INTERVISTA AL CARDINALE LUBOMYR HUSAR - 'IL CONSULENTE RE' 10/2001

Il viaggio del Papa in Ucraina dal 23 al 27 giugno 2001 ha stimolato i mass-media a occuparsi in modo approfondito di un Paese di 50 milioni di abitanti fin qui poco conosciuto nelle sue componenti religiose.

 

Ne è uscito un quadro assai interessante di un territorio di frontiera tra Oriente e Occidente, percorso da tensioni all’interno dell’ortodossia (confessione maggioritaria) e con due chiese cattoliche di storia diversa, quella di rito greco-cattolico (unita ufficialmente a Roma dal 1596) e l’altra, di rito latino ( presieduta dal cardinale Marian Jaworski e con una forte componente di origine polacca). Ambedue vissero de facto nelle catacombe durante gli anni 1946-1989, quando subirono la persecuzione accanita e feroce (quante le deportazioni in Siberia!) della polizia sovietica. A capo della Chiesa di rito greco-cattolico sta oggi l’arcivescovo maggiore di Leopoli, il cardinale Lubomyr Husar, che tra i suoi predecessori ha avuto il confratello Josyf Slipyi (detenuto nelle carceri comuniste dal 1945 al 1963 e liberato su intervento di Giovanni XXIII). Il presule sessantottenne, che ha ricevuto la porpora a febbraio e che è patriarca anche di due milioni di ucraini della diaspora, ci ha incontrato volentieri a Roma, dov’era per il sinodo dei vescovi: temi dell’intervista le conseguenze della visita del Papa, i rapporti con la Chiesa sorella di rito latino, quelli problematici con la Chiesa ortodossa legata a Mosca, le caratteristiche dei legami con Roma, le conseguenze di quasi cinquant’anni di comunismo, l’influsso odierno dell’Occidente.  

 

A quattro mesi dalla visita del Papa in Ucraina quali gli effetti riscontrati nella Chiesa greco-cattolica locale?

 

Ci sono certo alcuni effetti, anche se ancora non hanno comportato apparentemente una modifica degli atteggiamenti. Se ad esempio oggi in Ucraina si inizia una conversazione, prima o poi si arriverà a parlare della visita di Giovanni Paolo II. In tutta l’Ucraina, non solo a Leopoli – dove c’è stata la partecipazione popolare maggiore – ma anche a Kiev, come ho constatato prima di venire a Roma per il Sinodo. Penso che la frequenza con cui l’argomento torna nelle conversazioni sia un indice dell’impressione profonda suscitata dall’avvenimento. Fino a che punto la visita ha cambiato i comportamenti? Lo si vedrà poi, ma credo che qualche modifica la vedremo.

 

Quali aspetti della visita hanno colpito maggiormente gli ucraini?

 

Prima di tutto la persona del pellegrino, papa Giovanni Paolo II; poi i contenuti dei suoi interventi. Il nostro compito è di prorogare il più possibile gli effetti positivi della visita. Abbiamo in programma tutta una serie di incontri di approfondimento e anche di pubblicazioni, accessibili a tutti nella versione popolare. Il Santo Padre ha citato esplicitamente la creazione di un Istituto di scienze sociali, con caratteristiche interculturali e interreligiose: vi si studierà la dottrina sociale e vi sarà una parte concreta, pratica per far sì che la gioventù abbia la possibilità di incanalare positivamente le proprie energie.

 

In Ucraina i cattolici aderiscono alla Chiesa greco-cattolica (con circa 4,5 milioni di fedeli) o a quella di rito latino, di cui è guida il cardinale Marian Jaworski (con circa 800.000).  Tra le due Chiese in passato non c’è mai stata una grande collaborazione; la presenza stimolante del Papa ha cambiato qualcosa?

 

Abbiamo cercato di collaborare durante la preparazione della visita, con più o meno successo…

 

Che cosa significa “con più o meno successo”?

 

Il fatto che prima della visita non avessimo mai collaborato intensamente ha prodotto anche qualche disagio nel lavoro di alcune commissioni. Perciò, dopo due anni di stasi, vogliamo riprendere gli incontri informali dell’intero episcopato ucraino per discutere di problemi di interesse comune. Lei deve sapere che è la storia che condiziona ancora oggi, anche se in misura minore rispetto al passato, i rapporti tra le due Chiese cattoliche. Il rito latino era fino a qualche tempo fa soprattutto quello di polacchi, tedeschi, ungheresi in Ucraina; spesso, in periodi non lontani, erano contigui ai governanti del Paese. Le relazioni con i greco-cattolici erano dunque improntate a una certa diffidenza. Si deve però constatare che, dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, specie nella zona centrale dell’Ucraina numerosi sono ormai i fedeli di rito latino e si è perciò creata una situazione nuova, dato che questi cattolici si considerano oggi ucraini.  Superare i disagi del passato non è però così facile come si potrebbe pensare. Vede, ad esempio se a Leopoli Lei chiedesse l’ubicazione della cattedrale polacca, tutti Le saprebbero rispondere; se domandasse invece dov’è la cattedrale latina (che è poi la stessa), nemmeno i tassisti risponderebbero affermativamente.

 

Il peso del passato si fa ancora sentire… 

 

C’è ancora da ricordare un fatto storico riguardante polacchi ed ucraini. Sotto i sovietici circa 250mila polacchi (secondo i numeri che mi sono stati comunicati) dovettero lasciare l’Ucraina per tornare in patria; stessa cosa accadde al contrario per altrettanti ucraini residenti in Polonia. Ogni parte occupò le case della controparte. La famiglia del mio autista ucraino dovette ad esempio lasciare tutto in Polonia e raggiungere un villaggio ex-polacco in Ucraina, vuoto ormai dei suoi abitanti. Questa vicenda ha creato risentimenti d’ambo le parti e gli effetti ancora si risentono.

 

Lei è nato a Leopoli nel 1933, in una città che a quel tempo era multiculturale…

 

Molti erano i polacchi, anche gli ebrei; socialmente la convivenza era pacifica. Ad esempio noi greco-cattolici rispettavamo il Venerdì santo dei latini, come del resto facevano loro verso di noi. Oggi dobbiamo lavorare molto per ristabilire il clima di convivenza pacifica, compito preminente della Chiesa. I rapporti diplomatici tra Ucraina e Polonia sono ottimi; ma è la Chiesa che deve impegnarsi affinchè siano ottimi anche a livello popolare.

 

In un’intervista a La Croix del 12 settembre, il patriarca di Mosca Alessio II ha commentato negativamente la visita del Papa in Ucraina, rilevando che nella parte occidentale continuerebbero le “persecuzioni” contro gli ortodossi e che il conflitto con i greco-cattolici non è per niente risolto. Il viaggio papale non sarebbe servito a nulla, anzi “si è fatto un passo indietro rispetto ai rapporti leali e rispettosi inaugurati dopo il Concilio ecumenico vaticano II”. L’arcivescovo ortodosso di Leopoli, Augustin, in un’intervista a Confronti, rincara la dose suggerendo che “il Vaticano dialoga solo quando non ha nulla da perdere” e avvertendo che la Santa Sede “pagherà un alto prezzo per questa visita”. Eminenza, quali le Sue osservazioni?

 

Vede, a livello ufficiale di rapporti tra le Chiese non è cambiato nulla in positivo. Semmai si può notare un peggioramento, provocato dal fatto che la gerarchia legata al Patriarcato di Mosca si sente in difficoltà dato che il Santo Padre ha parlato in modo conciliante, pacifico. Osservo che con gli ortodossi del Patriarcato di Kiev e della Chiesa autocefala i rapporti sono invece molto buoni. A livello di popolo  erano gli ortodossi di ogni Chiesa presenti alle celebrazioni di Leopoli; e certo molti di loro sono stati colpiti positivamente dalla persona del Papa e dai contenuti delle sue omelie.

 

Il patriarca Alessio II parla di “persecuzioni” nell’Ucraina occidentale…

 

Sono affermazioni che non trovano rispondenza nella realtà. Un gruppo ecumenico tedesco ha proposto di inviare una commissione neutrale per esaminare i casi di conflitto; in ogni caso parlare di “persecuzione” è fuori luogo. La situazione di partenza è quasi sempre la stessa: c’è un villaggio con due comunità religiose e una sola chiesa contesa. In più del 90% dei casi sono gli ortodossi all’origine delle divergenze, poiché non permettono ai cattolici di entrare nella chiesa e celebrare la messa, a turni. Pian piano i conflitti di questo tipo si vanno spegnendo; ad esempio nella mia diocesi di Leopoli alla metà del 1999 erano 28 i casi aperti, un anno dopo si erano ridotti a 23.

 

Ma questi conflitti sono originariamente di carattere religioso?

 

Direi proprio di no. In genere sono di carattere familiare, sociale; ma vengono per così dire coperti dal manto religioso. Quando si parla di “persecuzione”, chiediamo sempre che ci si presentino tutti gli atti, dai verbali della polizia ai documenti storici; ma la documentazione è carente. Molti fedeli ricordano anche che, quando Stalin cercò di liquidare i greco-cattolici (che furono costretti a rifugiarsi nella clandestinità eroica), le loro chiese furono date agli ortodossi. E il ricordo è amaro.

 

Nel Suo intervento durante il Concistoro di maggio e anche nella conferenza-stampa di presentazione del viaggio di Giovanni Paolo II in Ucraina Lei ha detto che la sola differenza importante con gli ortodossi si esprime nella questione del primato petrino. Vuol precisare qui il Suo pensiero?

 

Non mi riferivo tanto al primato in se stesso quanto all’esercizio del primato, perchè il mondo ortodosso non teme il primato in sé quanto il modo in cui si concretizza attraverso le indicazioni della Curia. Quest’ultima nei secoli ha considerato prima di tutto i cattolici orientali in modi non confacenti alla loro dignità; lo stesso atteggiamento ha mostrato verso gli ortodossi. Dal Concilio ecumenico vaticano II l’atmosfera è indubbiamente cambiata, anche la Curia ha riconosciuto che  gli ortodossi sono una Chiesa a pieno titolo e che le differenze non sono così profonde come si era pensato.

 

Eminenza, da quanto detto sembra di poter dedurre una divergenza nella storia tra atteggiamento papale e comportamenti curiali…

 

In effetti tali comportamenti non sono stati sempre in sintonia con le parole dei diversi Papi. Gli ortodossi, ben coscienti della divergenza che c’è stata tra parola del Santo Padre e pratica quotidiana, si chiedono perciò quali vantaggi trarrebbero da una ridefinizione dei rapporti con la Chiesa cattolica…. sì, il fatto positivo della comunione….ma poi, dicono, come saremo trattati da Roma? Questa è una difficoltà da superare: non sarà facile perchè la diffidenza – molto forte – esiste anche oggi.

 

Nel caso di una riunificazione che ne sarebbe delle particolarità canoniche della Chiesa ortodossa?

 

Le dovranno essere lasciati tutti gli elementi giusti che la caratterizzano. Gli ortodossi hanno lo stesso Vangelo, la stessa Parola di Dio, gli stessi sacramenti, la gerarchia apostolica: sono Chiesa a pieno titolo con una propria disciplina, che non impedisce certo una vera comunione.

 

Anche la Sua Chiesa di rito greco-cattolico ha una propria disciplina: elegge ad esempio i suoi vescovi nel suo territorio canonico, celebra i sacramenti secondo lo stesso rito bizantino delle Chiese ortodosse, osserva regole di digiuno diverso, segue il suo calendario liturgico, può ordinare uomini sposati come sacerdoti diocesani…

 

La Chiesa cattolica apostolica romana deve rispettare le Chiese cattoliche non di rito latino che sono già nel suo seno o che stanno per entrare: tutto ciò che è buono non può essere cancellato.

 

Passiamo a un altro argomento. Eminenza, quali sono a Suo parere le conseguenze più importanti dei decenni di regime comunista sui comportamenti degli ucraini?

 

Più che di regime comunista parlerei di regime bolscevico; il comunismo è una teoria mai applicata, il bolscevismo è invece la pratica. Nell’URSS c’era il desiderio di formare un homo sovieticus, prono ai voleri dello Stato totalitario, schiavo ed esecutore; si è così distrutta la dignità personale. Vivere nella verità non era possibile, vivere nella fiducia verso gli altri (anche i vicini), nemmeno. La maggior parte aveva dunque una doppia vita, una doppia moralità: ad esempio si pregava in casa e a scuola si professava ufficialmente l’ateismo, negando le proprie convinzioni religiose. La costrizione alla menzogna per la paura di conseguenze negative nel proprio lavoro ha lasciato ferite profonde nell’animo degli ucraini, così come in quello di chi ha subito nell’Est europeo il regime bolscevico; e ciò rende difficile una possibile e auspicabile convivenza democratica. Ci vorrà almeno una generazione (ma forse realisticamente due o tre) per correggere tale situazione. Al governo c’è anche chi ha incominciato la propria carriera sotto il regime bolscevico; siamo in un periodo di transizione tra uno Stato totalitario e uno Stato che non conosciamo. 

 

All’inizio della messa papale di rito bizantino del 27 giugno a Leopoli Lei ha chiesto perdono per il fatto che nel XX secolo “certi figli e figlie della Chiesa Greco-cattolica ucraina, purtroppo coscientemente e volontariamente, hanno fatto del male al prossimo, sia ai connazionali che ad altri popoli”. Si riferiva forse all’appoggio dato da un certo numero di ucraini all’altra barbarie del Novecento, quella nazista?

 

Sì, ma anche a chi collaborò con il regime bolscevico e chi ha si rese autore di delitti fratricidi. Ho evidenziato “coscientemente e volontariamente”: molti infatti collaborarono perché non potevano far altro, a meno di non scegliere il martirio.

 

In questi dieci anni dalla dissoluzione dell’Unione sovietica che cosa di positivo e di negativo vi ha trasmesso l’Occidente?

 

Incominciamo dal negativo. Purtroppo oggi in Ucraina assistiamo a un netto decadere della moralità a causa della pornografia, del traffico e consumo di droga, della corruzione, del racket. Dall’Occidente – che ha sempre un certo fascino per molti - ci arrivano musiche e film di basso livello, che trasmettono messaggi devastanti, molto, molto negativi non solo per la gioventù. Sotto un altro aspetto l’Occidente ci ha dato anche qualcosa di positivo, ha permesso agli ucraini di avere molte più informazioni utili di ogni genere, pure per le Chiese se pensiamo agli aspetti sociali della vita. Non si tratta per l’Occidente solo di aiutare materialmente… abbiamo ricevuto tanto e questo non lo dimenticheremo mai; ma di stimolarci a essere attivi nel Paese, migliorando la sua organizzazione sociale con iniziative nuove. Qui abbiamo tanto da imparare.

 

Ancora una domanda, Eminenza. La Chiesa cattolica in Ucraina si preoccupa del vero e proprio traffico di ragazze portate in Occidente per diventare schiave del racket della prostituzione?

 

Di questo siamo molto preoccupati. I parroci nelle omelie domenicali continuano a mettere in guardia i fedeli dal cedere agli allettamenti degli intermediari che promettono guadagni stratosferici per l’Ucraina; siamo attivi anche nei contatti con il Governo. Purtroppo sono tanti i pullmann che partono, raggiungono l’Albania, poi l’Italia del Sud: lì il racket ritira i passaporti, così che le ragazze non hanno più il coraggio di andare in polizia per la denuncia, essendo ormai illegali. Poi le ragazze vengono ‘smistate’ nel Nord, anche in Belgio e in Olanda ad esempio. Una vera tragedia.