che un’Europa chiusa ai Paesi dell’Est non sarebbe stata la ‘nuova Europa’ tanto auspicata, che tutti siamo chiamati a costruire con coraggio ed entusiasmo. Il “Papa venuto da lontano” soleva dire che l’Europa deve respirare “con i due polmoni: quello occidentale e quello orientale”. Soltanto in tal modo l’Europa riuscirà a concretizzare il sogno dei suoi fondatori Schuman, Adenauer e De Gasperi.

 

Eminenza, quest’Europa comunitaria ha oggi un’anima che non sia economica? Sa e vuole valorizzare la sua eredità spirituale?

 

La nuova Europa, quella con cui siamo confrontati quotidianamente, ha notoriamente un’anima mercantile, economica. In questa stessa Europa emerge la difficoltà da parte di alcuni di ammettere le radici cristiane. Pensiamo ad esempio al rifiuto di pochi anni fa di Giscard d’Estaing….Si spiega così che, con rara mancanza di coraggio, non si siano volute citare le radici cristiane nel famoso ‘Preambolo’. Però la storia può piacere o dispiacere, ma mai, per nessun motivo, può essere negata. L’Europa, che pure nel corso della storia ha modificato i suoi confini, è fondata sul legame di una comunità di popoli con una propria identità ben definita e costituita di tre elementi fondamentali: l’eredità del pensiero greco, l’organizzazione giuridica romana e la fede cristiana. Questi tre fattori sono rimasti sempre vivi nella coscienza europea, indipendentemente dai cambiamenti avvenuti. Anzi si può affermare che l’Europa esiste là dove sussistono le tre componenti, in reciproca e fruttuosa complementarietà. Noi europei “non possiamo non dirci cristiani”, titolo di un noto saggio di Benedetto Croce, il quale – pur aderendo all’idealismo e non riconoscendosi nell’appartenenza ecclesiale – riconosceva il ruolo fondamentale del Cristianesimo nella costruzione dell’Europa.   

 

Secondo Lei alcuni organismi europei sono soggetti oggi a una deriva chiaramente e fortemente anticattolica, considerato come la Chiesa cattolica sia spesso l’unico ‘potere’ che promuova i valori fondamentali umani e cristiani… insomma, un avversario da costringere dentro le sacrestie?

 

Pur se forse non è in atto un vero e proprio attacco organizzato alla Chiesa cattolica, è chiaro che certi atteggiamenti correnti in sede europea in materia etico-morale ci suggeriscono che – e qui cito il presidente emerito del Senato italiano Marcello Pera - “siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dei fondatori dell’Europa, che l’avevano concepita come un’Europa della civiltà cristiana”. Certo si cerca di emarginare direttamente o indirettamente il cattolicesimo, individuato come l’ostacolo maggiore sulla via di un’Europa relativista, completamente secolarizzata.

 

Veniamo al Suo Portogallo, da ormai 23 anni membro prima della Cee poi dell’Unione europea. Che cosa è cambiato nel Paese?

 

L’appartenenza del Portogallo all’ Europa comunitaria ha comportato per il Paese conseguenze prevalentemente positive. Innanzitutto, sotto l’aspetto economico, l’aiuto dell’Unione europea ha reso possibile la realizzazione di molte ed importanti opere pubbliche, come ad esempio uno dei due grandi ponti, il Vasco de Gama, sul fiume Tago a Lisbona. Un altro aspetto positivo riguarda un cambiamento psicologico nella popolazione: se fino a ieri il Portogallo – data la sua storia di potenza coloniale - guardava prevalentemente Oltre Oceano, oggi si è radicata una mentalità europeista frutto di una scelta ‘continentale’. E’ ormai convinzione diffusa che il futuro del Portogallo sia l’Europa, di cui esso condivide i valori fondanti.

 

Conseguenze prevalentemente positive… vediamo le altre…

 

Quelle negative sono le stesse che si ritrovano in diversi altri Paesi della Comunità: dapprima un pensiero debole derivato da un certo relativismo etico-morale, poi l’affievolirsi dell’identità nazionale. A me sembra che l’Europa debba rispettare i valori nazionali di ogni singolo Paese, poiché è su di essi che l’Unione si fonda: il cittadino europeo deve essere più patriota, pur se in un contesto sovrannazionale.

 

Oggetto un po’ dappertutto di dibattiti vivaci è l’aumento della presenza islamica sul territorio europeo, con tutti i problemi connessi. C’è chi pensa che tale presenza sia un’occasione di crescita; altri invece vi vedono prevalentemente una minaccia…

 

Per quel che riguarda i rapporti con gli immigrati musulmani ritengo indispensabile un dialogo con loro. La necessità del dialogo interreligioso – di cui parla il Concilio Ecumenico Vaticano II nella Dichiarazione sulle religioni non cristiane – vale anche per i musulmani.

 

Però qui occorre precisare il tipo di dialogo e con chi, dato che l’Islam non è monolitico…

 

Nel  dialogo con i seguaci di Maometto occorre appunto tener conto che tra di essi esistono due tendenze profondamente diverse, una fondamentalista o radicale, l’altra più moderata. E’ evidente la maggior facilità di dialogo con i ‘moderati’ rispetto agli altri. Vorrei aggiungere che il dialogo non solo è necessario, ma inevitabile: infatti i seguaci di Maometto li troviamo ogni giorno per la strada, in fabbrica, a scuola, abitano nel nostro quartiere o magari nel nostro palazzo. Necessario e inevitabile.

 

Un tema specifico molto controverso è quello dell’assenso alla costruzione di moschee e di minareti…

 

Bisogna tener presente che di moschee ne esistono già in diverse città, come a Roma..

 

Bella grande…

 

Bisogna ispirarsi nel concedere i permessi a criteri giusti, fondati sul buon senso, sul rispetto delle persone e della religione.

 

Spesso si sente dire che il  minareto è come il campanile di una chiesa e dunque…

 

Secondo me il minareto non ha per i musulmani il significato che il campanile ha per i cristiani. Il campanile regolava la vita anche civile della comunità (mi ricordo come, quand’ero bambino, l’orologio scandiva i ritmi della giornata nel mio piccolo villaggio portoghese); invece per i musulmani serve soprattutto per chiamare alla preghiera. Campanile e minareto non sono la stessa cosa per una comunità!

 

Anche in Italia è stata lanciata di recente la proposta di un’ora di Islam nelle scuole…

 

Qui mi ritrovo pienamente nelle parole del cardinale Bagnasco (vedi l’intervista di pochi giorni fa al Corriere della Sera): l’ora di religione islamica non fa parte della nostra cultura. Non dobbiamo essere troppo ingenui, buonisti. L’ora di Islam non è paragonabile all’ora di religione cattolica, che appartiene al codice genetico degli italiani. Storicamente, culturalmente religione cattolica e religione islamica non hanno niente a che fare.

 

C’è chi invoca, anche in questo caso, il principio di reciprocità…se diversi Paesi islamici non riconoscono nemmeno la libertà religiosa, perché noi dovremmo essere tanto generosi da concedere perfino un’ora di Islam nelle scuole?

 

Secondo il principio di reciprocità, anche i missionari dovrebbero potere ad esempio erigere chiese in un Paese islamico… Per intessere un vero dialogo il principio di reciprocità dovrebbe essere tenuto ben presente!

 

Un altro tema, in cui non manca l’aspetto ‘islamico’, è oggetto di dibattito in alcuni Paesi, anche contro la volontà dei rispettivi governi (cui tale dibattito pubblico potrebbe rovinare determinati progetti): è la possibile adesione della Turchia all’Unione europea. Ce ne siamo occupati ampiamente nel numero di settembre con le interviste a Lucio Caracciolo e a Roberto de Mattei. Qual è, eminenza, il Suo pensiero in merito?

 

Da tempo la Turchia batte alla porta dell’Europa. Però l’Europa deve innanzitutto esigere dalla Turchia il rispetto dei valori fondanti della Comunità, ivi compreso quello della libertà religiosa.

 

E’ una conditio sine qua non?

 

Sì, deve essere una conditio sine qua non. Non avrebbe senso, sarebbe assurdo che nell’UE ci fossero Stati che non condividono i valori su cui l’Europa comunitaria è stata costruita. Naturalmente ciò vale per la Turchia e vale anche per altri Paesi che volessero aderire.

 

Ma la Turchia potrà mai accettare tali principi?

 

Se non li accettasse, non potrebbe aderire all’Unione. E’ chiaro poi che l’adesione della Turchia comporterebbe anche conseguenze negative… ma tale negatività sarebbe minore se la Turchia entrasse in Europa accettando nei fatti la conditio sine qua non cui si è accennato.

 

 

Eminenza, Lei è figlio del Portogallo, già potenza coloniale; da rettore dell’Urbaniana è stato tante volte in Africa; inoltre Lei ha una sorella, suor Cassiana, da tanti anni attiva nella difficile Angola. Perciò è giusto chiederLe che cosa ne pensi del Sinodo sull’Africa che si sta concludendo in Vaticano…

 

E’ sul tema del Sinodo riguardante “Riconciliazione, giustizia e pace” che si sono soffermati tanti Padri sinodali. Il tema è centrale nel continente africano, di scottante attualità: quante guerre, quante centinaia di migliaia di morti in Africa! Non sono però stati ignorati altri argomenti importanti come quelli della figura della donna africana (spesso vittima di discriminazione sociale e considerata quale oggetto), del ruolo della donna nella Chiesa, della funzione decisiva dei catechisti nella comunità ecclesiale, del compito insostituibile della famiglia, della vita religiosa. A tale proposito si è insistito su un compito particolare dei religiosi e delle religiose, quello di essere agenti privilegiati di riconciliazione, giustizia e pace, profeti, ponti tra le etnie.

 

Eravamo a Fatima il 13 maggio del 2000, per il pellegrinaggio di papa Giovanni Paolo II. In quell’occasione anche emotivamente molto coinvolgente furono beatificati i pastorelli Francisco e Jacinta e fu letto dal cardinale Angelo Sodano un testo sul ‘Terzo segreto’ di Fatima, elaborato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il prossimo 13 maggio l’odierno papa Joseph Ratzinger sarà a Fatima in pellegrinaggio. Quali sono, Eminenza, i Suoi sentimenti?

 

E’ naturale che la notizia ha riempito di gioia i fedeli portoghesi e la grande famiglia degli affezionati a Fatima in tutto il mondo. Anch’io ho provato una grande e gioiosa emozione. Bisogna ricordare che, già da cardinale, l’attuale Papa aveva visitato Fatima. Però il pellegrinaggio da Papa ha una valenza tutta particolare. E’ nota la profonda sua devozione alla Bianca Signora de la Cova de Iria; sono noti i suoi rapporti con la questione del Terzo Segreto come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Dopo Lourdes, Fatima, che viene chiamata comunemente L’altare del mondo. Io correggo l’espressione evidenziando che Fatima non è soltanto L’altare, ma la cattedra del mondo. Infatti la Madonna a Fatima ci ha lasciato tanti messaggi, ci ha insegnato molto: la teologia di Fatima è ricchissima. Pensi al tema del peccato, della conversione, della devozione al Cuore di Maria, dell’incontro con tre poveri pastorelli… e tanto altro ancora.  

di� ts@~X�{t'>Ho letto questa mattina sul giornale con grande sorpresa che la Conferenza episcopale svizzera invita a respingere l’iniziativa popolare contro la costruzione di minareti. Dunque i vescovi svizzeri sono a favore dei minareti. Mi sembra un grande errore. La minaccia più grave non è il terrorismo dei fondamentalisti, ma la tattica soft  utilizzata dagli islamici moderati per strappare sempre nuove concessioni sul territorio europeo...forte natalità, islamizzazione degli spazi sociali, conquista dell’opinione pubblica…è la linea dei Fratelli musulmani di Tariq Ramadan. In tale tattica le moschee hanno un ruolo preminente: non sono chiese come quelle cattoliche, sono spazi culturali e sociali, luoghi di propaganda.

 

Per concludere: secondo Lei prima o poi la Turchia entrerà nell’UE?

 

Oggi lo ritengo più difficile di qualche anno fa. La geografia europea è cambiata. La Merkel e Sarkozy – che non sono figure secondarie o periferiche - sono contrari all’ingresso della Turchia, mentre i loro predecessori erano favorevoli. Ancora più importante è che larga parte dell’opinione pubblica europea resta contraria…

 

…ma non viene consultata!

 

Proprio per questo la maggior parte dei vertici politici non la vuole coinvolgere. Gli elettori europei sono chiamati ad esprimere con sempre maggiore vigore la loro opinione sull’argomento. Anche in Italia. E trovo francamente paradossale che un governo di centro-destra come quello di Berlusconi sia tra i più turcofili dell’UE.