UN TRIPLO CD ROSSOPORPORA E SEI LIBRI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 4 gennaio 2017

 

I musici furori di Lorenzo Baldisseri, pianista rossoporpora. Poi testi sui Sinodi della Famiglia (Franco Ferrari); sulla via Appia (Paolo Rumiz ); sul piccolo mondo antico dell’alpe ticinese (Giuseppe Zoppi); sulla Svizzera, il “Paese più felice del mondo” (François Garçon);  su un viaggio letterario in Vaticano (Christina Höfferer); sulla storia della famiglia Ruschi (dello stesso ceppo dei Rusconi e dei Rusca) da Como a Pisa.

UN TRIPLO CD DELLA LIBRERIA EDITRICE VATICANA PER LORENZO BALDISSERI, PIANISTA ROSSOPORPORA

 

Finalmente abbiamo avuto il tempo di aprire l’elegante cofanetto dal titolo “Florilegio musicale” (edito dalla Libreria editrice vaticana) e di ascoltarne con calma (e anche con curiosità) il contenuto: tre cd musicali, incisi da un pianista assai singolare che risponde al nome di Lorenzo Baldisseri, cardinale di Santa Romana Chiesa. Il porporato ha un ‘cursus honorum’ di tutto rispetto: nunzio a Haiti, in Paraguay, India, Nepal, Brasile, poi segretario della Congregazione per i vescovi e del Collegio cardinalizio, infine segretario generale del Sinodo dei vescovi e cardinale. Insomma è un vissuto di esperienze molto diverse tra loro ma sempre al servizio fedele della Santa Sede; connesso tale vissuto a un’acquisizione di conoscenze di persone e di fatti tali da rendere il settantaseienne toscano – volente o nolente – un uomo di potere all’interno delle Sacre Mura.

Baldisseri, da grand commis vaticano, è poco appariscente, ma opera molto, perlopiù silenziosamente. Sostiene un onere gravoso e forse questo spiega più di tutto la sua dedizione alla musica, a quella pianistica in particolare, perché sul pianoforte può trasporre quei sentimenti che normalmente non può esternare. Tre pianoforti, tre cd per il cardinale baccelliere in canto gregoriano e formatosi in pianoforte a Lucca, Roma, Asuncion e in Brasile. Non siamo critici musicali, perciò possiamo solo dirvi che abbiamo ascoltato con attenzione i 33 brani proposti, in cui l’illustre pianista (non dimentichiamoci: possiede tutte le caratteristiche dei toscani) è passato dalla dolcezza di tocco al furore che travolge, dai “Notturni” di Chopin alle “Polacche” del medesimo autore (cui la musica polacca dev’essere simpatica, poiché ritroviamo anche un brano nostalgico e solenne di un altro autore dell’Ottocento, Michael Kleofas Oginski), dalla “Canzonetta popolare” di Schumann al bachiano “Jesus bleibt meine Freude”, da Mascagni dell’ “Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana” alla “Fantasia III in re minore” di Mozart, dalla “Danza espaňola” di Enrique Granados alle “Bachianas brasileiras” di Villa Lobos. E ancora ecco il “Valzer di Musetta” di Puccini, “Granada” di Albeniz, la “Consolazione n. 3” di Liszt , le “Csardas” di Vittorio Monti… Insomma: da un nunzio giramondo e un cardinale che il mondo se lo trova sulla porta dell’ufficio (o dell’Aula sinodale) non poteva che uscire un florilegio musicale di respiro pluralistico. Riconosciamolo: piacevole ad ascoltarsi.

 

“FAMIGLIA. DUE SINODI E UN’ESORTAZIONE. DIARIO DI UNA SVOLTA”, di Franco Ferrari, Edizioni Nerbini, Firenze, 2016

 

Fondatore e animatore dell’associazione cattolica ‘progressista’ “Viandanti”, Franco Ferrari ha seguito con attenzione lo svolgimento dei due Sinodi sulla famiglia, fino alla pubblicazione della controversa esortazione apostolica “Amoris laetitia”. Da quanto ha potuto e saputo osservare ha tratto materiale adeguato per questo suo “Famiglia. Due Sinodi e un’esortazione”, postillato dalla constatazione molto significativa “Diario di una svolta”. Volumetto di poco meno di 200 pagine, pubblicato presso le Edizioni Nerbini di Firenze, presenta un testo agile che rievoca  in forma diaristica l’evolversi quotidiano dei lavori sinodali, come emerso sia dai quotidiani appuntamenti in Sala Stampa che dal dibattito rovente sviluppatosi nei media. Ferrari riferisce con onestà giornalistica di quanto ha visto e ascoltato, anche se comprensibilmente – in linea con i suoi ‘occhiali progressisti’ - pone l’accento su questo e non su quello, approvando o disapprovando (ma sempre con sobrietà) tale o tal’altra azione dei fronti contrapposti in aula (e anche fuori). Ad esempio esalta “la freschezza tedesca” nel primo Sinodo e, per quanto riguarda il secondo, si compiace del “pressing di papa Francesco” e storce il naso per le “pressioni mediatiche (o rossoporpora?)”. Nella conclusione definisce il doppio Sinodo “un lavoro intenso che darà molto frutto”. La prefazione è di Giancarla Codrignani, l’introduzione di Andrea Grillo, che - sotto il titolo “Cronaca di una svolta annunciata”- rileva tra l’altro che “in questa svolta è nato qualcosa di nuovo” e “muore anche qualcosa di vecchio”. Ovvero: “Muore l’ossessione di controllo, muore la preoccupazione integralista di un Vangelo ridotto a dottrina e di una dottrina identificata con una sola disciplina possibile”. In piena sintonia con papa Francesco.

 

“APPIA”, di Paolo Rumiz, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2016

 

“Avevo portato a termine memorabili trasferte in bici, in barca, in treno, in corriera, perfino con un’utilitaria d’epoca, ma non avevo mai proposto qualcosa che avesse le scarpe come mezzo di locomozione. Al giornale dissero subito di sì”. Parola del giornalista Paolo Rumiz di “Repubblica” e l’itinerario stavolta è nientepopodimeno che la Regina viarum, l’Appia, oltre 2300 anni di vita, originariamente 360 miglia di ghiaia e selciati (poi divenuti 612 chilometri) da Roma a Brindisi. Ma, presa la decisione, ecco il grandinare dei dubbi dei conoscitori: “La strada non c’è più, si perde in campi di frumento e periferie, gli italiani se la sono mangiata. Troverai i campi liberi, la camorra e Gomorra, la grande sete, lo Stato che non c’è più… No, è pura follia”. E invece, osserva il tenace friulano Rumiz, “forse quella impercorribilità era un vantaggio. Anzi, il vantaggio. Significava che l’Appia forse non la faceva più nessuno (…) Fu la svolta. Essere il primo a rifare, dopo decenni di oblio, la prima via d’Europa, era un lusso. Provaci, dicevo a me stesso, il vero racconto sono proprio gli ostacoli”. Così, il 28 aprile 2015, Paolo Rumiz è partito da Roma, Porta Capena con altri ardimentosi (intercambiabili lungo il percorso), raggiungendo le rive adriatiche a Brindisi il 13 giugno successivo. Passando da Albano Laziale e Cisterna di Latina, Terracina, Fondi, Formia, Minterno e Capua. E poi Maddaloni, Benevento, Bisaccia, Melfi, Venosa, Gravina in Puglia, Altamura, Palagiano, Taranto, Oria e Mesagne.  Un’impresa anche in chiave ‘meridionalistica’, sviluppatasi in 29 tappe, tra mille prevedibili difficoltà, trasposta giornalisticamente nelle 360 pagine di “Appia”, edito da Giangiacomo Feltrinelli.

“L’abbiamo ritrovata ricoperta di tangenziali, parcheggi, supermercati, campi da arare, cave, acciaierie, sbarrata con cancelli, camuffata con cento altri nomi, presa talvolta a picconate peggio dell’Isis” – rileva ancora Rumiz, lasciando ben immaginare le difficoltà registrate, miste però alla scoperta della variegata umanità incontrata e alla riscoperta di monumenti romani antichi e umiliati. Curiosità certo da una parte, dall’altra ineludibile “dovere civile di riconsegnare al Paese un bene scandalosamente abbandonato”. Da tutto ciò è nata anche la preziosa “tracciatura del percorso integrale della madre di tutte le vie”, grazie al fotografo Riccardo Carnovalini, autore dell’intera cartografia e dell’utilissima e dettagliata “Guida alle ventinove tappe” che occupa le ultime settanta pagine del libro. Per chi legge, le sorprese sono numerose. Le riflessioni fors’anche di più.

 

“IL LIBRO DELL’ALPE”, di Giuseppe Zoppi, Armando Dadò Editore, Locarno, 2016

 

Ecco la riedizione di un testo che abbiamo molto amato nella nostra infanzia, quando frequentavamo la scuola elementare di Giubiasco. Seconda metà degli Anni Cinquanta, quando Giuseppe Zoppi (1896-1952) era tra gli autori più in voga, ma anche più amati, nella Repubblica e Cantone del Ticino. Soprattutto per il suo “Libro dell’alpe”, una rievocazione della vita dello scrittore da bambino, che saliva sui “sette o otto alpi” della Val Lavizzara, “tutti a circa duemila metri sul mare, tutti aggrappati alle ultime vette ancora pezzate di neve, tutti fuori, in un certo senso, dal mondo”. Poi la fortuna ticinese del “Libro dell’alpe” – cui si incominciò a rimproverare una visione “idillica” della vita di montagna - declinò con l’entrata in scena di altri scrittori come Plinio Martini (“Il fondo del sacco”) o Piero Bianconi (“L’albero genealogico”) che nei loro libri evidenziavano con grande forza la realtà spesso faticosa della quotidianità contadina.

Ora il “Libro dell’Alpe” è stato ripubblicato dall’editore Armando Dadò: rileggerlo fa bene non solo alla memoria ma anche per una valutazione critica più rispondente al vero. Come scrive nell’introduzione Yasmine Tonini, “sebbene Il libro dell’alpe sia spesso visto come esempio della letteratura dell’idillio, numerosi sono i brani che si discostano da una visione luminosa e idealizzante dell’alpe”. Leggiamo lo stesso Zoppi nel primo capitolo, “La via”: “Per me che emigrai giovanissimo (…) questa via sassosa che, partendo proprio dietro casa mia, sale serpeggiando fra macigni e castagni, fu spesso occasione di gioia. (…) Ma per quelli del paese, per quelli che ci sono nati e ci vogliono morire, questa è la via della fatica, la via della croce, la via del calvario. Tutti, uomini e donne, ci sono passati cento e mille volte, chini sotto qualche grosso peso: fieno, legna, segale, patate, calce, cemento”.

Ciò premesso, si potranno gustare sotto una luce nuova anche i ricordi filtrati (e non solo piacevoli) di Zoppi bambino, racchiusi in 65 brani spesso brevi,  da “La campana” all’ “Assalto al ciliegio”, da “Mirtilli” a “La giornata delle meraviglie”, da “La bianchissima” a “Polenta grassa”. Sostanziosa la parte fotografica, belle le illustrazioni di Giovanni Tomamichel.

 

“LA SVIZZERA. Il Paese più felice del mondo”, di François Garçon, Armando Dadò editore, 2016

 

Nella cosiddetta classifica mondiale della cosiddetta felicità (elaborata dal  Word Happiness Report ONU) la Svizzera è sempre ai primi posti: prima nel 2015, seconda nel 2016 (superata dalla Danimarca…il che suscita pur sempre qualche interrogativo sui criteri di giudizio adottati). Non stupisce allora il titolo del saggio dello storico franco-svizzero François Garçon, edito da Armando Dadò in traduzione italiana. Nelle circa trecento pagine del volume (che riporta alla fine una ventina di tabelle comparative molto interessanti) l’A. analizza a suo modo – ma fondandosi su tutta una serie di dati statistici di varia provenienza – lo stato di salute della democrazia elvetica, che negli ultimi tempi sta riscuotendo una sempre maggiore ammirazione a livello di popoli europei, in parallelo al declino dell’Unione. Ciò a dispetto della mala fama di nazione profittatrice dei guai altrui e quasi simbolo dell’egoismo collettivo, come prescritto dall’ufficialità politico-economica-massmediatica europea. Non a caso nel volume di Garçon si parte da due fatti percepiti come traumatici da tale ufficialità: la crisi bancaria del 2009 a seguito delle misure prese dagli Stati Uniti e l’approvazione nel febbraio 2014 dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa (in verità preceduta da quella del novembre 2009 contro la costruzione di nuovi minareti). Come è potuto succedere questo in un Paese che – come scrive l’economista Mauro Baranzini nell’introduzione – “sin dall’Ottocento, ma in modo particolare fin dagli Anni Sessanta dello scorso secolo, ha saputo amalgamare nel miglior modo possibile da una parte le diversità (linguistiche, religiose, culturali, storiche e regionali) con la povertà delle risorse naturali (poche materie prime, spazio abitativo ristretto, assenza di accesso al mare, agricoltura deficitaria, ecc…)”?

Il saggio di Garçon si struttura in tre capitoli. Il primo è dedicato in positivo alla potenza industriale elvetica, al sistema fiscale, al mercato del lavoro. Il secondo alla “ricetta del miracolo svizzero”, in cui si evidenzia la possibilità di controllo popolare sull’operato del governo (“Agli occhi della gente la Svizzera è ormai diventata il Paese in cui i cittadini possono dire ad alta voce quello che pensano e poi vigilare sull’applicazione delle proprie scelte politiche”) e si rileva che “la chiave del benessere svizzero” è rappresentata dalla “diversificazione e qualità della formazione”. Nel terzo capitolo invece Garçon riflette su alcuni “problemi irrisolti”, promo fra tutti quello linguistico, con il dilagare dell’inglese che ha alterato gli equilibri tra le lingue ufficiali, a scapito dell’importanza di francese (e qui l’A. soffre palesemente) e italiano. Ne è derivato un certo appannarsi della coesione nazionale.  Altro “problema irrisolto” quello del dualismo tra città e campagna, comune del resto a tanti altri Paesi europei. Grande attenzione Garçon la pone anche al fenomeno “Christoph Blocher”, il leader dell’Unione democratica di Centro (formazione di destra moderata) che è riuscito in pochi anni a portare il suo partito alla maggioranza relativa nella Confederazione. In conclusione un consiglio di Garçon ai critici europei: diano prova di curiosità e di umiltà, chinandosi a studiare il ‘sistema Svizzera’, Paese in cui “si trovano raggruppati tutti i meccanismi favorevoli all’innovazione tecnologica, al pieno impiego e alla stabilità politica a lungo termine”. Una constatazione forse un po’ troppo generosa, certo eccessiva nel suo entusiasmo, ma sostanzialmente non tanto lontana dal vero.

 

“VIAGGIO LETTERARIO IN VATICANO. Con la vespa rossa a Piazza San Pietro”, di Christina Höfferer, Libreria editrice vaticana, 2016

 

Chi è Christina Höfferer? Giornalista appassionata di cultura e di letteratura da viaggio, è da lungo tempo corrispondente a Roma della Radiotelevisione austriaca e del “Wiener Zeitung”. Per l’A. l’Anno Santo della Misericordia si è rivelato anche una buona occasione per indagare culturalmente più a fondo la realtà molto sfaccettata del mondo vaticano. L’ha fatto e ne è risultato un testo che soddisfa la curiosità del lettore di saperne di più su un ambiente assai spesso misconosciuto, quando non condannato pregiudizialmente. Tra i quindici agili capitoli (le pagine sono poco più di cento) ne troviamo di singolari come “Il posto fisso”, storia dell’ebrea Hermine Speier, accolta in Vaticano negli Anni Trenta su interessamento dell’allora direttore dei Musei vaticani Bartolomeo Nogara; o quello in cui Angelo  Maria Arrigoni, “panettiere del Papa” (anzi la famiglia ha servito tutti i Papi a partire da Pio XI), racconta le sue esperienze. Ne citiamo un paio: “Quando il polacco Giovanni Paolo II salì al soglio pontificio, la famiglia Arrigoni chiamò gli appartamenti papali per chiedere come il nuovo papa avrebbe voluto il pane. La risposta è stata: Vuole il pane che mangiano i vostri lavoratori”. E papa Benedetto XVI “preferiva pane di farina integrale. (…) Quando era ancora cardinale, (…) è venuto sempre da noi a comprare il pane, vestito da semplice prete, senza mai dire di essere un cardinale. Era una persona molto, molto colta e molto umile”. Per quanto riguarda papa Francesco…leggete il capitolo! A una domanda conclusiva è difficile sfuggire: come mai, in tanta evidenza, nel titolo e in copertina c’è una vespa rossa parcheggiata appena fuori da Piazza San Pietro? Appartiene, come si saprà dal capitolo a lei dedicato, all’odierna ambasciatrice di Germania presso la Santa Sede Annette Schavan…ahimè – ma sarebbe falsa misericordia scordarlo - proprio la stessa ex-titolare dell’Educazione tedesca (!) che nel 2013 dimissionò, essendole stato revocato dall’Università di Dűsseldorf il dottorato conseguito nel 1980 con una tesi per un terzo plagiata…

 

“NIL DIFFICILE VOLENTI. Una vicenda millenaria: i Ruschi da Como a Pisa”, di Pietro Verissimo Ruschi, edizioni ETS, Carrara, 2015

 

Fino a qualche tempo fa ignoravamo l’esistenza del cognome “Ruschi”. Poi un fedele lettore di tal cognome s’è fatto vivo per segnalare l’imminente presentazione a Como di un libro di suo padre sulla storia dei “Ruschi”, che per i primi secoli coincide con quella dei “Rusconi” e dei “Rusca”: così erano chiamati indifferentemente dal XIII al XVII secolo i membri di una famiglia lombarda, che – radicata a cavallo dell’attuale frontiera italo-svizzera – dominò in periodi compresi tra il Duecento e il Quattrocento  le odierne Como e Bellinzona (e pure Lugano e Locarno). L’autore del volume di oltre 200 pagine, ricco di fotografie (anche del castello di Montebello a Bellinzona), illustrazioni e note a piè di pagine, è Pietro Verissimo Ruschi, docente universitario, architetto (tra i suoi maggiori restauri la brunelleschiana Sagrestia Vecchia di San Lorenzo a Firenze), presidente del Comitato scientifico di Casa Buonarroti. I “Rusconi/Rusca/Ruschi” erano di parte ghibellina, per la qual cosa nello stemma di famiglia troviamo l’aquila, il leone e le bande di rosso in campo d’argento. Ampia e dettagliata l’introduzione riguardante le vicende del casato nei primi secoli. Poi quelli che oggi sono i “Ruschi” si trasferirono – dopo un primo breve soggiorno a Pisa - in Lunigiana, per poi tornare definitivamente nella stessa Pisa a metà del Cinquecento. E lì furono protagonisti nel corso dei secoli della vita politica e culturale non solo pisana, ma anche toscana.