LIBRI/2: BIBBIA AMICIZIA EBRAICO-CRISTIANA, TOSO, MUOLO, FANTAPPIE’ – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 6 marzo 2020

 

Altri libri letti durante la sosta forzata di Rossoporpora.org: “La Bibbia dell’amicizia” (ebraico-cristiana),” Cattolici e politica” di Mario Toso, “I soldi della Chiesa” di Mimmo Muolo, “Per un cambio di paradigma” di Carlo Fantappiè.

 

MARCO CASSUTO MORSELLI-GIULIO MICHELINI (a cura di), “LA BIBBIA DELL’AMICIZIA-BRANI DELLA TORAH /PENTATEUCO COMMENTATI DA EBREI E CRISTIANI (ED. SAN PAOLO)

 

Conoscere la Bibbia è ancor più necessario oggi, in tempi in cui dilagano (ecco l’altra faccia dei social network) approssimazioni e anche ignoranza crassa e supina del testo sacro. Un esempio recente e clamoroso per la sua impudenza è stato quello del comico Roberto Benigni che dal palcoscenico ‘nazionalpopolare’ di San Remo (gentilmente offertogli dalla Rai) ha calato la sua lezione di improvvisato teologo sul ‘Cantico dei Cantici’, sovvertendone in piena malafede l’interpretazione (pur con la comprensione cattofluida dell’inviata di Avvenire Angela Calvini).

Ben vengano dunque testi che presentino e chiariscano con rigore di studi l’uno o l’altro passo della Bibbia. Tanto più se tali testi sono frutto di riflessioni parallele ebraico-cristiane. Una bella novità, diremmo ancora più necessaria in contingenze instabili come quelle in cui viviamo.

Come annota nella prefazione cristiana papa Francesco, la “Bibbia dell’Amicizia” (curata da Marco Cassuto Morselli e da Giulio Michelini, pubblicata da San Paolo) “è un progetto attraente, ma assai impegnativo”. E’ vero però che “il modo migliore per dialogare non è solo parlare e discutere, ma fare progetti, realizzandoli”. E la “Bibbia dell’Amicizia” è un bell’esempio di ciò: infatti “esiste una ricca complementarietà che ci permette di legge insieme i testi della Bibbia ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio”. Nella prefazione ebraica troviamo tra l’altro una considerazione intensa del rabbino Abraham Skorka: “ ‘Il primum vivere, deinde philosophari’  è l’antitesi della proposta biblica, perché questa consegna un insegnamento circa il saper vivere con dignità”. Perciò “si studia la Bibbia per sapere come operare nella vita”.

Scrivono i curatori nella presentazione:La ‘Bibbia dell’Amicizia’ nasce dall’incontro di due realtà: l’amore per il Davar (la parola di Dio) e l’amicizia tra ebrei e cristiani”. In realtà “da millenni ebrei e cristiani leggono e meditano la Bibbia separatamente. Da alcuni decenni ebrei e cristiani hanno iniziato un percorso di dialogo per superare odi e incomprensioni. Ora è possibile iniziare a leggere la Bibbia insieme”.

Come è strutturato il volume? Dapprima troviamo un’ampia introduzione generale, con cinque autori: si va dal vescovo Ambrogio Spreafico (“Perché leggere la Bibbia insieme, ebrei e cristiani”) a Anna Foa (“Dal Tamud alla Bibbia: l’età dei roghi”). Segue un’altrettanto ampia introduzione ai primi cinque libri della Bibbia, commentato ognuno da un cristiano e da un ebreo: apre il rabbino Jack Bemporad per Bereshit/Genesi, chiude Grazia Papola per Devarim/Deuteronomio. Buona parte del volume è ricca di interpretazioni e commenti cristiani e ebraici di differenti episodi della Bibbia: in totale 35 gli autori impegnati delle due fedi.

Sono duecento pagine queste ultime che si rivelano una vera e preziosa miniera di conoscenza reciproca. Non vogliamo far torto a nessuno, ma ci piace citare qualche testo esemplare tra quelli che ci hanno maggiormente interessato: “La maledizione del serpente” (Daniele Garrone), “Il patto dell’arcobaleno” (Davide Assael), “La vocazione di Avraham” (Bruno Di Porto), “La schiava egiziana chiamata Hagar” (Joseph Sievers), “Le levatrici, la figlia del Faraone e la nascita di Mosheh” (Donatella Scaiola), “Manna, un pane che domanda” (Miriam Camerini), “La Menorah” (Marco Cassuto Morselli – Gabriella Maestri). Non vi viene forse appetito di sfogliare il volume?

Merita dunque di essere ben ripagato il grande sforzo fatto dagli autori e dai curatori, i già citati Marco Cassuto Morselli (presidente della Federazione delle Amicizie ebraico-cristiani) e Giulio Michelini (teologo). I lettori non saranno delusi, tutt’altro: leggere e meditare questa “Bibbia dell’Amicizia” è un modo intelligente per comprendere meglio il testo sacro, tenendo in considerazione anche la visione di chi appartiene all’altra fede. Il che apre per tutti prospettive nuove con ricadute positive nella vita di ogni giorno. Non è poco. 

 

MARIO TOSO, “CATTOLICI E POLITICA IN UN TEMPO DI CAMBIAMENTO EPOCALE” (SOCIETA’ COOPERATIVA SOCIALE FRATE JACOPO)

 

Quello della rappresentanza e dell’incisività dei cattolici nella politica italiana è un tema da sempre assai discusso tra gli interessati; nell’ultimo decennio è anche sfociato periodicamente in tentativi più o meno convinti di ricostituire una sorta di partito connotato da una forte (pur se non esclusiva) componente cattolica. Tali tentativi tuttavia si sono rivelati sostanzialmente velleitari, naufragati già al momento di ‘pesare’ l’una o l’altra associazione promotrice. Sorte elettorale non dissimile è toccata anche (vedi elezioni politiche del 2018) a liste generose di esplicita ispirazione cristiana come il Popolo della Famiglia (nato da una costola del ben più corposo Family Day) o i Popolari per l’Italia. Non è poi che le elezioni regionali o amministrative successive abbiano accresciuto sensibilmente la rilevanza di tali formazioni e di altre analoghe, ferme a percentuali di parecchio inferiori all’1% (salvo eccezioni localissime, come è capitato per il Popolo della Famiglia, salito all’1,3% nella recente elezione suppletiva di Roma 1, peraltro caratterizzata da una partecipazione del 17%).

Il tema negli ultimi anni è stato (ed è) al centro anche dell’attenzione della Cei (in particolare ritorna negli interventi del presidente cardinal Bassetti e di porporati come l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi) ed occupa periodicamente la terza pagina dell’Avvenire, in cui una miriade di ‘impegnati’ espone le proprie disparate idee in materia.

Tra coloro che più si sono interessati (e continuano a farlo) al tema merita un posto particolare l’odierno vescovo di Faenza-Modigliana, il salesiano Mario Toso, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (2009-2015, successore di Giampaolo Crepaldi).

E’ certo ricco di spunti in materia il suo “Cattolici e politica-In un tempo di cambiamento epocale”, edito dalla Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa di Roma. Giunto alla terza edizione, il testo si presenta con una premessa e quindici approfondimenti in cui viene sviscerata la complessa problematica, offrendo chiavi di lettura alla luce dell’applicazione della dottrina sociale della Chiesa nell’attuale realtà italiana. Mario Toso ribadisce inizialmente che “per la Chiesa l’impegno dei cattolici in politica non è in questione. (…) Tale presenza è un dovere-diritto per una doppia serie di motivi: di ragione e di fede”. Fin qui tutti d’accordo. Come però tradurre in concreto tale dovere-diritto, in modo che la presenza sia “rilevante ed incidente”? Oggi – osserva l’Autore - se “persiste la rilevanza dei credenti nell’ambito caritativo-assistenziale”, si constata tuttavia “una certa loro riluttanza o indifferenza a scendere nell’agone politico”, tanto che la loro azione “appare dispersa o debole”. Manca “una coesione sufficiente tra i credenti” e nel contempo “cresce il divario tra i pastori e una considerevole porzione del popolo di Dio, tra le radici spirituali della fede e l’impegno politico”. I credenti, “disseminati in vari partiti e movimenti”, sono secondo Mario Toso, sempre più coscienti “della loro ininfluenza”: in effetti – insiste l’Autore – “la diaspora, teorizzata come un bene, al lato pratico si è trasformata (…) nell’irrilevanza dei cattolici nella vita pubblica”. Non solo: “Fatto ancora più grave, ha lasciato dei segni di contrapposizione, provocando forti divisioni tra di essi”. Quali allora i suggerimenti dell’autore per un’inversione di tendenza, insomma “per ripartire dalle fondamenta”?

La riflessione dell’Autore è ampia e sfaccettata, anche perché la realtà cui i cattolici sono confrontati è essa stessa instabile e molto mutevole. Chi intende approfondire (con profitto) i percorsi diversi delineati da Mario Toso, legga il suo agile ‘manuale’, che si avvale di una prefazione di Stefano Zamagni (che ha cercato di applicare a suo modo la dottrina sociale della Chiesa nelle ultime elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, spingendo ad appoggiare la sinistra e venendone poi da essa ricompensato con uno schiaffo bruciante) e di una lucida postfazione di Vittorio Possenti.

 

MIMMO MUOLO, “I SOLDI DELLA CHIESA – RICCHEZZE FAVOLOSE E POVERTA’ EVANGELICA” (ED. PAOLINE)

 

Quanto è ricca la Chiesa? La domanda torna con regolarità nel discorso pubblico, in particolare quando all’ordine del giorno emergono vicende oscure riguardanti la gestione ecclesiale dei beni materiali. Se ne parla tanto e spesso anche a sproposito, poiché sull’argomento continua a regnare una confusione già a livello lessicale… figuriamoci poi se entriamo nel merito dei singoli episodi!

Più che opportuno quindi il recente, interessante (e agile) volume di Mimmo Muolo intitolato “I soldi della Chiesa-Ricchezze favolose e povertà evangelica”, edito dalle Paoline, con una prefazione del cardinale Francesco Montenegro e una postfazione di Carlo Cardia.

Il volume esce a più di sei anni dal nostro “L’impegno” (Rubbettino), in cui avevamo scandagliato l’azione sociale della Chiesa italiana in una ventina di ambiti maggiori della realtà italiana (vedi https://www.rossoporpora.org/l-impegno/l-impegno-il-libro.html ).

Il libro-manuale di Muolo (vaticanista di Avvenire) si propone invece di controbattere, a partire dai fondamentali, la vulgata sovente molto approssimativa che dilaga anche sul web a proposito di Chiesa. Prosperano leggende nere (e a volte, bisogna pur riconoscerlo, è proprio la Chiesa ad alimentarle con i comportamenti vergognosi di certi suoi figli): osserva Muolo che “sesso e denaro sono le armi più affilate quando si vuole mettere in cattiva luce” l’istituzione.

Sui soldi – rileva l’Autore - si va da chi si dice scandalizzato perché la Chiesa “è ricca e non accoglie a casa sua i migranti” a coloro che “vorrebbero una Chiesa mendicante e, se dipendesse da loro, venderebbero pure la basilica di San Pietro”.

Il punto dolente è che, molto spesso, chi si esprime sulla Chiesa non ha un’idea chiara di che cosa parli esattamente. Ecco allora Muolo che cerca di colmare l’indubbia ignoranza in materia di molti spiegando che cos’è la Chiesa cattolica; evidenziando le indubbie differenze tra Santa Sede, Vaticano, Chiesa italiana; illustrando l’attività degli organi economico-finanziari al di là delle Mura Leonine. Il Papa ha uno stipendio? Chi paga le bollette del Vaticano? Come è cambiato lo Ior? E poi, nell’ambito della carità: che cos’è l’Obolo di San Pietro? Che cosa fa l’Elemosineria Apostolica?

Se torniamo da Oltretevere in terra italiana urgono altri interrogativi, annosi ma ricorrenti anche oggi: chi remunera il clero? Che cos’è l’8 per mille? Dove va l’8 per mille? E la questione dell’Ici-Imu? C’è anche un capitoletto sui “famosi 35 euro” per l’accoglienza (su cui naturalmente è lecito nutrire molte riserve, considerato il comportamento di non poche coop ‘bianche’). Diverse pagine sono dedicate ai “beni nella vita religiosa” con rimandi tra l’altro alla “cura dimagrante del Risorgimento” e alla scuola cattolica.

Nel capitolo conclusivo Mimmo Muolo risponde con chiarezza alle domande principali che hanno dato origine al suo utilissimo manuale. La Chiesa è veramente ricca? Si può ancora sostenere che Chiesa e denaro siano incompatibili? Vendere tutti i beni e darli ai poveri? Si può conciliare la disponibilità di questi beni con la povertà evangelica? Che cosa significa quindi Chiesa povera per i poveri? Leggete il libro e avrete le risposte dell’Autore (che in materia non è certo uno sprovveduto)!

 

CARLO FANTAPPIE’, “PER UN CAMBIO DI PARADIGMA – DIRITTO CANONICO, TEOLOGIA E RIFORME NELLA CHIESA” (EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA)

 

Chi è Carlo Fantappiè? E’ un toscano molto verace, professore ordinario di Diritto canonico a Roma Tre e anche docente invitato di Storia del diritto canonico alla Gregoriana e all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi.

Che c’entriamo noi con il diritto canonico? Poco o niente. Neppure siamo teologi. Eppure anche noi abbiamo letto con interesse, scoprendo pascoli semisconosciuti, il recente libro di Fantappiè intitolato “Per un cambio di paradigma – Diritto canonico, teologia e riforme nella Chiesa” (Edizioni Dehoniane Bologna).

Cinque i capitoli del volume, con una prefazione molto utile a chiarire i termini del problema. Se nel primo l’Autore si occupa di connotare il diritto canonico classico, quello tridentino, quello codificatorio, nel secondo si dedica al Codice del 1917, nel terzo alla riflessione dottrinale in materia dopo il Vaticano II, nel quarto all’evoluzione dei rapporti tra diritto canonico, teologia e riforme nell’ultimo mezzo secolo; nell’ultimo l’Autore tira le conclusioni.

Fantappiè è esplicito nella prefazione: l’esigenza che lo muove è quella di “risalire alle cause della situazione attuale, caratterizzata da una separazione di fatto e da una sorta di incomunicabilità” tra diritto canonico e teologia, “per tanti secoli in piena sintonia” tra loro, in “un’alleanza che aveva prodotto sia feconde integrazioni dottrinali sia incisive riforme istituzionali”. Qui l’Autore avanza l’ipotesi che tale convergenza potesse derivare dal “carattere plastico, flessibile, elastico che il diritto canonico ha lungamente mantenuto” prima di essere ‘ingabbiato’ nella ‘forma-Codice’, che ha trovato pieno adempimento nel Codice del 1917.

Si può ben pensare che le conseguenze “indesiderate” di tale ‘ingabbiamento’ sui rapporti tra diritto canonico e teologia stiano emergendo “con particolare nettezza” dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a Papa. E’ un Pontificato questo che “introduce forti stimoli e spinte verso il rinnovamento della Chiesa”. Ma “al contempo solleva, in una cerchia non ristretta di fedeli, problemi di giustificazione storica e teologica delle riforme”.

Una pietra miliare è costituita dal Codice del 1917, che – nota Fantappiè – “non è nato all’improvviso per un problema contingente”, ma da un dibattito di secoli sulla necessità di una riforma legislativa della Chiesa, emersa chiaramente anche durante il Vaticano I. In effetti la legislazione ecclesiastica giaceva “in uno stato di confusione e di incertezza”. E’ papa Sarto che nel 1904 ha avviato tale riforma, adottando la forma-codice e accompagnando i lavori con la consultazione dell’episcopato. Il Pontefice, rileva Fantappiè, opinava che “la codificazione fosse lo strumento più adatto sia per comunicare ai fedeli le leggi ecclesiastiche nel modo più diretto, semplice e chiaro, sia per offrire loro norme precise e sicure nell’insegnamento, nell’amministrazione delle diocesi, nel’esercizio della giustizia canonica”. Osserviamo che, a un secolo di distanza, il problema si pone urgentemente di fronte a chi vuole invece rovesciare tale visione, smantellando de facto il diritto canonico per privilegiare la volatilità di una prassi attenta soprattutto alle priorità del mondo.

Papa Sarto poi doveva tenere conto ai suoi tempi del contesto storico in cui viveva il Pontificato romano, “assediato dagli Stati-Nazione”.  Perciò il Codice canonico del 1917 “può essere interpretato come uno strumento di contrasto” contro la pretesa di assoggettare la Chiesa all’ordinamento di tali Stati. Anche sotto il profilo delle relazioni internazionali  il nuovo Codice può essere considerato “come un tentativo della Chiesa di legittimarsi nell’ambito internazionale come ordinamento primario, autonomo, indipendente”. Inoltre, continua l’Autore, “il Codice ha una forte motivazione istituzionale e amministrativa della Chiesa”, legandosi alla profonda riforma delle strutture centrali e anche di quelle periferiche (vedi rafforzamento delle conferenze episcopali e creazione delle curie diocesane).

Dal 1917 di acqua ne è passata molta sotto i punti e Fantappiè lo evidenzia bene nello sviluppo del volume, riandando ampiamente al dibattito sulla nuova codificazione del 1983 e dando così voce ai maggiori canonisti del tempo come ad esempio Eugenio Corecco per il quale la riforma degli Anni Ottanta “ha cambiato nella sua specie la codificazione stessa”, grazie a “un nuovo gene innestato sul tronco comune alle codificazioni ottocentesche e al nuovo Codice del 1917”. Un’affermazione che Fantappiè ritiene forse un po’ esagerata, non tenendo conto il canonista ticinese (poi vescovo di Lugano) “della permanenza di una grande quantità di norme del codice precedente nonché dei difetti di coerenza e di sistematicità”.

Vale la pena di citare quanto scrive nel 1975 il cardinale Pericle Felici: “Il Codice rappresenta una particolare forma di presentare le leggi, certamente la più moderna (…) che offre molte comodità, prima fra tutte quella di conoscere subito e in maniera precisa la legge vigente. Ma tale forma non è priva di pericoli e di disagi, ad esempio quello di vedere soffocato lo spirito della legge dalla formulazione di essa quasi per un processo di cristallizzazione”.  

A noi sembra che sostanzialmente il dibattito sia ancora oggi dominato (più che mai) da tale dilemma, così ben individuato da Pericle Felici. Carlo Fantappiè i suoi suggerimenti, derivati da una lunga esperienza, non li lesina ai lettori. Che auspichiamo vadano ben al di là della (ristretta) cerchia dei canonisti e dei teologi.