LIBRI: POLONIA, SPAGNA, MESSICO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 3 marzo 2020

 

La sosta forzata di oltre un mese di Rossoporpora.org ha offerto la possibilità di leggere almeno alcuni dei libri accumulatisi sulla scrivania. Ecco una prima serie di  riflessioni su tre testi, riguardanti padre Popieluszko, la ‘Cristiada’ messicana e la ‘Cruzada’ spagnola, il filo storico che unisce Saragozza a Guadalupe.

 

CESARE G. ZUCCONI, “JERZY POPIELUSZKO” (ED. SAN PAOLO)

 

Per chi vuol comprendere a fondo la vicenda eroica e tragica di cui è stato protagonista padre Jerzy Popieluszko, ecco una biografia molto accurata, ricca di dettagli solo apparentemente insignificanti, attenta ai contesti storico, politico, religioso, sociale in cui ha vissuto, operato ed è stato assassinato nel 1984 il giovane cappellano di Solidarność. E’ certo con interesse che abbiamo preso tra le mani “Jerzy Popieluszko – Il martirio di un sacerdote nella Polonia comunista”, scritto da Cesare G. Zucconi, edito da San Paolo. Sono circa 250 pagine frutto di una ricerca certo rigorosa, che – come annota Andrea Riccardi nella prefazione – aiutano anche “a capire quale forza di speranza e di liberazione il messaggio di papa Wojtyla abbia immesso tra le masse polacche”. Eh sì, poiché “l’azione di Popieluszko – ‘martire della lotta del cattolicesimo polacco all’oppressione del sistema comunista e sovietico’ – in qualche modo rifrange il messaggio di Giovanni Paolo II (…): Non abbiate paura! Il Papa è un tale riferimento per il sacerdote polacco che, quando le autorità comuniste gli contestano il contenuto delle sue prediche, lui commenta che allora dovrebbero arrestare Giovanni Paolo II per i suoi discorsi”. Osserva ancora Riccardi: “A mio avviso si è troppo poco riflettuto sul valore della liberazione di questo Paese dell’Est, ottenuto congiuntamente dalla sua gente e da papa Wojtyla, a mani nude, senza alcuna violenza, ma con la forza pressante e disarmata delle masse popolari contro un potere che aveva in mano tutte le leve politiche, economiche e soprattutto militari”.

Cesare G. Zucconi parte da lontano, dall’inizio del Secondo dopoguerra, con la presa del potere da parte comunista. Nel 1947 nasce Alek (poi Jerzy) Popieluszko nel villaggio di Okopy. Seminarista negli Anni Sessanta, sacerdote nel 1972, nel 1979 vive con entusiasmo e da vicino il primo viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Polonia, coordinando il lavoro dei volontari medici e paramedici che assistono le grandi folle in piazza a Varsavia. L’Autore dedica un’ampia riflessione alla nascita di Solidarność nel 1980 (don Jerzy celebrerà la sua prima messa per il sindacato nei cantieri di Huta Warszawa il 31 agosto 1980), alla proclamazione il 13 dicembre 1981 dello stato di guerra, al dilemma cui è confrontata la Chiesa polacca che ha il suo punto di riferimento diretto nello stesso Papa. Il 25 aprile 1982 Popieluszko tiene la sua prima omelia durante la ‘messa per la patria’ nella parrocchia di San Stanislao Kostka a Varsavia. Nota tra l’altro Zucconi: “L’identificazione tra ‘polonismo’ e cattolicesimo, tra patria polacca e Chiesa cattolica latina, che lungo la storia ha alimentato la resistenza del suo Paese al potente vicino russo e ad altri nemici, emerge con forza nelle omelie del sacerdote”.

Le ‘messe per la patria’ sono sempre più frequentate, raccogliendo una volta al mese decine di migliaia di persone. Il sacerdote è ormai nel mirino del regime. Si susseguono intimidazioni e interrogatori. Il primate di Polonia, cardinale Glemp, è palesemente in grande imbarazzo: vorrebbe un Popieluszko più prudente, suggerisce che raggiunga Roma. Il sacerdote è amareggiato, ma sente di dover continuare a battersi per “verità, libertà, giustizia” come disse nel 1990 papa Wojtyla. Zucconi ricostruisce dettagliatamente questa fase tormentata della vita di don Jerzy, che si accompagna al crescere delle minacce del regime. Poi si giunge all’epilogo tragico (19 ottobre 1984) della vita terrena del sacerdote, alla grande emozione suscitata non solo in tutta la Polonia, ai ‘funerali da Re’ che potenzialmente sono pervasi di una carica insurrezionale, ai giorni di grave tensione, al processo: è una ‘prima’ per il regime comunista, che però è tutto teso a scaricare le colpe su un piccolo nucleo di agenti ‘deviati’.

Nel libro anche l’eco della visita (la prima di un ministro di un Paese della Nato dopo la proclamazione dello ‘stato di guerra’, fatta eccezione per quella del primo ministro greco, il socialista Andrea Papandreu) dell’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti in Polonia (dicembre 1984) che pone due condizioni al governo: potersi recare sulla tomba di don Jerzy e poter incontrare alcuni leader di Solidarność. Varsavia acconsente. Andreotti prima e dopo la visita sarà a cena da papa Wojtyla. L’ultimo capitolo è dedicato al processo di canonizzazione: padre Popieluszko è beatificato nel 2010. Due anni dopo a Créteil avviene una guarigione scientificamente inspiegabile per intercessione del beato. La commissione diocesana ne riconosce l’autenticità. E ora il dossier è presso la Congregazione delle Cause dei Santi.

 

GIOVANNI FORMICOLA, “DIFESERO LA FEDE, FERMARONO IL COMUNISMO” (ED. CANTAGALLI)

 

Sono poco più di 150 pagine (compresi in appendice alcuni documenti di chiarezza cristallina), ma straripano di riflessioni atte a far luce su due avvenimenti storici spesso de facto misconosciuti oppure banalizzati dal ‘politicamente corretto’. Insomma Giovanni Formicola ha fatto un bel lavoro col suo “Difesero la fede, fermarono il comunismo – La Cristiada, Messico 1926-1929 – La Cruzada, Spagna 1936-1939 (ed. Cantagalli).

Scrive nella prefazione Eugenio Capozzi, “Giovanni Formicola rappresenta un interessante esempio di una figura che nella nostra epoca appare per lo più impallidita (…): l’apologeta del cristianesimo e della Chiesa cattolica”. Preciseremmo: apologeta sì, ma anche critico ove necessario di alcuni atteggiamenti puntuali che nel corso della storia le gerarchie ecclesiali (o una loro parte rilevante) hanno adottato nei confronti di avvenimenti che vedevano dei cattolici come protagonisti. Così Formicola ad esempio critica gli accordi tra Santa Sede e Messico che impedirono de facto la vittoria militare dei cristeros (che anzi in gran numero, deposte le armi, furono assassinati). E critica anche l’irriconoscenza che una certa parte di Chiesa ha avuto soprattutto dagli anni del Concilio verso Francisco Franco, colui al quale oggettivamente va attribuito il merito di aver salvato il cattolicesimo spagnolo da una programmata cancellazione dalla vita del Paese.

Il testo di Formicola è diviso in tre parti (in cui si rielaborano relazioni tenute nel 2007 e nel 2011). La prima tratta del comunismo come “ideologia globale della Rivoluzione”; la seconda si concentra sulle vicende messicane; la terza su quelle spagnole. Nel libro di Formicola non sono narrati tanto gli avvenimenti, quanto ne vengono esplorati origini remote e prossime, contesti, significati. L’obiettivo è dichiarato subito dall’Autore: “Mi sembra che gli episodi messicano e spagnolo di resistenza anche armata alla Rivoluzione anti-cristiana, per difendere la fede, la possibilità di viverla integralmente nella libertà, meritino di essere ripresi e ricordati sia per restituire onore e verità alla loro storia, troppo spesso vilipesa o dimenticata, sia per riconoscerne la valenza esemplare”.

Più volte nel testo emergono comparazioni tra Cristiada e Cruzada. In entrambi i casi avviene un’insurrezione armata contro un potere ostile. Però in Messico “unico attore è in realtà il popolo messicano, il popolo credente. Né l’Esercito né formazioni politiche strutturate né fronti culturali e politici contrapposti vi giocano un ruolo significativo, come invece accade in Spagna”. Tanto è vero che si può riandare solo all’insorgenza vandeana come precedente assimilabile a quello messicano (ma su scala regionale).

Diversamente da quel che succederà in Spagna nel 1936-1939 – insiste l’Autore – “è certo che né i vescovi né tanto meno la Santa Sede vogliono, e neppure incoraggiano o velatamente suggeriscono l’insorgenza armata (…) la cui legittimità morale è a lungo discussa tra le gerarchie ecclesiastiche”. Certo “i vescovi messicani non hanno mai condannato l’insorgenza, ma non l’hanno neppure formalmente benedetta, come sarebbe invece accaduto dieci anni dopo per l’Alzamiento spagnolo con la famosa Lettera collettiva dell’episcopato del primo luglio 1937”. Non solo: in Messico la Santa Sede e la maggioranza dei vescovi “non appena se ne presenta l’occasione e nonostante l’armata cattolica sia in una posizione di forza, impongono gli accordi (arreglos) con il Governo, cui con grandissimo e sofferto spirito di obbedienza i comandanti, i soldati e il popolo cristero si sottomettono”. Annota qui Formicola: “Forse perché ammaestrate da questa esperienza, dieci anni dopo le gerarchie ecclesiastiche si sarebbero regolate diversamente circa la Cruzada spagnola”.

A differenza di quel che accade in Spagna, poi, “nei cristeros è assente un qualsivoglia progetto politico specifico. Essi chiedono soltanto la piena libertà religiosa, mentre in Spagna (…) si sarebbero scontrate anche due ben distinte e contrapposte idee dell’ordine civile”.

Veniamo allora al Paese iberico, di cui in questo sito ci siamo occupati recentemente in riferimento agli ultimi e preoccupanti sviluppi politici (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/927-spagna-il-mostro-rosso-rosso-come-la-repubblica-degli-anni-30.html).

Formicola ha ricordato nel suo testo le parole pronunciate già nel 1931 dal leader repubblicano, poi del Frente popular (nonché presidente de Consiglio e presidente della Repubblica) Manuel Azaña: “La Spagna ha cessato di essere cattolica” (non a caso il nome di Azaña è stato utilizzato da Pedro Sanchez, con gran giubilo della sinistra, nel discorso di investitura del 7 gennaio 2020). La persecuzione anti-cattolica, rileva Formicola, in effetti “durava almeno dalla proclamazione della Repubblica nel 1931”. E dunque “era evidente che non si potesse fare altro, anzi che l’Alzamiento fosse un preciso dovere morale”. Presto il vero leader dei militari, Francisco Franco, “comprende il carattere di Cruzada dell’Alzamiento, che è l’unico che gli avrebbe guadagnato l’entusiastico consenso del popolo non rosso”. E’ anche vero che “la congiuntura internazionale induce Franco  - è difficile dire con quanta convinzione e quanto obtorto collo – a contaminare  l’omogeneità cattolica e tradizionale del popolo che lo segue” con rituali e uomini vicini a nazionalsocialismo e fascismo.

Con i militari anche la Chiesanon si astiene dal sostenere e incoraggiare una risposta politica e militare all’aggressione rivoluzionaria”. Pio XI (pur con acune riserve su eccessi e contaminazioni ideologiche) si esprime chiaramente sia il 14 settembre 1936 a Castelgandolfo che nel Radiomessaggio del 24 dicembre 1936. La Chiesa di Spagna da parte sua “benedice nella sua sostanza l’Alzamiento nacional ed esorta i cattolici a sostenerlo”. Ad aprile 1939, Pio XII, appena eletto, scrive in un telegramma al generale Franco: “Innalzando il Nostro cuore a Dio, Noi ci rallegriamo con l’Eccellenza Vostra della vittoria tanto desiderata della Spagna cattolica”.

Insomma a quel tempola Chiesa non ebbe paura del giudizio del mondo e dei Giuda”. Negli anni a seguire, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, le prese di distanze ecclesiali si sono invece moltiplicate. Considera Formicola: “Franco non può essere, non dico assimilato, ma anche solo accostato, ai tiranni dei totalitarismi rivoluzionari del suo, e direi anche del nostro, secolo. Egli, per quanti errori possa avere commesso, non compì omicidi di massa, non fu né un ideologo né un nazista né un rivoluzionario, ma proprio quel tipo di uomo (…) che ‘vive secondo una concezione di stampo classico e cristiano’ (Erich Voegelin)“. Oggi la guerra contro il cattolicesimo in Spagna ha rialzato la testa, ma “il corpo sociale mostra di non avere più gli anticorpi per combattere il ricorrente morbo. Per tante ragioni, non ultima lo sbandamento pastorale che si manifesta dagli anni Sessanta nella Chiesa”. Perciò “gli sconfitti di ieri sembrano i vincitori di oggi”.

 

ANGELA PELLICCIARI), “UNA STORIA UNICA – DA SARAGOZZA A GUADALUPE” (ED. CANTAGALLI)

 

Dalla Reconquista della Spagna alla Conquista del Nuovo Mondo. Dalla Virgen del Pilar (apparsa secondo la tradizione a Saragozza all’apostolo Giacomo) alla Morenita, la Virgen de Guadalupe (apparsa nel 1524 nei dintorni di Città del Messico all’indio Juan Diego. Un legame che vede giganteggiare tra i suoi artefici la regina Isabella di Castiglia che – insieme con il marito Ferdinando d’Aragona - sul finire del ‘400, completata la Reconquista, benedice l’impresa di Cristoforo Colombo in nome dell’evangelizzazione. In sintesi è questo il succo dell’agile volumetto “Una storia unica – Da Saragozza a Guadalupe” scritto da Angela Pellicciari, storica della Chiesa e pubblicato da Cantagalli. Sono poco più di cento pagine frizzanti, cui seguono in appendice la riproduzione della Bolla Inter caetera di papa Alessandro VI (1493), quella dell’ Istruzione per il Governatore e gli Ufficiali sul Governo delle Indie di Isabella e Ferdinando (1503, infine del racconto della vicenda miracolosa di Juan Diego ad opera di Antonio Valeriano (un indio nipote di Montezuma).

Il testo di Angela Pellicciari ripercorre ab initio le vicende della Reconquista, a partire dunque dalla decisione del nobile Pelagio di resistere all’invasione islamica a partire dalle montagne delle Asturie dove c’è una grotta dedicata a Maria.

Nel succedersi delle vicende storiche emerge nella seconda metà del XV secolo la figura di grande spessore di Isabella di Castiglia (nata nel 1451, regina dal 1474), che nel 1469 sceglie di sposare Ferdinando d’Aragona. Attorno ai ‘Re Cattolici’ – così definiti da Alessandro VI nella bolla Si convenit del 1496 – si è già scritto molto. In particolare oggetto dell’attenzione storica è stata Isabella, su cui i giudizi continuano a dividersi. Per gli apologeti è una santa, per i detrattori principalmente una bigotta.

La causa di beatificazione è stata introdotta dal vescovo di Valladolid nel 1958 e il processo diocesano si è concluso positivamente nel 1972, dopo di che la documentazione è passato a Roma presso la Congregazione delle Cause dei Santi. Nel 1990 la positio historica è approvata dai consultori all’unanimità e gli atti sono trasmessi ai teologi. Ma la causa viene bloccata si presume per motivi di opportunità (come era successo già con quelle riguardanti i martiri della Guerra civile spagnola e come sarebbe poi successo con quella di Pio XII). Il quinto centenario della Conquista/Evangelizzazione dell’America è l’occasione per distanziarsi criticamente da quella vicenda storica; d’altra parte si rimprovera a Isabella di aver voluto introdurre l’Inquisizione in Spagna e di aver espulso gli ebrei dal nuovo Regno.

Angela Pellicciari nel suo libro cerca di rispondere a tali accuse e nel contempo di illustrare quanto nella Conquista spagnola abbia pesato positivamente il cattolicesimo di Isabella, che in tal caso ha addirittura preceduto di una trentina d’anni i pronunciamenti contro la schiavitù degli indios di papa Paolo III Farnese. Per l’Autrice l’istituzione dell’Inquisizione spagnola derivò dalla volontà di mettere ordine con “giustizia ed equità” nel fenomeno dilagante delle ‘false conversioni’ al cattolicesimo di ebrei. E, per quanto riguarda la cacciata degli ebrei nel 1492 Angela Pellicciari, pur comprendendone le ragioni (la situazione interna era “esplosiva”), riconosce che tale decisione comportò “un’enorme sofferenza, che si riversò, come sempre accade, sui più indifesi”.

A proposito della Conquista, l’Autrice evidenzia come la ragione principale che spinge Isabella ad appoggiare l’impresa è quella del’evangelizzazione, come ad esempio traspare dall’Istruzione del 1501 al nuovo governatore delle Indie. Scrive Angela Pellicciari: “Nell’Istruzione Isabella manifesta un’apprensione materna per i nuovi sudditi, i ‘suoi figli’, che vuole siano trattati con amore e ricevano la buona notizia del Vangelo da uomini liberi: ‘E’ necessario informare gli indios sulla nostra fede, affinché ne giungano a conoscenza’, ma ‘senza esercitare su di loro alcuna costrizione’ ”. In un codicillo aggiunto al suo testamento, nel 1504, Isabella chiede al re e alla figlia Giovanna (erede al trono) “di non permettere che gli indios siano fatti schiavi e siano derubati dei propri beni”. Bisogna invece - scrive Isabella - “fare in modo di indurre e attrarre i popoli (…) a convertirsi alla fede cattolica, e inviare a tali Isole e Terraferma prelati e religiosi e chierici e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti e residenti di quelle terre alla fede cattolica, e insegnare loro buoni costumi”. Contro la schiavitù dunque Isabella, con un’eccezione: la ammetteva nel caso dei cannibali, qualora “fossero recidivi e restii a qualsiasi contatto con gli spagnoli” (“unico modo per convertirli e salvarli”).

Nel libro di Angela Pellicciari c’è anche molto altro… ma pensiamo di avervi già stuzzicato a sufficienza perché ne diventiate lettori!